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Posts Tagged ‘Music Opinion Network’

ETICHETTA: Ara Music
GENERE: Pop, cantautore

Raffaele-tedesco-che-mondo-sei

Raffaele Tedesco viene da Moliterno (Potenza), Che Mondo Sei è il suo quarto sforzo discografico e per individuare meglio il fulcro dell’opera occorre dare un’altra coordinata biografica: Raffaele è stato collaboratore di Mogol, e ha mutuato da questa esperienza moltissimi tratti in comune con la musica d’autore italiana di stampo classico, a cavallo tra anni ’60 e ’90. Bruno Lauzi, Gino Paoli, Bobby Solo, qualcosa di Buscaglione e di Battisti, a questi ammiccano i testi del lucano, mentre gli arrangiamenti, fortunatamente affidati ad una squadra di musicisti molto validi, sono più moderni, sporchi di rock e di jazz, blues e black music, ma sono solo venature superficiali che rigano una piattaforma fatta di riferimenti agli anni settanta e ottanta, con il piano (di Franco Frezza) al posto dei synth. I trascorsi musicali di Raffaele Tedesco, in verità, lo vedono congiungere il suo estro creativo, di cantante e chitarrista, ma anche compositore, con nomi del calibro di Arisa e Umberto Tozzi, anche questi in piena coerenza con il percorso intrapreso in Che Mondo Sei.

Tecnicamente, a livello vocale, non c’è veramente nulla da dire. Estroso, versatile, abile nel coniugare messaggio veicolato con il testo ed emozioni comunicate con la voce, Raffaele riesce a rendere un disco se vogliamo pesante, più che altro per la reiterazione di stilemi appartenenti a determinati momenti della storia della musica italiana, attuale con la sua voce, particolare, di classe. E’ la profondità con cui analizza le tematiche scelte per le liriche che riesce ad innalzare anche il contenuto testuale e letterario, rendendo giustizia al maestro Rapetti.
Di fatto, questo disco dimostra come senza innovare niente si possa pubblicare un lavoro onesto e di grande dignità artistica, una volta preso coscienza di quanto questo possa frazionare il pubblico e destinare l’opera a chi ha un’età media superiore a quella di chi compone. Ma magari è pure un bene.

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ETICHETTA: MyPlace Records

Human Machine dei nostrani NODe viene spiegato dal quintetto come un prodotto “electro-punk” e “electro-pop”, per citare le definizioni presenti nel loro profilo Facebook. Di fatto, sono etichette calzanti, che descrivono, se non la polpa, lo smalto del disco. Si tratta di un viaggio elettronico che trova però nelle sfumature più dark del rock e della new wave anni ’80 la sua strada verso una smaliziata riproposizione di materiale invero non così originale. Novità non sono senz’altro l’uso del vocoder e dei sequencer, che, prendendo a piene mani dai Kraftwerk e dai Daft Punk, fanno rintracciare in una parte dei pezzi l’evidenza di una tendenza esterofila un po’ forzata. Risulta invece estremamente piacevole l’atmosfera da club di alcuni brani – che richiamano anche qualche elemento techno tedesco, come Paul Kalkbrenner, Anthony Rother, ma non solo – dove il ballo e l’accompagnamento fisico sono suggeriti da cantati catchy, cassa dritta e suoni gonfiati al punto giusto grazie da un mastering equilibrato, caldo e tagliente.
La composizione presenta caratteristiche latenti che si scoprono solo con l’ascolto ripetuto, come la progressione dei brani con echi e rimandi anni ’90, sporcata di synth-pop alla Depeche Mode, sebbene sia il più banale dei paragoni che possiamo fare. Il pantheon dei NODe ci mostra anche l’influenza di Autechre, Front 242, l’album Looking for St. Tropez dei Telex e gli esordi dei Nine Inch Nails, rendendo l’album radiofonico e leggero. A suo modo, questa rilettura italiana non stona, facendo proprie tematiche noir e un’estetica industrial che un sound moderno nei synth e nelle ritmiche rende attuali.
I riferimenti psicanalitici, religiosi e filosofici, quali una pretesa di indagine esistenziale attraverso le tracce di questo disco, non risultano così evidenti e lampanti, e scegliamo così di tralasciare questa particolarità di cui comunque la band restituisce già una chiara descrizione in tutti i vari link online.

Come molti dischi “di derivazione” ha perlomeno la qualità di collocarsi in maniera chiara dentro un filone, quello della nuova musica elettronica italiana, che sta scalzando il rock dal podio dei generi più ascoltati, o forse l’ha già fatto. Dai NODe ci possiamo aspettare, in ogni caso, una scalata e un miglioramento che già si possono intravedere considerando come songwriting e produzione siano in linea con le più recenti e criticamente apprezzate uscite nel genere.

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ETICHETTA: VOLUME! Records
GENERE: Canzone d’autore

Denis Guerini è un cantautore, o meglio uno scrittore di canzoni, già conosciuto per lavori a cavallo tra musica e teatro, finiti anche nella sua discografia recente. Con Vaghe Supposizioni, l’indagine di sé stesso che diventa anche indagine dell’uomo in genere, tipica della sua produzione passata, viene estesa lungo nove tracce, toccando venature ermetiche e freudiane. Le tensioni etiche e morali, la difficoltà di dover prendere una scelta e gestirne poi le conseguenze, il bagaglio di esperienze che si accumula ma non è mai sufficiente a vivere senza commettere errori, sono tematiche che traspaiono in maniera piuttosto evidente e che con uno sguardo da osservatore privilegiato, quasi distaccato e per questo imparziale (che ricorda un po’ il narratore onnisciente in letteratura), vengono raccontate tramite canoni da noir metropolitano. L’analisi delle realtà urbane è approfondita un po’ come un James Ellroy o, in Italia, un Loriano Macchiavelli (che ha pure trasformato molti racconti in radiodrammi per la RAI), della musica.
Il contento musicale è incredibilmente variegato, ma rimane nell’ambito delle tinte scure, raramente schiarite da qualche uscita più lieta, magari swing o jazz, mentre in generale prevalgono la tradizione cantautorale italiana, qualche salto fugace nel rock e i primi germi di una contaminazione elettronica che potrebbe farsi più presente nei lavori futuri, visti gli ottimi risultati. In linea di massima, i vari generi toccati vanno a sottrarre coesione al disco, ma la coerenza tra musica e apparato testuale è fuori discussione, a livello di tonalità, colorazione, sfumature sonore e atmosferiche.

Denis Guerini, con questo album, dimostra ancora una volta come in Italia ci sia una radicata tradizione cantautorale, in grado di associare musica e testo – sempre con maggiore importanza alle parole, sia chiaro – con la consapevolezza della restituzione di un messaggio complesso e artisticamente rilevante. Di nuovo, un bel disco italiano di cui c’era bisogno.

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Recensione scritta per Music Opinion Network

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Pop rock, alternativo

Ragioni economiche, logistiche, e probabilmente anche umane, stanno provocando lentamente la scomparsa delle band affollate di musicisti. Power duo, power trio, cantautori, one-man band, dj o coppie di dj: sono queste le forme più popolari nella musica italiana post-crisi, in qualsiasi genere e direzione si guardi.

I The Panicles, da sei anni e qualche mese, hanno sguinzagliato tutti i vantaggi della formazione in trio per raggiungere agilmente aperture di spicco (quel che è rimasto dei Deep Purple, ma forse sono più importanti per il nostro microclima i Verdena o i Ministri), tour internazionali e contratti discografici importanti con EMI e Virgin. Ma cosa piace dei The Panicles? Sicuramente il sound pop, i cori da stadio, la leggerezza dei brani che non assumono mai strutture imponenti, lunghe e noiose. In Simplicity: The Universe (Extended) ritroviamo, come nelle precedenti produzioni, le formule tipiche delle band che ammettono di stimare (Coldplay, U2, Muse, Pearl Jam), che nell’approccio di chitarra e, ancora di più, nella voce, sembrano quasi frullati insieme e restituiti in una forma certo personale, ma dove gli ingredienti sono ancora eterogeneamente distinguibili.

Il singolo Simplicity, indie-ballad danzereccia con qualcosa di Miles Kane e dei primi The Fratellis, per non dire Franz Ferdinand, è chiaramente fatto per raggiungere un pubblico numeroso. Al contrario di Your Limits, non risulta comunque radiofonica nell’accezione negativa del termine. Paralyzed corre su binari più intimisti, quasi cantautorali, mentre Tell Me Something può ricordare Simple Minds e certe chitarre dei R.E.M. della seconda metà degli anni ’90. In generale, l’idea di catchy guida tutto il disco e ne abita l’essenza, ma l’importante è riconoscergli che hanno scelto la strada, la cui facile percorribilità non è cosa ovvia e scontata come alcuni supporrebbero, del pop di classe, levigato e raffinato, per quanto ammiccante.

Per ora, una vittoria facile e senza sbavature.

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Recensione scritta per il circuito Music Opinion Network

ETICHETTA: Renilin
GENERE: Rock, cantautorato

TRACKLIST:
Luna d’inverno
Non cambieremo
Il gatto che abbaia
La musica non gira più
Blu occhi
Non portarmi via
Beyond the clouds
Alzami nell’aria
Caccia alla volpe
Anime bruciate

Alessia d’Andrea è un nome che non a tutti suonerà familiare anche se la sua biografia risulta tutt’altro che povera. A partire da una collaborazione con Ian Anderson dei Jethro Tull, la carriera è stata tutta in discesa: concerti in diretta TV, anche fuori dall’Italia, la vittoria del premio Mia Martini, il tributo a De André in Bulgaria, dischi editi in tutto il mondo. Cosa ci ritroviamo tra le mani scartando dunque Luna d’Inverno? Prima di tutto il protagonismo assoluto della voce, eccezionale, di Alessia, che obbliga i musicisti a volare bassi, per darle il giusto rilievo. Abile tanto nei brani più soffusi (straordinario l’incipit di piano e voce di Anime Bruciate, quasi toccante) quanto in quelli più grintosi e rock (Blu Occhi la più completa ed energica, con questo funk sporco ma classy, ironica ed elettrizzante La Musica Non Gira Più), rivela per tutti e dieci i brani un’invidiabile spirito di adattamento ai più diversi registri, accarezzando il blues, il funk, il rock ballabile, le ballad (Non Portarmi Via). I testi meritano l’attenzione che stanno ottenendo, – l’artista segnala sul profilo Facebook proprio in questi giorni alcune traduzioni in tedesco apparse online – scritti con una padronanza della lingua italiana e un utilizzo delle rime certamente degno di menzione (Il Gatto Che Abbaia). Il contesto semantico è spesso romantico, sentimentale, delicato, tipico di talune situazioni neomelodiche della tradizione campana, ma senza inutili svenevolezze o piagnistei.

Luna d’inverno è, in definitiva, un disco maturo, caloroso, grazie alle liriche dense di significato di questa scrittrice prolifica quanto enfatica nei toni. Brillante prova di forza.

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Recensione scritta per Music Opinion Network

Inquadramento geografico: i Misfatto sono di Piacenza, ma la città a cui si ispirano per Heleonor Rosencrutz è Lisbona. La base di partenza di questa opera è infatti il libro “La Chiesa Senza Tetto: 35 Giorni a Lisbona”, il cui autore è lo stesso Gabriele Finotti, chitarrista, scrittore e fondatore della band. L’opera possiede il medesimo nucleo del libro, il fulcro attorno al quale il contenuto musicale gravita in maniera molto equilibrata: il tema del viaggio. Lo strumento che calamita di più l’attenzione è la chitarra, indubbiamente il perno dell’intero lavoro, che sta sempre girovagando lungo assoli e atmosfere che ondeggiano per temperatura, atmosfera, rosa di colori. Il risultato è brillante, riuscendo ad evitare la ridondanza e il barocchismo nonostante il notevole apporto tecnico. L’anima è pop, vuole parlare a più persone possibili, ma mantenendo alto il livello medio, nella struttura dei brani, nella qualità degli arrangiamenti, nel contenuto culturalmente valido, facendo sorgere spontaneamente una certa curiosità nell’andare ad individuare il significato di alcuni termini nominati nei brani o nei titoli: ad esempio, a cosa si riferisce Xoringiket? Una sorta di malinconia vena tutto il disco, dove tutti e nove i pezzi, introdotti da Heleonor con il commiato finale di Goodnight, regalano momenti di sospensione, di vero e proprio trip. Non bisogna comunque perdere di vista la stella polare che guida il disco, l’ispirazione madre, quel rock vero, autentico – classic/hard rock anni ’70, prog italiano del medesimo decennio, la grinta del grunge – lontano dalle accidiose imitazioni d’oggigiorno.

Cosa possiamo dire ancora di Heleonor Rosencrutz? Ascoltatelo per capire, pronti ad affrontare un vero e proprio viaggio non solo nella capitale portoghese, ma anche nella mente di un pugno di ottimi musicisti italiani.

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Recensione scritta per Music Opinion Network

ETICHETTA: Artists Record
GENERE: Celtica, elettronica, world music

La stagnazione in termini di novità discografiche ha prodotto negli ultimi anni almeno due macrocategorie di artisti che, prendendo in prestito due termini del linguaggio politico, potremmo chiamare “progressisti” e “conservatori”: i primi tentano di andare avanti, superare le etichette ormai “classiche” – e bisognerebbe aprire un dibattito riguardo l’opportunità di alcune di queste – spesso contaminando, mescolando, fondendo materiale proveniente da diversi orizzonti. I conservatori, lo dice il termine stesso, rimangono attaccati a stilemi e motivi del passato, ripetendosi e contribuendo alla ciclicità del ritorno delle mode. La domanda da fare è dunque: dove si collocano i The Sidh? Intanto, chi sono? Marr, Melato, Subet e Pagliaro sono quattro musicisti già attivi in altre formazioni che si sono uniti con lo scopo dichiarato di dare una patina moderna alla musica celtica di matrice irlandese, un genere di per sé chiuso, complice l’isolazionismo di questa zona d’Europa. Per riadattare e rivedere brani tradizionali appartenenti ad un’altra cultura bisogna innanzitutto conoscerla a fondo e il quartetto lo dimostra, quantomeno sul piano musicale. Gli elementi “nuovi” si identificano qui nell’elettronica, quindi drum machine, sintetizzatori, tastiere, con strutture e accentazioni ritmiche provenienti da alcuni dei generi che più hanno aggredito massivamente l’industria musicale nell’ultimo lustro (dubstep, r’n’b, hip hop americano, drum’n’bass, glitch), senza tralasciare le tracce di folk, di prog, di punk a cui la band aveva abituato gli ascoltatori. Il risultato è un intelligente mosaico di musica vecchia e nuova, dove l’obiettivo di attualizzare ogni singolo brano può fare a volte dimenticare la presenza dell’elemento irish, anche se il contributo di strumenti come la cornamusa è determinante per mantenere il collante ideologico che regge questo lavoro. Immaginatevi i Flogging Molly che incontrano Alva Noto e gli Autechre, Shane MacGowan che canta su una produzione brostep di Nero, l’hip hop di Diplo con le uilleann pipes. L’operazione riesce sicuramente dal punto di vista della fusione dei linguaggi, grazie ad una registrazione e ad un mastering di grande classe. L’impressione che i musicisti abbiano spinto più sui suoni che sull’intensità emotiva o la naturalezza dei brani tende a minare la bellezza di alcuni momenti, ma anche questo aspetto è perfettamente controbilanciato dall’ottima capacità strumentale udibile in tutte le sezioni. E’ grazie a questo che la definizione “prog” non risulta più così fuori luogo.

Se vi piace il folk irlandese/celtico e siete curiosi di sentirlo in una maniera “diversa”, vi consigliamo questo viaggio. Se vi farà storcere il naso, vi si chiede comunque di comprendere quante capacità servano per comporre un disco del genere, frutto di un innegabile labor limae. Piacevole scoperta degna di brillare in un periodo di ombre.

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