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Archive for gennaio 2012

Recensione di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: RCA
GENERE: Rock

TRACKLIST:
1. The End
2. Radioactive
3. Pyro
4. Mary
5. The Face
6. The Immortals
7. Back Down South
8. Beach Side
9. No Money
10.Pony Up
11.Birthday
12.Mi Amigo
13.Pickup Truck

Voto 3.5/5

Eʼ necessario precisare che a me dei Kings of Leon faceva impressione il suono della chitarra del leader Caleb Followill, ma impressione nel senso di ribrezzo, allora non li ho mai presi in considerazione. Per informazione è una 325, non dico la marca perchè forse sarebbe pubblicità occulta. Ma che cazzo di chitarra è?! Il mondo usa la 335, lui no.
Allora voi vi starete chiedendo il motivo per il quale recensisco un album dei Kings of Leon.
Eʼ presto detto: successe un fatto nel 2008, il fatto si identifica con lʼ uscita di “Use Somebody”, singolone rock da stadio pieno, ma nulla da fare, me ne sono innamorato.
Per restare comunque fedele alla mia idea di partenza, con estremo fare da ignorante, continuai a rifiutarmi di ascoltarli.
Venne però il giorno che mi ritrovai tra le mani “Come Around Sundown”. Dopo lʼ istinto di liberarmene imprecando, ci riflettei, lo guardai, e la copertina mi convinse. Partendo sempre dal presupposto che lʼ onda di dover riempire gli stadi col rock aleggia qua e là, e non in quanto a somiglianza dei brani con altre band da stadio pieno (esempio U2), ma come idea che trasuda dalla tracklist, ben pensata e programmata per fare lʼocchiolino alle vendite, cʼè qualcosa di più.
Appreso che la gran voce di Followill ce lʼhanno in pochi, i pezzi sono vari tra loro, non stancano e..sono belli. Belli nel senso che hanno la capacità di essere amati dal grande pubblico e allo stesso tempo vengono caratterizzati da un sound generale che non risulta mai banale, quindi vanno a smuovere lʼ orecchio dellʼ ascoltatore più esigente. I brani sono quindi convincenti, la produzione non è così scontata come può sembrare ma va alla ricerca dellʼ essenziale, che non è lo scarno ma è quel livello dove non si sente il bisogno ne di aggiungere ne di togliere nulla. “Back Down South”, “Pony Up” e “Mi Amigo” sono un viaggio nella polvere texana, “Mary” io la
percepisco come una dedica ricca di compassione a una ragazza triste che batte in un saloon, “The End”, “Radioactive”, “The Immortals”, “The Face”, sono tutti potenziali singoli, diversi tra loro.
“Pyro” a mio avviso è il brano migliore, ripaga lʼ attesa di una risposta a “Use Somebody”. Interessante è inoltre il modo di comporre che i tre fratelloni con cugino a volte adottano, estremamente basilare: tre accordi che si ripetono e manco te ne accorgi, portando a risultato compiuto brani che ti si attaccano in testa e non se ne vanno più.
Se volevate una conferma sul proverbio “chi disprezza compra”, io ve lo confermo ed ho comprato.

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DA VENERDI’ 3 FEBBRAIO
UN NUOVO PUNTO DI RIFERIMENTO PER LA MUSICA
A DUE PASSI DA PADOVA

STUDIO 2
Vigonovo
Via del Lavoro 4
ingresso riservato a chi possiede la tessera

Orario di apertura: Lunedì-Giovedì 8.00-23.00
Venerdì-Sabato 8.00-17.00
21.30-5.00
Domenica 17.30-3.00

http://www.studio2club.it
Infoline: +39 345 8276956

Si apre venerdì 3 febbraio la stagione musicale dello STUDIO 2.
Studio di registrazione tecnologico e avanzato di giorno, dal 3 febbraio diventa a tutti gli effetti live club di tendenza munito di cocktail bar, luogo dove si fa musica dal vivo e si ascolta musica proposta durante deejay set.

Studio 2 ambisce ad essere a tutti gli effetti uno spazio urbano versatile per incontrarsi, creare e condividere: se durante il giorno gli artisti potranno registrare e lavorare nella massima tranquillità in uno studio progettato da professionisti del settore, di notte importanti artisti nazionali ed internazionali si daranno il turno per movimentare le serate; a seguire vi saranno dj set elettronici per saltare e ballare fino a notte fonda.
Denominatore comune di tutti coloro che lavorano all’interno dello Studio 2 è la passione per la buona musica e l’obiettivo è proprio quello di scegliere il meglio per chi passi a trovarci.

IL PROGRAMMA DEL MESE DI FEBBRAIO
03.02.12 CASA DEL MIRTO (gratis)
04.02.12 VINTAGE VIOLENCE (gratis)
05.02.12 APERITIVO-JAM SESSION with CRANK TRIO + MEGAHERTZ Late Show (gratis)
11.02.12 FABIO CINTI, CARCANO e MARCO SANTORO (10 €)
12.02.12 THE CHAP (5€)
17.02.12 BASSI MAESTRO (10€)
18.02.12 LOMBROSO (10€)
19.02.12 APERITIVO-JAM SESSION with RINALDO-DI VINCI-DAVI’ TRIO (gratis)
24.02.12 DAVIDE FERRARIO (5€)
25.02.12 MIKE JOYCE (The Smiths) (10€)

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Ritorna IN BREVE, rubrica assente da tempo, per parlare di tre uscite da noi ritenute molto interessanti, a cavallo tra duemilaundici e duemiladodici. Il primo, anno dell’aria fritta e di qualche piacevole novità, il secondo già partito bene ma che come il 2011 finirà per il deludere.
Ma tenteremo di non sconvolgere la vostra mente aperta oltre.

MARCO SPIEZIA – SMILE 🙂
folk/cantautorato – 2011 – etichetta: Accorgitene TM/Screenplay
Missione: saltare. New wave, indie, alt-rock, tutti i generi più in voga degli ultimi anni rimangono fuori da questa piccola perla di rumore acustico folk-swing di ottima fattura. Da maneggiare con cura, perché è un fragile e intenso lavoro di chitarra acustica e sfiatacchiamenti ska che non deludono mai; niente riff orientaleggianti di natura pacchiana, niente fisarmoniche a gogò, ma tanta voglia di fare tanto con poco, usando solo i classici strumenti della “band”. Piccola gemma di letteratura suburbana e musica ballabile senza le pretese di essere vintage. E ora: scatenarsi sotto il palco.

L’AMO – DI PRIMAVERA IN PRIMAVERA (ascolta qui)
indie pop – 2011 – etichetta: Fallo dischi
Un bel disco. Ci si sentirebbe in colpa a concludere qui, tante sono le cose da discutere. Di Primavera in Primavera è un album bollente, un forte calderone rock dalle distorsioni calde, che fondono alt-rock punkeggiante italico à-la-TARM, con i vizi new wave del primo periodo di militanza di Davide Toffolo nei Futuritmi. Come dei Joy Division in panico e con il triplo della voglia di spaccare, la vena è ballerina, potente, incalzante e sbrodolata con una produzione mediocre ma che dà la giusta dimensione del rock fatto con le palle. Sentire “Sulla Svirilizzazione di Quagliarella”, in conclusione, per credere, sviscerando anche tutta l’ironia di liriche veramente fuori dal comune. Per un’etichetta come Fallo Dischi, un’altra uscita veramente spettacolare.

JET SET ROGER – LA COMPAGNIA DEGLI UMANI
pop rock – 2011 – etichetta: Kandinski Records
Questa è musica d’autore, pop rock italiano che con il cantautorato ci va a nozze, ma che non smette di contaminarsi di nuove bellezze d’oltreoceano. Come un indie pop sfrontato e semplificato, freddo, che penetra in alcuni di questi italianissimi brani (“Guarda Fuori”, “Ti Avvelenerò”), mentre invece il suo cuore è britannico, spostando il raggio d’azione verso un brit-pop più pazzerello e bohemien, alto di spalle, dalle forti venature liriche. Cinismo e metafisica trascendentale per dei testi misantropi e di grande pregio, mentre l’inquietudine del pop nero di La Compagnia degli Umani vi permeerà della sua malizia profondamente idealista, romantica. Un Wilde in musica negli anni della musica fallita. Da non perdere.

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Recensione a cura di FRANCESCO DEL RE
ETICHETTA: Epic Records
GENERE: Grunge, alternative rock

TRACKLIST:
1. Brain of J
2. Faithfull
3. No Way
4. Given To Fly
5. Wishlist
6. Pilate
7. Do The Evolution
8. Untitled (The Color Red)
9. MFC
10. Low Light
11. In Hiding
12. Push Me, Pull Me
13. All Those Yesterdays

Sono passati svariati anni dalla prima volta che presi questo album tra le mani.
Allora ero poco più che un adolescente, uno che i Pearl Jam li aveva sentiti nominare solo quando gli amici, teenagers brufolosi, coi capelli lunghi ed unticci, si facevano grossi rivelando alle masse che, sorpresa delle sorprese, a Seattle negli anni ’90 non ci suonavano solo i Nirvana.
Con gli echi delle voci di quei ragazzini in testa e con il portafogli stranamente pieno (una quindicina di euro, una enormità), un giorno mi ritrovai ad aver comprato Yield, così, senza neanche avere una vaga idea di cosa potesse contenere.
Lo ascoltai qualche volta, ma mi stufò in fretta. Era roba forte, ma non mi trasportava. A sedici anni hai bisogno che la gente ti parli chiaramente, senza che tu ti ci debba concentrare troppo.
L’innamoramento vero e proprio arrivò qualche anno più tardi, ormai verso la fine del liceo, e fu una vera e propria folgorazione.

Il disco inizia forte, “Brain of J.”, “Faithfull” e “No Way” sono una partenza con sgommata, roba il cui ascolto andrebbe reso illegale in auto, perché stare nei limiti stradali con questa musica nelle orecchie diventa improbabile, parlo per esperienza.
Ma il vero sapore dei Pearl Jam sta proprio nel fatto che simili pezzi non si posso semplicemente bollare come “forti”. Per quanto trascinante, la loro musica è sempre lucidamente pensante, una profondità pienamente espressa dal caldissimo timbro della voce di Eddie Vedder.
Circondato da angeli e divinità puoi passare alla traccia quattro, e qui, se sei davvero disposto ad ascoltare, è possibile che ti venga da piangere. “Given To Fly” è un pezzo meraviglioso, che trasuda passione e desiderio, vero ed onesto, di vivere. Il testo è di una semplicità sconcertante, un ragazzo da un momento all’altro prende e si alza aria, sospinto dal vento, senza sapere se stia volando sopra il mare o se stia rovinosamente precipitando, in fondo non è neanche importante, l’unica cosa degna di nota è la sensazione dell’aria sulla pelle, l’essere tremendamente in alto, tanto da farti urlare a pieni polmoni, a te stesso, agli amici, ai nemici, a tutti, “hei, guardatemi adesso!”. Le due tracce successive sembrano fatte apposta per essere sottovalutate, giusto perché più avanti ci si possa mangiare le mani pensando a quanto si è stati stupidi a voler a tutti i costi correre verso la traccia sette. “Wishlist”, vale a dire “lista di desideri”, quasi una lista della spesa, esprime con grazia leggera ed eterea i “sogni nel cassetto” di Vedder. Ma la canzone non ti permette di andartene, non si può semplicemente vagheggiare il proprio futuro con un sorriso trasognante, bisogna restare ancorati al proprio mondo e prendere quello che c’è di buono, renderlo prezioso esattamente come fosse uno dei nostri sogni.
“Pilate” è invece un pezzo molto più acido, che mantiene però sempre quella corposità che tutto l’album sembra avere, come se il disco in sé fosse fatto di una densa materia nera, inquietante, appiccicosa, ma allo stesso tempo leggera e sostanziosa.
Ecco, ci siamo abbuffati, abbiamo la pancia piena e stiamo digerendo. Quale momento migliore per sferrare un deciso pugno nelle budella?
“Do The Evolution” è una canzone che getta ombre e dubbi su tutta questa millenaria macchina della società, legittimata dal posto di rilievo che l’evoluzione ha serbato per la specie umana a rivoltarsi contro la propria stessa natura.
L’argomento è di quelli già sentiti, in questo caso è l’espressione che fa la differenza. Le chitarre non sono semplicemente distorte, la voce non è semplicemente graffiante. All’interno di questa nuvola di rumore che il brano costantemente emette risiede un cuore di disperazione, di partecipazione al dramma che si compie. La società non è solo un mostro nemico ed avverso, ma qualcosa di intimamente interiore, che risiede nella sostanza di tutti noi, uomini, prodotti della stessa evoluzione, processo intriso di sangue per sua stessa natura.
Ultimo sussulto di questa incredibile scarica è “Red Dot”, brevissimo pezzo che afferma, come in una divertente filastrocca, quanto gli uomini siano folli ad andare in guerra, regalando qualche sorrisetto per i suoi costanti cambi di velocità e la quasi comica voce in falsetto di Jack Irons, ma risultando allo stesso tempo vagamente inquietante.
Da qui alla fine in disco si acquieta, si fa più corposo e caldo, tornando immerso in quella materia nera di cui si parlava prima. “MFC”, “Low Light” ed “In Hiding” sono tre pezzi in climax, una salita in cui le riflessioni dell’ascoltatore, finalmente libere di essere vomitate al di fuori , mano a mano si sostituiscono al crescere dei pezzi, fino ad arrivare al ritornello di In Hiding, momento in cui, con un acuto che tutte le cover band dei Pearl Jam, prima o poi, nella loro carriera, avranno definito quantomeno “scomodo”, Vedder comunica il suo senso di libertà nel nascondersi, non visto dal mondo.
Come un punto esclamativo alla fine della frase, “Push Me, Pull Me” stronca questa armoniosa salita con delle sonorità fuori dal normale, come se fossero mosse da pistoni ed ingranaggi. Si ricomincia a parlare di genesi, di dei, di angeli, è quasi una summa di tutto quello che c’è stato in precedenza, trovando posto anche per l’oceano e le onde, da sempre grandi protagonisti delle liriche della band.
Infine la calma.
“All Those Yesterdays” affronta un’altra delle tematiche molto vicine alla sensibilità di Eddie Vedder, vale a dire il rapporto col passato. La canzone si rivolge ad un ipotetico interlocutore, un uomo in fuga.
Dove corri? Non vorresti fermarti? In fondo il passato, per quanto possa essere stato doloroso, farà sempre parte di te, allontanarlo non fa altro che privarti di una grande ricchezza. D’altronde il tempo per scappare ce l’hai, ma ora sei stanco, riposati.
Quando vorrai, potrai scappare di nuovo.
Scappare non è un crimine.

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La Mela di Newton è uno spazio-sala_concerti-bar di Padova dove da qualche tempo i migliori concerti acustici di artisti veneti e non allietano le serate di un piccolo stormo di musicodipendenti di vario genere. Si dice piccolo, perché, tutto sommato, una quarantina di persone rischia già di sovrappopolare il suo interno che, tra un vinello e l’altro, è ben presto ribollente di un’atmosfera più che favorevole ad esecuzioni live molto intime e raccolte.
Una situazione di questo tipo ha accolto Artemoltobuffa, il progetto di Alberto Muffato che, giocando in casa, ha facilmente entusiasmato un pubblico caloroso fatto soprattutto di amici che presto ritorneranno a seguire la band in virtù della pubblicazione del loro nuovo album. Stanotte/Stamattina e L’Aria Misteriosa, ottimi capitoli nella discografia regionale che ogni buon fan del pop veneto di qualità dovrebbe possedere, vengono sviscerati insieme a qualche pezzo nuovo per un set acustico tiepido e quasi confidenziale, dove vengono messe in risalto le canzoni come delle storie raccontate, perché questo sono. Grazie al contesto molto “privato” della Mela, pezzi ormai storici come “Se Un Giorno”, “Scarpe Nuove” e “La Scena Patetica” riassumono tutta la tradizione di Artemoltobuffa nel fondere cantautorato e pop di classe, resuscitando anche la loro splendida reinterpretazione-traduzione di “Most Beautiful Widow in Town” degli statunitensi Sparklehorse. Elogiato così anche lo scomparso Mark Linkous, ex frontman dei suddetti, si ritorna con un encore che conclude un set ben suonato, grazie all’apporto tecnicamente superbo di tutti i membri della band. A dimostrazione che anche in Veneto, la musica coi coglioni esiste.
Sicuramente da rivedere anche in elettrico per apprezzare quella parte più soft noise che dai dischi traspare (basta ricordare la stupenda “Lucciole”). Se capitate nei pressi di un loro concerto, non lasciateveli scappare.


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I Battles pubblicheranno da febbraio in poi una serie di remix del loro recente disco Glass Drop. I primi due ad uscire saranno “Wall Street”, remixato da Gui Boratto, e “Swettie & Shag” ad opera di The Field.
Ecco il video di quest’ultima

La serie di remix si intitolerà Dross Glop e si può già preordinare qui 

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Nu metal, crossover

TRACKLIST:
1. Intro
2. Rendendo Grazia alla Farmacia
3. Amigo
4. Audrey
5. Mi Odio
6. Tempo A Se
7. Terre Umide
8. Il Tuo Ruolo
9. Ignoti Volti di Gesso
10. Bornthenreborn

L’Italia musicale migliore non è mai stata quella crossover, genere che nonostante qualche esponente di grande caratura ha sempre faticato ad affermarsi nello Stivale; nel suo periodo di massima espansione, sia mediatica che di affetto da parte del pubblico, ha visto proliferare band in tutto il mondo, con contaminazioni metal, elettroniche, hip hop, punk, che lo hanno esteso verso tutte le direzioni possibili, prosciugandone completamente le capacità evolutive e riproduttive.
Ora, Syncoop è un progetto molto interessante, soprattutto perchè, dicevamo, Linea 77 a parte, in Italia questo tipo di nu metal ha avuto una scarsa diffusione. Sicuramente viviamo un periodo in cui le folle sono orientate verso altri tipi di contesto, ma lo zoccolo duro di ex fanatici dei Korn, dei Rage Against The Machine, ma anche dei più commerciali Linkin Park è rimasto, e può gradire anche una band leggermente più complessa come questa. Fate Come Se Non Ci Fossi è il manifesto di quella scena a cavallo tra anni novanta e duemila, i primi Korn che hanno influenzato anche band fuori dal settore (come gli italianissimi Deasonika, band che nella strofa di “Rendendo Grazia alla Farmacia” viene rievocata in maniera molto distinguibile), e quelle band più “metallose” come gli Ill Nino, ricordati dallo screamo utilizzato in “Amigo” e in altre sezioni di “Audrey” e “Terre Umide”, brano con qualche influenza più punkeggiante che in parte si connette con le sonorità del Teatro degli Orrori (non per il sound, quanto per la struttura). I testi sono senz’altro un appiglio notevole per chi li vuole ascoltare non solo per le musiche, devastanti ed intense per la maggior parte, grazie a distorsioni granitiche e ritmiche violentissime, utilizzando un linguaggio a suo modo forbito, lontano dalla superficialità e dalla volgarità di alcune formazioni analoghe. Trema un po’ la base su cui si fonda il tutto, ormai anacronistica quando tocca certi tipi di screaming e di riffing, ma è logico quando si parla di crossover. Rimane un disco ben fatto, rivalutabile anche a partire dal suo essere una semplice autoproduzione, priva di grandi mezzi a risollevarne la qualità come accadeva per le band mainstream più affermate nel contesto nu.
Il disco è di forte impatto, anche psicologico, grazie a dei testi che approfondiscono alcune tematiche sociali di rabbia generazionale-adolescenziale. I riff contribuiscono a figurarsi immaginifiche e vivaci esecuzioni live, mentre le vibranti liriche altalenanti, come da tradizione, tra melodia e urla sgraziate, connettono il lavoro sia al panorama emo che a quello metallaro. Insomma, un disco apprezzabile lungo semirette diverse, con orizzonti ancora da esplorare e la possibilità di raggiungere sia le nicche che il grande pubblico. Dipende da loro.

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DATE TOUR
27.01 CACAO, Crespano del Grappa (VI)
03.02 TNT, Belvedere di Tezze sul Brenta (VI)
04.02 YOURBAN MUSIC LAB, Thiene (VI)
+ altre date da confermare

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