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Archive for the ‘GENERE: Pop Rock’ Category

Recensione scritta per Music Opinion Network

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Pop rock, alternativo

Ragioni economiche, logistiche, e probabilmente anche umane, stanno provocando lentamente la scomparsa delle band affollate di musicisti. Power duo, power trio, cantautori, one-man band, dj o coppie di dj: sono queste le forme più popolari nella musica italiana post-crisi, in qualsiasi genere e direzione si guardi.

I The Panicles, da sei anni e qualche mese, hanno sguinzagliato tutti i vantaggi della formazione in trio per raggiungere agilmente aperture di spicco (quel che è rimasto dei Deep Purple, ma forse sono più importanti per il nostro microclima i Verdena o i Ministri), tour internazionali e contratti discografici importanti con EMI e Virgin. Ma cosa piace dei The Panicles? Sicuramente il sound pop, i cori da stadio, la leggerezza dei brani che non assumono mai strutture imponenti, lunghe e noiose. In Simplicity: The Universe (Extended) ritroviamo, come nelle precedenti produzioni, le formule tipiche delle band che ammettono di stimare (Coldplay, U2, Muse, Pearl Jam), che nell’approccio di chitarra e, ancora di più, nella voce, sembrano quasi frullati insieme e restituiti in una forma certo personale, ma dove gli ingredienti sono ancora eterogeneamente distinguibili.

Il singolo Simplicity, indie-ballad danzereccia con qualcosa di Miles Kane e dei primi The Fratellis, per non dire Franz Ferdinand, è chiaramente fatto per raggiungere un pubblico numeroso. Al contrario di Your Limits, non risulta comunque radiofonica nell’accezione negativa del termine. Paralyzed corre su binari più intimisti, quasi cantautorali, mentre Tell Me Something può ricordare Simple Minds e certe chitarre dei R.E.M. della seconda metà degli anni ’90. In generale, l’idea di catchy guida tutto il disco e ne abita l’essenza, ma l’importante è riconoscergli che hanno scelto la strada, la cui facile percorribilità non è cosa ovvia e scontata come alcuni supporrebbero, del pop di classe, levigato e raffinato, per quanto ammiccante.

Per ora, una vittoria facile e senza sbavature.

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Recensione scritta per il circuito Music Opinion Network

ETICHETTA: Tuamadre Production
GENERE: Pop rock, ska, folk

L’Invasione dei Tordoputti è l’esordio sulle scene nazionali del progetto ligure Tuamadre. Se dopo “How I Met Your Mother” e la mamma di Stifler in American Pie le mamme sono tornate alla ribalta anche come oggetto di attenzioni sessuali e battute di vario genere, il nome della band evidentemente (e per fortuna) non intende andare a parare nuovamente lì. Comunque, il disco è volutamente ironico, pieno di pungente sarcasmo e siparietti comici, utili anche a spezzare il flusso delle dieci tracce (numerato in maniera molto particolare, tra l’altro) tramite segmenti recitati che intervengono a far sorridere l’ascoltatore. Siamo di fronte ad un pot-pourri ben studiato di molteplici registri stilistici, mescolati ed agglomerati con una discreta dose di genuina follia ed una capacità tecnica che si rivela indispensabile ai fini di mantenere un’eterogeneità che non alteri il succo di ogni brandello messo in campo: reggae, ska, folk, riflessi di rock anni ottanta e novanta, cangianti sfumature tropicali di matrice latina, disco dance e prog, tutto shakerato assieme ad un’elevatissima verve pop dalle tonalità calde, romantiche e di certo radiofoniche. La partecipazione di Mr. T. Bone (The Bluebeaters, Africa Unite) è la tipica aggiunta necessaria a dare dinamismo e densità ai comunicati stampa, più che altro perché stiamo parlando di artisti che non necessitano di nomi celebri per apparire, vista l’eccezionale qualità compositiva ed esecutiva di nomi come Pietro Martinelli al contrabasso e i tre fiati (sax, tromba e trombone).

Una bella sorpresa, piacevole, simpatica, martellante, solare. In definitiva, un lavoro di tutto rispetto.

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Recensione scritta per il circuito Music Opinion Network

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Pop rock

TRACKLIST:
Le Distanze (Solo Lamenti)
Casa
Baby
La Parte Più Eterna del Mondo
Nel Bianco dei Tuoi Occhi
La Leggenda Personale
Il Mio Corpo
Supernova
Kafka
Buongiorno
La Cometa
Lady G

Quattro ragazzi da Asti e una seconda uscita discografica, questo Buongiorno, intitolato come questo profetico augurio di largo utilizzo in tutte le parlate regionali italiane, leggibile anche come un messaggio di speranza che si riverbera nei testi di tutte e dodici le composizioni racchiuse nel disco. Pop-rock, elettronica, ballate rinsecchite dai soliti facili accordi, strappi distorti per lasciare impronte garage in un impianto di per sé molto pulito e levigato, strizzando sempre l’occhio all’easy listening più che alla veemenza ipercompressa che va di moda ai nostri giorni. Dal punto di vista musicale, l’album calca un terreno instabile, utilizzando i linguaggi e le modalità prima citate per circondare di significato le sfumature delle parole, le uniche vere protagoniste del parto dell’ingegno di questi Cockoo. “Supernova” predilige una fonetica imperniata su suoni piani e soavi, leggeri, puntando al contesto onirico di un uomo kierkegaardiano che contempla le stelle indovinandovi le stesse traiettorie di nascita, vita e morte che si individuano nell’esistenza umana. Non un paragone innovativo, tant’è che di recente i 373° K avevano parlato di cose molto simili nel brano “Le Stelle”, che a sua volta assomiglia a mille altri estratti di libri, sceneggiature teatrali, poesie, canzoni. In ogni caso, l’importante rimane il suo impianto di brano bello e funzionante.
La title-track mette a suo agio gli ascoltatori, relegando tutte le canzoni a rappresentare parti diverse di una riflessione lunga e che inizia, guarda caso, al mattino. Evitando l’ovvia citazione proverbiale sul buongiorno e il mattino, è ora di arrivare al brano forse più vendibile, “Baby”, scelto per il concorso di Sanremo Giovani duemilatredici dove ha ottenuto un buon piazzamento da pezzo finalista, e a ragione. Si perché “Baby” è senz’altro il passaggio più filosoficamente introspettivo di questo disco, azzeccato anche per la scelta di usarlo per aprire la parte più intensa del disco, il trittico centrale composto da “La Parte più Eterna del Mondo”, “Nel Bianco dei Tuoi Occhi” e “La Leggenda Personale” che, proprio in questo ordine, rappresentano i momenti meno appariscenti ma quelli più efficaci. Buono l’apporto ritmico di Colombaro, semplice ma colorato da uno spirito che nella sua essenzialità riesce a non essere mai banale.

Uscite miracolose nel duemilatredici e nelle prime due settimane del duemilaquattordici non ce ne sono state molte, e anche i Cockoo non sono di certo una novità storicamente rilevante. Questo Buongiorno però contesta tutte le pratiche buoniste che si attribuiscono a questa parola, finendo per dimostrare proprio come la riflessione interiore, anche per accrescere la confidenza e la conoscenza di sé stessi, passi sia per una sana dose di vittimismo e depressione, che attraverso la musica. Perché no, anche tramite quella dei Cockoo.

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Recensione a cura di Andrea Marigo

ETICHETTA: Domino
GENERE: Rock, pop

TRACKLIST:
Do I Wanna Know?
R U Mine?
One for the Road
Arabella
I Want It All
No. 1 Party Anthem
Mad Sounds
Fireside
Why’d you only Call Me When You’re High?
Snap Out of It
Knee Socks
I Wanna Be Yours

Probabilmente qualcuno potrebbe definire questo sesto lavoro degli Arctic Monkeys come  il lavoro più completo ed esaustivo della band di Sheffield.
No.  Per me non è così.
Gli Arctic devono ancora farlo il “loro” disco, ci sono andati vicini più  volte, ma ancora non è questo, non fosse che AM parte abbomba con le prime 4 tracce, per poi afflosciarsi su di se.

Do I Wanna Know? è un gioiello di essenzialità, R U Mine? è una bomba, One for the Road ed Arabella si somigliano molto soprattutto per quello che concerne la parte ritmica, (anche se questʼultima riserva un bel riff molto Black Sabbath) parte ritmica che diventerà ripetitiva in diverse tracce tra lʼaltro.
Da qui in poi, tutto il disco prosegue alla ricerca di unʼessenzialità sonora inedita per Turner e soci.
Ripeto la parola essenzialità volutamente perchè a forza di cercare lʼessenziale ci si è giocato un album intero a mio avviso, brani come la conclusiva I Wanna Be Yours o Why’d You Only Call Me When You’re High, che presi singolarmente sarebbero anche ottimi pezzi, alla lunga (ma anche dal terzo ascolto) fracassano le palle nellʼinsieme del disco.
La ballata No.1 Party Anthem e la beatlesiana Mad Sounds, altri buoni brani ascoltati a random, in questa tracklist alla fine smosciano.
E poi sto falsetto in continuazione? ebbasta!

Detto ciò AM in sè racchiude 12 brani buoni, con una produzione molto curata, ma siccome un album va valutato nellʼinsieme io dico: mezza delusione, il loro miglior lavoro rimane ancora Humbug.

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Questa recensione sarà inserita su Music Opinion Network

ETICHETTA: SFR
GENERE: Pop rock, post-grunge

TRACKLIST
01. No life
02. The scent of lights
03. The quiet riot
04. Essential
05. Instant’s mind
06. Surrenders to rise
07. Brand new song
08. shine on
09. Everything
10. Mayf
11. Edges
12. Us
13. Waterlily

Gli Ordem sono una di quelle band, non ancora salite agli onori delle cronache, che si pensa lo faranno presto. E’ palpabile questo sentore, vista anche la qualità di un’uscita come The Quiet Riot, prodotto non così bello in quanto a innovazione, ma azzeccato con buona parte degli altri metri di valutazione. Pop, rock, hard rock, quiescenze malcelate di ribellione punk, brit-pop (nei testi), melodie radiofoniche a tonnellate. Nel marasma di tutti questi linguaggi, che in questo progetto convivono in una fusione del tutto omogenea, non si nota certo un livello di scrittura sopra la media, anche se “appiattimento” non è il termine giusto per descrivere tutto questo. Le ritmiche, così come le linee melodiche, ricordano molte band dei contesti sopra citati, da John Hiatt ai Little Village, passando per Counting Crows, Dave Matthews Band e Better than Ezra, con accenni di più acerba e amara malinconia che ricordano i Manic Street Preachers più rockettari e i Gin Blossoms di quando si osava anche nel melenso. “No Life” è un brano dolce, perfetto per far risaltare la grandezza vocale di Scalese, vero frontman e trascinatore degli Ordem, riuscendo a sollevare anche alcuni momenti di bassezza compositiva (mai eccessivamente deprecabile, sia chiaro) e ripristinare verso buoni standard qualitativi tutti i momenti in cui compare il suo inglese stentato ma congeniale a tutte le tredici canzoni, in particolare alla bellissima “Instant’s Mind”.

Il debutto degli astigiani è senz’altro interessante. Lontano dalla logica provocatoria dell’estetica punk o glam cui comunque attingono in minima ma percettibile parte, più vicino agli anni novanta più pop, diventa il compendio perfetto di una cultura che dal post-grunge all’indie pop abbraccia quella che è la cultura musicale del 70% dell’ascoltatore impegnato italiano degli ultimi anni, o perlomeno di chi condivide l’età anagrafica degli Ordem (anche se non tutti considerano ancora validi Tonic, Collective Soul, Dishwalla e Vertical Horizon). Per questo, ma anche perché la band ne capisce di tutto ciò, The Quiet Riot è un valido palliativo all’assenza di qualità nel pop italiano moderno.

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ETICHETTA: La Tempesta Dischi
GENERE: Pop, folk, reggae

TRACKLIST:
Come Mi Guardi Tu
I Cacciatori
Bugiardo
La Mia Vita Senza Te
Alle Anime Perse
La Fine del Giorno (Canto n° 3)
La Via di Casa
Bene Che Sia
E Poi Si Canta
Il Nuovo Ordine
Di Che Cosa Parla Veramente Una Canzone

I Tre Allegri Ragazzi Morti sono ormai un pezzo imprescindibile della storia della musica italiana. Connessi in maniera inscindibile alla realtà discografica più importante della scena indipendente, ovvero La Tempesta Dischi, sono portavoce di un linguaggio e di un modo di fare musica che riesce a collegare pop, rock e linguaggi radicalmente rivoluzionari in maniera comunque radiofonica ed immediata. Lo stile dei testi di Toffolo, noto anche come fumettista, si ripercuote da sempre sull’immaginario della band, portando le sue liriche ad un livello superiore, quasi come fossero disegni, schizzi di colore, dipinti. E’ stato cantato molte volte con essi l’amore, in termini a volte bambineschi a volte tragici, palesando comunque uno spirito adolescenziale che, nonostante gli anni dei componenti, non si è mai sopito, e facendo leva anche sulla vocazione comunicativa di un progetto che comunque trova nelle sue origini punk una sorta di senso sotterraneo di rivoluzione e di ribellione. Nel Giardino dei Fantasmi è il gradino ultimo di una scala che li porta ad aver raggiunto il modo perfetto di parlare di questo sentimento interno di sollevazione, appropriatisi concretamente di un linguaggio semplice ma che può trasmettere, sia ai giovani che ai meno giovani, l’idea che la musica possa anche avere un messaggio esortativo in grado di sobillare ed innalzare l’animo di una persona, spingendola a fare qualcosa per cambiare la situazione. I “fantasmi” contenuti in questo disco prendono la forma di persone defunte, di persone che non sono riuscite a realizzare il proprio sogno, che si sono smarrite. Un tragitto di evocazione, preghiera ed invocazione permea le undici tracce. Il tutto, dal punto di vista musicale, è realizzato strizzando l’occhio alle nuove contaminazioni che nella scena italiana stanno penetrando in maniera solida nell’impianto strutturale di molte delle storiche band nostrane, TARM inclusi: ecco quindi stabilizzate le influenze reggae, introiettate a dovere dopo lo shock dato dal repentino cambio di linguaggio avuto in Primitivi del Futuro, onnipresenti anche qui, fuse con una sorta di collezione di incursioni etniche, funk, blues, soul, guardando quindi più fuori che dentro il nostro panorama. E’ uno solo, difatti, il brano che ci può ricordare da dove derivano i Tre Allegri Ragazzi Morti più aggressivi e diretti, ovvero “La Via di Casa”, mentre si sfocia nella ballad melodica nella conclusiva “Di Che Cosa Parla Veramente Una Canzone”. Sono invece instant classic della loro discografia gli estratti che per primi sono stati dati in pasto al pubblico, ovvero “La Mia Vita Senza Te” e “La Fine del Giorno (Canto n° 3)”, fondamentali passaggi di un disco che riesce a raccontare con la semplicità di poche frasi, a mo’ di filastrocca, molto più di quanto le tonalità epiche e letterariamente dense di molti testi italiani degli ultimi anni riescano a fare. Necessario l’ascolto attento anche della cupa “Alle Anime Perse”, felicemente inscritta in un circolo di canzoni più tetre che da sempre fa capolino nelle tracklist dei dischi dei TARM, a tratteggiare un filo comune con l’estetica post-gotica e tetra dei disegni di Davide Toffolo.

Concludendo, i Tre Allegri Ragazzi Morti non hanno deluso le aspettative con un disco che ne attesta una maturità ormai raggiunta da tempo, che li costringe ad esplorare nuovi terreni per non ritrovarsi a ripetere cose già dette e già fatte. Che il risultato riesca ad emozionare non è cosa da poco, in un duemiladodici musicalmente vuoto dove i tentativi di dare allo snobismo della comunicazione hipster la palma di vera rappresentazione della musica italiana ha prodotto solo band passeggere infelicemente entrate e uscite nel cuore degli ascoltatori in una mezza stagione di intensi passaggi radio. La decennale carriera dei TARM ci ricorda che loro sono tra i pochi a non essere mai usciti dal cuore della gente, nonostante le evoluzioni, nonostante la semplicità della loro musica. Qualcosa vorrà dire.

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ETICHETTA: DreaminGorilla
GENERE: Rock

TRACKLIST:
Spoiled
It Ends With A Smile
Axolotl
Fall From Grace Together
Wintertown
An Intruder
Porcelain
Morning Lights

E’ Humoresque il nuovo album dei pisani Novadeaf, ed è “humoresque” per davvero. Per chiarire, ci si riferisce qui più all’umore che all’umorismo, a qualcosa di passionale, che movimenta l’animo, una cosa che questo disco fa certamente. Lo fa con una certa disillusione, una tristezza quasi amara che percorre un po’ tutto nel disco, dal suo background di rumore e musica elevata quasi ad un senso di misticismo chitarristico ai testi, in cui raramente si sorride, se non per qualche ghigno beffardo. Manca, in realtà, l’ironia che lo avrebbe sollevato da una certa pesantezza lirica, chiariamoci, pesantezza positiva, di stampo quasi poetico. Rappresenta con un inglese molto curato e raffinato, per quanto italianizzato in certe strutture sintattiche, tutta la ritirata compassione per ciò che ci colpisce di più, come la morte di una persona cara, o l’incapacità di raggiungere l’obiettivo di una vita. I momenti più leggeri e morbidi sono quelli più elevati e nobili, nel portare una certa cornice romantica in primo piano: “Come What May” e “Reconstruction of the Body” si contrappongono all’impegno politico diretto di “Man On Fire”, brano di stretta attualità, potremo dire, che narra di Alfredo Ornando, scrittore siculo che si diede fuoco nel 1998 in Piazza San Pietro per protestare contro l’atteggiamento omofobo del Vaticano.

A suggerire l’interpretazione migliore rimane sempre la musica, forte delle più diverse sfumature, dal jazz al pop al noise, fino a degli accessi d’ira più propriamente grunge. Si palesa in ogni momento una sfumatura nuova in questo Humoresque, che i Novadeaf hanno dipinto come un grande quadro da ammirare con sempre maggiore precisione, scorgendovi sempre qualche dettaglio prima sfuggito. Una grandissima qualità compositiva, nonché una certa capacità strumentale che si definirebbe ineccepibile fossero stranieri (in Italia si tendono ad ignorare queste cose), completano il cerchio. Di questo disco, c’è da essere soddisfatti, sia ad averlo prodotto che ad averlo ascoltato. La più tenera e concreta maniera di acculturarsi con l’amarezza di un buon testo all’italiana, ma in lingua anglosassone, che sia uscita nel duemiladodici.

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