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Archive for the ‘GENERE: Indie Rock’ Category

Recensione a cura di Cristina Commedini

ETICHETTA: La Fame Dischi
GENERE: Cantautore, indie rock

Cover

Claudio Rossetti in arte Il Rondine debutta con questo “Può capitare a chiunque ciò che può capitare a qualcuno”, primo album registrato a Perugia dall’etichetta indipendente La Fame Dischi in seguito alla vittoria (su ben 134 band iscritte) della seconda edizione del concorso annuale che la label umbra organizza ogni anno dal titolo “Le Canzoni Migliori Le Aiuta La Fame 2013/2014”.

Non conosciamo gli altri iscritti però ci pare che le canzoni del nostro giovane (classe 1985) cantautore indie-rock romano meritano di essere spinte e divulgate e quindi aiutate a farsi conoscere da più gente possibile. Azzeccata quindi la scelta dell’etichetta. Canzoni che parlano di storie quotidiane, dove tutti possono immedesimarsi e che nascondono sempre un doppio significato. E la magia sta proprio in questo: partire da comuni storielle di tutti i giorni per poi ritrovarsi a riflettere sulla vita e le sue perenni questioni.

Pregiudizio su sergio, La naturale capacità, In tempo, Mi fido più di me, La fine di uno scarafaggio, La settima differenza, Morto, La bolletta del gas, vanno tutte in questa direzione. Ascoltare per credere.

STREAMING DISCO (SPOTIFY) http://goo.gl/GhtRHb
STREAMING DISCO (YOUTUBE) http://goo.gl/4rs5yo

LINK ACQUISTO (COPIA FISICA) http://goo.gl/4x6iuL
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VIDEO SINGOLO “MI FIDO PIU’ DI ME”
http://youtu.be/DkVrCxKYt-Q

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Recensione a cura di Andrea Marigo

ETICHETTA: Polyvinyl Records
GENERE: Pop, rock, indie

TRACKLIST:
I Got High
Blues to Black
Love is Not Enough
Coffin Companions
The Burial
Bad Blood
Who Cares?
A Fever
Where Do I Begin?
Vivid Dreams

Voto: 3/5

LʼAmi Du Peuple oltre ad essere un giornale fondato in Francia durante la rivoluzione francese, è anche lʼottavo album di Mike Kinsella; lʼottavo della sua carriera solista iniziata nel 2001, che ha visto, se pur lentamente ma in maniera incisiva, una continua evoluzione in ogni nuovo lavoro, merito che trapela anche da LʼAmi Du Peuple.
In questo suo ultimo lavoro Kinsella riprende quello che il precedente Ghost Town aveva lasciato, arrivando ad un livello compositvo decisamente più massiccio alternato a momenti più soft come da tradizione Owen: Bad Blood, Blues To Black ma anche la traccia dʼapertura, che contiene un ottima struttura di batteria, si contrappongono a brani come Coffin Companions, The Burial, A Fever più fedeli alla parte centrale della carriera di Owen.
Love Is Not Enough riprende invece i primi lavori ma in questo caso spuntano degli assoli di chitarra, cosa mai sentita prima.

LʼAmi Du Peuple non è un disco che spiazza ma è ancora un disco evolutivo, che traccia i nuovi passi di Kinsella, in maniera quasi lenta, ma senza mai annoiare

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Recensione scritta per il circuito Music Opinion Network

Bergamo è ormai tradizionalmente considerata un terreno fertile per il rock, soprattutto in lingua italiana. Anche se la scelta linguistica dei ventenni Kingshouters nel loro esordio discografico You vs Me intraprendere una direzione anglosassone, la prolificità del territorio orobico sembra aver attecchito, innestandosi nel loro DNA. Come molte band nate qui, gli inizi di carriera seguono la strada dell’imitazione dei propri beniamini: furono i Nirvana per i Verdena del Demotape, sono band del settore post-grunge o post-punk (Smashing Pumpkins, White Lies, Editors) quelli dei Kingshouters. Specificare che non si tratta di una sterile riproposizione-fotocopia d’altro è però più che opportuno visto che il sottobosco nineties e “anni zero” di cui i quattro dimostrano e dichiarano di essersi nutriti appare più che altro come una guida verso una rotta più personale che guarda da lontano anche alla scena anni ottanta inglese e alla nuova ondata new wave anche italiana. Nella liberazione dalle catene che li imbriglia alle loro origini negli ascolti, si commette però comunque più di qualche leggerezza, cambiando a volte registro ma non struttura, così in “Dance”, ballad quasi indie rock (definizione orrenda ed imprecisa, lo sappiamo) pare di sentire un featuring tra i Franz Ferdinand e Billy Corgan oppure in “Jane” sentiamo Jared Leto riprendere le atmosfere più dark ma comunque pop dei Depeche Mode e degli Editors più recenti. I momenti di pop più riuscito (“Levels”, “Sometimes I Can’t Sleep”) mancano dell’appeal radio-friendly di certi altri capitoli di  questo lavoro, come il singolo “Friend” o la scurissima “The Last Emperor’s Day”, ma è forse l’assenza di passaggi banali a donare loro brillantezza. Musicalmente, inoltre, la band ha in essa i germi di una prosecuzione in crescita, che già lascia intravedere una maturità compositiva quasi raggiunta. Suonano già bene, e questo è fuor di dubbio.

Sconvolgere l’ossatura un pochino prevedibile di questi brani potrebbe, in sintesi, essere la chiave per un piccolo gioiellino, strada che ai giovani lombardi consigliamo di battere. In definitiva, questo You vs Me è il debutto migliore che si potesse avere viste le premesse e in questo la band deve senz’altro trovare conforto e voglia di migliorarsi. Quanti dischi mediocri sono usciti in questo genere nell’ultimo lustro? La risposta è: un’infinità. You vs Me non è tra questi ed è già un risultato di cui gioire.

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Recensione a cura di ANDREA MARIGO

ETICHETTA: Barsuk Records
GENERE: Indie rock

LIST:
You Can Play These Songs With Chords (1997)
Something About Airplanes (1999)
We Have The Facts And Weʼre Voting Yes (2000)
The Death Cab For Cutie Forbidden Love EP (2000)
The Photo Album (2001)
The Stability Ep (2002)
Transatlanticism (2003)

Voto 4/5

In genere non amo i best of e/o simili, ma i Death Cab negli ultimi anni, da bandiere indierock dʼoltreoceano si sono trasformati in una mega pop rock band che riempie gli stadi ad ogni concerto (anche se è lodevole il fatto che eseguano sempre e comunque brani tratti da tutti i loro dischi) per cui non mi stupirei se prima o poi ne facessero uscire uno. Ma una volta erano una band gloriosa, e qui, la cara Barsuk Records, sforna una raccolta limitata in vinile di 1500 pezzi, singolarmente numerati e firmati dalla band, con i primi album, compresi gli EP.
Questa deluxe box comunque non è un best of, anche se in qualche modo potrebbe sembrare un qualcosa di futile dedicato solo ai fans più assidui, ma è una guida consigliata vivamente a chi non li conosce o non conosce il loro passato, che traccia il percorso musicale della band di Seattle, dagli esordi allʼultimo lavoro, pubblicato sempre per la label indipendente, Transatlanticism.
Si parte dal lo-fi di “You Can Play These Songs With Chords”, passando per “Something About Airplanes” con Bend To Squares e Your Bruise.
Si nota subito una svolta con “We Have The Facts And Weʼre Voting Yes” ma soprattutto con lʼ ep “Forbidden Love” dove emergono brani come Photobooth e Song For Kelly Huckaby.
“The Photo Album”, a detta di molti il loro miglior lavoro, accresce notevolmente la fama della band in tutti gli Stati Uniti e oltre con il brano A movie Script Ending e con “Stability Ep” si sente emergere lʼ esigenza, da parte della band, di salire ancora di qualche gradino.
Ma questʼ ultimo ep è solo il passo che porta a “Transatlanticism”, ed è li che i DCfC raggiungono lʼ apice (e lʼ Europa).
The Barsuk Years è dunque la raccolta dei lavori che Gibbard e soci sfornano durante i primi anni di attività, gli anni di gioventù, ed è risaputo che in genere, sono gli anni migliori.

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ETICHETTA: Moscow
GENERE: Indie rock

http://thecharlestones.bandcamp.com

TRACKLIST:
off the beat
love is a Cadillac
energy
the girl who came to stay

she was a firework
eager beaver
eager beaver (reprise)
let it all hang out
the clue
standing in the prime of life

Nuovo sforzo per i giovani friulani The Charlestones, negli ultimi anni fiore all’occhiello della loro conterranea etichetta Moscow che già ci presentò interessanti artisti del calibro di Trabant e FilmDaFuga. Il primo lavoro, Out From The Blue, vagava in maniera molto interessante nel panorama brit pop con quelle scosse indie rock mainstream che fino a qualche tempo fa andavano molto di moda all’interno di quel revival new wave e post-punk che fece impazzire mezzo mondo. Off The Beat parte dagli stessi presupposti ballerini, potenti e sbilenchi, tra indie pop e punk, ma tenta di rifarsi un po’ di più alle origini beatlesiane di quei linguaggi. She Was A Firework, Standing In The Prime of Life, Eager Beaver e la relativa ripresa sono tutte la contestualizzazione perfetta ed eccellente di quel brit-pop che i Beatles contribuirono a forgiare e rendere celebre, fino a trasformarlo in qualcosa di estremamente influente, senza negare le sue origini “beat” che nel titolo di questo disco sono citate. Sia ritmicamente che melodicamente l’album viaggia su quelle dinamiche spensierate ma danzabili che tutti ancora stimiamo perché sono ancora attuali, e forse a volte avere una band che tenta di rifarsi a quelle situazioni, se da un lato denota poca originalità, serve anche a ricordarci da dove tre quarti della musica che ascoltiamo deriva. Se poi i giovani tolmezzini lo fanno mettendoci anche quella personalità e quel tocco di creatività che manca a molti follower della scuola Beatles, allora possiamo davvero divertirci. Ancora una volta.

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ETICHETTA: Infecta Suoni&Affini, Venus Dischi, Face Like a Frog Records
GENERE: Indie rock, new wave, alternative rock

TRACKLIST:
1. Helsinki
2. Non Preoccuparti Bambina
3. Vendere i Soldi
4. La Provincia (con Andrea Appino)
5. Dettagli
6. L’Individualismo vi Farà Morire Soli (con Matteo Dainese e Ceskova Midori)
7. Il Figlio Gaio!
8. Padre la Smetta
9. Una Lega di Matti
10. I Pezzi di Merda Non Muoiono Mai
11. Mente Animale

Si potrebbe recensire questo disco citando qualche frase a caso, per comunicare il mood generale. Lo faremo:
E’ lui (il tuo vecchio, ndr) che ti ha detto che tutto sommato è solo una questione di testa. 
Sento di avere qualcosa di rotto in me, mi si son rotte le palle. 
Ed è il più furbo è chi ne sa approfittare e ti consiglia pure di fare uguale.
Tu guardi Helsinki con gli occhi di chi ha gli occhi stanchi di stare qui


L’individualismo-o-o vi farà morire soli
, che è anche il titolo di una delle canzoni più catchy del disco, introduce uno degli argomenti portanti del disco: la stanchezza disillusa di questi giovani ragazzi, i Nu Bohemien, verso l’italiano medio, verso quell’ipocrita egoista che non conosce sentimenti di morale comune, di vero patriottismo equo e altruista, di legalità o perlomeno di coerenza personale. Solidi e chiari i messaggi convogliati, la disgrazia delle nuove generazioni con solo un pezzo di carta igienica come laurea, metafora abusatissima ma in momenti di lucidità come quelli dell’intero spettacolare La Consuetudine del Sentito Dire sempre buona a far capire il pensiero di fondo. Ce n’è per tutti, dal Vaticano ai luoghi comuni di una società sempre più in affanno per il senso di perdita dell’identità nazionale o semplicemente di una società troppo tradizionalista (impeccabile in questo senso la logorrea velatamente politicizzata di “Una Lega di Matti”). La qualità dei testi è mediocre, con espressioni talvolta ridondanti seppur dolcemente macabre, ma l’acerbità è presto ricambiata da un sentimento post-cantautorale tipicamente folk che ricorda molto gli artisti di strada oppure i trovatori, vogliosi di raccontare storie al popolo come veri menestrelli dell’ogni giorno. Una tenuta da buskers, gonfia di chitarre acustiche e ritmi danzerecci, che gli fa certo onore.

Chi se la prende sempre in culo sono gli operai, dicono qui, loro che forse, come tanti giovani italiani, in fabbrica non ci sono andati e non ci andranno mai, ma è facile capire perché questo disco può trovare successo: si infila in una sequenza di dischi socialmente impegnati che dopo aver iniziato a stufare tempo fa sono tornati in voga tra folk rock e cantautorato, dapprima con una nuova linfa, poi con cliché che si sono riverberati fino a qui, fino a questi Nu Bohemién che pur ripetendo gli stessi schemi riescono a rompere la banalità quasi triviale di una scena stagnante. La stessa scena che dopo gli Zen Circus (anch’essi peggiorati ultimamente), il cui Andrea Appino è presente in questo disco alla sei corde, aveva perso la sua carica narrativa di una quotidianità che era stata ormai troppo sviscerata da quell’ironica opacità che li contraddistingueva per permettere nuove imitazioni.
Razionalmente non diremo che è un capolavoro, ma la musica è anche cuore ed energia. Istintivamente è emerso un vero impulso ferino, animale, selvaggio, nell’ascoltare questo disco, quasi un sentimento riottoso di prepotenza ribelle, come a dire “hanno ragione, scendiamo in piazza e spacchiamo la faccia a tutti”. Ma la terribile realtà è che l’errore nostro di italiani sta proprio lì, nel lamentarci sempre, in maniera poco costruttiva, talvolta abbassando troppo i toni fino ai livelli infimi di certa volgare musica di protesta. I Nu Bohemién, fortunatamente, non appartengono a questa categoria, ed è per questo che li apprezziamo.

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Recensione a cura di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: WoodWater Records
GENERE: Indie rock

TRACKLIST:
1. Slow Walk Town
2. 24 Hours Drive
3. Get Out of the Park
4. Good Night, Friends
5. Look Up Today
6. The Tree of Knowledge
7. Night Falls Into Snow
8. The Ordinary Days
9. Try to Keep
10. Summer End
11. Untitled

Beata scena indie americana, rimembrare i tempi del liceo, i primi amori, aver voglia di stare al sole perchè ritorna primavera.
Evidentemente vivono queste sensazioni anche in Giappone, e si sente cosa i quattro di Fukuoka hanno ascoltato: American Football e Death Cab for Cutie (quelli dei primi dischi) su tutti, si possono citare poi Very Secretary, Ida ecc.. e tutte quelle band riempite di Telecaster “lagnose” che tracciano melodie da broken hearts.
Questo disco credo sia impossibile da trovare qui da noi, ma lo potete scaricare da Itunes, oppure, se siete affezionati ad avere booklet con disco reale, ve lo fate spedire direttamente dal paese del Sol Levante. Ma parliamo un pò delle canzoni che compongono questʼ album.
Le 11 tracce che si susseguono, sono ricche di chitarre in puro stile indie, abili a tracciare sfumature agrodolci: a tratti solari, a tratti malinconiche. 11 brani che spingono verso lʼ ordinarietà delle piccole cose: quelle che rassicurano, non quelle che annoiano.
Eʼ un continuo alternarsi di momenti indie rock caratterizzati da una buona energia e altri più soft, arrivando ad un risultato piacevole che non stanca, anche se la matrice di ogni brano è sempre la costante di chitarre che intrecciano arpeggi tra loro, che ai primi ascolti, possono apparire simili.
La voce del cantante/bassista è apprezzabile, anche se forse poco incisiva (forse per insicurezze di lingua? cantano in inglese) ma non è detto che ciò sia un male.
Esistono poi anche dei remix in chiave indie-elettronica molto ben fatti: uno su tutti “Good Night Friends” firmato Miyauchi Yuri.
Se vi dovessero piacere, consiglio anche il secondo album “The Foot”, altro discreto lavoro, dove la band giapponese trova soluzioni nuove, arrivando a comporre un album
più lento, disteso, dove si sente unʼ evoluzione rispetto a questʼ esordio più dinamico.
Questa band è una chicca per gli amanti dellʼ indie americano, quindi se siete fans del genere e/o nostalgici dei Death Cab targati Barsuk Records, ve li consiglio vivamente.

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