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Archive for settembre 2011

ETICHETTA: Sinusite Records/Pogoselvaggio! Records
GENERE: Post-rock, alternative rock

TRACKLIST:
1. Sagome
2. Evadi
3. Abiti
4. Mosaico
5. Il Sarto
6. Inchiostro Sprecato
7. Orme Sovrapposte

Gravità Inverse è l’unica evoluzione possibile del sound che i Nut avevano delineato nell’Ep Hapax, un anno fa. Prodotto da Giulio Favero, onnipresente sulla scena alternativa italiana, è un disco molto dilatato nonostante contenga solo sette brani, pesante da digerire, ma non per questo acerbo o noioso. Tutte le tracce hanno un importantissimo ruolo nel definire il significato del’intero disco, a partire da “Orme Sovrapposte”, crescendo che si propaga in tantissime direzioni, ricordando i brani più sperimentali del primo del Teatro degli Orrori quanto certe esagerate distensioni dei Motorpsycho di Black Hole/Blank Canvas o Heavy Metal Fruit. Se in quel senso ricordano i Verdena di Requiem (visto che ancor di più loro sembrano i norvegesi de noialtri), come in “Inchiostro Sprecato”, si evidenzia facilmente quella vena alternative rock alla italiana che veleggia tra Karnea, Marlene Kuntz, Afterhours e Ritmo Tribale, sintesi di un panorama che descrive una buona metà della nostra attuale scena (in quanto ad ispirazione). Poteva sembrare velleitario realizzare pezzi così estesi senza fuggire dalle catene del post-rock o della progressiva più americana, ma entrambi gli ambiti sono rivoltati da cima a fondo grazie alla maturità compositiva di una band che ha già raggiunto un acme difficilmente ripetibile. Ospiti a parte (come l’immancabile Manzan), un cupo manifesto di vera musica italiana come in questi anni se ne vedevano pochi. E se il prossimo disco li confermerà “next big thing”, anche questo sarà storico.

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RECENSIONE DI GIACOMO “JACK” CASILE

ETICHETTA: Buil2Kill Records
GENERE: Death Metal

TRACKLIST:
1. God Is Empty
2. The Wrong Way
3. Boot Shaped Country
4. Free of Cry
5. I Fell Disgusted
6. The Human Race
7. Regression
8. Nobody Stops Me
9. Finished
10. Fulgor

Era il 1995 quando uscì “In the Circle of Time”, disco di debutto dei genovesi Detestor, band da sempre pressoché sconosciuta al grande pubblico ma considerata come una delle più importanti formazioni del panorama metal italiano anni novanta. Quell’album fu una vera e propria rivelazione visto il sound innovativo per il periodo, a cavallo tra death metal e melodia, connubio espresso benissimo da killer tracks come “Clear the world” ed “Esp”. La critica lo accolse benissimo e si può dire in un certo senso che fu anche anticipatore di un modo di fare musica che esplose l’anno successivo con dischi come “Slaughter of the Soul” degli At the Gates e “The Gallery” dei Dark Tranquillity. Nel corso degli anni successivi però la band decise di abbandonare completamente le sonorità del fortunato esordio per sperimentare verso lidi più vicini al modern metal con “Red Sand” del 1997, ottenendo risultati però mediocri. Poi nel 2001 avvenne la rottura del progetto, lasciando persino in sospeso il master di quello che sarebbe dovuto essere il terzo full-length. Ora però veniamo ai giorni nostri; dopo undici anni di assenza i Detestor decidono di tornare sulle scene e lo fanno con “Fulgor”, la cui uscita è stata sempre posticipata dal 2001 fino ad oggi. Già all’ascolto dell’opener “God is Empty” si capisce subito di avere a che fare con un lavoro sperimentale ed interessante e fa piacere constatare che a differenza delle classiche reunion, i Detestor non abbiano nessuna intenzione di adagiarsi su formule rodate, nonostante un ritorno a sonorità già apprezzate in passato sarebbe stato più facile. I brani di “Fulgor”si muovono tra riffing Swedish death rabbiosi e aperture melodiche a metà tra il postcore e il grunge. Si ha un pò l’impressione di ascoltare un lavoro che sia il punto di incontro tra la forza esplosiva del debutto e le sperimentazioni di “Red Sand”. Questo crossover si esprime benissimo in brani come “Boot Shaped Country” e la title track anche se la formula non sempre funziona; infatti alcuni pezzi della seconda metà dell’album annoiano un pò per il loro essere poco concreti e confusionari. Gli episodi più riusciti infatti sono quelli che riportano in mente i fasti e la rabbia di “In the Circle of Time” senza troppi fronzoli ovvero “The Wrong Way” e “Free to Cry”. Il disco nel suo complesso è buono e si lascia ascoltare, unica pecca è la poca incisività e varietà delle linee vocali pulite a differenza delle parti, sempre azzeccatissime, dove si alternano growl e scream acidi. Si tratta comunque di un graditissimo ritorno che speriamo duri ancora molto, vista la scarsa presenza al giorno d’oggi di band che sappiano lasciare il segno come hanno fatto loro in passato.

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ETICHETTA: Malatempora, La Grande Onda Publishing
GENERE: Rock cantautorale

TRACKLIST:
1.  La Spirale delle Formiche
2. Grune Linie
3. Il Lattaio
4. Hiroshima
5. Laura
6. E Così Sia
7. Una Risata Ci Seppellirà
8. Il Corso degli Eventi
9. Teoria del Piano Zero

Giunti al secondo lavoro, i Lemmings iniziano a scavarsi la loro nicchia nel panorama nostrano, grazie ad una miscela ormai riconoscibile di alternative rock, cantautorato e melodica italiana che punge l’ascoltatore con elementi presi a piene mani un po’ da tutti gli ultimi tre decenni. In Teoria del Piano Zero, il sound è più livellato, studiato ed equilibrato; nulla è lasciato al caso, a partire dalle liriche, gonfie di cinismo e intrecci malinconici dalle tinte scure, con un grigiore che regna soprattutto nelle tracce più intime (“Laura” e “Hiroshima”, che dondolano nei testi tra le atmosfere di Giulio Casale, Fabrizio de André e Mauro Ermanno Giovanardi). E poi c’è “Grune Linie”, una sorta di soft punk alternativo che si dinoccola tranquillamente tra il languore dei CSI e alcune sferzate più corpose à-la-Massimo Volume. L’angolo cantautorale più classico, diversificato nelle trame rock delle band già citate, si riverbera soprattutto in “La Spirale delle Formiche” e “Il Corso degli Eventi”, ma anche “Il Lattaio”, per lasciar comunque intendere quanto questa ispirazione letterariamente, consona a mostri sacri come il Guccini più poetico, sia cosparsa a piene mani tutto il disco. La maturità nel songwriting è evidente, con scelte mai banali che dimostrano una costruzione intelligente, certo superiore a molte “seconde prove” nel genere, perlomeno in Italia.

L’oscurità velata delle soluzioni melodiche, delle linee vocali e dei testi è la chiave di lettura per tutto l’album, il motivo di un interesse palese che questo lavoro assumerà in maniera più precisa nel corso degli anni, quando ai Lemmings sarà certificato un riconoscimento per i due primi ottimi lavori.

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1. Salve Dubby Dub, grazie per aver accettato la nostra intervista. Domanda banale per incominciare: come si sono formati i Dubby Dub e perché la scelta di questo nome?
Ciao sono Andrea chitarrista e cantante dei Dubby Dub, volevo ringraziarvi per lo spazio concesso e raccontarvi un po’ la nostra storia.
Il progetto Dubby Dub nasce nel 2001 nella provincia di Ferrara dalla mia mente e di mio fratello Mauro, allora basso e voce degli H-strychnine, band della scena hard-core italiana con all’attivo due dischi usciti per AmmoniaRecords-V2/SonyMusic, ed Enrico Negri, noto musicista della zona, nonché cantante dei Noise e batterista dei Charlest One.
Decidiamo così di registrare un disco di undici brani al Fear Studio di Ravenna.
Nel 2005 Enrico e Mauro fondano una nuova band, Sportclub (album “Catchy” uscito per La Baraonda/Self), che li terrà molto impegnati, mentre io continuo la mia esperienza negli H-strychnine.
I Dubby Dub sono così messi nel cassetto per qualche anno finché Flavio Romei, nel tardo 2009, ci convince a ricominciare. Nel 2010 ritorniamo in piena attività live, con l’aggiunta della nuova chitarra e pubblichiamo così con ALKA record label il nostro album “Rock’n’roll head”.

Il nostro nome Dubby Dub è un po’ insolito ma la storia è molto semplice.
Eravamo all’inizio della nostra carriera musicale (inizio 2001), a quei tempi registravamo le prove su cassette e feci ascoltare una canzone (credo che fosse una prima versione di ‘I’M OK’ forse l’unico pezzo da noi scritto un po’ lento) a un mio conoscente dal nome Yak (un personaggio un po’ insolito e della vecchia guardia) e gli chiesi se gli piaceva il pezzo da noi registrato.
Lui disse che era molto bello e che un gruppo così doveva avere un nome molto importante.
Io gli chiesi:
-Che nome daresti al mio nuovo gruppo?
Lui rispose:
-Dubby Dub.

Quello fu il momento della nascita dei Dubby Dub, per quel che ne so di Yak non ebbi più notizie ma qualcuno lo vide su una Mercedes decapottabile scappare da un inseguimento della polizia.

2. Ogni band, si dice (a volte esagerando) abbia un messaggio o un motivo per suonare quello che suona. I Dubby Dub perché suonano e, secondo voi, “cosa suonano”?
I motivi per cui si suona possono essere veramente tanti ma il nostro motivo principale è perché ne sentiamo la necessità.
Sai la musica è un mix di arte e cultura, è un modo per sentirsi vicini alle persone e perché no, un modo di fare del bene. Ogni concerto lo portiamo dentro di noi e ogni situazione è unica.
Penso che quello che abbiamo voluto trasmettere nel disco e soprattutto quello che vogliamo trasmettere ai nostri concerti sia la naturalezza stessa della musica, la voglia di divertirsi e di sorridere alla vita.
Non saprei definire il nostro genere e generalizzare è una cosa che non ci è mai piaciuta, anche se a un gran numero di ‘recensionisti’ del settore piace farlo.
Ascoltiamo tanta musica e penso che sia il nostro punto di forza e d’ispirazione.

3. Ci sono state molte recensioni positive del vostro ultimo disco, Rock’n’Roll Head. Oltre a chiedervi cosa ne pensate del modo in cui la critica ha recepito la vostra musica, volete raccontarci com’è nato l’album e qual è stata la reazione del pubblico alle esibizioni live?
Sicuramente è stata una bellissima soddisfazione, siamo molto contenti che la ‘critica’ abbia recensito positivamente il nostro lavoro.
Spero che condividano altrettanto positivamente il videoclip del singolo “Do it or let me go”, da poche settimane uscito sul web. Noi ne siamo molto orgogliosi e colgo l’occasione per ringraziare il regista Alex Mantovani e tutti i suoi collaboratori della Pseudo Fabbrica.
Come ho detto in precedenza i Dubby Dub sono nati nel 2001 e nel 2005 abbiamo registrato il nostro disco, poi per motivi vari abbiamo avuto un periodo di standby. Nel 2010, grazie al nostro nuovo chitarrista si è avuta una rèunion e grazie alla collaborazione con Alka Records abbiamo potuto stampare il nostro disco. A luglio abbiamo finito di registrare il nostro secondo album ed entro la fine dell’anno è attesa l’uscita.
Per quanto riguarda la scena live, è stata una grandissima soddisfazione vedere sempre più persone avvicinarsi ai nostri concerti e partecipare in maniera davvero entusiasmante.

4. Anche la copertina è senz’altro singolare. Di chi è stata l’idea e che significato le attribuite?
L’artwork possiamo dire che è abbastanza provocatorio, vedere la sigaretta in bocca a un bambino potrebbe demonizzare maggiormente la dura lotta contro il fumo, ma non è così, la foto è del 1968 ed il bambino rappresentato in copertina è mio zio Marco, questa foto arriva direttamente dall’album di famiglia e rappresenta il giusto compromesso tra ribellione e gioia di vivere.

5. Cosa aspettarsi da un concerto dei Dubby Dub? (Se volete pubblicizzare le vostre prossime date, fate pure.
Sicuramente un nostro concerto è molto vario, partendo da una solida struttura ricca di energia e carica positiva trasmettiamo varie emozioni con l’utilizzo anche d’insoliti strumenti musicali come ukulele e glockenspiel.
Tutti gli aggiornamenti sulle nostre date le potrete trovare al sito: www.dubbydub.com , sulla pagina facebook al nome dubby dub o su www.myspace.com/dubbydubmusic.

6. Quali sono i vostri programmi per l’autunno e l’inverno, i mesi in cui i locali scoppiano di date e tutte le band sono all’affannosa ricerca di un qualche spazio dove mettersi in mostra?
A dire il vero a parte i concerti, abbiamo in programma due eventi live un po’ insoliti, il primo festeggiare i nostri dieci anni di attività, organizzando un concerto con vari musicisti che suonino i nostri brani insieme con noi e per l’occasione stampare un vinile quarantacinque giri con due pezzi inediti.
La seconda cosa in programma è una tournée negli U.S.A. in California.
Cinque date lungo la west-coast da definire a breve, sarà sicuramente un’esperienza indimenticabile.

7. Infine una domanda estranea alla vostra attività: che ne pensate della scena della vostra zona? Ci sono altre band interessanti magari nel vostro genere? Se poteste scegliere dove traslocare per avere più possibilità di emergere dove andreste? (Bologna e Milano non vale :D)
Pensiamo che la provincia di Ferrara sia una delle zone con la più alta percentuale di band eterogenee, ci troviamo in Emilia Romagna da sempre una delle maggiori sedi della cultura musicale italiana. Conosco tante band che se per loro disgrazia non fossero nate in Italia potrebbero essere conosciute in tutto il mondo.
Se dovessi trasferirmi per avere più visibilità, andrei sicuramente in un paese nordico tipo Svezia.Negli anni ho suonato con tanti gruppi di quel paese, in quei luoghi fare il musicista è visto come una professione vera e propria, a volte per fino stipendiati dallo stato per esportare la musica del proprio paese in giro per il mondo, cosa possibile in Italia?
Non credo….
Oppure mi trasferirei del tutto in California, spero che il nostro tour ci apra le strade verso il nuovo continente.
Vi ringrazio e dai Dubby Dub un super abbraccio.

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The Webzine da oggi vi spiattella periodicamente alcuni dei live integrali ripresi durante la rassegna Grido Underground a Stanghella (PD).
La prima selezione vi porta i live delle seguenti band, ricordandovi che comunque trovate un fiume di video a questo link.

EDO

EL V ACUSTICO

PURSUIT GREEN 

Quasi tre ore di grande musica live per voi. Prossimamente altri grandi live!

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ETICHETTA: After Life
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
1. Cane?
2. Ottozampe
3. Aria
4. Un’Ultima Chance Ancora Una Volta
5. Reset
6. K-Pax
7. Post Stop
8. Metempsicosi
9. Buoni Propositi
10. Claustrofobia
11. Scorrere
12. Uscita di Sicurezza

Seguendo un impulso estetico tipicamente “verdeniano”, come piace a metà delle nuove band alternative rock italiane, i Duranoia arrivano a questo full-length con tanta voglia di spaccare, una frenesia chitarristica evidente in ogni secondo dell’album, con grandi sforzi negli arrangiamenti che però si riducono piuttosto spesso all’imitazione.
Nelle retrovie di Sinceri Equivocati rinveniamo in verità la genuina personalità della band, che non si sovraespone mai, rimanendo dietro i riff tipicamente italiani di band come i già citati bergamaschi, i Tre Allegri Ragazzi Morti e i Marlene Kuntz più sferraglianti. Se dovessimo fare un paragone con una band che non ha ricevuto il successo dovuto, nomineremo volentieri I Melt. Le aperture melodiche danno più respiro al disco, in particolare la bella “K-Pax”, canzone segnaletica di una certa capacità compositiva che presagisce ad una maturità quasi raggiunta (che troveremo sicuramente nel prossimo disco). L’impeto punk di “Reset” e “Cane” raggiunge con questi due episodi il suo apice espressivo, mentre “Metempsicosi” sembra un po’ troppo tutte le canzoni del demotape dei Verdena (o dei Karnea).
Dal punto di vista della produzione un sound molto garage regala lustro ai brani più intensi e cattivi, nonostante a soffrirne sia soprattutto la sezione ritmica. Strumentalmente la band fa da contraltare a tutte le debolezze dell’impianto esteriore con una certa precisione, mai esagerata e quindi perfetta per dare l’idea di una formazione affiatata e che vuole esprimere qualcosa senza risultare fredda.
Di quella rabbia generazionale degli anni novanta che ormai è fagocitata dal marketing non è rimasto niente, e di solito chi tenta di riportarla in auge rimane in sala prove a vita: i Duranoia presentano però quella marcia in più che, studiata ed approfondita nella giusta direzione, li porterà probabilmente sui grandi palchi. Buona prova, in attesa di qualcosa di meglio.

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L’ennesima data degli Afterhours all’Estragon di Bologna inizia con un’inspiegabile ma meritato sold out, evenienza che non capitava da tempo in concerti dei milanesi da queste parti. Il secondo capitolo del Summer Tour, dopo l’enorme successo dell’anno scorso, è quasi giunto alla fine e la cornice emiliana, in piena festa dell’Unità, non poteva che fare da adattissimo sfondo alla “nuova ondata sonora” della band, che tenta di ritornare agli anni novanta con il sound, parte della formazione (il ritorno di Iriondo) e la scaletta. Quest’ultima si spalma, stavolta, in maniera molto più omogenea lungo la loro carriera, anche se gli elementi della loro storia recente rimangono immutati (“E’ Solo Febbre”, “Pochi Istanti Nella Lavatrice”, la peggiore per resa live, e una versione semiacustica de “Il Paese E’ Reale”): non mancano infatti le ormai stabili “Dea”, “Siete Proprio dei Pulcini” e “Germi”, passando anche per “Bungee Jumping” e il distico iniziale “La Verità che Ricordavo” e “L’Estate”. Grande spazio per Ballate per Piccole Iene con la (quasi) title-track, “La Vedova Bianca” un po’ accelerata come sempre, la fan-favourite “Il Sangue di Giuda”, “La Sottile Linea Bianca” e una versione più elettrica del solito di “Ci Sono Molti Modi”. Rispetto ad altre date di quest’estate mancano “Pop”, “Carne Fresca”, “Sulle Labbra” e “Varanasi Baby”, ma le quasi due ore di scaletta non fanno notare nessuna debolezza in setlist.
La performance fa pensare ai migliori Afterhours, sempre con riferimento agli ultimi tempi; sono anni ormai che un live di Agnelli e soci è un punto di domanda, con alcune serate sottotono ed altre ottime, e stavolta siamo verso questa seconda opzione. Alcuni cali di voce non infastidiscono il risultato, così come non si percepiscono mancanze strumentali se non qualche scazzo di batteria di troppo, a segnare la linea ormai fiacca di un Prette avanti con gli anni ma comunque sempre abbastanza preciso. Rodrigo d’Erasmo strappa sinceri applausi d’approvazione, così come Xabier, che vale il 50% del biglietto da solo.
Il pubblico gioca bene le sue carte, soffocando in alcuni momenti l’audio con il canto e le urla, ma partecipando attivamente. Nota di colore: un “vai a fare in culo” di Agnelli diretto a “non si sa chi”, si crede ai soliti fancazzisti provocatori.

L’Estragon è sempre un contesto ottimo per live di band italiane di questo tipo. La storia della musica rock nostrana passa anche da qui e gli Afterhours la rappresentano meglio di chiunque altro. Un concerto come questo regala sempre uno sguardo malinconico a quel panorama di 20 anni fa che fatica a rinnovarsi, ma che vive comunque nei potenti show di chi ancora non si è stancato di portare al pubblico la sua rabbia. Aspettiamo il nuovo disco del 2012.

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