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Archive for the ‘ARTISTA: Stefano Amen’ Category

ETICHETTA: Controrecords
GENERE: Blues rock, country

TRACKLIST:
1. Tequila Amore Mio
2. Crack
3. Quale
4. Come Non Detto
5. Berlino, New York, Città del Messico
6. Nessuno
7. Incidente in Danimarca
8. Criminali
9. Tequila Blues

L’evocatività immaginifica del blues, l’intrigante splendore dei testi in italiano quando parlano di quotidianità, i viaggi più anomali con le parole e dentro le parole. Stefano Amen riesce, con un disco come questo, a confermare la sua strabiliante vena cantautorale, appoggiandosi ad una stabile base rock, resistente agli urti delle influenze dal vecchio pop italico, quando la voce ricorda il miglior Bennato o le liriche si rifanno al nostro passato di narrazione giornaliera, le cronache delle vite dell’artista, così come nella pura tradizione letteraria dei nostri migliori poeti, romanzieri e tragediografi.
Le striature blues che qui e là raffazzonano brillanti sferzate di “musica popolare” (pertanto folk, ma non come va di moda oggi), si piegano poi al linguaggio meno duttile della country d’oltreoceano. Succede così che ci accorgiamo del titolo, dopo aver ascoltato un paio di volte il disco: “Berlino, New York, Città del Messico”, un titolo che è anche un’intestazione, una descrizione, un attributo illustrativo del contenuto dell’opera. La title-track, poi, si preoccupa di rappresentare ancora meglio questo aspetto del disco: Berlino, come la città dell’arte e di ciò che vorremo interpretare, New York, come la città del caos e dello sviluppo che non sempre siamo in grado di raggiungere se non con l’immaginazione modellata sulla forma mentis che ci viene imposta dai media, e Città del Messico, esotica e brillante metropoli che alterna povertà ad estrema ricchezza, la vita media dell’impiegato alla decadenza “bohemiènne” dell’ubriacone di turno. L’alcol è un tema dominante nel disco, lo inizia e lo chiude; ne é un concetto sovrano, ma contemporaneamente chiave di lettura delle proprietà organolettiche dell’opera stessa; chiarifica il contesto, la vita di tutti i giorni, il senso di perdizione e spaesamento che i personaggi dei testi vivono, senza troppa passione per la concisione, con dettagli che servono a fare dei pezzi dei veri e propri affreschi di brandelli di vita. Vissuta o meno.
“Crack” e “Incidente in Danimarca”, con qualche passaggio letterario di interpretazione ambigua, ma dopo essersi premurati di rendere il tutto comprensibile ai più, sono i momenti più alti per quel che riguarda il livello del piano verbale. Dal punto di vista musicale, è la traccia di apertura, “Tequila Amore Mio”, ad esporre il progetto di Stefano Amen o ne rappresenta, perlomeno, una specie di inventario. E’ tutto lì, e forse questo è anche un limite, perché potremo spegnere il disco e dire “tanto non c’è altro”, ma il punto è che questa musica, erratica, estatica, esoterica e quasi misteriosa, nei suoi toni caldi e a volte cupi nonostante un songwriting abbastanza maturo da dare risultati che sfiorano il pop, riesce ad entrare nella testa dell’ascoltare come un flusso incessante di pensieri ed immagini che non smetteranno mai più di circolare liberi, dandoci sensazioni che se non si avvicinano all’ebbrezza poco ci manca. Un vezzo che Stefano Amen deve prendere, perché se il prossimo lavoro fosse ancora così, con un minimo di approfondimento in più sulle musiche, sarebbe veramente una piccola perla di quella scena, quella piemontese, che trova in questi ultimi anni uno sviluppo e una brillantezza che non aveva (quasi)mai avuto. In alto i calici.

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