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Archive for the ‘GENERE: Rock’ Category

Recensione a cura di Cristina Commedini

ETICHETTA: Nessuna (autoproduz.)

copertina (1)

TRACKLIST:
1 Agenzia delle entrate
2 Marlene
3 Buoni propositi (per l’anno nuovo)
4 Don Bastiano
5 Radiosi saluti da Fukushima
6 Linda
7 Centerbe
8 7 titoli

Sul finire del 2014 arriva un disco che fa bene alla musica emergente italiana. Gli artefici sono I PICARI, band umbra che il 29 Novembre 2014 pubblica questo interessantissimo album dal titolo “Radiosi saluti da Fukushima”. Un disco che non vuole sconvolgere nessuno o colpire obbligatoriamente con effetti speciali. No, qui non sentirete nulla di straordinario e credeteci per una volta questo non è per niente un male, anzi. Un disco sincero, onesto, come non se ne sentivano da tanto tempo. Testi comprensibili e mai banali, atmosfere folk-rock e storie in cui tutti si possono rispecchiare. Sono questi gli ingredienti che fanno di questo debutto, un disco degno di nota e da consigliare. Attendiamo quindi fiduciosi gli sviluppi di questa nuova band andandoli a vedere dal vivo alla prima occasione (fatelo anche voi dopo aver ascoltato il disco) e fiduciosi di un secondo disco all’altezza delle premesse.

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Recensione a cura di Andrea Marigo

ETICHETTA: RCA
GENERE: Rock, southern rock

TRACKLIST:
Supersoaker
Rock City
Don’t Matter
Beautiful War
Temple
Wait for Me
Family Tree
Comeback Story
Tonight
Coming Back Again
On The Chin

Voto: 4/5

Che strana cosa per una band pubblicare il sesto album ma che il mondo potrebbe intendere come il loro terzo.
Dieci anni dopo il loro esordio, arriva nelle nostre mani Mechanical Bull che, lungo la sua tracklist, traccia una linea più che convinta e svela una maturità compositiva e sonora degna di una grande band.

Only By The Night e Come Around Sundown, ultimi due lavori della band, avevano portato i quattro del Tennessee a riempire gli stadi, e questo perchè si trattava ovviamente di due album ottimi.
In quel caso però la linea che limita il confine per passare da una delle poche band che ancora sa fare rock ad un prodotto banale era sottile e dopo le varie storie di alcolismo e tour sospesi, era facile aspettarsi un declino.
Lʼascolto di questo lavoro invece lascia sorpresi: Mechanical Bull è un lavoro sincero e fedele a ciò che in dieci anni i Kings Of Leon hanno fatto, con unʼottima alternanza tra brani potenti, rock e ballate southern, dimostrazione che una band può continuamente crescere sotto tutti i punti di vista, anche quando è un punto fermo nel mainstream.
Gran bel disco.

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Recensione scritta per Music Opinion Network

Stefania Bianconi è al suo debutto discografico e imposta con questo Troppo Rumore un percorso arduo ma che pare avere tutte le carte in regola per procedere in maniera limpida e priva di ostacoli. La cantante di Latina sforna con leggiadra maestria un’abbondante dozzina di brani, pezzi che se da un lato non dicono nulla di nuovo nella scena italiana (e chi lo fa oramai?), dall’altro dimostrano come la piena padronanza di diversi linguaggi, rock e pop in questo caso, per quanto semplici, unita con una competenza tecnica più che ottima, possono insieme trasformare il già sentito in un prodotto che trova nella costruzione “di pancia”, forse addirittura “di cuore”, una sua squisita raffinatezza. La title-track e il pezzo iniziale “Anche la Luna” svelano subito gli assi nella manica della giovane laziale: voce potente ma suadente, arrangiamenti non troppo articolati ma tali da garantire scioltezza e fluidità al tutto, strutture atte a conferire un piglio discretamente radiofonico alle canzoni e, non da ultimi, testi magari non così caratteristici ma di impatto immediato. Traslare queste caratteristiche alle altre dieci tracce è sostanzialmente il processo da fare per riassumere Troppo Rumore: un disco tiepido, molto intimo e personale, che districandosi dentro a tante cose recupera da un calderone di tradizione italiana un gusto cantautorale/neomelodico quasi campanilistico. Che possa non piacere non lo possiamo escludere ma essendo vero anche il suo contrario sia soddisfatta Steby di un esordio non invasivo ma comunque penetrante, delicato e ben confezionato.

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Recensione a cura di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: RCA
GENERE: Rock, pop, revival

TRACKLIST:
1. Tap Out
2.All The Time
3. One Way Trigger
4. Welcome to Japan
5. 80ʼs Comedown Machine
6. 50 50
7.Slow Animals
8.Partners in Crime
9. Chances
10.Happy Ending
11.Call It Fate Call It Karma

Voto: 4/5

Dopo essere stati forse lʼunica band ad aver segnato gli ʼ00 con qualcosa di “autentico” nel panorama rock mondiale e, dopo aver cercato di ripetere forse troppo forzatamente il tanto amato esordio, gli Strokes a sto giro devono aver avuto due palle così per aprire il loro nuovo lavoro con Tap Out.
La prima volta che la ascolti rimani basito e non sai ancora se in modo positivo o negativo; la seconda o butti via il disco o la ascolti per tre giorni di fila.

Io lʼho ascoltata per tre giorni, e badate bene che gli anni ʼ80 e il loro sound mi hanno sempre fatto vomitare.
Eʼ questo il nuovo corso della band: Casablancas in falsetto e sonorità anni ʼ80 mescolate al loro garage lo-fi di sempre, come nel primo singolo rilasciato One Way Trigger.
Poi, non sempre la sintesi riesce nel modo migliore come nella trasognante Partners in Crime, o in Slow Animals o in Happy Ending ma il risultato è comunque accettabile per le ultime due.
Eʼ bene cambiare ma non troppo e All The Time, Welcome To Japan e 80’s Comedown Machine ricordano che in mano abbiamo un disco degli Strokes (per fortuna sʼintende). Chiude la notturna Call It Fate Call It Karma che tenta di emulare Iʼll Try Anything inserita in Somewhere di Sofia Coppola, ma il risultato non è alto come in precedenza. Comedown Machine è un disco che gode di unʼottima produzione ma sopratutto è un disco che spiazza, nel bene o nel male, e sinceramente se paragonato ai lavori post Room On Fire io dico: era ora.

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Recensione a cura di Andrea Marigo

ETICHETTA: Abstract Dragon
GENERE: Rock, alternative, garage

TRACKLIST:
Fire walker
Let the day begin
Returning
Lullaby
Hate the taste
Rival
Teenage disease
Some kind of ghost
Sometimes the light
Funny games
Sell it
Lose yourself

Voto: 3.5/5

Senza spendere troppe parole su questa band di Los Angeles di cui si è (quasi) sempre sentito parlar gran bene, e senza dar peso come sempre al fatto che in qualche modo ricordano gli Oasis, dirò soltanto che il nuovo disco dei BRMC non è per niente malaccio, anche se qualcosa di più ce lo si aspettava.
La formula è un pò variata dal precedente e da Baby 81: lʼintro di Fire Walker, il finale di Let The Day Begin e Sometimes The Light sono esempio di una sorta di sperimentazione dai tratti lisergici e spettrali, Returning si distende in una nebbia lenta sfiorando le parti chitarristiche dei Kings Of Leon nel ritornello.
Poi Turner e Hayes arrivano a premere il pedale su quello che sanno fare meglio ovvero del sano rockʼnʼroll sporco di blues con chitarroni belli potenti come in Rival, Teenage Disease e Funny Games e pezzi dal sapore più blues-maledetto in chiave acustica come in Some Kind of Ghost.
Buona la ballata Lullaby, discreta la conclusiva Lose Yourself.
La pecca di Specter At The Feast sta però nel fatto che se lo si confronta con il precedente Beat The Devilʼs Tattoo, ne vien fuori che il vecchio era migliore per idee e per risultato: qui è come se diversi brani fossero incagliati in una nebbia schifosa dalla quale non riescono ad uscire mai completamente.
Restano comunque due fatti insindacabili: questo è comunque un buon lavoro e il loro nome resta sempre uno dei migliori.

 

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ETICHETTA: Atlantic Records
GENERE: Rock, pop, shoegaze

TRACKLIST:
1. This Ladder Is Ours
2. Cholla
3. Tendons
4. Little Blimp
5. Bats
6. Silent Treatment
7. Maw Maw Song
8. Forest Serenade
9. The Leopard & The Lung
10.The Hurdle
11.The Turnaround

Voto 3/5

Io mi impegno a non partire prevenuto quando mi accorgo che una band passa da unʼ indipendente ad una major. Mi impegno anche stavolta, con sti Joy Formidable che avevano fatto un bel dischetto, e mi riferisco al primo, non al secondo che è uguale al primo con lʼ aggiunta di qualche brano ed in generale una ri-registrazione dei brani con una qualità migliore.
Mi impegno; e allora se questo The Walfʼs Law parte bene con This Ladder Is Ours e Cholla, brani che comunque ricalcano la formula già consolidata dei vecchi lavori, come succederà in Forest Serenade, The Leopard & The Lungs e in The Hurdle, subisce un calo arrivati a Tendons e Little Blimp dove appaiono dei suoni di chitarra tipo synth che non dicono nulla. In Bats si ritorna fedeli al vecchio corso, Maw Maw Song invece tenta di variare percorso, convincendomi del proverbio “mai lasciare la strada vecchia per la nuova”. Unico “esperimento” positivo lo si trova nellʼ acustica Silent Treatment. Chiude lʼopera lʼ agrodolce The Turnaround con tratti quasi epici nel ritornello, anche se la vera chiusura dellʼ opera è la crescente title track nascosta, singolo uscito lo scorso agosto per annunciare la futura uscita.
Il nuovo disco dei Joy Formidable quindi, non offre nulla di nuovo rispetto al passato e dove ci prova, non si ottiene il risultato sperato, con degli alti e bassi che si muovono per tutto lʼ album senza mostrare una direzione decisa. Questo dispiace perchè la band aveva fatto presagire che i presupposti per poter fare passi avanti cʼerano. In ogni caso ci si ritrova nelle mani un disco orecchiabile, dal linguaggio rock ma dal suono pop, che arriva ad un livello standard che andrà benissimo per le radio nei prossimi sei mesi e poi un saluto. E un vaffanculo anche alle major.

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ETICHETTA: Milano Sta Bruciando Records
GENERE: Rock

TRACKLIST:
D.S.M.
Poveri Suonatori
Binario 21
Reality Show
Il Mondo Libero
La Droga Più Pesante
Il Porno E’ La Democrazia
Sulla Linea di Confine
Come Una Goccia d’Acqua
Solo Per Te Stesso
E’ Il Nostro Destino
La Fine del Mondo

E’ un po’ di tempo che si sente parlare dei Grenouille. La curiosità, logicamente, finisce in un frullatore insieme ai nomi di mille altre band fino a che qualcuno ti dà motivo di approfondire quel discorso e portarlo ad una conclusione critica. Il Mondo Libero è un disco spettacolare, e bastano pochissimi ascolti (che dico, accenni d’ascolto…) per capirlo. E’ la dimostrazione di quanto potente possa essere sia sul piano discografico che su quello comunicativo il rock nostrano in lingua italiana. Una colata unica di potenza, graffiante ed essenzialmente punk nella sua indole, che si dimostra tutt’altro che inconcludente, caratteristica tipica di molti seppur bei dischi che hanno rappresentativo anche iconograficamente l’ultimo decennio. Si fonde con una cattiveria post-adolescenziale tutto lo squallore della nostra società attuale (la rabbiosa Reality Show) e l’emblematica malinconia che sembra insita nella musica del Belpaese, forse perché dentro ci portiamo qualcosa di doloroso, forse perché semplicemente ci piace così (La Fine del Mondo). Con un’urgenza espressiva che esce da ogni poro, sfilacciata e sfibrata, ruvida e in grado di lasciare il segno, ci si sente davvero liberi dopo lo sfogo dato dall’ascolto di un disco così, segnale definitivo che qualcosa ci ha comunicato.
A fine 2012, dopo undici mesi di vuoto, i Grenouille ci dicono che la musica italiana è ancora viva.

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