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Archive for luglio 2014

Articolo a cura di Andrea Marigo

ETICHETTA: Flying Kids Records/To Lose La Track
GENERE: Hardcore, screamo

TRACKLIST:
Vecchio
Estate
Chitarra
Fiato
Baracchetta
Chiromante

Voto: 5/5

Arriva un nuovo disco per i Do Nascimiento.
Arriva un gran bel disco per noi.

Mentre tutto va un pò così nel nostro stivale (musica compresa), “in un giugno che pareva non avesse più niente da dire”, ci si ritrova ad ascoltare questi sei brani che il quartetto diGenova (in realtà vivono un pò sparsi per il mondo) racchiudono in Giorgio.

Una tracklist breve ed incisiva, che parte da quello a cui i Do Nascimiento ci avevano abituato fin qui (soprattutto nello Splittone Paura). Ora però si sente unʼinedita maturità nel comporre, che raggiunge il suo punto più alto in Fiato.

Sei pezzi. Velocissimi, efficaci, ben prodotti, ben suonati, ben cantati, ben tutto. Tra chitarre dal tocco indie a là American Football e una voce che varia dal limite del gridato al cantato “normale”, Giorgio va di diritto a collocarsi come uno dei migliori dischi italiani degli ultimi tempi, sicuramente per la scena punk italiana ma direi anche per tutto lʼunderground e non solo.

Disco che merita davvero. Chapeau.

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ARTICOLO DI ENRICA A.

Finalmente, dopo un secolo, ritorno a scrivere.

Background story: Sono in vacanza con mia mamma al Lido di Jesolo, è la sera del 18 luglio e ci stiamo un po’ annoiando, quindi decidiamo di andare verso “il centro città” (che a questo punto, non so neanche se esiste), ma mentre siamo in macchina veniamo attratte dal suono di una batteria. Dopo aver perso 40 anni di vita per trovare parcheggio, seguiamo le note di “Holiday” dei Green Day che ci portano in una piazzetta piena di gente, circondata da acqua. Dietro al palco c’è una fontana.

Mi avvicino e inizio a scattare foto. Il cantante sembra essere Billie Joe con i capelli ricci e biondi (e magari qualche hanno in meno), il batterista è talmente potente da smontare (!?) la batteria a ogni colpo, le due ragazze sono delle badass e il chitarrista è il più amato e acclamato (dal pubblico e dalla band stessa).
La maggior parte della gente è seduta, guarda il concerto in silenzio, ridendo eventualmente alle battute e agli accenni del cantante; parecchia gente però si è radunata intorno alle fontane, attirata dalla musica.
La serata scorre molto veloce, la band suona più di due ore senza mai fermarsi (roba che io non ho mai visto, giuro). Si esibisce soprattutto in cover delle grandi canzoni dei Green Day, qualcosa dei Nirvana, dei Blink e qualcosa loro. Suonano tantissimo, con passione e con grinta.
Aggiungerei, quasi fin troppa: il cantante si diverte a salire e a scendere la palco, ad andare prendere gli amici dal pubblico per farli cantare o per salutarli, a saltare e a sdraiarsi; la batteria ogni tanto perde qualche pezzo, che vola in aria.
Tra i ragazzi c’è molta complicità, tra di loro si parlano e si consigliano, si seguono l’un l’altro, improvvisano. Ogni canzone ha una intro dettata da uno di loro, ha una storia o un segno particolare.
L’ultima si chiama “Stay The Night” e viene presentata con un lungo discorso del frontman su come “dobbiamo diventare quelli che vogliamo diventare” e che “dobbiamo fregarcene degli altri”, perché “noi siamo padroni di noi stessi”. Se state pensando che sia banale, non avete la minima idea del cuore con cui ha pronunciato quelle parole.

Ecco, questi sono i Money For Nothing, trovati per caso in una noiosa sera di luglio; una band di ragazzi pronti a spaccare il mondo, che ti lasciano il dolce in bocca, che sorprendono veramente.

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Recensione scritta per il circuito Music Opinion Network

ETICHETTA: Advice Music
GENERE: Pop

No Chains. Titolo in inglese per un album che si può tagliare nettamente in due tra brani cantati in italiano e altri nella lingua anglosassone. Assenza di catene, per la brillante voce di questa giovane cantante di Bordighera (Imperia), oppure stretti legacci che la imbrigliano ad un canone di vocalità e di songwriting che in molti in Italia da tempo speriamo di dimenticare? Obiettivamente, Idhea mette in campo una timbrica e una capacità tecnica di cui ben poche nuove leve del rock commerciale italiano dispongono, anche tra gli alti papaveri che della nostra scena tessono la trama da decenni. Indubbiamente, inoltre, gli arrangiamenti sono molto curati e celano dietro un velo di superficialità radiofonica anche una versatilità parcellizzata nei tanti pezzi che compongono questo lavoro. Soffermandoci sull’aspetto, appunto, orecchiabile del disco, la voce di Idhea ci ricorda molto da vicino la tradizione italiana partita tempo addietro con Massimo Ranieri e passata poi per Ron, Raf, il recente Renga, ma anche gli svolazzi di Sangiorgi dei Negramaro o la sempre più inascoltabile Laura Pausini degli ultimi anni. Non è un caso, ad esempio, se tra i collaboratori di questo prodotto spiccano nomi come Vinci e Vollaro. Lungi da noi voler tagliare le gambe ad una giovane artista solo per il facile ascolto che deriva dalle sue canzoni, ma su The Webzine non vengono molto spesso apprezzati gli emuli dei peggiori casi umani della musica nostrana (Emma Marrone, Deborah Iurato, Anna Tatangelo, ecc.). A salvare questo disco intervengono però dei discreti momenti rock, come Wanted Love In A While, divertissement piuttosto carico che ci ricorda anche la prima Gianna Nannini. Pure la title-track naviga a vista verso lidi rockeggianti ma avremo preferito forse delle virate più secche verso il blues, piuttosto che certi ammiccamenti a Vasco e Ligabue che si scorgono qui. I pezzi migliori, in ogni caso, NON sono quelli in italiano, dove la vicinanza con i tanti artisti citati è talmente evidente che si rischia di perdere anche il piacere dell’ascolto.

Per dare il giusto onore ad un disco del genere occorrerebbe criticarlo con il filtro di una radio di sola musica italiana, ed è qui che intervengono nomi come l’autrice Paola Capone e l’etichetta milanese Advice Music a dare lustro al tutto. Si perché se il nostro obiettivo invece che recensire un album fosse provare a venderlo, parleremo di un’operazione convincente, soprattutto con brani come Allora Stai Con Me. Il nostro ruolo però ci impone un po’ di sincerità ed occorre, a questo punto, andare a fondo: banalità e prevedibilità regnano in “No Chains” e, nonostante le ineccepibili capacità canore della giovane Idhea, non si può definire un disco che lascia il segno. Perlomeno qui a The Webzine.

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Recensione scritta per Music Opinion Network

ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Popolare

Naufragati nel Deserto è il titolo perfetto per questo disco, i cui richiami principali anche dal punto di vista musicale si rifanno all’elemento acquatico del Mediterraneo, un mare certamente vicino al concetto di naufragio, ma anche alle aride lande sahariane dell’Africa centro-settentrionale, fino al suo affacciarsi, di nuovo, sul Mare Nostrum. Folk, pop, jazz, echi spagnoli di musica gitana ma anche flamenco, un fiume infinito di idiomi diversi dal francese all’arabo passando per il sicilianu, tutto condensato in quella che risulta infine un’eccelsa padronanza culturale in primis plurilinguistica, ma variopinta anche nella sua essenza identitaria, perché questo duo in realtà risiede a Genova, aggiungendo un altro punto di riferimento anche geografico alle diverse chiavi di lettura che si possono applicare a questo loro nuovo album.

Un duo, dicevamo, produzione Primigenia che Alessandra Ravizza e Andrea Megliola hanno saputo sfruttare al meglio, dandosi visibilità anche con partecipazioni più che meritate a rassegne come Mediterrarte Festival, il Festival Italiano di Suzhou in Cina e Sanremo Off, tra gli altri. L’ultima edizione di Mediterrarte, inoltre, ha visto la partecipazione della cantante Antonella Serà, rappresentante di un orizzonte canoro non troppo distante da quello della Ravizza. Di Naufragati nel Deserto, tuttavia, non vengono ricordate solamente le voci, ma più che altro gli arrangiamenti più complessi, quelli che mettono in piena evidenza la qualità dei musicisti coinvolti. I momenti più vivaci sono scanditi da violini e intrecci di chitarre classiche ed acustiche, mentre i clarinetti fanno pensare alla tradizione ebraica, come il klezmer di Norman Nawrocki (che in realtà e’ canadese). Se dobbiamo muovere una critica a questo lavoro è forse la mancanza d’incisività dei brani o l’assenza di una direzione che renda comprensibile l’obiettivo di questo prodotto. Piacere a tutti o piacere a pochi? Alcuni pezzi più catchy farebbero pensare alla prima strada, ma la risposta è forse più nella seconda, perché alcuni assoli e fraseggi non ci faranno mai sentire estratti da questo disco nelle radio più popolari. Di conseguenza, se potessimo identificare questo disco come un’esercizio di stile e una naturale composizione proveniente da un multiculturalismo di ispirazione mediterranea, come si diceva all’inizio, l’apprezzamento sarebbe d’obbligo. In definitiva, bella prova da parte di questi genovesi che dimostrano ancora una volta come la Liguria sia patria di artisti di qualità, dentro e fuori il mondo della musica popolare.

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Articolo a cura di CLAUDIO MILANO

ETICHETTA: Leo Records
GENERE: Songwriting

TRACKLIST:
1. Glad To Be Unhappy (R.Rodgers/L.Hart) – 6’05”
2. Brighten (for Teresa) (A. La Volpe) – 5’17”
3. The Solitude Of Things (A. La Volpe) – 3’55”
4. The Crisis (S.L. Mangia) – 5’40”
5. Rush (S.L. Mangia) – 4’04”
6. Is This Your Time? (S.L.Mangia) – 4’50”
7. Is Love An Illusion? (S.L.Mangia) – 4’34”
8. Purple, Lavender, Black (A. La Volpe) – 7’39”
9. Unhappy To Be Glad (S.L. Mangia) – 5’44”

Voto: 8

Web:

http://www.stefanoluigimangia.it/

Suoni elettro-acustici estranei ad ogni tradizione italiana introducono con dolcezza alla materia dell’album. No, la copertina di Maria Teresa De Palma come poteva ingannare?
Un’opera incantevole, che anche se solo fotografata, riesce a comunicare una morbidezza fanciullesca, nonostante ritagli di reticolati metallici, sagomati ad alberi e sole/luna, affiancati da cartoncini di diverso colore e forma, la scritta “viens avec moi”. Elettronica, dicevamo, a ricreare fanciulleschi glockenspiel affiancati ad una chitarra acustica appena sfiorata, ad una melodica altrettanto accennata, il notevole timbro della tromba di Giorgio Distante e… la voce. Quella di Stefano Luigi Mangia, didatta ed interprete, che solo l’ascolto del disco saprà chiarirvi perché, ad oggi, non alla ribalta di cronache e classifiche di sorta. Per paradosso. Si, proprio per paradosso.
Stefano, assieme a Dalila Kayros e John De Leo, è per chi scrive la voce più importante del panorama italico a latere e non. Quello che fa della scuola della Nuova Vocalità humus fertile per chiunque a livello mondiale voglia avvicinarsi ad una nuova estetica del canto. Perché si, se si eccettua l’ultima decade, in Italia “saper cantare” è stato sempre importante.
Mangia, conosce il linguaggio del jazz, tradizionale e non, della lirica, da quella “classica” a quella strettamente “contemporanea”. Ma è anche esperto in emissioni “estreme”, armonici, subarmonici, suoni aritenoidei, fischi (whistle register intendo, non il “fischiare”). Il tutto ottenuto in assoluta leggerezza, senza mai impiego di troppa aria e “proiezione”. Stefano è eleganza, grazia, ma non è mai mellifluo. E’qui che troviamo l’interprete, oltre che al cantante. La sua emissione sa essere carezzevole, fragile, ma sempre estremamente intima, profonda, cosa che lo rende adatto tanto ad un repertorio brillante che ad uno drammatico. Mangia non è un’esperto di beatboxing come Savoldelli, Hera, De Leo, ma se affronta un pezzo sa portarti dagli inferi alle stelle, accarezzandoti l’anima fino a commuovere. Nella sua voce c’è la “pasta” del jazzista vero, non del funambolo d’intrattenimento, per quanto colto. Nina Simone, Chet Baker, Tim Buckley, Paolo Saporiti, emergono dalle sue corde creando paralleli improbabili con l’amore per Stratos (studiato, rimasticato, ma MAI citato), la frammentazione linguistica di Phil Minton, il candore del canto da tenore leggero tardo medievale. Il suo è un canto fatto di sensi in costante seduzione, già a partire dall’iniziale Glad to Be Unhappy, emozionante ed emozionata rilettura del brano di Rogers/Hart. In Brighten (for Teresa) del compagno di viaggio e chitarrista Adolfo La Volpe, è l’elettronica a creare un substrato etereo e tremulo su cui s’appoggia un canto di gran levità, perfettamente “centrato” nell’emissione, anche sulle frequenze più gravi, dove mai viene cercata potenza superflua. Anche il solo di tromba, s’adagia su una materia fatta di cotone inumidito di umori tristi e si muove trasversalmente. Ecco, l’armonia in questo disco è del Novecento rinnegato, ma non suona mai disturbata, andando a lambire le grandi riletture degli standard classici nella stessa edificazione del nuovo. The Solitude of Things, di Volpe, ha questo sapore, quello di un nuovo standard. Nel finale, suoni di “prevocale”, giochi dal sapore infantile echeggiano sapori della psichedelia barrettiana. Non avesse la stessa fame acida, il parallelo naturale di Mangia sarebbe la, vergognosamente dimenticata Patty Waters. The Crisis ha il sapore delle melodie crimsoniane di Discipline, ma presenta improvvisi “crolli” microtonali, che affiancati ad un’estetica da musique concrete e a un’estetica glitch, non possono suonare null’altro che portatori di un’identità inequivocabile.
Il sistema armonico misto della superba Rush, le sue armonizzazioni aperte per elettrica, sembrano portare il Sylvian di Blemish e Manafon a casa del Buckley Sr. di Anonymous Proposition, tra colori di un’elettronica pari a pulviscolo alchemico che letteralmente stordisce. Un gioiello.
Ancora la penna di Mangia su Is This Your Time, dove, per la prima volta nel disco si ascoltano dei “fortissimo” vocali associati a escursioni impressionanti, che da subarmonici sull’ottava 0, superano progressivamente l’estensione del piano emulando e battendo in possibilità timbriche elettronica e chitarra elettrica. Fumettoso, teatrale, intenso, qui, tanto più, unico, sorprendente, conturbante, gli altri aggettivi trovateli voi, non vi mancheranno. Is Love an Illusion si apre con una pioggia rumorista che mai però conduce ad una vera disintegrazione della forma, tant’è che presto appare il canto, con una melodia non meno che splendida. Per chi scrive, altro gioiello del disco, essenziale nel suo svolgimento lineare. Purple, Lavender, Black, ha il colore di certa saudade, accarezzata tante volte dalla voce di Wyatt ed è un altro episodio a firma La Volpe. Dopo il solo di tromba, sorprende il deragliamento su lidi acidi con voce in aspirazione, funzioni detune ed esplorazioni dello spettro sonico in salsa avant-psych. Unico momento autenticamente terrifico dell’opera. Si torna su momenti di una morbidezza assai più rassicurante con Unhappy to Be Glad.

Conclusione: L’anti-indie italico, ma anche l’anti jazz italico, qui non c’è puzza di paraculismo, fighettismo, scazzo, accademismo, snobismo, autocompiacimento nell’essere “bravi”. Piacevole ma non confortevole, estremo ma intimissimo e accarezzato da melodia vera, avvincente, non è un caso che Glad to Be Unhappy sia stato pubblicato da un’etichetta straniera illuminata come la Leo Records, che stia trovando casa tra radio di tutto il mondo, ma che le recensioni italiane ad esso dedicate, abbiano colto il suo essere “sfuggente” non come stimmate artistica, ma come limite, brancolando nel buio.
Per chi scrive, il disco di cantautorato nobile italiano più bello da tanto tempo a questa parte, assieme a The Restless Fall di Saporiti, L’Abito di Alessandro Grazian, Tutta la Dolcezza ai Vermi di Pane, al migliore Capossela e Humpty Dumpty, ma si sa, appena subentra qualcosa che non sia immediatamente e unilateralmente codificabile come minima variante sul tema, critica e pubblico oggi, fanno spallucce e relegano in un cantuccio.
Figuriamoci se Stefano lo merita, a lui, solo assoluto rispetto e gratitudine.

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101 Booking è lieta di gestire la finale della sezione musica (UnPalcoPerTutti) del concorso multidisciplinare nazionale MarteLive nella nostra regione. In Veneto, le cinque migliori band selezionate da giuria di qualità e pubblico durante le prime tappe eliminatorie al Circolo MAME di Padova e allo Studio 2 di Vigonovo (VE), si sfideranno con 30 minuti di esibizione a testa, rigorosamente di musica propria, per stabilire chi andrà a Roma a concorrere nella Biennale MarteLive ad uno dei tanti premimessi a disposizione da MarteLive, MarteLabel e MarteAwards.

Le band che sono riuscite a passare le eliminatorie, risultando le migliori band della regione, sono:
JAPANESEBUTGOODIES | https://www.facebook.com/pages/JapaneseButGoodies/501975826494720?fref=ts
VIRGO | https://www.facebook.com/pages/VIRGO/120318194751830?fref=ts
GOODBYEVISA | https://www.facebook.com/goodbyevisa?fref=ts
THE OWL OF MINERVA | https://www.facebook.com/profile.php?id=310128585689451&ref=ts&fref=ts
BAD BLACK SHEEP | https://www.facebook.com/profile.php?id=37338443570&ref=ts&fref=ts

LINKS:
Martelive
Martelabel
Marteawards
MarteCard
Profilo Facebook di MarteLive Veneto
i premi Martelive

Se gradite ricevere la tessera MarteCard e avere tutti i benefici del caso, o conoscere le modalità di partecipazione al concorso MarteLive del prossimo anno, contattate info@101booking.it

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Ciao ai MasCara. Grazie per aver preso parte a questa intervista con The Webzine. Da vecchi contatti risalenti all’EP “L’Amore e la Filosofia”, conosciamo già il progetto, ma vi chiediamo di riassumere un po’ di punti chiave per chi invece vi stesse scoprendo solo ora. Dove, quando e perché nascono i MasCara?
 
Sarò breve , per quanto mi sarà possibile, (parla Lucantonio Fusaro cantante chitarrista dei MasCara) siamo una band della provincia di Varese nata nel 2007 . Da una piccola idea iniziale (poco a fuoco ad essere sinceri) ne è nata un’avventura che ci ha visti crescere passo dopo passo pubblicazione dopo pubblicazione. Partendo da quel “l’amore e la filosofia” del 2009 che ha fatto da apripista, in termini di recensioni, ci siamo ritrovati a scrivere e pubblicare il nostro primo disco, datato 2012, “Tutti Usciamo di Casa” che oltre a numerosi consensi ci ha permesso di portare in giro la nostra musica per la prima volta con un tour vero e proprio e tante belle aperture prestigiose (Giorgio Canali , Federico Fiumani, il Triangolo, Cosmo , Paletti etc…). Dopo tutta questa strada non potevamo di certo fermarci e quindi ci siamo rimessi a lavoro,mentre pubblicavamo Guerra un ep che omaggiava l’omonimo brano dei Litfiba, ed oggi siamo qui per raccontarvi il resto della storia. LVPI è il nostro secondo lavoro e segna un passo netto in avanti ,per noi naturalmente, sia in termini di scrittura sia in termini di collaborazioni. In tutta questa avventura siamo passati dall’essere super indipendenti (e assolutamente ingenui) a filtrare attraverso le maglie di una major come Universal per poi nuovamente tornare ad una totale indipendenza sopratutto in termini di produzione (mantenendo una certa ingenuità di fondo ma corazzata da una maggiore padronanza dei mezzi). Facciamo musica che guarda all’estero con riferimenti alla new wave e alla musica rock alternativa ma con radici profonde nel nostro paese, da sempre infatti abbiamo raccontato le nostre storie in Italiano, una scelta naturale e non di comodo. 
 
Un paio d’anni fa su questo blog abbiamo recensito “Tutti Usciamo di Casa”, disco che all’epoca apprezzammo molto. Da ascoltatori, abbiamo notato una certa crescita nel vostro nuovo sforzo “LVPI”. Come si può sintetizzare il percorso che vi ha portato fino a qui, passando anche per l’EP Guerra?
 
Visto che ho riassunto in maniera cronologica i punti salienti della nostra storia accennando già ad un evoluzione, posso dirvi che il cambio di passo è sopratutto nell’attitudine: la velocità ha preso il posto delle lunghe code strumentali, l’epicità è stata sporcata da inserti elettronici e graffianti, c’è una generale tensione espressa in maniera più robusta che in precedenza. Forse prima molti ci credevano mainstream oriented, questa volta credo che quest’aura sia stata smontata completamente. C’è più verità (fedeltà di esecuzione) e meno riempimento. Non ci siamo naturalmente dimenticati della produzione, dei dettagli e della scrittura. Ci sono costanti nel nostro approccio ma sono come pilastri per un nuovo corso, questo è certo. Quindi da un’iniziale approccio del tipo “ok possiamo fare tutto nel 2012 visto che ci sono i mezzi tecnologici per poter simulare una sezione d’archi di 200 elementi” a “raccontiamo una storia con ciò che abbiamo ma facciamo comunque in grande, senza tentare di ridimensionare le ambizioni”. 
 
“Secondo il sistema della metafisica aristotelica, il caos può essere definito soltanto come assenza di ordine”. Chi apre il vostro sito sente subito questa frase. Pensate che la vostra musica sia in definitiva “assenza di ordine”?
 
Credo che questo lavoro abbia preso spunto dalla paura e dal Caos: i due personaggi Isaac e Laica (i personaggi della copertina del lavoro) sono immersi in questa città sull’orlo del collasso, un ambientazione urbana fatta di scontri e lotte continue. Mi piaceva raccontare due modi di affrontare questo panico e di vedere che tipo di impatto avesse sui protagonisti. Un movimento che prima li avvicina e poi li allontana definitivamente. E’ una sorta di step successivo a Tutti Usciamo Di Casa anche nella scelta di un unico mood che rappresenta il lavoro, le tinte scurissime, i rumori, i suoni metallici dovevano creare questo ambiente apprimente in cui il caos è dettato dal passo marziale e imprevedibile della sezione ritmica.
 
Spulciando tra le recensioni che i vari critici musicali vi hanno dedicato, “LVPI” è ricondotto spesso a etichette iperabusate come “post-punk”, “new wave”, “alternative rock”. Vi riconoscete in qualcuna di queste? Vi siete stancati di essere etichettati così?
 
Mi stancherei se lo dicessero 200.000 persone, per una dozzina di mesi continuativi, ad oggi è la stampa che racconta e che ha bisogno di “etichette” o meglio di categorie per chiarire ai lettori dove si posiziona un lavoro. Chi parla della new wave non prende mica un abbaglio, ma chi ci liquida solo con quel tipo di movimento si sbaglia. Dico così perchè ci sono tantissimi aspetti che ci allontanano da quell’estetica e ci avvicina a cosa molte più contemporanee. Io ci sento certi Prodigy ci sento i TV on the Radio i Mew  i Clock Opera. Gente che affronta le tinte scure con atteggiamenti più particolari ed eclettici rispetto alla più consueta attitudine marziale e ripetitiva della stranota cordata new wave del passato e del presente. Ma comprendo quando si tirano in ballo gli Editors per esempio e non perchè pensi che sia fico dire “gli Editors italiani” ma solo per un certo senso epico e una timbrica vocale che per forza di cose richiama quella band. Per ora non abbiamo ancora un vestito così stretto da cui dover fuggire , non lo abbiamo mai avuto. Facciamo qualcosa che non è fedele al seme originale pur richiamandolo in più occasioni. Chi ha buon orecchio e voglia di soffermarsi sui dischi lo sente il resto giustamente prende il nome che più somiglia a quello che proponi. Ma fino a che questo non diventa un limite per noi o che non diventa vero, non mi pongo alcun tipo di problema.
 
Al primo ascolto si percepisce distintamente una certa raffinatezza nelle scelte lessicali. Quanto contano le parole in un brano dei MasCara? 
 
Pesano parecchio per me , pesano perchè voglio evitare la faciloneria ma allo stesso tempo non voglio complicare il tutto. In questo lavoro ho tentato di avvicinarmi di più ai personaggi, non volare troppo alto, vedere perfettamente la situazione, scegliere i colori giusti  e sentire gli odori di una città che cade a pezzi. Non so se sia raffinato, credo che sia pensante più che altro, cioè che pone dei quesiti più che dare risposte, che usa immagini decise senza buttarsi nel più classico degli elenchi (che vanno di moda così tanto da essere lo stile comunicativo di politici e mestieranti vari) Il mio intento è quello di suscitare emozioni e per questo lavoro parecchio sui dettagli del testo dopo una prima stesura.Ho bisogno di una storia, come se non mi bastasse scrivere una canzone, e c’è quindi una forma che forse può sembrare anacronistica alcune volte. Sono così certosino che chiudo i brani a ridosso della registrazione se non in registrazione stessa, con ovvie bestemmie di tutti. 
 
Cosa bisogna aspettarsi da un live dei MasCara? Quali appuntamenti di questa estate pensate permetteranno al vostro sound di essere recepito meglio? 
 
I festival sono i palchi più adatti per noi (siamo in 5 di cui il solo Simone alle tastiere si “ciuccia” metà dello spazio a disposizione). I palchi più grandi permettono ai nostri suoni di avere respiro. Coprire tutti gli spazi come facciamo noi , all’interno di ambienti piccoli, può risultare molto controporducente in termini di intellegibilità. Un conto è l’atmosfera un contro è l’intasamento. Non facendo Shoegaze certe sfumature diventano più disturbanti che altro, ed una cosa che mi è pesato nello scorso tour è che molto spesso ci dicevano che non si sentiva la voce. Se canti e lo fai in italiano è fondamentale che si sentano le parole e quindi dobbiamo sempre tener conto che l’intasamento ci mette in difficoltà sotto questo aspetto. E’anche vero però che l’esperienza ormai ci ha resi elastici e a seconda della situazione siamo abbastanza sicuri di cosa sacrificare e tenere a bada. Dai live dei MasCara oggi vi dovete aspettare un bell’impatto iniziale e una tensione che rimane costante e viva come nel disco, è una corsa in un tunnel e noi vi diamo la caccia senza mai mollare un solo istante.
 
In questi tempi di crisi nera per la discografia e per la cultura in genere, una crisi forse più profonda di quella economica di cui tanto si parla, cosa pensate debba fare un progetto come il vostro per emergere e distinguersi? 
 
In primis stare in piedi. Nonostante le numerose difficoltà e le mancate occasioni devi rimanere ancorato a terra. Se non ce la fai (mi capita spessissimo) mandi all’aria tutto.Io devo anche ammettere che non sono per un lavoro da formichine che piano piano raccolgono le bricioline e ne fanno tesoro , come spesso si sente dire nel nostro ambiente (manco fosse stato scritto sulla Bibbia), sono per i passi giusti e gli azzardi. Ogni tanto per portarti la mano vincente a casa devi provare a fare un salto inaspettato ed imprevedibile. Non puoi sempre lavorare sugli scarti. Mia mamma mi raccontava sempre la storia della cicala e la formica, di tutto quel cantare e rosicare, ecco a me la formica mia stava sul cazzo da sempre, quindi non ce la faccio sempre a fare quel tipo di ragionamento. Per emergere devi osare, che non significa fare l’asino o fare il colpaccio, ma avere il coraggio di rimanere sulla tua idea e dimostrare di stare in piedi e di credere in quello che stai facendo anche se ti dicono che sbagli. 
 
Secondo voi è un problema più grave la sovrabbondanza di band o la poca cultura e predisposizione all’ascolto del pubblico medio italiano? Non avete l’impressione che la musica sia ascoltata più per abitudine che per passione e che a poche persone interessino i testi e il songwriting nel 2014? 
 
Tutti abbiamo perso il valore dell’arte. la musica è intrattenimento ma è anche arte e non si può sempre oscillare tra i due poli a seconda di come ci fa comodo. Provo a spiegarmi meglio: non  è solo ego o espressione di un esigenza personale è anche un dono verso l’arricchimento culturale che fa bene all’artista stesso ma anche alla società in cui vive. Non è essere utopisti è piuttosto il  cercare equilibrio tra campare (fare i soldi) e donare qualcosa che resti dopo di te nel senso più alto del termine. Poi se decidi che le tue cose sono come farfalle che vivono un giorno, libero di farlo, per me è un discorso più grande invece. Credo che quasi tutti si siano rassegnati a guardare all’oggi perchè il futuro è una merda e cose del genere, ma  io personalmente , mi sono stancato della filastrocca e quindi non mi pongo la questione  Troppe band + ascolto passivo = fine della musica. Credo che manchi il concetto di qualità. Se lo chiedi in giro nessuno ti da una risposta ed è abbastanza un problema a mio modo di vedere. Se non hai idea di cosa nel 2014 sia un prodotto di qualità (con tutte le implicazioni e sfumature che può avere un concetto come questo) è un problema grosso poi valutare un progetto. Oggi in Italia si fa quello che si è sempre fatto: ascolti in media la pancia e vai con Dio. Se gli italiani usassero il cervello non saremmo mica il buco del culo del mondo. “lottare” per mettere i puntini sulle i piuttosto che urlarli è un dovere che mi pongo come persona in primis anche se so che alla fine gli ascoltatori italiani in media ragionano con lo stomaco. 
 
Pensate che il mondo della critica musicale sia utile all’affermazione di un progetto come il vostro? Cosa devono imparare i recensori prima di parlare di un disco, secondo voi?
 
Credo che sia un attore indispensabile perché fa parte del gioco:   è come se mi chiedessi se ha senso nel gioco degli scacchi la figura del cavallo. C’è e ha un suo peso specifico a seconda di quanto tu vali come giocatore. Naturalmente poi si possono fare delle considerazioni in merito alla bravura o alla cura che la critica mette in gioco nel recensire un disco, ma siamo su un piano diverso. Se sei una band emergente senza un suo pubblico diventa indispensabile ricevere i giudizi della critica, forse risulta meno indispensabile se puoi permetterti di far valutare al tuo pubblico il tuo operato. 
Ultima domanda: siete soddisfatti di come il pubblico italiano reagisce alla vostra produzione discografica e ai vostri live? Pensate che altrove potrebbero esserci condizioni più o meno favorevoli di quelle che ci sono qui? 
Scrivendo in italiano non ci siamo mai posti il quesito sinceramente. E’ pur vero che se fai un confronto con l’estero siamo indietro chilometri, ma lo siamo in generale su tutto, perché per la musica dovrebbe essere differente? Quello che non capisco in alcuni casi è quando si parla di progetti italiani derivativi. E’ ovvio che tutti ci si ispiri alla cultura dominante, altrimenti non sarebbe Dominante! Mi fa sorridere quando si dice che certi generi non siano adatti in italiano e che così facendo si scimmiottano magari gli inglesi o gli americani. Io trovo che avere per forza un progetto cantato in inglese (perchè suona meglio etc…) così ti confronti con l’estero è solo un ennesimo ed estremo atto di sudditanza, che è peggio che lo scimmiottare. A mio modo di vedere vuol dire che preferiresti essere nato inglese piuttosto che italiano e personalmente lo rifiuto. Un americano ti porterebbe via le conoscenze culinarie ma mai mai e poi mai cambierebbe la propria origine con quella di un francese o un’inglese o un italiano. In definitiva preferisco fare mio il meglio che viene dall’estero , cioè il massimo che posso ricevere da una cultura differente dalla mia , e capire se ci sono i termini per renderla una ricchezza aggiuntiva a ciò che già posseggo. 
 
Ad oggi sono molto contento di quanto raccolto ma la fatica è tanta e a volte la rabbia o la delusione è dietro l’angolo. Devo anche dire che il più delle volte questa fatica è sana e ne veniamo fuori sempre rigenerati e più forti, ricevere tante recensioni e aver avuto subito una buona dose di live ci ha subito dato la giusta dose di fiducia per fare sicuramente una grande stagione. 
 
Grazie per aver preso parte a questa intervista, per noi è sempre un piacere ascoltare la vostra musica e di conseguenza anche poterne parlare con voi. A presto.
 
Grazie mille 

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