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Archive for the ‘GENERE: Sludge Metal’ Category

Recensione a cura di RENATO RANCAN
ETICHETTA: Neurot Recordings
GENERE: Sludge psichedelico

TRACKLIST:
1. Empireum
2. Aureum
3. Infernatural
4. Magickon
5. Mindomine

Oro, l’elemento alchemico per eccellenza, il simbolo dell’unione di desiderio e paura che con il loro luccicare rubano la vista.
Ma soprattutto “oro” come preghiera: una meditazione nel doom più lisergico e psichedelico.

I piemontesi Ufomammut, dopo la firma con la Neurot Recordings, etichetta dei grandi Neurosis, tornano col loro sesto album, un doppio dalle grandi ambizioni. “Oro” è la prima parte, pubblicata ad aprile, di un concept che vedrà la sua conclusione a settembre 2012, 90 minuti di musica meditativa e solenne.

La prima traccia promette davvero molto, un lontano e ossessivo synth alla Echoes dei Pink Floyd scandisce un crescendo di 13 minuti, così lento che solo al sesto minuto si comincia a sciogliere il brano; salgono delle chitarre stoner, una voce nel sottofondo canta solenne il raggiungimento del nirvana, inevitabile venire trasportati nell’estasi, musica rituale che porta all’esplosione.
Il coinvolgimento sarà pure maggiore, si spera, quando verrà pubblicato il lavoro visivo che in questi mesi stanno creando con l’aiuto dell’arte video e grafica di Malleus, un collettivo di artisti rock che evoca la totalità dell’impatto visivo della band italiana.

L’album però termina amaramente qui, le altre quattro tracce sono solo deliziosi esercizi di stile, conferma delle capacità della band, uno dei maggiori vanti italiani, ma nulla più, la formula è chiara e brillante ma la pretenziosità dell’offerta la rende quasi pedante, sfiorando pure il cattivo gusto come nei nomi dei brani. Riff solenni e monolitici che si susseguono identici, psichedelica e industrial si mescolano, produzione sublime che rende i brani delle preghiere di ringraziamento al dio suono, ma alla fine la sostanza latita, tutto diventa prevedibile e sterile e basterebbe una nota dei Tool per spazzare via per intero queste composizioni.
Le speranze tradite portano solo delusione e noia, cosa aspettarsi quindi dalla seconda metà di questo doppio? Che dopo solo una grande canzone fatica ad arrivare alla fine?

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Recensione a cura di RENATO RANCAN
ETICHETTA: Entertainment One
GENERE: Stoner metal, sludge

TRACKLIST:
1. Serums Of Liao
2. Bloody Knuckles
3. Fertile Green
4. Madness Of An Architect
5. Samsara
6. Spiritual Rites
7. King Of Days
8. De Vermis Mysteriis
9. Romulus And Remus
10. Warhorn

Ed ecco il nuovo album degli High On Fire, la malsana creatura di Matt Pike, uno dei personaggi più influenti di certo rock degli ultimi vent’anni, basti solo pensare che ha co-fondato gli Sleep, probabilmente la stoner band definitiva, e che ad un suo concerto si sono formati i Mastodon, suoi fan accaniti.
Ma son passati tanti anni, che sia ancora in forma?
A metter su l’album sembra non sia mai stato così bene, il precedente “Snake For The Divine” del 2010, pur piacevole cominciava a scadere nel manierismo e si avvertiva stanchezza, così mi son avvicinato a questo “De Vermis Mysteriis” con un po’ di timore, ma lo dico già: è uno degli album metal dell’anno.
La produzione è stata affida a Kurt Ballou dei Converge che ha fatto un lavoro prezioso: la voce di Pike è la più rancorosa della carriera, ringhia e sbava dall’inizio alla fine, le chitarre sono marce ed allo stesso tempo epiche, suona tutto divinamente, un equilibrio difficilmente preventivabile ma che finalmente riesce a dare totale giustizia ad un gruppo che sta mescolando in una nuova formula decenni di stoner, doom, prog e heavy metal mantenendo l’urgenza di ventenni, in altre parole son riusciti nel miracolo di unire litri di birra e sedute di THC esaltandosi per entrambe, fortuna che il rock era morto con Cobain.

Ci sono essenzialmente due forme canzone in quest’album, che rischia di peccare solo in monotonicità: la cavalcata aggressiva, sporca e veloce e la lenta discesa negli inferi allucinogeni di una desert session, una gioia per le orecchie ma senza mai presentare i difetti di certo metal: autoreferenzialità, suoni fuori fuoco o cattivo gusto, tutto ciò in “De Vermis Mysteriis” è assente, l’incipit del primo brano è forse un omaggio a Painkiller, ma non c’è spazio per esibizione di tecnica o fuochi d’artificio, il treno (o meglio trattore) degli High On Fire deve andare veloce e selvaggio.

Riguardo ai testi invece sospendo il giudizio: l’album è un concept dalla trama piuttosto stralunata, questa la spiegazione di Matt Pike: “La storia parla del gemello di Gesù, di nome Liao, che si sacrifica per dare la vita allo stesso Gesù. Ma nell’istante in cui muore diventa un viaggiatore del tempo…”. Ok, ammetto che è una storia un po’ improbabile, ma è apprezzabile da parte degli High On Fire dimostrare che troppa droga alla fine fa male.
Verso la fine degli anni ’90 il metal sembrava in profonda crisi, incapace di rinnovarsi inquinato dal Nu-metal, solo nomi isolati riuscivano a produrre materiale interessante e nuovo, invece nel 2012 il genere è ancora più che vitale, band al massimo della loro carrieta come Deathspell Omega, Mitochondrion, Esoteric, stanno sfornando nuove gemme di questo genere infinito, e si affiancano a garanzie come gli High On Fire, da considerare ormai come dei mostri sacri.

In parole povere correte a comprare quest’album.

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ETICHETTA: Reprise Records
GENERE: Sludge metal, prog metal, alternative metal

TRACKLIST:
1. Black Tongue
2. Curl Of The Burl
3. Blasteroid
4. Stargasm
5. Octopus Has No Friends
6. All The Heavy Lifting
7. The Hunter
8. Dry Bone Valley
9. Thickening
10. Creature Lives
11. Spectrelight
12. Bedazzled Fingernails
13. The Sparrow

The Hunter è l’opera della svolta per i Mastodon, dopo una carriera di alti e bassi che li ha comunque sempre mantenuti sulla giusta rotta di un prog metal originale e suonato veramente “con le palle”. Al di là di una straordinaria capacità tecnica e della loro specializzazione in un songwriting allucinato che coniuga sludge e alternative metal d’alta scuola, da Blood Mountain la band ha comunque messo in campo una certa vena melodica, mai più esentandosi da singoli che potessero calamitare l’attenzione anche dei metallarini più inetti. I quindicenni fan dei Metallica del post-Black album, per capirci. In questo nuovo lavoro le derive più prog di Crack The Skye sfuggono verso una composizione più raffinata ma delle parti di Remission e Leviathan, con un sound quindi più potente e levigato; “Spectrelight”, con Scott Kelly guest star alla voce, è sostanzialmente il tuffo nel passato più evidente ed elegante, ma anche “All The Heavy Lifting” è molto interessante in questo senso. Il singolo “Curl Of The Burl” invece è più “attuale”, nel senso che si gonfia di quei ghirigori più complessi che hanno fatto dei Mastodon una band veramente barocca in certi passaggi: di nuovo lo vediamo in “Stargasm” e “Black Tongue”, più epiche e trionfali della media del disco, connesse magari a certi momenti radio friendly contenuti nei due dischi immediatamente precedenti.
A dare coesione al tutto sono come sempre i fantastici intrecci delle chitarre, il drumming sfrenato di Brann Dailor (uno dei migliori sulla piazza nell’ultimo decennio) e l’utilizzo di più voci giusto per trovare la maniera migliore di cantare ogni singolo passaggio. Una pecca del disco? Non tanto la radiofonicità, ma l’esagerazione troppo poco impulsiva di certi brani, dove fill, cambi di tempo e riffing sono lasciati ad uno studio veramente eccessivo che li porta fuori dallo sludge metal che tanto si vantano da fare. Ecco dove la coerenza viene a mancare. “Bedazzled Fingernails” e “The Sparrow” sono pezzi più tranquilli, forse la previsione di quello che ci proporranno in futuro, e forse anche questo può contribuire ad innalzare la buona percezione di un disco caotico e poco sensato, anche se lascia filtrare come sempre le grandissime abilità compositive dei ragazzotti di Atlanta. Sempre schizzati, fortunatamente ancora lontani dal prepensionamento.

DATE ITALIANE:
26 GENNAIO 2011, XTRA Milano

FAN CLUB ITALIANO
SITO UFFICIALE 

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