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Archive for novembre 2011

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Folk, indie

TRACKLIST:
1. An Anarchist in Parliament
2. On The Bank
3. Nightdrifting
4. Ribbon Instead
5. Through a Spyglass
6. To Love Somebody
7. Whistle on the Washing Line
8. Crockery in the Cupboard
9. Off the Banks
10. Something More to Say
11. Lucio Goes to Sydney
12. Anorak

Il cantautorato italiano moderno, quello che le sue radici folk le prende più dagli Stati Uniti di Bob Dylan che dal nostro passato deandreiano o gucciniano, è rappresentato pienamente da questo Anorak, opera prima di Angus Mc Og, artista modenese che nel duemilaundici è riuscito a ricavarsi una nicchia piuttosto consistente di seguaci, grazie a questi dodici splendidi brani.
La raffinatezza del suo songwriting si sposa molto bene con le atmosfere molto soft, delicate nell’intensità e in quel tocco nostalgico che ricorda il già citato Dylan, ma anche Neil Young e i momenti meno rock di certe perle degli Wilco. Non mancano neppure tocchi à-la Buckley, mentre anche Nick Drake, Elliott Smith e, nel panorama recente, Bright Eyes serpeggiano all’orizzonte nella sfera siderale delle influenze. I pezzi sono tutti molto maturi, i testi smaccatamente rivolti verso occidente. Predominano le atmosfere più scure, l’idea del viaggio, dello sguardo rivolto ad una scena naturalistica da contemplare ed ammirare, della poesia nostalgica quasi leopardiana. Non c’è niente di pretenzioso, tant’è che si può definire cantautorato minimale, ma in questa semioscurità fatta di chiaroscuri, di alternanza di luci ed ombre, ci si innamora di canzoni come “To Love Somebody”, “Nightdrifting” e la title-track, di momenti come “Lucio Goes to Sydney” e “Off the Banks”, gli episodi più significativi perché contengono tutta la vena folk che dietro il lamento malinconico più tipicamente dylaniano nasconde una voglia di raccontarsi che malcela l’autobiografismo, mentre in penombra avvertiamo la possibilità che questo artista superi i confini emiliani per diventare un vero e proprio punto di riferimento in questa scena che sempre più pullula di grandi artisti.

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Da oggi in avanti questo blog non sarà più lo stesso. 
Lo vedrete con altri occhi.
Vi farà molto più schifo aprirlo, questa è l’unica certezza.
Si perché con la rubrica LA COPERTINA PESSIMA DEL GIORNO avrete ogni giorno per un periodo di tempo indefinito una terribile copertina, a dimostrare che l’artwork, come lo chiamano all’estero, dei dischi, non sempre si può accostare alla parola arte senza suscitare conati di vomito.
Per fare una sorta di analisi psicologica di questi artisti che non hanno la minima idea di cosa usare come cover dei loro dischi, seguiteci con il nostro post quotidiano.

Si inizia con:
GEORGE JONES – COUNTRY CHURCH TIME

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Recensione a cura di Andrea Marigo

ETICHETTA: Brown, Fat Possum, Columbia
GENERE: Pop, rock

TRACKLIST:
1. Factory
2. Compliments
3. Laredo
4. Blue Beard
5. On My Way Back Home
6. Infinite Arms
7. Dilly
8. Evening Kitchen
9. Older
10. For Annabelle
11. NW Apartment
12. Neighbour

VOTO: 4/5

Per la gioia mia (ma forse non dei vecchi fans) i Band Of Horses non sono più indie-rock come nei due album precedenti.
Quando ho dovuto etichettare con un genere questo disco, sono andato in paranoia.
Ero sicuro di recensire un disco indie-rock targato Band Of Horses, ma non era corretto in questo caso.
Guardai la copertina dellʼ album: un cielo blu, e le stelle.
Un cielo che profuma di America, quella con la polvere e gli stivali di pelle.
Lo ascoltai e pensai al country, ma non bastava perchè sbucava anche del rock, tutto orchestrato in chiave pop.
Ascoltai bene la voce, quella voce bellissima di Ben Bridwell supportata da cori continui, calibrati ma incisivi in modo magistrale dai suoi compari Tyler Ramsey e Ryan Monroe.
Allora forse capii che era la voce che trainava il tutto ed avevo ragione.
Si ma non bastava.
Le chitarre? La batteria riverberatissima? Si ci sono, poste appena più sotto, ma contano.
Ero sicuro, è pop. Poi rock.
O forse rock e poi pop.
Allora indossai una camicia a quadri e misi il disco in auto, guidai per le valli e capii sempre di più che tutti i generi citati erano lì.
E che è un album che dura un giorno. E va in base al meteo.
Alla mattina, partii con il sole, mi prendeva bene, cʼ era poco da fare, sorridevo, “Compliments”, “Dilly”, “NW Apartment” e “Laredo” (questʼ ultima gasa davvero!) volume alto e buon umore.
Continuai a guidare, io, il sole e i colli, pensando a cosa avrei dovuto fare e non facevo “Infinite Arms”, “Older” sorretto da atmosfere trasognanti sporcate di country.
Il tempo scorreva e il cielo cambiava.
Guardando lʼ orologio accanto al bracciale, che mi aveva regalato la mia donna quando era ancora mia, iniziò a piovere, le gocce cadevano tristi sul vetro e allora mi fermai a fumare una sigaretta pensando che lei era bella davvero “For Annabelle”, “Neighbour”, e
forse mi mancava “Evening Kitchen”.
I pensieri andavano e guardavo il panorama.
Decisi di tornare a casa, ora che era quasi sera e non pioveva più.
Con la pioggia se nʼ erano andati anche i pensieri più malinconici e il tramonto finiva il suo lavoro e mi guidava verso casa “Factory”, “On My Way Back Home”.
Mi stesi a letto, non mi preoccupavo più del genere, aspettavo di addormentarmi con le cuffie nelle orecchie.
Guardai fuori dalla finestra, “Blue Beard” e c era il cielo blu, e le stelle

SITO UFFICIALE

VIDEO DI “Is There A Ghost” DAL DISCO “Cease to Begin”

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ETICHETTA: Tannen Records
GENERE: Post-punk, alternative rock

TRACKLIST:
1. Innerself Surgery
2. Silver Strawberry For A Bullet
3. Super Void
4. Useless Crash
5. Throat Miners
6. Scorpio Rising
7. Forzier
8. Dust Tiger
9. Grass Snake Vertigo
10. Deathfuck
11. Ted Sad
12. Slap You
13. Carcharodan Carcharias

Ci sono pochissimi motivi per continuare a sostenere il proliferare inarrestabile di gruppi post-punk, che in centinaia di declinazioni diverse stanno spopolando sempre più. E’ difficile individuare band davvero originali in questo calderone ma negli album che si salvano merita una menzione speciale proprio Innerself Surgery dei Laser Geyser.
IS è un disco assolutamente vario, senza nessun ingrediente lasciato al caso; miscelando hardcore punk, alternative rock, stoner e post-punk di derivazione eighties, convergono verso quella scena che in Italia è rappresentata da band come Love in Elevator, Laida Bologna Crew (due di loro erano proprio in questa formazione), One Dimensional Man del primo periodo e molti altri. Le diverse incarnazioni che il trio riesce a portare in campo però rendono il prodotto più vario, a partire dalla travolgente energia della title-track, di “Silver Strawberry For A Bullet” e di “Slap You”, senza dimenticare le derive deliranti à-la Fugazi che sporcano un po’ tutto il disco di una venatura post-hardcore internazionale che trascina l’album inesorabilmente verso un apprezzamento più ampio.
Testualmente inquietano i testi molto apocalittici, quasi distopici (si legge in essi una sorta di visione utopica alla Edward Bellamy, ma rivoltata al contrario, oppure un Orwell più violento che ha imparato il pessimismo leopardiano comparandolo con Nietzsche), a disegnare un quadretto molto oscuro ma sobrio che ben si sposa con le atmosfere crude ma contemporaneamente semplici e mai troppo virtuose delle tredici canzoni.

E’ evidente, brano per brano, come una band perfettamente conscia di cosa significa muoversi in un genere così ampio ma ormai già percorso in lungo e in largo da migliaia di gruppi in tutto il mondo; il tentativo di non risultare banali riesce quasi sempre, tranne in alcuni momenti (“Useless Crash” e “Forzier” su tutti) che ricordano un po’ troppo alcune delle band sopracitate. Tutto sommato la versione italiana di una fusione perfezionista di Drive Like Jehu, Black Flag, June of 44 e Mission of Burma. E cosa volete di più?

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ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Electro-funk, elettronica, wave

TRACKLIST:
1. What I Can
2. Attack
3. Tanzen Dusseldorf
4. Evil Heaven
5. Don’t Talk
6. SMS Bottle
7. Don’t
8. This Time
9. Desert Line
10. Mean It

Due persone. Una batteria. Una manciata di sintetizzatori. Ecco Attack.
Questo disco è la risposta giusta se cercate una sorta di spintarella anfetaminica per risollevarvi il morale o semplicemente riprendervi dopo una dura giornata di lavoro. E’ rock funkeggiante, ma fortemente elettronico, come se i Primal Scream più elettrici si fossero dimenticati di attaccare le chitarre e avessero voluto plagiare un po’ di Kraftwerk.
Il materiale di base è a suo modo radio-friendly, con qualche sferzata dark wave, qualche delirio ambient che ricorda il Brian Eno più schizzato e rilassato (“This Time”, “Desert Time, con comparsata di Collini degli Offlaga Disco Pax, e “Evil Heaven”), mentre artifici synth-pop riportano la memoria ai bei tempi di The Man-Machine (“Tanzen Dusseldorf”). Tutte le caratteristiche del disco sono egualmente curate, a partire dall’intersecarsi sempre molto attento delle voci con le strutture delle canzoni, pulsanti di continui cambi di suoni e tempi, nonostante sia il 4/4 a prevalere, senza mai risultare banale. E’ qui la vera chiave per comprendere il valore del disco: é un album semplice, integralmente devoto ad una cultura popolare nell’essere pura violenza electro-funk, e riesce comunque a non somigliare troppo a nessun’altro artista recente. Trasportano con grande consapevolezza e creatività alcune menomazioni post-punk in declinazioni eighties che difficilmente escono dalla testa (“What I Can”, la title-track, “SMS Bottle”), e senza neanche accorgersene scrivono una pagina storica del genere per quanto riguarda la nostra stanca Italia.

Si potesse definire funk wave, avremo risolto il dilemma, ma del genere ce ne freghiamo. Sappiamo solo che è ben suonato, ben composto, supercarico ed è pure originale (e italiano). Gli autori del nostro paese sono sempre pronti a sfornare dischi di un certo valore, il problema è che nessuno lo viene a sapere. Che ne dite, iniziamo a diffondere la parola? I Don Turbolento sono un buon punto di partenza. Non lasciatelo in disparte, merita sul serio.

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Fotoreport a cura di LaMyrtha




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PROSSIME DATE:
06.12.11 GLUE, Firenze
07.12.11 CIRCOLO DEGLI ILLUMINATI, Roma
09.12.11 ZUNI, Ferrara
10.12.11 I VIZI DEL PELLICANO, Fosdondo di Correggio (RE)
11.12.11 GIARDINI SONORI, Piacenza
16.12.11 FESTINALENTE, Aversa (CE)
17.12.11 SAWPALCO, Campagna (SA)

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ETICHETTA: Tannen Records
GENERE: Elettronica, avantgarde

TRACKLIST:
1. Another World
2. C12H17N204P
3. Free Tibet
4. Il Primo Volo Parte I
5. Il Primo Volo Parte II
6. Sinfonia (Preludio)
7. Sinfonia (Elettronica Contemporanea)
8. Hermes
9. Trismegisto
10. Musicogeny

Spettro visibile od udibile? Si direbbe quasi che tutta la cultura degli ultimi trent’anni in fatto di musica elettronica sia contenuta in questo lavoro di un duo (all’anagrafe Beltramini e Zattera), i Cyber Society, che se ne esce con un prodotto di grande qualità, la cui levatura scalfisce involontariamente tutti i dischi italiani più importanti nel genere per accostarsi a loro. Per scoprire tutto questo basta un ascolto, per abbeverare la propria mente di un miscuglio eterogeneo ma perfettamente congeniato di elettronica d’avanguardia, jazz, breakbeat, electrofunk, percussionistica tribaleggiante e schizzi classico-orchestrali. Solo dieci i brani, molti di più gli ingredienti che contengono. Vacillando tra distensioni quasi prog (“Sinfonia”) e rimbombi acid jazz (“Trismegisto”), ci si colloca agilmente negli spazi ancora liberi dell’avanguardia italiana, evitando tutta la fuffa dark resuscitata negli ultimi anni per proporre un vero e proprio manifesto di “elettronica contemporanea”, grazie ad una genialità nella composizione che stupisce da “Another World”, brillante quanto tetra introduzione (ma degna di questo titolo), fino al neo-ambient di “Musicogeny”, elemento che scorrazza lungo tutto il disco rendendolo variopinto anche grazie ad un range di suoni vastissimo che non risparmia i campionamenti al di là degli strumenti suonati, che comunque esistono e fanno un gran lavoro, fiati compresi. Schizofrenia puramente ambient è reperibile in “Free Tibet”, mentre con “Hermes” si emigra nella troposfera dei Portishead.
Poco spazio a qualche comunque scintillante momento danzereccio, mentre Aphex Twin e Four Tet insieme ad Amon Tobin brindano ad una nuova band ben contaminata dalla loro nevrastenia.

Uno dei migliori, se non il migliore, dischi di elettronica dell’ultimo decennio. Immancabile nella collezione di tutti gli elettronicofili.

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