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Archive for the ‘GENERE: Pop Rock’ Category

Recensione scritta per Music Opinion Network

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Pop rock, alternativo

Ragioni economiche, logistiche, e probabilmente anche umane, stanno provocando lentamente la scomparsa delle band affollate di musicisti. Power duo, power trio, cantautori, one-man band, dj o coppie di dj: sono queste le forme più popolari nella musica italiana post-crisi, in qualsiasi genere e direzione si guardi.

I The Panicles, da sei anni e qualche mese, hanno sguinzagliato tutti i vantaggi della formazione in trio per raggiungere agilmente aperture di spicco (quel che è rimasto dei Deep Purple, ma forse sono più importanti per il nostro microclima i Verdena o i Ministri), tour internazionali e contratti discografici importanti con EMI e Virgin. Ma cosa piace dei The Panicles? Sicuramente il sound pop, i cori da stadio, la leggerezza dei brani che non assumono mai strutture imponenti, lunghe e noiose. In Simplicity: The Universe (Extended) ritroviamo, come nelle precedenti produzioni, le formule tipiche delle band che ammettono di stimare (Coldplay, U2, Muse, Pearl Jam), che nell’approccio di chitarra e, ancora di più, nella voce, sembrano quasi frullati insieme e restituiti in una forma certo personale, ma dove gli ingredienti sono ancora eterogeneamente distinguibili.

Il singolo Simplicity, indie-ballad danzereccia con qualcosa di Miles Kane e dei primi The Fratellis, per non dire Franz Ferdinand, è chiaramente fatto per raggiungere un pubblico numeroso. Al contrario di Your Limits, non risulta comunque radiofonica nell’accezione negativa del termine. Paralyzed corre su binari più intimisti, quasi cantautorali, mentre Tell Me Something può ricordare Simple Minds e certe chitarre dei R.E.M. della seconda metà degli anni ’90. In generale, l’idea di catchy guida tutto il disco e ne abita l’essenza, ma l’importante è riconoscergli che hanno scelto la strada, la cui facile percorribilità non è cosa ovvia e scontata come alcuni supporrebbero, del pop di classe, levigato e raffinato, per quanto ammiccante.

Per ora, una vittoria facile e senza sbavature.

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Recensione scritta per il circuito Music Opinion Network

ETICHETTA: Tuamadre Production
GENERE: Pop rock, ska, folk

L’Invasione dei Tordoputti è l’esordio sulle scene nazionali del progetto ligure Tuamadre. Se dopo “How I Met Your Mother” e la mamma di Stifler in American Pie le mamme sono tornate alla ribalta anche come oggetto di attenzioni sessuali e battute di vario genere, il nome della band evidentemente (e per fortuna) non intende andare a parare nuovamente lì. Comunque, il disco è volutamente ironico, pieno di pungente sarcasmo e siparietti comici, utili anche a spezzare il flusso delle dieci tracce (numerato in maniera molto particolare, tra l’altro) tramite segmenti recitati che intervengono a far sorridere l’ascoltatore. Siamo di fronte ad un pot-pourri ben studiato di molteplici registri stilistici, mescolati ed agglomerati con una discreta dose di genuina follia ed una capacità tecnica che si rivela indispensabile ai fini di mantenere un’eterogeneità che non alteri il succo di ogni brandello messo in campo: reggae, ska, folk, riflessi di rock anni ottanta e novanta, cangianti sfumature tropicali di matrice latina, disco dance e prog, tutto shakerato assieme ad un’elevatissima verve pop dalle tonalità calde, romantiche e di certo radiofoniche. La partecipazione di Mr. T. Bone (The Bluebeaters, Africa Unite) è la tipica aggiunta necessaria a dare dinamismo e densità ai comunicati stampa, più che altro perché stiamo parlando di artisti che non necessitano di nomi celebri per apparire, vista l’eccezionale qualità compositiva ed esecutiva di nomi come Pietro Martinelli al contrabasso e i tre fiati (sax, tromba e trombone).

Una bella sorpresa, piacevole, simpatica, martellante, solare. In definitiva, un lavoro di tutto rispetto.

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Recensione scritta per il circuito Music Opinion Network

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Pop rock

TRACKLIST:
Le Distanze (Solo Lamenti)
Casa
Baby
La Parte Più Eterna del Mondo
Nel Bianco dei Tuoi Occhi
La Leggenda Personale
Il Mio Corpo
Supernova
Kafka
Buongiorno
La Cometa
Lady G

Quattro ragazzi da Asti e una seconda uscita discografica, questo Buongiorno, intitolato come questo profetico augurio di largo utilizzo in tutte le parlate regionali italiane, leggibile anche come un messaggio di speranza che si riverbera nei testi di tutte e dodici le composizioni racchiuse nel disco. Pop-rock, elettronica, ballate rinsecchite dai soliti facili accordi, strappi distorti per lasciare impronte garage in un impianto di per sé molto pulito e levigato, strizzando sempre l’occhio all’easy listening più che alla veemenza ipercompressa che va di moda ai nostri giorni. Dal punto di vista musicale, l’album calca un terreno instabile, utilizzando i linguaggi e le modalità prima citate per circondare di significato le sfumature delle parole, le uniche vere protagoniste del parto dell’ingegno di questi Cockoo. “Supernova” predilige una fonetica imperniata su suoni piani e soavi, leggeri, puntando al contesto onirico di un uomo kierkegaardiano che contempla le stelle indovinandovi le stesse traiettorie di nascita, vita e morte che si individuano nell’esistenza umana. Non un paragone innovativo, tant’è che di recente i 373° K avevano parlato di cose molto simili nel brano “Le Stelle”, che a sua volta assomiglia a mille altri estratti di libri, sceneggiature teatrali, poesie, canzoni. In ogni caso, l’importante rimane il suo impianto di brano bello e funzionante.
La title-track mette a suo agio gli ascoltatori, relegando tutte le canzoni a rappresentare parti diverse di una riflessione lunga e che inizia, guarda caso, al mattino. Evitando l’ovvia citazione proverbiale sul buongiorno e il mattino, è ora di arrivare al brano forse più vendibile, “Baby”, scelto per il concorso di Sanremo Giovani duemilatredici dove ha ottenuto un buon piazzamento da pezzo finalista, e a ragione. Si perché “Baby” è senz’altro il passaggio più filosoficamente introspettivo di questo disco, azzeccato anche per la scelta di usarlo per aprire la parte più intensa del disco, il trittico centrale composto da “La Parte più Eterna del Mondo”, “Nel Bianco dei Tuoi Occhi” e “La Leggenda Personale” che, proprio in questo ordine, rappresentano i momenti meno appariscenti ma quelli più efficaci. Buono l’apporto ritmico di Colombaro, semplice ma colorato da uno spirito che nella sua essenzialità riesce a non essere mai banale.

Uscite miracolose nel duemilatredici e nelle prime due settimane del duemilaquattordici non ce ne sono state molte, e anche i Cockoo non sono di certo una novità storicamente rilevante. Questo Buongiorno però contesta tutte le pratiche buoniste che si attribuiscono a questa parola, finendo per dimostrare proprio come la riflessione interiore, anche per accrescere la confidenza e la conoscenza di sé stessi, passi sia per una sana dose di vittimismo e depressione, che attraverso la musica. Perché no, anche tramite quella dei Cockoo.

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Recensione a cura di Andrea Marigo

ETICHETTA: Domino
GENERE: Rock, pop

TRACKLIST:
Do I Wanna Know?
R U Mine?
One for the Road
Arabella
I Want It All
No. 1 Party Anthem
Mad Sounds
Fireside
Why’d you only Call Me When You’re High?
Snap Out of It
Knee Socks
I Wanna Be Yours

Probabilmente qualcuno potrebbe definire questo sesto lavoro degli Arctic Monkeys come  il lavoro più completo ed esaustivo della band di Sheffield.
No.  Per me non è così.
Gli Arctic devono ancora farlo il “loro” disco, ci sono andati vicini più  volte, ma ancora non è questo, non fosse che AM parte abbomba con le prime 4 tracce, per poi afflosciarsi su di se.

Do I Wanna Know? è un gioiello di essenzialità, R U Mine? è una bomba, One for the Road ed Arabella si somigliano molto soprattutto per quello che concerne la parte ritmica, (anche se questʼultima riserva un bel riff molto Black Sabbath) parte ritmica che diventerà ripetitiva in diverse tracce tra lʼaltro.
Da qui in poi, tutto il disco prosegue alla ricerca di unʼessenzialità sonora inedita per Turner e soci.
Ripeto la parola essenzialità volutamente perchè a forza di cercare lʼessenziale ci si è giocato un album intero a mio avviso, brani come la conclusiva I Wanna Be Yours o Why’d You Only Call Me When You’re High, che presi singolarmente sarebbero anche ottimi pezzi, alla lunga (ma anche dal terzo ascolto) fracassano le palle nellʼinsieme del disco.
La ballata No.1 Party Anthem e la beatlesiana Mad Sounds, altri buoni brani ascoltati a random, in questa tracklist alla fine smosciano.
E poi sto falsetto in continuazione? ebbasta!

Detto ciò AM in sè racchiude 12 brani buoni, con una produzione molto curata, ma siccome un album va valutato nellʼinsieme io dico: mezza delusione, il loro miglior lavoro rimane ancora Humbug.

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Questa recensione sarà inserita su Music Opinion Network

ETICHETTA: SFR
GENERE: Pop rock, post-grunge

TRACKLIST
01. No life
02. The scent of lights
03. The quiet riot
04. Essential
05. Instant’s mind
06. Surrenders to rise
07. Brand new song
08. shine on
09. Everything
10. Mayf
11. Edges
12. Us
13. Waterlily

Gli Ordem sono una di quelle band, non ancora salite agli onori delle cronache, che si pensa lo faranno presto. E’ palpabile questo sentore, vista anche la qualità di un’uscita come The Quiet Riot, prodotto non così bello in quanto a innovazione, ma azzeccato con buona parte degli altri metri di valutazione. Pop, rock, hard rock, quiescenze malcelate di ribellione punk, brit-pop (nei testi), melodie radiofoniche a tonnellate. Nel marasma di tutti questi linguaggi, che in questo progetto convivono in una fusione del tutto omogenea, non si nota certo un livello di scrittura sopra la media, anche se “appiattimento” non è il termine giusto per descrivere tutto questo. Le ritmiche, così come le linee melodiche, ricordano molte band dei contesti sopra citati, da John Hiatt ai Little Village, passando per Counting Crows, Dave Matthews Band e Better than Ezra, con accenni di più acerba e amara malinconia che ricordano i Manic Street Preachers più rockettari e i Gin Blossoms di quando si osava anche nel melenso. “No Life” è un brano dolce, perfetto per far risaltare la grandezza vocale di Scalese, vero frontman e trascinatore degli Ordem, riuscendo a sollevare anche alcuni momenti di bassezza compositiva (mai eccessivamente deprecabile, sia chiaro) e ripristinare verso buoni standard qualitativi tutti i momenti in cui compare il suo inglese stentato ma congeniale a tutte le tredici canzoni, in particolare alla bellissima “Instant’s Mind”.

Il debutto degli astigiani è senz’altro interessante. Lontano dalla logica provocatoria dell’estetica punk o glam cui comunque attingono in minima ma percettibile parte, più vicino agli anni novanta più pop, diventa il compendio perfetto di una cultura che dal post-grunge all’indie pop abbraccia quella che è la cultura musicale del 70% dell’ascoltatore impegnato italiano degli ultimi anni, o perlomeno di chi condivide l’età anagrafica degli Ordem (anche se non tutti considerano ancora validi Tonic, Collective Soul, Dishwalla e Vertical Horizon). Per questo, ma anche perché la band ne capisce di tutto ciò, The Quiet Riot è un valido palliativo all’assenza di qualità nel pop italiano moderno.

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ETICHETTA: La Tempesta Dischi
GENERE: Pop, folk, reggae

TRACKLIST:
Come Mi Guardi Tu
I Cacciatori
Bugiardo
La Mia Vita Senza Te
Alle Anime Perse
La Fine del Giorno (Canto n° 3)
La Via di Casa
Bene Che Sia
E Poi Si Canta
Il Nuovo Ordine
Di Che Cosa Parla Veramente Una Canzone

I Tre Allegri Ragazzi Morti sono ormai un pezzo imprescindibile della storia della musica italiana. Connessi in maniera inscindibile alla realtà discografica più importante della scena indipendente, ovvero La Tempesta Dischi, sono portavoce di un linguaggio e di un modo di fare musica che riesce a collegare pop, rock e linguaggi radicalmente rivoluzionari in maniera comunque radiofonica ed immediata. Lo stile dei testi di Toffolo, noto anche come fumettista, si ripercuote da sempre sull’immaginario della band, portando le sue liriche ad un livello superiore, quasi come fossero disegni, schizzi di colore, dipinti. E’ stato cantato molte volte con essi l’amore, in termini a volte bambineschi a volte tragici, palesando comunque uno spirito adolescenziale che, nonostante gli anni dei componenti, non si è mai sopito, e facendo leva anche sulla vocazione comunicativa di un progetto che comunque trova nelle sue origini punk una sorta di senso sotterraneo di rivoluzione e di ribellione. Nel Giardino dei Fantasmi è il gradino ultimo di una scala che li porta ad aver raggiunto il modo perfetto di parlare di questo sentimento interno di sollevazione, appropriatisi concretamente di un linguaggio semplice ma che può trasmettere, sia ai giovani che ai meno giovani, l’idea che la musica possa anche avere un messaggio esortativo in grado di sobillare ed innalzare l’animo di una persona, spingendola a fare qualcosa per cambiare la situazione. I “fantasmi” contenuti in questo disco prendono la forma di persone defunte, di persone che non sono riuscite a realizzare il proprio sogno, che si sono smarrite. Un tragitto di evocazione, preghiera ed invocazione permea le undici tracce. Il tutto, dal punto di vista musicale, è realizzato strizzando l’occhio alle nuove contaminazioni che nella scena italiana stanno penetrando in maniera solida nell’impianto strutturale di molte delle storiche band nostrane, TARM inclusi: ecco quindi stabilizzate le influenze reggae, introiettate a dovere dopo lo shock dato dal repentino cambio di linguaggio avuto in Primitivi del Futuro, onnipresenti anche qui, fuse con una sorta di collezione di incursioni etniche, funk, blues, soul, guardando quindi più fuori che dentro il nostro panorama. E’ uno solo, difatti, il brano che ci può ricordare da dove derivano i Tre Allegri Ragazzi Morti più aggressivi e diretti, ovvero “La Via di Casa”, mentre si sfocia nella ballad melodica nella conclusiva “Di Che Cosa Parla Veramente Una Canzone”. Sono invece instant classic della loro discografia gli estratti che per primi sono stati dati in pasto al pubblico, ovvero “La Mia Vita Senza Te” e “La Fine del Giorno (Canto n° 3)”, fondamentali passaggi di un disco che riesce a raccontare con la semplicità di poche frasi, a mo’ di filastrocca, molto più di quanto le tonalità epiche e letterariamente dense di molti testi italiani degli ultimi anni riescano a fare. Necessario l’ascolto attento anche della cupa “Alle Anime Perse”, felicemente inscritta in un circolo di canzoni più tetre che da sempre fa capolino nelle tracklist dei dischi dei TARM, a tratteggiare un filo comune con l’estetica post-gotica e tetra dei disegni di Davide Toffolo.

Concludendo, i Tre Allegri Ragazzi Morti non hanno deluso le aspettative con un disco che ne attesta una maturità ormai raggiunta da tempo, che li costringe ad esplorare nuovi terreni per non ritrovarsi a ripetere cose già dette e già fatte. Che il risultato riesca ad emozionare non è cosa da poco, in un duemiladodici musicalmente vuoto dove i tentativi di dare allo snobismo della comunicazione hipster la palma di vera rappresentazione della musica italiana ha prodotto solo band passeggere infelicemente entrate e uscite nel cuore degli ascoltatori in una mezza stagione di intensi passaggi radio. La decennale carriera dei TARM ci ricorda che loro sono tra i pochi a non essere mai usciti dal cuore della gente, nonostante le evoluzioni, nonostante la semplicità della loro musica. Qualcosa vorrà dire.

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ETICHETTA: DreaminGorilla
GENERE: Rock

TRACKLIST:
Spoiled
It Ends With A Smile
Axolotl
Fall From Grace Together
Wintertown
An Intruder
Porcelain
Morning Lights

E’ Humoresque il nuovo album dei pisani Novadeaf, ed è “humoresque” per davvero. Per chiarire, ci si riferisce qui più all’umore che all’umorismo, a qualcosa di passionale, che movimenta l’animo, una cosa che questo disco fa certamente. Lo fa con una certa disillusione, una tristezza quasi amara che percorre un po’ tutto nel disco, dal suo background di rumore e musica elevata quasi ad un senso di misticismo chitarristico ai testi, in cui raramente si sorride, se non per qualche ghigno beffardo. Manca, in realtà, l’ironia che lo avrebbe sollevato da una certa pesantezza lirica, chiariamoci, pesantezza positiva, di stampo quasi poetico. Rappresenta con un inglese molto curato e raffinato, per quanto italianizzato in certe strutture sintattiche, tutta la ritirata compassione per ciò che ci colpisce di più, come la morte di una persona cara, o l’incapacità di raggiungere l’obiettivo di una vita. I momenti più leggeri e morbidi sono quelli più elevati e nobili, nel portare una certa cornice romantica in primo piano: “Come What May” e “Reconstruction of the Body” si contrappongono all’impegno politico diretto di “Man On Fire”, brano di stretta attualità, potremo dire, che narra di Alfredo Ornando, scrittore siculo che si diede fuoco nel 1998 in Piazza San Pietro per protestare contro l’atteggiamento omofobo del Vaticano.

A suggerire l’interpretazione migliore rimane sempre la musica, forte delle più diverse sfumature, dal jazz al pop al noise, fino a degli accessi d’ira più propriamente grunge. Si palesa in ogni momento una sfumatura nuova in questo Humoresque, che i Novadeaf hanno dipinto come un grande quadro da ammirare con sempre maggiore precisione, scorgendovi sempre qualche dettaglio prima sfuggito. Una grandissima qualità compositiva, nonché una certa capacità strumentale che si definirebbe ineccepibile fossero stranieri (in Italia si tendono ad ignorare queste cose), completano il cerchio. Di questo disco, c’è da essere soddisfatti, sia ad averlo prodotto che ad averlo ascoltato. La più tenera e concreta maniera di acculturarsi con l’amarezza di un buon testo all’italiana, ma in lingua anglosassone, che sia uscita nel duemiladodici.

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ETICHETTA: Helium 3, Warner
GENERE: Pop rock

TRACKLIST:
Supremacy
Madness
Panic Station
Prelude
Survival
Follow Me
Animals
Explorers
Big Freeze
Save Me
Liquid State
The 2nd Law: Unsustainable
The 2nd Law: Isolated System

The 2nd Law è, a conti fatti, la sesta (settima con Hullabaloo, live ma contenente molti inediti) fatica discografica del trio di Teignmouth. Giunti ad un punto della loro carriera in cui, allo stesso modo di band come U2 o Coldplay, sono in grado di riempire stadi anche senza produrre materiale di gran qualità, la svolta tanto declamata risulta immediatamente assente, anche ad un ascolto disinteressato. Note storiche: i Muse degli inizi, quelli di Showbiz e del perfetto Origin of Symmetry, si accavallavano tra tonnellate di potentissimi riff di chitarra, liriche apocalittiche e un pianismo molto particolare e moderno, componendo un rock mai banale che nonostante particelle di pop nascondeva una realtà di innovazione che sconvolse il panorama mainstream. Absolution fu la prova del nove, rito iniziatico, però, di quel percorso discografico in discesa che li ha portati in vetta alle classifiche e ai minimi storici, con questo The 2nd Law, in termini di personalità ed originalità. E se Black Holes and Revelations e The Resistance riuscivano ancora a presentarsi come dischi completi, dove ogni brano era contemporaneamente autosufficiente e in grado di dare senso al resto del lavoro, era comunque evidente che di nuovo non si poteva intravedere più nulla.
The 2nd Law è la realizzazione definitiva della chimera di trasformarsi nei loro idoli, una volta raggiunto il successo. E’ per questo che anche i brani migliori sono simili a qualcos’altro: Panic Station è Another One Bites the Dust dei Queen cantata da Prince con degli accenti di Stewie Wonder; Survival inizia con un piano alla Chopin per poi diventare una ballad epica che interessa principalmente per i suoi assoli baldanzosi e ipercarichi, che danno il meglio dal vivo (e la voce è di nuovo Freddie Mercury); Animals prova a rappresentare quell’universo Radiohead che la voce di Bellamy ha sempre ricordato (meno ultimamente) con degli arpeggi tipicamente pinkfloydiani; la migliore del disco, la cavalcata ledzeppeliniana d’apertura Supremacy, ricorda prima Kashmir poi i Rage Against The Machine nei riff di chitarra, infine Follow Me e una delle due tracce strumentali conclusive, Unsustainable, espungono dalla lista dei generi mai trattati dai Muse anche la dubstep, tirando in ballo quel sound graffiante, rallentato ma comunque ballabile portato in cima alle chart da Skrillex negli ultimi tempi. Anche il secondo singolo estratto, il tormentone Madness, risulta quasi un’autocitazione di Undisclosed Desires, ma rispetto a quella si fa memorizzare con più facilità e fa pienamente il gioco di questo disco, quello di creare brani che nessuno dimenticherà più, volenti o nolenti. Big Freeze e Explorers scivolano via senza nemmeno farsi ricordare molto, invece, se non per essere più o meno una sintesi di quanto fatto dai Muse negli ultimi tre dischi, riecheggiando Soldier’s PoemInvincible e, nei momenti migliori, Guiding Light.

Non è esattamente brutto, The 2nd Law, e tutto quanto riportato sopra riguarda le citazioni, le influenze troppo eterogeneamente riconoscibili. Analizzandolo sotto una veste pop raggiunge senz’altro interessanti livelli di appeal radiofonico, incastrando anche i suoni più deboli in un quel velo epico che l’immagine “futuristica” della band tende a incastonare dovunque. Il lavoro sul sound è notevole, così come gli inserimenti di fiati e archi che, degnamente, regalano una veste magniloquente e pomposa a molti dei brani (soprattutto alla potente Supremacy, già scelta come opener dei live, per il cui ruolo è senz’altro perfetta). Ad innalzare il livello compositivo intervengono soprattutto gli assoli di chitarra, lontani dall’essere innovativi, ma che ricordano ai più che i Muse non sono senz’altro una band incapace di suonare e che stanno già creando la tradizionale sequela di imitatori su YouTube (alcuni con la signature di Bellamy, la celebre glitterati), e il nuovo protagonismo vocale del bassista, che canta da solo in un paio di brani, molto interessanti (Liquid State e Save Me), tematicamente legati al suo passato da alcolista.

In sintesi, la decenza di questo disco non risiede nella novità, o nella “linea” che Wolstenholme dichiarava di “voler tirare” su un certo periodo della loro carriera. Convive con la grandezza di una band che è riuscita a reinventarsi nel pop dopo aver inventato tutt’altro, è insita nella loro capacità di non scrivere mai brutte canzoni anche quando sembrano collage di pezzi altrui, anche quando il confine tra authorship e plagio è a un tiro di schioppo. Il clima giocoso di certe loro esibizioni dal vivo ricorda anche che questa è una band che si diverte e, se dal punto di vista discografico e critico questo non significa niente, ricordiamoci che sono comunque esseri umani, che diventare fenomeni dello spettacolo non è solo negativo, e che se si riesce a fare un disco così mantenendo alta la barra della qualità anche quando si è dentro un personaggio che ti racchiude così strettamente forse un minimo di intelligenza e maturità compositiva bisogna pur averla. Come dire, non tutto il pop è fatto per piacere a scatola chiusa (vedi gli ultimi dischi degli U2).
Morta la capacità creativa della band, rimane la futuribile ricerca di un linguaggio electro-pop che, sicuramente, accompagnerà la loro esibizione da prima band nello spazio e, di conseguenza, la loro carriera da qui a venire. I vecchi fan dei Muse, in un modo o nell’altro, dovranno abbandonare la nave, o perlomeno sembra questo il triste presagio.
Concluderei così: The 2nd Law è perfetto per i fan degli ultimi dischi, esalazione dell’ultimo respiro di sopportazione per quelli di Origin of Symmetry.

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ETICHETTA: Killer Pool Records
GENERE: pop, rock, elettronica

TRACKLIST:
La Stabilità
Rondini
Settembre
Shooting Stars
Hiroshima
Suore
La Tempesta
Etica
Vincoli
L’Inganno
Vertigine

No. E’ questo il titolo scelto dai romani Kardia per la nuova uscita, che tentano con questo lavoro di abbandonare il terreno vastissimo dell’underground laziale per raggiungere i lidi meno affollati dell’alternative rock più mainstream. Non è casuale, quindi, il sound denso ma ripulito che costella questo disco, la forma-canzone concentrata in poche formule pop che sentiamo abbastanza ciclicamente ripetute nel disco e sferzate di elettronica modaiola. Detta così sembrerebbe che questo album non si faccia granché apprezzare, ma in realtà è sorprendente la coerenza del suo scorrere: piuttosto corto, nelle sue undici canzoni riesce in realtà a dare e darsi la possente concretezza synth-pop del primo Battiato, non disdegnando neppure i Bluvertigo e i nuovi lavori di Andy, qualche capatina nella new wave (Joy Division ma anche New Order), i The Smiths oppure il punk che contraddistinse il loro passato. “Rondini”, “Hiroshima”, “Suore” e “Vertigine” basterebbero, come quartetto, a far capire di cosa parliamo.

Concettualmente un’uscita discografica interessante, che punta in alto senza svendersi, per questo originale produzione seminale che può ingenerare novità di grande rilievo nella loro carriera e, eventualmente, in qualche imitatore.

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Recensione a cura di ANDREA MARIGO
ETICHETTA:  Tomobiki Music
GENERE: Pop rock

TRACKLIST:
1. Latito
2. Cartolina
3. Fieno
4. Chetamina
5. Apotheke

Voto: 2/5

Tra le varie sfaccettature che le band possono prendere in considerazione per la propria carriera, vi è quella che porta a dire che il musicista è un lavoro e non si può più fare se non ci si conforma agli standard musicali imposti da major e tv.
Oggigiorno, in Italia, pare proprio sia così.
Le ragazzine si fanno le foto allo specchio da mettere nei social network e le All Star vanno di moda.
Il Fieno è una band milanese, di fresca nascita (2010) e i testi di questo EP rappresentano bene la visuale della nuova generazione del nostro tempo: avere a che fare con la noia, mancanza di emozioni, senso di vuoto, menefreghismo.
Propongono questo lavoro di cinque brani dove si sente la volontà di entrare nel mainstream musicale, usando la formula del puro pop radiofonico italiano mascherato di rock, che si nota di più nell’attitudine fotografica che nel sound. In tutti i pezzi aleggia  lo spettro del già sentito, ma pare proprio che l’intento della band sia questo, il non distinguersi dalle altre mille band che cercano di fare la medesima cosa. Ricordano dei Modà meno lagnosi (per fortuna) e soprattutto i Caponord (ex Karnea).
Come tradizione italiana vuole, la voce è messa in primo piano, comunque ben supportata dalle doti canore del cantante. Non c’è molto da dire sui brani in sé, è pop italiano del giorno d’oggi per un pubblico da TRL.
Il peccato è che i quattro milanesi parrebbero anche capaci d’altro, come nella traccia di chiusura “Apotheke”, dove si percepisce la voglia di cercare di andare per una strada leggermente più personale, che se inseguita con più coraggio potrebbe portarli al grande salto con un giusto compromesso.

Consigliati se vi piacciono i Modà meno lagnosi e i Caponord.

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Ritorna IN BREVE, rubrica assente da tempo, per parlare di tre uscite da noi ritenute molto interessanti, a cavallo tra duemilaundici e duemiladodici. Il primo, anno dell’aria fritta e di qualche piacevole novità, il secondo già partito bene ma che come il 2011 finirà per il deludere.
Ma tenteremo di non sconvolgere la vostra mente aperta oltre.

MARCO SPIEZIA – SMILE 🙂
folk/cantautorato – 2011 – etichetta: Accorgitene TM/Screenplay
Missione: saltare. New wave, indie, alt-rock, tutti i generi più in voga degli ultimi anni rimangono fuori da questa piccola perla di rumore acustico folk-swing di ottima fattura. Da maneggiare con cura, perché è un fragile e intenso lavoro di chitarra acustica e sfiatacchiamenti ska che non deludono mai; niente riff orientaleggianti di natura pacchiana, niente fisarmoniche a gogò, ma tanta voglia di fare tanto con poco, usando solo i classici strumenti della “band”. Piccola gemma di letteratura suburbana e musica ballabile senza le pretese di essere vintage. E ora: scatenarsi sotto il palco.

L’AMO – DI PRIMAVERA IN PRIMAVERA (ascolta qui)
indie pop – 2011 – etichetta: Fallo dischi
Un bel disco. Ci si sentirebbe in colpa a concludere qui, tante sono le cose da discutere. Di Primavera in Primavera è un album bollente, un forte calderone rock dalle distorsioni calde, che fondono alt-rock punkeggiante italico à-la-TARM, con i vizi new wave del primo periodo di militanza di Davide Toffolo nei Futuritmi. Come dei Joy Division in panico e con il triplo della voglia di spaccare, la vena è ballerina, potente, incalzante e sbrodolata con una produzione mediocre ma che dà la giusta dimensione del rock fatto con le palle. Sentire “Sulla Svirilizzazione di Quagliarella”, in conclusione, per credere, sviscerando anche tutta l’ironia di liriche veramente fuori dal comune. Per un’etichetta come Fallo Dischi, un’altra uscita veramente spettacolare.

JET SET ROGER – LA COMPAGNIA DEGLI UMANI
pop rock – 2011 – etichetta: Kandinski Records
Questa è musica d’autore, pop rock italiano che con il cantautorato ci va a nozze, ma che non smette di contaminarsi di nuove bellezze d’oltreoceano. Come un indie pop sfrontato e semplificato, freddo, che penetra in alcuni di questi italianissimi brani (“Guarda Fuori”, “Ti Avvelenerò”), mentre invece il suo cuore è britannico, spostando il raggio d’azione verso un brit-pop più pazzerello e bohemien, alto di spalle, dalle forti venature liriche. Cinismo e metafisica trascendentale per dei testi misantropi e di grande pregio, mentre l’inquietudine del pop nero di La Compagnia degli Umani vi permeerà della sua malizia profondamente idealista, romantica. Un Wilde in musica negli anni della musica fallita. Da non perdere.

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ETICHETTA: Novunque, Self
GENERE: Pop rock

TRACKLIST:
1. Sogno Antico
2. Il Mio Canto
3. Dea
4. Tutte le Parole
5. Goccia a Goccia
6. Incanto
7. Prova a Cercarmi
8. Il Tuo Ritorno
9. Giochi Ancora
10. Lontano

Il Salento alternativo pullula di artisti interessanti. Una compilation di XL di pochi mesi fa, Puglia Sounds Now, ne portò al grande pubblico alcuni (altri erano già mainstream da tempo) e tra questi non mancava Lucia Manca. Spinta da un personaggio di innegabile fama ed importanza come Giuliano Dottori degli Amor Fou, la cantautrice esordisce con un album destrutturato, volutamente semplice, dai toni tiepidi e solari, completato in maniera assolutamente geniale dall’esterofilia delle musiche sormontate da testi in italiano di ottima fattura. Mai sottovalutare il valore letterario di un disco, del resto.
Dal pop-rock in salsa indie/western di “Prova a Cercarmi”, al folk rock di “Il Tuo Ritorno”, “Il Mio Canto” e “Giochi Ancora”, passando per ingredienti vagamente vintage e inserti che ricordano non solo Pj Harvey, ma anche Bjork, i Sigur Ròs e i Mumford and Sons, non manca niente, una variazione continua di registro che riesce comunque a trovare coerenza e continuità nell’alternarsi delicato e deciso delle dieci tracce. Si potrebbero citare anche Beirut, gli Arcade Fire, i The National e Neil Young, per chiudere il cerchio e capire da dove questo self-titled prende tutta la sua forza comunicativa, imbrigliata forse da alcune soluzioni un po’ troppo prevedibili e già sentite, ma mai evitando di stupire con cambi di tempo e d’intensità degni di un lavoro molto più maturo di quello che sembra in superficie. I dettagli molto curati ed esplorati con attenzione per ricavarne il massimo risultato (non necessariamente con il minimo sforzo, vista la ricercata espressività, dal forte impatto, di un brano come “Goccia a Goccia”), donano a questo lavoro una patina di stagionatura, come segni evidenti di una crescita intellettuale ed artistica della quale è impossibile non rimanere sorpresi.

Un disco così è sicuramente poco appariscente e faticherà a trovare un posto nelle attenzioni degli hipster o dei fissati del “cantautore del momento” che popolano il sottobosco del blogging musicale italiano. Tutto sommato, i tantissimi spunti si trasformano in scintille che, viste le premesse più che discrete, riusciranno a raggiungere qualche materiale infiammabile per divampare e diventare, nel prossimo full-length, qualcosa di più solido, corposo e degno di nota. Un album prescindibile ma sicuramente di grande pregio.

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Recensione di GIACOMO “JACK” CASILE
ETICHETTA:  Tannen Records
GENERE: Pop rock

TRACKLIST:
1. Cowards
2. Do You Remember
3. Love Love Love
4. Fat Boys
5. Soldier of Love
6. There’s no Need to Complicate This Life, Everything is Gonna Be Alright
7. Fabienne
8. Confession
9. Your Picture
10. Around Here
11. The Goonies ‘r Good Enough

Ormai è dagli inizi degli anni zero che il mainstream musicale pone grande attenzione verso qualunque band proponga un revival rock a cavallo tra il garage e melodie di chiaro stampo brit pop. Tutto è iniziato grazie al successo ottenuto da band come The Strokes e Franz Ferdinand con i rispettivi dischi d’esordio. Da allora questa forma di indie rock è diventata tra le più inflazionate degli ultimi anni con migliaia di uscite discografiche tutte uguali e di una banalità incredibile. Ecco allora spuntare da ogni parte del mondo band che si cimentano nelle modaiole sonorità British; infatti, anche questo “Eleven” dei nostrani Home, qui alle prese con il terzo lavoro in studio, propone esattamente tutti gli stereotipi del genere. Tutti i brani presentano strutture abbastanza semplici e melodie easy listening che si rifanno ai vari The Hives, Arctic Monkeys, The Vines et similia. La produzione del disco è ottima e i musicisti dimostrano un buon bagaglio tecnico, ma le canzoni sono troppo poco personali. Ogni traccia riporta in mente qualcosa di già sentito e nessuna riesce a spiccare nel mucchio, però si tratta indubbiamente di motivetti costruiti bene che le nuove generazioni cresciute a pane e brit pop apprezzeranno. Io dalla mia posso dire solo che nell’ultimo decennio raramente abbiamo assistito a proposte musicali originali, ma questa specie di indie rock da classifica di anno in anno risulta sempre più fastidioso e banale poichè vengono riproposte sempre le solite melodie ormai vecchie come il cucco con la variante solo della produzione moderna. Visto che di questi ultimi tempi la moda è stata il revival, spero di cuore che ritornino alla ribalta le sonorità rabbiose degli anni 90, almeno così riascolteremo un pò di vera musica alternativa e indipendente.

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PROSSIME DATE
14 gennaio 2012 – SIDRO CLUB, Savignano sul Rubicone (FC)

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Recensione a cura di Andrea Marigo

ETICHETTA: Brown, Fat Possum, Columbia
GENERE: Pop, rock

TRACKLIST:
1. Factory
2. Compliments
3. Laredo
4. Blue Beard
5. On My Way Back Home
6. Infinite Arms
7. Dilly
8. Evening Kitchen
9. Older
10. For Annabelle
11. NW Apartment
12. Neighbour

VOTO: 4/5

Per la gioia mia (ma forse non dei vecchi fans) i Band Of Horses non sono più indie-rock come nei due album precedenti.
Quando ho dovuto etichettare con un genere questo disco, sono andato in paranoia.
Ero sicuro di recensire un disco indie-rock targato Band Of Horses, ma non era corretto in questo caso.
Guardai la copertina dellʼ album: un cielo blu, e le stelle.
Un cielo che profuma di America, quella con la polvere e gli stivali di pelle.
Lo ascoltai e pensai al country, ma non bastava perchè sbucava anche del rock, tutto orchestrato in chiave pop.
Ascoltai bene la voce, quella voce bellissima di Ben Bridwell supportata da cori continui, calibrati ma incisivi in modo magistrale dai suoi compari Tyler Ramsey e Ryan Monroe.
Allora forse capii che era la voce che trainava il tutto ed avevo ragione.
Si ma non bastava.
Le chitarre? La batteria riverberatissima? Si ci sono, poste appena più sotto, ma contano.
Ero sicuro, è pop. Poi rock.
O forse rock e poi pop.
Allora indossai una camicia a quadri e misi il disco in auto, guidai per le valli e capii sempre di più che tutti i generi citati erano lì.
E che è un album che dura un giorno. E va in base al meteo.
Alla mattina, partii con il sole, mi prendeva bene, cʼ era poco da fare, sorridevo, “Compliments”, “Dilly”, “NW Apartment” e “Laredo” (questʼ ultima gasa davvero!) volume alto e buon umore.
Continuai a guidare, io, il sole e i colli, pensando a cosa avrei dovuto fare e non facevo “Infinite Arms”, “Older” sorretto da atmosfere trasognanti sporcate di country.
Il tempo scorreva e il cielo cambiava.
Guardando lʼ orologio accanto al bracciale, che mi aveva regalato la mia donna quando era ancora mia, iniziò a piovere, le gocce cadevano tristi sul vetro e allora mi fermai a fumare una sigaretta pensando che lei era bella davvero “For Annabelle”, “Neighbour”, e
forse mi mancava “Evening Kitchen”.
I pensieri andavano e guardavo il panorama.
Decisi di tornare a casa, ora che era quasi sera e non pioveva più.
Con la pioggia se nʼ erano andati anche i pensieri più malinconici e il tramonto finiva il suo lavoro e mi guidava verso casa “Factory”, “On My Way Back Home”.
Mi stesi a letto, non mi preoccupavo più del genere, aspettavo di addormentarmi con le cuffie nelle orecchie.
Guardai fuori dalla finestra, “Blue Beard” e c era il cielo blu, e le stelle

SITO UFFICIALE

VIDEO DI “Is There A Ghost” DAL DISCO “Cease to Begin”

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ETICHETTA: Warner Bros.
GENERE: Pop rock, funky, alternative rock

TRACKLIST:
1. Monarchy of Roses
2. Factory of Faith
3. Brendan’s Death Song
4. Ethiopia
5. Annie Wants A Baby
6. Look Around
7. The Adventures of Rain Dance Maggie
8. Did I Let You Know
9. Goodbye Hooray
10. Happiness Loves Company
11. Police Station
12. Even You Brutus?
13. Meet Me At the Corner
14. Dance, Dance, Dance

Ed ecco il ritorno tanto atteso dei Red Hot che riattaccano la spina proprio da dove l’avevano staccata, con un nuovo tuffo nelle chart mondiali che si presenta, in realtà, come un’uscita poco appetitosa, soprattutto per l’assenza di Frusciante alle sei corde. Il funky della band, nella veste pop dell’era incominciata con Californication, è sempre lo stesso, profondamente radicato in quel linguaggio prevalentemente melodico che se da un lato non smette di trarre giovamento da una ottima capacità strumentale di tutti i componenti (per la prima volta anche da Kiedis), dall’altra risulta in questo momento stagnante, quasi tagliando un virtuale traguardo con eccessiva fatica.
In realtà un pugno di novità le possiamo anche individuare: si sperimenta di più con i ritmi in levare e la ballabilità del groove di basso, gli incroci tra ritornello cantato e strofa rappata si fanno più originali (ma interamente devoti all’orecchiabilità più assoluta), e Klinghoffer suona in maniera completamente diversa da John, regalando momenti di completo spaesamento al fan medio. La chitarra dei primi due brani, “Monarchy Of Roses” e “Factory of Faith”, ad esempio, è senz’altro molto diversa da quanto Frusciante avrebbe prodotto sui medesimi pezzi, utilizzando un sound diverso e uno strutturamento dei riff tutto suo. La qualità di questi due episodi invece è pesantemente discutibile.
Per il resto, sinceramente, poco da dire: il primo singolo, “The Adventures of Rain Dance Maggie” stilisticamente si avvicina ai peggiori brani di Stadium Arcadium, che non si ricordano certo per la loro bellezza. Il ritornello è debole, così come l’impianto stesso della canzone. Funziona come singolo, come funzioneranno praticamente tutti i brani ma è evidente che anche la spiccata vena melodica dei “peperoncini” si è esaurita qualche album fa, lasciando traccia di qualche imitazione di bassa tacca (“Ethiopia” e “Annie Wants A Baby” sono due brani molto catchy, ascoltabili, carini, ma ditemi che non avete già sentito queste cose in altri mille brani dei Red Hot!) che non farà certo ricordare questo disco per la rivoluzione del millennio. “Dance Dance Dance” dà il contentino tecnico/ballabile finale pur non stupendo, così come “Even You Brutus” ricorda i fasti pop di Californication ma con un distacco evidente provocato da un’evoluzione del pezzo sempre teso al suo ritornello, più che alla canzone intera. Aspetto che scorrendo il disco ritroveremo sostanzialmente lungo tutta la sua durata. Regalando il premio di brano più “radiofonico” dovremo scegliere la tiratissima “Look Around”, anche questa trascinata verso il basso da un sentore di “già sentito” che però si risolve con uno splendido ritornello, forse il migliore del disco. E se non vi piace, avete capito perché non state ascoltando un album rivoluzionario come la grossa promozione che si sta facendo lascerebbe intendere.

Abbiamo quattro ottimi musicisti, ancora carichi dal punto di vista tecnico e fisico (perché i Red Hot sono anche questo); abbiamo quattordici brani che assomigliano tutti a qualcosa di già fatto, o semplicemente si assomigliano troppo tra di loro per far risultare questo disco qualcosa di sconvolgente; infine, notiamo il progressivo finire della mentalità mainstream anche dei fan originali e poi convertiti al pop dei Red Hot, stancati dalle ultime deboli fatiche (By The Way e Stadium Arcadium) oppure semplicemente interessati ad altro. E’ giusto infine lamentare anche l’esaurimento semidefinitivo di una verve estetica e muscolare che gli anni iniziano a togliere loro, nonostante ancora gli si attribuisca un flusso d’erotismo derivante dalle canzoni che si fatica a spiegare con il fiacco risultato di questo I’m With You. La formula vincente dei Red Hot gli porterà sempre la giusta quantità di denaro e fama per giustificarne una meccanica riproduzione priva di evoluzioni, ma evidentemente è anche corretto lamentarsene.

Non ci fossero stati gli ultimi due dischi, lo avremo anche potuto apprezzare, ma in questo momento, e con questa sterile densità di qualità, purtroppo non ce n’era alcun bisogno.

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ETICHETTA: Alka Records
GENERE: Pop Rock

TRACKLIST:
1. Indifferente
2. Funerale di Un Automa
3. I Wanna Wake Up

The Bankrobber, formazione di Trento.
Quattro ragazzi, e tutti, almeno una volta, nel disco hanno cantato.
I brani sono tre, meno dei componenti. Beh, del resto è un EP.

Contenuti: Un pop rock italiano fortemente contaminato dai Pulp, un po’ anche dai Suede, e dalla musica vintage di certi seventies, forse anche sixties; un sapiente uso di sintetizzatori e forti guitar tunes dall’animo molto, a volte troppo, radiofonico. Le due voci principali, quelle di Oberti e della chitarrista Lorenza Piccinelli, fanno un ottimo lavoro, si sostengono a vicenda, sono fondamentali nel “colorare” ulteriormente di toni brit i tre brani. La title track, in qualche modo il singolo, è il brano migliore.
Il risultato è un trittico di pezzi semplici, quasi stringati, per questo d’impatto, dove le voci e le chitarre da protagoniste sorreggono, più che essere sorrette, un comparto ritmico, pure questo, decisamente lineare e compatto. Ne guadagnano i brani e quella sensazione di “sicurezza” che quasi ci assicura della capacità di songwriting e di esecuzione strumentale dei quattro trentini. Un disco consigliato a tutti i cultori della buona musica pop fatta senza essere volutamente sbanca-classifiche.
Da sottolineare il ritorno, come in precedenti uscite, di Enrico Ruggeri, che scrive il testo della bella “Funerale di Un Automa” per la band. Il sound, come avrete letto sopra, è molto dissimile da quello a cui ci ha abituati il “rocker “milanese e sapere che queste parole sono state scritte da lui, in qualche modo, ne aumenta l’effetto sorpresa.

Inevitabile concludere questo articolo dicendo che di questa band aspettiamo al varco il disco, per sapere se quanto detto fino a qui con i tre brani del cortissimo EP Indifferente è da confermare o semplicemente da accantonare. Speriamo proprio di no, le premesse, effettivamente, sono piuttosto consistenti.

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ETICHETTA: bE Records
GENERE: Pop Rock, New wave

TRACKLIST:
1. Non Sogno L’Estate
2. La Malattia
3. Limiti Privati Accantonati
4. Funzioni Vitali
5. Lunedì
6. Lentormento (lento-tormento)

La forma canzone, o meglio il prototipo di canzone, che presenta questo disco è una rielaborazione new wave fatta da Andy dei Bluvertigo che incontra i Depeche Mode sulla via di Damasco con i New Order nelle orecchie. E un filo di De André, giusto per le pittoresche venature cantautorali che filtrano tra i pochi lampi di luce che abbagliano dalle fronde di questa fitta boscaglia eighties.

No, per favore, non mischiamo troppo gli ingredienti. Giovanni Marton dimostra, con questo EP, una consapevolezza a livello compositivo che stupirà chiunque non lo abbia mai sentito nominare, così come si tende a schernire l’emergente che se la tira. Ma Marton non è una primadonna, non è un emergente, e forse non è neppure un musicista: limitiamoci a chiamarlo artista, la parola che forse vuole più sentire riferita a sé stesso.
Sarebbe riduttivo accostarlo a personaggi del pop italiano che già sono stati tirati in ballo per descriverlo, e noi parleremo solo di “decadenza”, una tematica che viene profondamente e largamente tributata da queste liriche, nonché sviscerata ed analizzata con la vista di un post-bohemién che solo negli ultimi anni può aver trovato il giusto contesto sociopolitico per questo “male” che cova dentro. Il “lentormento”, titolo di un ottimo brano in cui l’organo Hammond regge il passo a ritmiche molto sostenute a livello di intensità e progressivo ammorbidimento del vocabolario utilizzato, sottilmente elaborato fin dalle prime battute per calibrare ogni singola parola, le scudisciate che vengono inferte all’ascoltatore quando si sente parlare di “limiti privati accantonati”, “funzioni vitali” di Bluvertighiana memoria e i vaghi disagi di una persona che evidentemente nella musica trova il giusto metro di espressione.

Musicalmente, bisogna ammetterlo, qualcosa non funziona. La new wave è dosata in maniera perfetta, non è mai troppa né troppo poca, ma in alcuni momenti sembra mancare un elemento che funga da collante, o da schiarisci-idee per un eventuale subdolo sputasentenze che volesse, semmai, capire di cosa parlano le canzoni associando note e parole. Perché il senso di questo genere dovrebbe essere quello.
La bilancia alla fine protende verso la sufficienza: ottimi i testi, a livello espressivo e letterario; buona la musica, o se non altro l’apporto di strumenti inconsueti come il glockenspiel e le percussioni ricavate da qualsiasi cosa abbia un minimo di suono “percussivo” (shaker, una Olivetti Lexikon 80, nacchere, ecc.). Quando lo ascoltate, però, ponete attenzione: se non posizionerete in maniera corretta gli accenti sui contenuti di questo disco, vi troverete le mani una vuota rappresentazione new wave di un disagio diffuso che hanno già espresso tutti, in ogni forma. Marton ha scelto una maniera poco personale per farlo, e forse ne pagherà le conseguenze. Ma a noi, dopotutto, l’EP è piaciuto.

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ETICHETTA: Lunatik
GENERE: Alternative Rock, Pop rock

TRACKLIST:
1. Desmael
2. Comemaledire
3. Babel
4. L’apparenza
5. Se mi vuoi
6. Quello che manca
7. Un sogno
8. La guarigione
9. La verità della carne
10. Origami
11. Comemaledire (extended version)

E’ tutto un dire se diciamo che nel disco dei Blugrana troviamo un non so che di “teenager-oriented” che non ci stupisce neanche troppo? Più che la musica, è la foga comunicativa utilizzata per esprimere certi ideali e veicolare taluni concetti, che spaziano tra i malanni della nostra povera Italia e i sacrosanti valori dell’amicizia, senza trascurare accenni anticonformisti e piccoli “spauracchi” qualunquisti che comunque si trovano a loro agio nel mucchio. Al di là dei concetti espressi in maniera in realtà canonica, effettivamente superficiale ma coerente a tal punto da risultare comunque dentro la linea della decenza, c’è qualcosa che puzza di bruciato: tutti noi, più o meno, siamo cresciuti con i Pearl Jam, con il post-Nirvana che in Italia è significato anche Afterhours, Verdena, le botte grunge e stoner di vario tipo, e anche un pizzico di cantautorato iperdepresso à-la-Jeff buckley. Il problema è che, appunto, siamo cresciuti, e questi ingredienti, rimescolati in una salsa che vorrebbe essere innovativa pur senza ricordare che l’hanno proposta in ugual misura (e con identiche caratteristiche) decine e decine di band degli ultimi quindici anni, puzzano di bruciato. C’è un background che è quindi prettamente individuabile negli anni novanta dell’eredità della band di Cobain, e con tutto ciò che questo comporta: in egual modo, i Blugrana mettono in mezzo le discese pop degli ultimi anni dei Timoria, e il pop costruito a malo modo dei Modà e delle perle peggiori dei Negramaro, facendo assumere al loro self-titled un piglio leggermente diverso. Una specie di caratterizzazione positiva che nasce dall’assenza di personalità, o forse una personalità che è talmente conscia di essere tale da produrre un buon lavoro senza neanche sforzarsi più di tanto. E’ forse la presenza di quell’elemento già classico per l’Italia, frutto figliato da una generazione vissuta sotto le frasche decadenti dell’alternative rock di Agnelli, Godano, i fratelli Ferrari, Clementi e le derive di tutti i progetti di Canali e Ferretti, che smussando tutti gli angoli in senso contrario a quello che sarebbe il naturale percorso evolutivo-innovativo della band, genera qualcosa di ascoltabile, perché comunque il disco è rivestito, e progressivamente man mano che lo si ascolta questo aspetto si concretizza sempre più, da una sterile patina pop che gli regala il dono dell’orecchiabilità, grazie ad un paio di pezzi (“Desmael” e “Comemaledire” su tutti, nei fatti i due singoli estratti) che assumono caratura volutamente radiofonica senza sfuggire dagli ingredienti di cui tutto il disco è cosparso. Ingredienti che non vogliamo ripetere perché finiremo davvero per farvi credere che in questo album non ci sia niente di buono, ma in realtà non è così: limitiamoci a dire che l’epoca in cui si poteva vivere sugli allori imitando tutte le grandi band degli anni novanta è finita e ci si aspetta quel qualcosa di più che sicuramente la formazione, tenuto conto del livello tecnico, della personalità e della buona produzione sui piani rispettivamente dei testi e del songwriting, può offrire crescendo e maturando suonando insieme e trovando un filone da seguire tralasciando le macchie di passato che si portano addosso. Scarnificandosi proprio come succede ai due individui della copertina che, diciamo la verità, è una figata.

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La recensione sarà pubblicata anche su INDIE FOR BUNNIES
ETICHETTA: Soviet Studio
GENERE: Pop rock, British rock, indie rock

TRACKLIST:
1. La Crisi dei Vampiri
2. Riduzione del Danno
3. Gomez
4. 1984
5. Silvia Silver

RECENSIONE:
Walter Zanon è l’ex frontman dei Disfunzione, formazione veneta che ha pubblicato un buon disco per Jestrai prima di frantumarsi e dare vita, indirettamente, a questo nuovo progetto prodotto da Soviet Studio, etichetta della provincia di Padova che sta promuovendo una serie di band molto interessanti, tra cui, appunto, questi MiSaCheNevica. Citarlo ad inizio di recensione serve più che altro per chi ha voglia di interpretare queste scelte comunicative all’interno di un articolo di critica, perché è proprio lui l’anima della band, con quel suo fluire romantico di parole dentro testi che pescano dalla cultura alt-pop una decadenza che invece è d’indole new wave, sembrando letteratura del 1800 senza mai cadere nelle (banali) mode citazioniste degli ultimi tempi (in realtà l’unico numero nominato viene quasi due secoli dopo, nel pezzo “1984”). Il nome della band non lascia spazio a divagazioni di sorta, e si scontra e (con)fonde benissimo con l’anima dei testi, la cui scialba profondità letteraria assurge a vero manifesto di quel tono sub-romantico che la band vuole, o riesce comunque a, comunicare.

Musicalmente i riferimenti sono tantissimi, perché disintegrando in un numero indefinibile di particelle le cinque belle tracce che compongono La Mia Prima Guerra Fredda EP si formano nuclei separati di note e segnali diversi, che si possono ricondurre a generi e band contrastanti. Pulsano a volte di Belle and Sebastian, di Suede, di Smiths, di Coldplay, di quello che facevano prima anche i Disfunzione, di poche brillanti incursioni wave à-la-Joy Division e Diaframma riadattati negli anni zero, e non tralasciano neppure la lucidità ritmica di un folk che preda continuamente il prodotto presentato dalla band con una continuità che, forse, è addirittura eccessiva.
Il sound che si ottiene con questa mescolanza duramente disambiguabile dall’insieme troppo omogeneo dei suoi ingredienti, è, in sintesi, un pop/rock dallo sguardo internazionale. La sua traiettoria, in presenza di un panorama italiano che è stanco di imitare ma continua a farlo, è quasi quella di una cometa che ha la presunzione di volersi spiaccicare su questo universo di scopiazzatori folli e revivalisti della new wave (più o) meno efficace. E ci riescono, ci riescono in particolare con due tracce: “Gomez” e la opener “La Crisi dei Vampiri”, quest’ultima una ballad malinconica e dall’animo puramente baudelariano, inserita in un contesto comunque dark wave e che non si lascia scalfire dalle sembianze di banalità di cui alcuni elementi ritmici rischiano di ricoprirla. C’è anche da dire che il livello del songwriting della band è abbastanza alto da permettere di sfuggire alle situazioni che possono sembrare antitetiche rispetto alla ricerca di un’originalità che invece è comunque presente, soprattutto nelle scelte nei suoni, dove si privilegia la morbidezza di alcune chitarre alla pesantezza graffiante delle distorsioni roboanti che qualche volta riempivano le casse degli ascoltatori dei Disfunzione.
Palesemente un bel disco. Questa band può, comunque, fare molto di più e se c’era un EP adatto a farsi notare e a dimostrare che il prossimo passo sarà una fiammata col botto, è proprio questo.

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La recensione sarà pubblicata anche su GOOD TIMES BAD TIMES
ETICHETTA: Play!
GENERE: Pop/rock italiano

TRACKLIST:
1. Casa Lumière
2. Geometria Analitica
3. Caterpillar
4. Audrey H.
5. Panta Kala
6. Autunno
7. Pioggia
8. Facoltà di Irrilevanza Comparata
9. Nervi
10. Pace Armata
11. Baudelaire

RECENSIONE:
Le Officine Lumière sono una formazione torinese (da Villar Perosa, a dir la verità) che da qualche anno calca le scene del rock italiano con la loro miscela originale di testi sperimentali e diversioni elettroniche (in realtà, quest’ultima, novità di Cali di Serotonina, secondo disco della loro collezione). Se dovessimo raffrontarli a qualcuno, ma proprio se ci dovessero obbligare a farlo, per la musica ricorderebbero i Bluvertigo, per le liriche Subsonica, per la metrica delle linee vocali leggeri accenni a Pau dei Negrita (anche a livello timbrico in realtà). A concentrarsi sul contenuto musicale dell’album, si scopre che c’è molto nel disco: si incontrano i diversi orizzonti del vintage e del moderno, come nella ballad “Autunno” che rimanda ampiamente ad atmosfere puramente seventies, alternando levare di ispirazione jazz ad un ritornello orecchiabile che strizza l’occhio più al pop moderno che a quello ormai storico delle ballatone di qualche decennio fa. Non è l’unico esempio di evidente collisione tra generi, e lo dimostrerà anche il brano più “radiofonico” del lotto, cioè “Caterpillar”, una canzone che sembra arrangiata da Morgan ma che in realtà nasconde un’anima molto meno complessa, che punta tutto sull’impatto della semplicità. E’ poi ascoltando “Nervi” e “Panta Kala” che si sentono le calde mescolanze di ingredienti che la band riesce a mettere in campo: lo fa con un certo savoir faire, quasi a volerlo palesare senza sottolinearlo troppo, quasi a voler raggiungere un’omogeneità che fa senz’altro bene al prodotto.
Il disco di per sé non aggiunge niente di nuovo in una scena italiana che alterna momenti di ristagno a momenti di copiosa rinascita, però come in una situazione di quiete dopo la tempesta è un prodotto rilassato che testimonia un ottimo songwriting, aiutato da un’autoproduzione che fa il suo lavoro senza gli eccessi tipici delle major né i grotteschi immobilismi del sound garage. E “il vuoto pneumatico della politica”, mentre “il mondo straborda di finto piacere”, è quanto ci resterà in testa di un insieme di liriche che è contemporaneamente ben scritto ma anche esageratamente random, nel senso che suscita piccoli dubbi circa la natura del significato dei testi per l’assurdo accostamento di concetti diversi ma che possono, sforzandosi, trovare un unico contenitore di significato dopo un’opportuna ricerca di comunanza semantica. Ma, ciò che importa in un genere come questo, è che il messaggio arrivi all’ascoltatore. E gli Officine Lumière sanno suonare, eccome se sanno suonare (e comporre, che non è poco), e nel 2009 hanno sfornato un disco di sicuro impatto, valevole anche per gli anni successivi. Come un buono per uscire di prigione a Monopoli.

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