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Archive for the ‘GENERE: Rock sperimentale’ Category

ETICHETTA: Dischi Soviet Studio
GENERE: Psichedelia, blues

TRACKLIST:
As Loud as Hell
Joy
Disillusion
Now I Know
Like Flowers
Intermission
Drop the Bomb, Exterminate Them All
The Flow
Psycho Blues
Small Place
Come Back Blues

Dischi Soviet Studio, collettivo artistico ed etichetta della provincia di Padova, mette a segno un altro ottimo colpo con il disco dei fiorentini Neko At Stella. Per capire di cosa si tratta, basta leggere la sequenza di generi citati nella loro biografia: shoegaze, post-rock, noise, desert rock. Ci sarebbe anche altro, ma lungi da noi proseguire troppo con le definizioni.  Il self-titled dei toscani non è certo il prodotto di menti tranquille e riposate, e l’effetto è più quello di un turbamento continuo, in grado di generare, alla fine di un lungo processo di labor lime, un parto geniale, ma sporco di sabbia, ferale e selvaggio. Massangioli e Boato sanno come giocare sporco, così come sanno insudiciare bene i suoni per renderli più pesanti, vissuti, senza cadere nei cliché del vintage che tanto va di moda quando si parla di fare rock blues moderno (non sono i Black Keys, per intenderci, né i White Stripes, che sono pur sempre validissime band nel background dei Neko at Stella). “As Loud As Hell” e “Like Flowers” sono brani stridenti e veementi, dove è difficile trovare il coraggio di qualche passaggio enfatico che ritroveremo in quei momenti più lisergici e psichedelici come “Disillusion”, ma sono egualmente ardimentosi e ben confezionati. Se si lascia perdere qualche venatura più post-romantica, l’album ha un impatto veramente devastante. E’ per questo che è quasi traumatico sentire quanto acido può suonare quel dispositivo bellico che è “Small Place”, così com’è sensazionale ricevere senza protestare i delicati ma efficaci buffetti di “Come Back Blues”, brano che palesa dall’accumulo di ascolti una sempre maggiore audacia. Le varie componenti sopracitate, sopratutto il noise e il post-rock, si fondono in maniera davvero omogenea, risultando talvolta frutto di un complesso rimescolamento di linguaggi che trascende le categorie.  Il songwriting, in particolare, è ineccepibile, mai banale anche quando tenta soluzioni sconsiderate.

Non è per niente male questo Neko At Stella, frutto di un sottobosco musicale fertilissimo come quello toscano, e che trova concretezza soprattutto nel ripercorrimento di linguaggi triti e ritriti mandando a fanculo i loro luoghi comuni. Dire che ce n’era bisogno forse è troppo esagerato, ma ci permettiamo di osare abbastanza da dire che nel duemilatredici italiano è uscito poco di meglio. Granito.

LISTEN HERE:

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profilo Facebook band: https://www.facebook.com/nekoatstella?ref=ts&fref=ts
sito etichetta (Dischi Soviet Studio): http://www.dischisovietstudio.it/

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Rccensione a cura di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: LaFameDischi
GENERE: Pop, sperimentale, indie

TRACKLIST:
1. Lʼ Alba, Dentro
2. Di Roccia
3. Cara Vana
4. Correnti del Nord VS Correnti del Sud
5. Ciuri
6. Delfini
7. Delfino io, Delfino Tu
8. Le Nuvole

Voto 3.5/5

Davide Iacono, è il cuore pulsante di VeiveCura, le sue dita sono quelle che toccano i tasti del pianoforte, strumento che è la colonna portante dellʼ intero album.
Oltre al pianoforte, firma anche le percussioni e la voce, sempre posta leggera, sussurrata ma incisiva tra le melodie.
Quello che si ritrova in questo disco, oltre agli strumenti citati, è unʼimpressionante carrellata di altri strumenti, suonati da altrettanti musicisti: archi, trombe, flauti, bassi, chitarre, suoni atmosferici, tastiere, che tracciano melodie poetiche, che vanno a ricordare quelle dei Sigur Ros, i Sigur Ros meno intimi e più orchestrali, portando il tutto in direzioni trasognanti, quasi magiche, ma dal gusto pop.Unʼ influenza che si sente quella della band islandese ma che è resa propria dallʼuso di strumenti popolari che richiamano i nativi dellʼautore: la Sicilia.
Le prime due tracce sono due perle: “L’Alba Dentro” è una nascita, “Di Roccia” una marcia gioiosa. “Cara Vana” cambia rotta e diventa più introspettiva, “Correnti del Nord vs Correnti del Sud” riprende gli stilemi di una marcia: un continuo crescendo che mostra sempre di più i contorni dellʼ immaginario tracciato da Iacono, facendo emergere la maestria dellʼartista nel contrapporre le due correnti musicali (nord e sud), dando come risultato un gradevole racconto in note.
In “Ciuri” il pianoforte è un vortice dipinto da altri mille strumenti, un sali e scendi che porta ad un deciso finale di coda.
Quello che emerge dallʼ ascolto del disco, è un amore verso i più vari colori che la musica può offrire, colori che creano visioni, emozioni, sensazioni che si spingono allʼ orizzonte. Il limite da scavalcare (se si vuole cercare un limite) è forse la ripetitività che le tracce in qualche frangente presentano.
“Le Nuvole”, brano di chiusura, è un omaggio al pianoforte, una composizione con il reverse in eco della stessa, che forse lasciato solo nella seconda versione, avrebbe detto di più.

“Tutto è vanità” è un vortice pazzesco di colori che si riflettono ovunque, memorie scordate che tornano in mente, sensazioni che fanno pulsare le vene, un lavoro sorprendente, che lascia ben sperare per lʼartista siculo e per il pubblico italiano.
Un album che può e deve essere apprezzato, soprattutto nel 2012, soprattutto in Italia

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Recensione di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: Moss Stories
GENERE: Pop, indie, sperimentale

TRACKLIST:
1. Your Stories
2. Tree Roots Turn to Forts
3. Where Were You?

Voto: 3/5 su 5 

Ci sono due indizi: il primo è l’Islanda, il secondo è Reykjavik.
Chi vi è venuto in mente? Le risposte sono due: “niente” oppure i Sigur Ròs. Quella giusta è Sigur Ròs.
Bene, i Parachutes sono identici ai Sigur Ròs, ma veramente identici. Il problema è che essendo identici è impossibile disprezzarli, succede l’esatto contrario: se ti piacciono i primi, ti piacciono anche i secondi.
La band prende il nome dai semi di un fiore di tarassaco e hanno iniziato nel 2003 registrandosi i dischi da sé, in camera.
Alex Somers (Alex & Jonsy) e Scott Alario sono in due. Nella band comunque ci sono un’infinità di personaggi che suonano di tutto: chitarre acustiche, una carrellata di tastiere, giocattoli, percussioni, batterie, bassi, fiati, archi.
La voce è sommersa, dietro si apre un’esplosione di archi e cori.
Quello che traspare da questo EP è un impressionante stratificarsi di suoni nordici, è un trionfo, un risveglio della natura, percussioni di marcia, vecchie e dolci.
Sappiate che i Parachutes si sono anche sciolti, lasciando due album dove la sperimentazione faceva da padrona. Nel 2008 questo EP che sta per “chiusura della carriera”, ed è un peccato perché a differenza dei due dischi precedenti, troppo “di nicchia”, questo lasciava intravedere una strada che poteva aprirsi verso orizzonti più ampi.
Credo non troverete mai questi album in vendita, ma nella pagina MySpace della band li potrete scaricare gratuitamente.
Se vi mancano i Sigur Ròs perché è un po’che non fanno un album, potete consolarvi con i Parachutes che tra poco è primavera, la neve si sta sciogliendo, i tarassachi fioriranno. Avete la colonna sonora dell’opera.

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ETICHETTA: New Model Label
GENERE: Alternative rock strumentale, sperimentale

TRACKLIST:
1. Crystal Water
2. Red Wine & White Beer
3. Butterfly Hill
4. L’Ombra di Anele
5. Mangiatori di Peccati
6. Preludio 9
7. Sandflower
8. Sei Minuti all’Alba

Misteriosa questa formazione, enigmatico questo disco. E’ complicato maneggiare con sicurezza e consapevolezza le più diverse forme sperimentale di rock che ogni tanto qualche musicista più eclettico tenta di esplorare, e così questo Km 0, primo lavoro del Codice Blu. Spesso è il post-rock il linguaggio più battuto, ma in questo caso solo i generi che in maniera tentacolare sono stati da esso raggiunti dopo averlo prima formato (shoegaze, krautrock, noise rock, prog) sono davvero udibili e distinguibili tra le influenze. L’album è molto bello, nonostante una lunghezza in certi momenti avvertibile come eccessiva; il progredire di alcuni brani è a volte inceppato da alcuni cambi un po’ forzati o semplicemente pesantemente prevedibili, per gli esperti del genere (“L’Ombra di Anele”, “Sandflower”), ma tutto sommato la banalità non è una caratteristica che si può affibbiare a questo lavoro. Difatti è improbabile che questi ragazzi assomiglino davvero a qualche altra formazione analoga, se ne esistono, e il loro diverso e ambizioso modo di comporre gli regala una caratterizzazione multiforme e variopinta, sicuramente capace di rappresentarli come personaggi a sè stante nel nebuloso universo degli sperimentatori d’Italia. “Crystal Water” e “Butterfly Hill” nascondono qualche appiglio lontano ai primi Sonic Youth, mentre è un alternative più sottomesso e semplificato che sottende a “Mangiatori di Peccati”. Il perno centrale è sempre il tentativo di muovere l’animo con un certo minimalismo, evitando il gonfiore barocco di certi orpelli di troppo che spesso scolorano opere post-rock o post-metal, trafficando con gli strumenti in maniera da individuare il sound giusto canzone per canzone, ricercando l’equilibrio adeguato a comunicare questo o quel sentimento.

In sintesi, un viaggio tra distese di luci, suoni ed emozioni, quasi lisergico, ma rilassato al punto giusto da risultare più che altro un tranquillante per le nostre giornate troppo movimentate.

Sito ufficiale

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ETICHETTA: Supernatural Cat
GENERE: Post-rock sperimentale

TRACKLIST:
1. Ultramorth
2. Orkotomb
3. Orbothord
4. Oktrombo
5. MöR
6. Oktomorb
7. Obrom

La schizofrenia è una delle caratteristiche più strane per una band con queste premesse. Dai dischi precedenti li ricordiamo per un’incredibile miscela di post-rock, psichedelia, follia noise e classic metal, furente, violenta, gelida, fonte di continue sperimentazioni che fanno dei due bassi la propria bandiera. Sotto l’ala protettiva di un’etichetta sopra le righe per definizione come la Supernatural Cat, questi pazzoidi arrivano a Morbo dopo un trittico veramente valido (Morkobot, Mostro, Morto), senza retrocedere di un singolo passo. A redivivere in questo album è un po’ di quel funk metal ormai smarritosi dietro le emulazioni degli RHCP più scarichi (“Orkotomb”), che riporta invece l’attenzione su Primus e Oysterhead, ma mescolato con quella vena più psichedelica che, “metallizzata” a dovere (“Oktrombo”, “Obrom”), diventa il marchio di fabbrica dei lodigiani. La bellezza di questo disco sta nel suo approccio continuamente nevrastenico, inarrestabile, sfuggevole; in un’espressione, indefinibile. Rinchiudere in una gabbia le strutture compositive per analizzarle è un’opera impossibile, tanto variegate e sottili sono le tracce del loro maturissimo songwriting. Frequenze basse, rombi, mugolii, rumori di fondo, melodie atonali, tutto è affidato ad una logica superiore difficile da carpire. Quello che rimane evidente è l’incalzante asprezza di alcuni arrangiamenti, capace di scandagliare i territori inesplorati di un neo post-noise che in Italia nessun altro propone con questa qualità.
Morbo è il sigillo definitivo posto ad etichetta di un prodotto veramente DOC. Consigliamo di vederli live, dove sono maggiormente apprezzabili. Un disco fantastico.

http://morkobot.wordpress.com/
PROSSIME DATE:
25.11 Bloom, Mezzago (MB) – con Goran D. Sanchez, Verbal
03.12 Milk, Genova
25.12 Bahnhof, Montagnana (PD) – con Menrovescio, Neither
27.12 Dal Verme, Roma
28.12 Muviments 7, Itri (LT) – con Ovo
29.12 Disfunzioni Sonore, Napoli – con Ovo
20.01.12 Arci Bolognesi, Ferrara

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ETICHETTA: Acid Cobra Records
GENERE: Indie rock, post-rock, sperimentale

TRACKLIST:
1. La Condanna
2. Transoceanica
3. De Rosario
4. Un Fiore per il Capitano
5. La Lettera
6. A.M.A.N.O.
7. Da Quando Mi Hai Abbandonato…
8. Ago e Filo
9. Scena Muta
10. L’ospedale Vecchio/I Sette Giri del Corrente

Elegante e ricco d’immagini e colori: Addio! Amore Mio è un disco completo che noi definiremo quasi l’evoluzione post-rock di una contaminazione virale tra Baustelle, Offlaga Disco Pax e Giardini di Mirò, con sonorità internazionali. La voce, incandescente e soffuso meccanismo di propaganda sperimentale, riempie solo i momenti più delicati e lascia agli strumenti il protagonismo che solitamente compete a dischi noise o post-qualcosa.
I TV Lumière sono, anche per questo, una formazione interessante, i cui brani raccontano storie che le parole difficilmente riescono a descrivere senza l’ausilio della musica. La malinconia quasi esistenzialista disegna variopinte tele d’avanguardia, alla faccia di tutti i proclami alternative della nostra nuova tradizione nazionale.
Rapiscono, quasi sequestrano, l’ascoltatore con i tortuosi voli di pianoforte in “A.m.a.n.o.” e le scintille post-rock ultraritmate di “De Rosario”. I titoli, un po’ fuori luogo a volte, sembrano voler significare sempre il contrario della canzone stessa (“La Condanna”, “Ago e Filo”). La comunicazione pare sempre interrompersi, ma l’opera trova una sua concentrazione solo dopo un doveroso assorbimento nel tempo. Il rischio della troppa diluizione c’è, ma lo si smembra pian piano, carpendo i segreti di questo sound che si frappone certamente tra la nostra tradizione strumentale troppo saldamente ancorata ai GDM sopracitati (e, quando c’è di mezzo il piano, un po’ ai momenti meno suonati degli …A Toys Orchestra) e quella ultimamente così declinata dai Mogwai. Le scelte un po’ garage nel sound gli danno un’aura da band emergente che ne nobilita lo stile.

E’ trascinante, a suo modo sfacciato, e non si lascia schiacciare dal peso delle influenze troppo evidenti. TV Lumière è un progetto a sé stante, lontano dal perdere il dono dell’originalità, infuso dal tocco classico ma contemporaneamente sperimentale di una band che dimostra abilità e maturità compositiva in ogni nota. Senza gridare al miracolo, parleremo di questo disco per qualche mese come un delicato diversivo alla musica di tutti i giorni, o un palliativo per le delusioni che accompagnano sia la nostra scena mainstream che quella underground. Ci si sta risvegliando? Ce lo dirà il loro prossimo full-length.

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CARONTE – CARONTE (Pogoselvaggio! Records, 2011)
Pastone selvaggio di psichedelia, progressive e rock sperimentale di derivazione principalmente americana (noise, funk e metal compresi nel prodotto dei palermitani). La miscela cola in maniera molto produttiva nei due brani del self/titled, un lavoro interessante, vario, completo, dove ogni strumento si prende i suoi momenti da protagonista. Il risultato finale forse risente un po’ di alcune pecche nel songwriting, ma si potrà tutto sistemare al prossimo full-length. Essenzialmente un gran debutto.
VOTO: 3.5 su 5

MATHI’ – PETALIRIDENTI (Autoproduzione, 2011)
Napoli è una fucina di talenti da molto tempo, soprattutto quando si tenta di abbandonare la tradizione popolaresca dialettale. In questo caso si è tentato di coniare il cantautorato italiano con l’alternative più sperimentale della nostra penisola (…A Toys Orchestra, Giardini di Mirò, forse addirittura qualcosa degli Yuppie Flu), con un risultato molto interessante: un disco variopinto, dalle atmosfere poetiche, dove i testi hanno un peso anche troppo evidente e rischiano di fagocitare le bellezze delle categorie strumentali. Dopotutto Petaliridenti è quanto di meglio poteva nascere con le premesse che la band ha messo in atto, gran disco.
VOTO: 3.5 su 5

AMYCANBE – THE WORLD IS ROUND (Open Productions, 2011)
Un quarto d’ora di delizie poetiche, oniriche, ispirato alla Stein, da cui è tratto anche il titolo del disco; un universo sperimentale, tecnicamente perfetto, dove il pianoforte si colloca nel suo mondo di strumento emozionante e d’accompagnamento. Non mancano le influenze classiche, in questo bellissimo album di grande musica italiana cantata in inglese: è tutto molto dolce, come ci insegnano in patria anche gli …A Toys Orchestra, e la voce femminile aiuta. Semplicemente un piccolo miracolo, aspettando ulteriori full-length che possano bissare le bellezze romantiche di questo EP.
VOTO: 4.5 SU 5 

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ETICHETTA: Red Birds Records
GENERE: Rock psichedelico

TRACKLIST:
1. Chapter 1: The Death at Twilight of 25 Shattering Pieces of Sharpring Thin Ice
2. Chapter 2: Luna (And The Great Parade of Creatures Tiptoeing Around the Scarecrow)
3. Chapter 3: Gentle Marionette Firflies Lullabying Weavy
4. Chapter 4: The Loony Crowes Hoohaywire In The Shadows Of The Gigantic Moon
5. Chapter 5: At Twilight, Giant Farflies

Unmade Bed. Proprio come può sembrare, al primo ascolto, unmade questo disco. Sfatto, raffazzonato alla bell’e meglio. Ma siete sicuri che non sia solo perché non è di facile ascolto? Già, proprio così. Mornaite Muntide è abbastanza interessante, fin dal nome, per il suo incedere sempre molto difficile da interpretare, un disco funerario, una continua ascesa di toni (e note) di cui si nota soprattutto l’eccessivo stillicidio di rumori e suoni sperimentali, che contribuiscono alla causa del genere proposto. Psichedelia pura, quindi, palese già dal primo “capitolo” (il disco è diviso in chapters, cinque episodi che, si presume, si propongono di raccontare storie), con pochissimo spazio alla voce e il continuo folleggiare di ritmiche soffuse e sincopate, piene di riverberi, che si accompagnano alla melodia di chitarre incentivate dalle scelte nei suoni, ancora una volta concentrate sul delay e l’eco. Effetti che spopolano da sempre nel rock sperimentale, e che senz’altro giocano un ruolo fondamentale nel concretizzarsi di un sound denso e ricco di pervasive delicatezze atmosferiche. Il termine più adatto per queste canzoni così eteree è “spettrali”, un desueto ed intenso modo di definire la capacità evocativa di certi dischi post-rock che Mornaite Muntide tende a ricordare (come avremo fatto nei primi Slint, ma con delle strutture molto più anticonformiste). Certo, si può anche far fatica a dipanare la matassa di questi brani, lunghi, fuorvianti, pieni di confusione, con delle scelte di suono discutibili, ma è altrettanto vero che ogni singolo secondo di questo disco non può far altro che attestare un songwriting maturo che questa band riesce a dimostrare già dal secondo full-length. E non è poco.

Come Unmade Bed è una traccia dei Sonic Youth, questa formazione non si astiene infatti dal tributarli, seppur indirettamente, con manciate di shoegaze e noise rock come quasi nessuno ha saputo fare dopo i newyorkesi. E se in Italia nessuno ha mai provato ad elevarsi a protagonista del nutrito stuolo di adepti del filone, beh, preparatevi alla possibile invasione degli Unmade Bed, che seppur destinati a rimanere sempre di nicchia avranno comunque una lode tendenzialmente post-mortem. Allora, si dia il via all’elogio funebre accompagnato dalla splendida “Luna”.

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RECENSIONE SCRITTA PER INDIE FOR BUNNIES
ETICHETTA: Il Verso del Cinghiale Records
GENERE: Rock psichedelico, alternative rock

TRACKLIST:
1. Fin Che La Barca Va
2. Merry Christmas & Happy New Fear
3. Charlie
4. La Piramide (Signoraggio)
5. Elastico
6. Gundamn
7. Urina
8. Castello di Poppi
9. In Guardia
10. Moscerini Fiacchi
11. Flessibile
12. A-Lot-Ano
13. Trittico

Produzione di Alberto Ferrari. Protezione di Alberto Ferrari. E’ servito anche ai Karnea per diventare famosi, anche se dopo sono scomparsi, però c’è anche da dire che sia questi che questi hanno grandi motivi per essere arrivati dove sono.
“C’è Tutto Il Tempo Per Dormire Sotto Terra” è praticamente l’incontro perfetto tra le impostazioni psichedelico-stoner di Requiem dei Verdena e la pazzia punk folk acustica (anche nella voce) dei Marta Sui Tubi: il manifesto del disco, e di queste sue caratteristiche, è “Merry Christmas & Happy New Fear”, pezzo lanciatissimo che galleggia tra batterie e chitarre tanto impulsive da sembrare nevrotiche e quei svolazzamenti vocali che non possono far altro che ricordare Giovanni Gulino. La pazzia parapsichedelica con inserimenti grunge che la rendono quasi espressione avanguardistica si sente ancora meglio in “Elastico” e “In Guardia”, due brani veramente fuori di testa. “Moscerini Fiacchi”, di nuovo MsT; “Urina”, bel brano con ascendente Canos dei Verdena.
La band sperimenta anche troppo, incrocia linee che mai avremo immaginato potessero cozzare con così tanta classe: la virulenza quasi folle che si sente in certi brani (“Flessibile”), può far storcere il naso, ma è così che sono nati i miti. Questo disco potrebbe consacrarli, ma la produzione artistica dovrebbe essere curata leggermente di più, per non lasciare che la palese pazzia degli arrangiamenti ne rovini la complessità e la genuinità, evidenti in ogni angolo di questo album. All’interno di questo lavoro assumono funzione di spartitraffico (ma di grande qualità) tutti i frequenti intermezzi strumentali, che essenzialmente risollevano anche la parte, abbastanza triste perché troppo confusionaria, del cantato.

Sono cresciuti molto da “Anche I Cinghiali Hanno La Testa”: con un’attenzione maggiore sui dettagli e una maggiore omogeneità all’interno del disco, sarebbe un pacchetto perfetto. Grandi potenzialità, ottima espressività, songwriting di grande fattura. Manca poco: pay attention to the next one.

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ETICHETTA: Foolica Records
GENERE: Indie Rock

TRACKLIST:
1. Etiquette is Useless
2. Wake Up Alone In An Empty Bed
3. Carry On (To Carry On)
4. 6:00 am
5. John Arne
6. Echoes From My Brain
7. Nova Ruda
8. My Wrong Words
9. Caledonian McByrne

Incute quasi timore dover parlare di un disco così. Il primo aggettivo che mi è venuto alla mente dopo gli ascolti necessari a scrivere questo articolo è “viscerale”. Riferito al sound, ovviamente, sound quasi estrapolato con forza dalle interiora di un animale gigante o di un enorme natante lasciato al largo in balìa della tempesta, che deve essere scavato, ricercato, poi interiorizzato e infine lasciato decomprimere. Esplodere.
I Camera 237 sono forse la prima band, tra le centinaia che ho recensito, a stupire per una sorta di “potenza al contrario”. Un languido pulsare interno, cavernoso, che senza tentennare riempie l’udito dell’ascoltatore dandogli una sensazione di intensità priva di manifestazioni sensibili. Come dire che non la si sente, ma esiste.
Piano, è facile stracapire quando si inizia una recensione così ma è anche vero che abbandonarsi alla descrizione delle proprie percezioni sensoriali ascoltando un disco è una delle cose che più aiutano a comprenderne l’impatto emotivo.
Tutto sommato, Alone In An Empty Bed è un disco carino, una collezione di nove tracce di puro indie rock italiano con soffiate elettriche dalla natura veramente rude, forse addirittura rudimentale, nell’approccio (troppo) energico alle chitarre, nel creare una tensione che rischia da un momento all’altro di far implodere il disco stesso. Energia pura, energia negativa, positiva, chimica, fisica: “6:00 am”, “Nova Ruda”, “My Wrong Words” e il loro crescendo di pulsazioni incendiarie possono da sole spiegarvi cos’è questo disco. Ma in questo caso varrebbe solo sei, e sarebbe un misero EP: accostateci tutte le altre sei perle ed avrete un vero prodotto di qualità.
Poi vogliamo per forza trovarci una pecca? Vabbene. Dopo un capolavoro come Inspiration Is Not Here c’era il rischio che calcassero troppo la mano con l’autoreferenzialità ed effettivamente è così, però siamo già giunti ad un punto in cui l’indie si fonde con le sperimentazioni più estemporanee ed anti-canoniche che una band italiana possa nel 2011 cavare fuori.
Allora, diciamoci la verità: un sorprendente masterpiece che dimenticheremo difficilmente.

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ETICHETTA: Ludnica Recordings
GENERE: Rock strumentale, art rock, post-rock

TRACKLIST:
1. Esc
2. F16
3. Sniper Wolf
4. Jacques Cousteau

Fine del primo ascolto: e il naufragar m’è dolce in questo mare. Erogazione di un sobrio e tepore che quasi mi riveste di una sincera voglia di riascoltare il disco. Per questo arriva il secondo ascolto: l’infinito di Leopardi ora è più utile a capire un album che di per sé non è di facile comprensione, forse perché non ha un significato neppure per chi l’ha suonato. Ok, piano, non voglio fare la morale, però davvero questo lavoro possiede i proverbiali capo e coda di cui tanto si vuole parlare? Analizziamolo da dentro: quattro brani, di lunghezza crescente, partendo da cinquantasette secondi per arrivare a oltre tredici minuti. Una scelta quasi coraggiosa nel duemilaundici, in Italia, con una copertina che più new wave di così non si può, tradendo anche l’ascoltatore che pensava di comprarsi l’ennesimo emulo di Curtis e soci.
Un tappeto di suoni che non corrisponde a niente di già sentito in Italia ma che comunque non riesce a lasciare il segno.

Se detto questo vi è passata la voglia di ascoltare il disco non disperate, la recensione ha una seconda parte, quella del terzo e del quarto ascolto.
Portraits è, in realtà, un album dalla costruzione intelligente e probabilmente la sua patina di “album inconcludente”, come qualcuno l’ha definito, può svanire solamente con i ripetuti ascolti. Il post-rock, se così vogliamo chiamarlo, o più in generale la musica strumentale in Italia ha sempre avuto grossi nomi all’opera ma non è mai stato creato un linguaggio che fosse una sorta di tragitto da seguire per eventuali seguaci di quella setta. Ecco che si ritagliano così un loro spazietto i Denied Light, che con quattro brani spiegano il loro senso di noise rock italiano, soprattutto con la splendida “F16”. E’ l’estrema divagazione che rende dolce l’ascolto, e la chiave sta nell’ascoltare il disco nel giusto contesto. Allora ve lo godrete davvero. Mi raccomando, NON ASCOLTATELO IN MACCHINA. Solo a volume altissimo, nel relax della vostra camera, con un impianto adeguato potrete godervi un lavoro di grande pregio fatto da ottimi musicisti che riescono a creare eterei tappeti di abusiva voglia di raccontare una storia senza troppe parole. Di lusso.

Lavoro sproporzionato e fuori contesto, ma, nel suo settore, una piccola perla.

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ETICHETTA: Produzioni Dada
GENERE: Rock, psichedelia

TRACKLIST:
1. On The Fireplace
2. The Circus In Town
3. Dark Times
4. Mr. Gavin

Ancora con i “tempi bui”? Ne parlano in molti, forse troppi, ma evitando le ovvie lamentele, questo non può essere che un segno dei tempi, perché nel nostro mondo così come nella musica, i dark times sono tragicamente arrivati, con la loro sistematica pervasività che continua a penetrare in ogni anfratto della nostra animata vita.
La colonizzazione antropica dell’universo musica ha portato, nei primi anni di diffusione del rock, a raggiungere un risultato più o meno apprezzato che si chiama psichedelia. Affidiamola agli onori della cronaca sempre col nome dei Pink Floyd, o veniamo a oggi dove spadroneggiano i Flaming Lips, rimane pur sempre appannaggio di pochi bravi musicisti, che effettivamente popolano sempre meno questo emisfero. La domanda è: che ci azzeccano i The Churchill Outfit, nonché (semi)nuova band bresciana che negli ultimi due anni ha saputo uscire dalla nicchia con la complicità di personaggi di una certa rilevanza, come Zanardelli che li ha seguiti negli studi di Produzioni Dada a Salò.
La risposta sta nella forma-canzone che presenta questa band, canzoni coriacee, dalla scorza molto dura, condite ed impreziosite da un songwriting molto compatto che rivela la magistrale abilità di ogni singolo componente nel regalare ai pezzi dorate “componenti di sé”; diciamo, per spiegarci meglio, che nei quattro brani di In Dark Times, si riescono a riassumere le personalità dei cinque membri della band, le cui potenzialità pratiche, sia espressive che strumentali, sono deliberatamente dimostrate nella maniera più palese, diretta ed evidente possibile. “The Circus In Town” è quasi il manifesto di quanto appena detto, un brano melodico quasi contorsionistico, che si inerpica lungo sentieri già battuti da molti ma con un savoir faire che ci ricorda altre produzioni geograficamente vicine e, certamente, alcune pregevoli stilettate radioheadiane, in particolare alla chitarra. L’episodio migliore, con una ricerca sul sound che raggiunge notevoli risultati evitando alcuni capitomboli che sembrava essere in agguato, è senz’altro “On The Fireplace”, dal titolo che, per certi versi, ricorda la band di Waters e Gilmour, ma che lascia ai cambi di tempo e agli ottimi inserimenti chitarristici la “storia da raccontare”. Altro elemento-chiave, essenziale per la comprensione dell’EP e del percorso del quintetto, è la presenza di tastiere e synth, nei quattro pezzi sparse a piene mani, ma riconducibili, alla fine, in un unico, organico, insieme sonico che serve, se non altro, a capire ancora meglio a quali orizzonti la band ama protendersi, e quali sono le derivazioni più esplicite. Rileggere per non fraintendere.

L’EP, né troppo lungo né troppo corto, rimane un prodotto valido, disponibile, senz’altro, ad essere compreso dai più, esulando dal proporre contenuti di dubbio valore o di difficile disambiguazione. Chiaro, sincero, conciso, sintatticamente perfetto. Lo volevamo proprio così, questo In Dark Times, e così ce l’hanno fatta. A voi.

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Recensione a cura di A.B.

ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Rock sperimentale

TRACKLIST:
01 . Introduzione al Crollo Degli Addendi (00:55)
02 . Fiocchi di Cotone Sporco di un Ospedale Senza Pareti (03:51)
03 . Basilea, Interno Notte (04:48)
04 . In Nessuna Direzione (01:54)
05 . Qualche Parola Su Me Stesso (02:05)
06 . Benzopirene (04:31)
07 . Dal Nulla Al Niente (3:11)
08 . Lullaby (03:48)
09 . The Night (04:09)
10 . Altre Piccole Rivoluzioni d’Ottobre (06:21)
11 . Tristezza E Bellezza (04:14)

RECENSIONE:
“Il grande capo adesso ride, ma non riderà quando i nostri passi l’avranno travolto”
(Eos, Altre Piccole Rivoluzioni d’Ottobre)

“L’overdose della comunicazione è solo un altro sintomo della solitudine”
(Eos, Tristezza e Bellezza)

Testi
Buie riflessioni con pochi spiragli di luce. Realtà imprigionata in se stessa, impotente e priva quasi di ogni speranza se non che quello di cullare i sogni in una corsa contro il tempo.
Regna sovrano il tema della solitudine. Un disagio forzato, un sentirsi distaccato e anticonforme.

Musiche
Fungono solo da accompagnamento alle letture dell’autore. I  suoni sono ossessivi e ripetitivi dovuti dal costante utilizzo di piccoli loop. Le sonorità cosmicoelettroniche ricreano un atmosfera tetra e spettrale.
La traccia numero Nove “The Night” è l’unica composizione con forma canzone, semplice strumming eseguito al pianoforte con un leggero ambient synth di fondo.

Difficile definire canonicamente questo disco. Di semplice ascolto per quando riguarda la parte musicale, altrettanto chiaro e diretto in quasi tutti i contenuti. Di certo non è la colonna sonora giusta per le vostre lezioni di salsa.

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