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Archive for aprile 2012

Fotoreport a cura di LaMyrtha




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La rubrica Multireview torna con un triplo appuntamento tutto italiano. 

MARIA ANTONIETTA – MARIA ANTONIETTA (Picicca Dischi, 2012)
GENERE: Cantautorale, punk, alt-rock

Maria Antonietta, nome d’arte di Letizia Cesarini, è entrata di diritto nella lista degli artisti più importanti di questo periodo, insieme ai Cani, allo Stato Sociale e al suo produttore Brunori SAS. L’attenzione un po’ smodata era facilmente prevedibile, così come lo è lo stile dei testi, mirati ad un realismo e ad una quotidianità di facile presa, con un lessico semplice che non disdegna i semplici riferimenti al “tutto un po’” che piace ai nuovi hipsters. Zen Circus, Vasco Brondi e Dario Brunori tra i più simili, in questo senso (ma anche DiMartino). “Quanto Eri Bello” è una di quelle perle indie che piacciono molto agli italiani, forse perché strappa facili consensi con il suo piglio radiofonico, di nuovo presente in “Tu Sei La Verità Non Io”, con influenze più garage sporcate da una tagliente verve punk. Rapporti di coppia in primo piano negli argomenti delle liriche, che presto o tardi vestiranno questo lavoro di un riconoscimento di “album generazionale” che molti già gli affibbiavano a scatola chiusa. Il miglior brano rimane “Santa Caterina”, perfetto per i concerti, grazie ad una grinta assolutamente alt-rock che qui da noi non può che andare bene. Forse la voce a volte risulta un pochino noiosa, ma è alto il grado di personalizzazione che si avverte lungo tutto il disco, ricercando un’originalità talvolta esagerata ma che funziona nel risultare innovativa.
Della serie “può non piacere, ma è un’uscita importante e ve la beccate lo stesso”.

GIOVANNI PELI – TUTTO CIO’ CHE SI POTEVA CANTARE (Kandinsky Records, 2012)
GENERE: Cantautorale, rock italiano

Kandinsky Records e un’altra bella uscita: Giovanni Peli sa lavorare bene con il cantautorato, manipolandolo con grande abilità in una lunghissima serie di altri linguaggi, dal blues al folk, il tutto ricoperto da un’impalpabile e nitidissima patina pop. “Viene La Notte” ha la sua anima Tenco, così come il rock di “Tutto Quello Che Fai” sembra un misto di Benvegnù, Casale, Edda e Battisti. “Tu Amore Perduto” è molto più malinconica, si ripulisce in una sorta di mellifluo Manuel Agnelli che sposa la causa dei primi La Crus e il lirismo di Dalla. “Corallo” è un brano più pensato, impegnando le parole in qualche gioco superiore alla media del resto del disco, ma senza strafare. I testi di altre perle come “Incrocio” non esagerano mai nel barocco e le levigatissime rifiniture di certe evoluzioni lessicali non fanno altro che confermare un songwriting preciso, completo e mai acerbo, anche dal punto di vista letterario.
Un disco di cantautorale classica ma dall’irresistibile facciata modernista.

VIOLASSENZIO – NEL DOMINIO (Alka Records/New Model Label, 2012)
GENERE:  Rock

A Ferrara gli artisti di un certo livello esistono, e i Violassenzio lo confermano. Efficaci musicisti di grande bravura, qualitativamente in grado di superare di gran lunga la media della loro zona, pur esibendo in questo disco tutte le loro influenze in maniera fin troppo scintillante. Anni settanta e ottanta sono miscelati con tutta la new wave che da loro è scaturata, e l’ombra è quella dei Tuesday’s Bad Weather, band pugliese completamente identica a questi emiliani. Il disco è comunque interessante, e a parte alcune oscure somiglianze fila liscio in tutti i suoi tre quarti d’ora. “Amo Chi Sogna”, “Nelle Fabbriche”, “Per Un Re” e “Il Falso E’ Andato Oltre” contestualizzano l’orecchiabilità che fa da sfondo al tutto, un prodotto senz’altro radiofonico e catchy (“Rinchiusi In Una Scatola” e “La Storia Quando E’ Numeri”) che prende il volo quando si giunge di fronte agli ottimi testi, ritratti di una disillusione che non può che accompagnarci tutti quanti fino alla tomba in questi anni di crisi nera, non solo economica. Poca politica diretta, tanti riferimenti alla contemporaneità che tracciano una linea netta tra ciò che vogliamo e ciò non possiamo ottenere. E’ questo espressionismo moderno e dark che salva un album molto derivativo ma suonato ottimamente e con una qualità strumentale che senz’altro molto gli invidieranno. Consigliato, in ogni caso.

Gli artisti di questo articolo in tour:
MARIA ANTONIETTA
28.04 NEVERLAND FESTIVAL @ BLOOM, Mezzago (MB)
29.04 SECRET CONCERT, Vicenza
30.04 APARTAMENTO HOFFMAN, Conegliano Veneto (TV)
01.05 PARCO MIRALFIORE, Pesaro
03.05 KONTIKI, San Benedetto del Tronto (AP)
04.05 LIO BAR, Brescia
11.05 CIRCOLO AGORA’, Cusano Milanino (MI)
14.05 SALONE DEL LIBRO, Torino
18.05 LOCOMOTIV CLUB, Bologna
19.05 ARCI DALLO’, Castiglione delle Stiviere (MN)
31.05 MORGANA, Benevento
01.06 YEO YEO, Albano Laziale (RM)
02.06 FESTINALENTE, Aversa (CE)
15.06 INDIETIAMO, Sassocorvaro (PU)
16.06 LA DARSENA, Castiglione del Lago (PG)
21.06 NUVOLARI LIBERA TRIBU’, Cuneo
22.06 STADIO DEL RUGBY, Monza
14.07 BAR DELLA SERRA, Ivrea (TO)
15.07 POPSOPHIA 2012, Civitanova Marche (MC)
28.07 FESTA DELLA MUSICA, Chianciano Terme (SI)
06.08 SAMMAUROCK, San Mauro Pascoli (RN)
12.08 ANGURIARA FARA, Fara Vicentino (VI)

VIOLASSENZIO
28.04 IL MOLO, Ferrara 

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Fotoreport a cura di LaMyrtha





PROSSIMI CONCERTI:
28.04 VINILE 45, Brescia
01.05 CORTE PRIORATO GANDIN, San Vito di Leguzzano (VI)
20.06 UNIVERSITA’ DI TRENTO, Trento
29.06 OASI SAN MARTINO, Acquaviva delle Fonti (BA)

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Recensione a cura di RENATO RANCAN
ETICHETTA: Sub Pop Records
GENERE: Dream electro-pop

TRACKLIST:
01. Eyes Be Closed (4:47)
02. Echoes (4:08)
03. Amor Fati (4:26)
04. Soft (5:31)
05. Far Away (4:00)
06. Before (4:46)
07. You and I (Ft. Caroline Polachek) (5:13)
08. Within and Without (3:32)
09. A Dedication (4:17)

Piove ancora, sempre grigio, eppure secondo il calendario l’estate è a un passo, e con il caldo che si avvicina la memoria corre ad un disco del luglio 2011, uno dei più emozionanti dello scorso anno.
Stendetevi di fronte al mare, a maggio, una giornata assolata ma non ancora caldissima, le onde che si rincorrono sulla riva.
Distesi con i Washed Out nelle orecchie, dream electro pop non laccato, una produzione volutamente scarna e vintage per canzoni immaginifiche, quasi timide, una batteria elettronica in lontananza, tastiere ad accompagnare la voce riverberata e stanca, se alzate lo sguardo alle nuvole laboriose e lontane potreste perdervi, col cuore che scoppia.
I Washed Out sanno riprendere suoni puramente anni ’80 con intenti opposti, calma, introspezione e un rilassarsi infinito con l’emozione dell’estate che arriva, pericoloso provarli con l’estate al termine. Viene alla mente il Luca Carboni di “Mare mare” o il Battiato di “La voce del padrone”:

“Mare mare mare voglio annegare
portami lontano a naufragare
via via via da queste sponde
portami lontano sulle onde.”

Il mood è quasi lo stesso, solo che con i Washed Out manca il fiato, la dolce solitudine è ancora maggiore.
Si può immaginarli anche come la colonna sonora di vecchi videogiochi impolverati, che dopo 20 anni acquisiscono un nuovo fascino, il cielo immensamente blu dei giochi della Sega o le lande desolate dove correvano le F-zero, televisori con tubi catodici che generano colori vivi ma ormai sfumati, indefiniti fino ad esser più ricchi, un nuovo modo di approcciarsi al mondo, non si nega più nulla ma lo si guarda fuori dal tempo con un sorriso appena accennato.

Usciti con la storica etichetta Sub Pop, i Washed Out (praticamente l’alter ego di Ernest Greene), portano ad un nuovo livello il glo-fi degli anni ’00, superando di slancio Toro Y Moi e amici, ed è solo il loro primo album, dopo due deliziosi piccoli EP, spero ci faranno sognare ancora.

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Fotoreport e recensione a cura di Tyler Nardone ed Erasmo Scipione

La serata di venerdì 13 aprile si è aperta con i Manchu Eagle Murder, gruppo stoner rock dalle sonorità secche e distorte. Il trio batteria, basso, chitarra e voce , che sembra provenire dalla Palm Desert Zone della California, è inspiegabilmente capace di inventare riff semplici e decisi, che riportano allo stoner degli anni ’90. La voce graffiante del chitarrista , la batteria imponente e giri di basso travolgenti hanno creato un clima surreale e avvolgente che degnamente ha spianato la strada a chi ha suonato dopo di loro…

Si prosegue con IL Malpertugio, band che ha raggiunto l’organicità grazie all’ingresso dei nuovi membri: batterista e bassista, che hanno contribuito a creare sonorità elaborate e ricercate grazie a riff corposi e brillanti e ad un uso sapiente e perfetto di pedaliere che conferisce un sound duro e psichedelico allo stesso tempo, tipico di band del calibro di Dead Meadow e Sleep.
Il tutto termina con la vivacità e con l’allegria tipica del Punk-Rock degli esperti e famosi NoRelax gruppo formato da due ex membri degli Ska-P e la favolosa cantante delle Bambole di Pezza, gruppo storico della scena underground di Milano. La band ha riscosso successo tra il pubblico che ha risposto al suono classicamente distorto della chitarra, al ritmo veloce e preciso della batteria e a giri di basso puliti e armonici con un gran pogo generale.
Tutto si è concluso in un clima magicamente familiare con i i membri dei NoRelax che si sono prestati a foto e scherzi riempiendo di complimenti i gruppi spalla che sono stati in prima fila durante il concerto.

IL MALPERTUGIO


NORELAX

MANCHU EAGLE MURDER

 

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Recensione a cura di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: Santeria
GENERE: Alternative, rock, post-rock

TRACKLIST:
1. Memories
2. Spurious Love
3. Ride
4. There Is a Place
5. Good Luck
6. Rome
7. Time on Time
8. Flat Heart Society

Voto 2/5

Non fatevi ingannare dai generi scritti un pò più in su che tentano di descrivere il quinto lavoro dei Giardini di Mirò, soprattutto per quel che concerne la parola post-rock, perchè del post rock classico questʼ album ha davvero poco.
Eʼ solo che come fai a far capire che certi brani, seppur con una marcata direzione pop, ricordano comunque quel tipo di sonorità soprattutto nel suono delle chitarre?
Preparatevi a salutare i Giardini di Mirò dei precedenti dischi, eccezion fatta per Dividing  Opinions che già aveva fatto intendere che strada avrebbero percorso in futuro i sei di Cavriago. Addio alle code, alle dilatazioni, solo in Rome e in Flat Heart Society ci sono degli
accenni; addio allo strumentale, perchè sette brani su otto sono cantati da un Corrado Nuccini che in varie occasioni sperimenta la strada del cantautore elegante e decadente, come ad esempio in Rome e nella lacerante There Is a Place dove spicca il duetto con
Sara Lov (Devics).
Come già detto, in Good Luck prende ancora più forma quello che si sentiva in Dividing Opinions, peccato però che si sia persa per strada la componente “irrazionale”, per lasciar spazio ad un eccessivo cinismo rappresentabile nelle vesti di un salone arredato in puro stile minimalista, freddo e rassegnato.
Il disco comunque cʼè, gli episodi di alto livello anche, come ad esempio in Ride, la strumentale Good Luck e lʼ indie pop di Time on Time.
Non bastano però questi a ripagar lʼ attesa di cinque anni dove ci si aspettava qualcosa di più da una band che aveva segnato sempre progressi ad ogni ritorno.
Molti comunque potrebbero recepirlo come il disco della maturità, per me invece è un disco che segna un mezzo passo indietro, che lascia lʼamaro in bocca e suscita inoltre qualche sbadiglio.

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Recensione di CLAUDIO MILANO
Etichetta: Fie!
Genere: Avanguardia

Tracklist:
1. Eat my words, bite my tongue (5’29”)
2. That wasn’t what I said (5’18”)
3. Constantly overheard (4’18”)
4. New Pen-pal (4’04”)
5. Close to me (4’05”)
6. All the tiredness (5’54”)
7. Perfect pose (7’02”)
8. Scissors (5’17”)
9. Bravest face (4’39”)
10. A run of luck (3’55”)

Contatti: http://www.sofasound.com/
Voto: 7’5

“I fell in love with the sound of my own damn voice” da Eat my Words, Bite my Tongue (Peter Hammill)

Per la prima volta, Peter Hammill sorride in una foto, contenuta nel bellissimo booklet di questo album, che è di contro il più inquieto di un autore che ha fatto del dramma, nel senso anche teatrale del termine, la sua cifra stilista più autentica. Più che in Over (1977), ad ascoltarlo sembra si alberghi tutti sull’orlo di un baratro e la cosa non è certo rassicurante.
La progressione artistica e qualitativa di Hammill, sembra non aver conosciuto ostacolo dalla parentesi acustica di Clutch (2002) in poi. Dopo il ripiego creativo attorno ad una canzone d’autore “colta” (più o meno a ragione), ma spesso esangue, degli anni ’90 seguito a Fireships, che ci aveva regalato solo una discreta manciata di brani di autentico rilievo e un live splendido come Typical, l’artista britannico è autenticamente rinato e questo album è l’apice fin qui raggiunto con questo percorso. Questa volta il capolavoro è realmente sfiorato e il consiglio d’acquisto è grande. In Camera del 1974 è l’album che si percepisce più vicino a questo lavoro, per la stessa attitudine al rischio e la stessa autentica ispirazione “dark” (per l’ennesima volta tutti gli strumenti sono suonati da Hammill con nobile fare artigiano, senza alcun contributo esterno e sua è anche la produzione, questa volta di buon livello), ma questo lavoro ha una sua cifra stilistica che non ha autentici precedenti.
La criptica, estrema lentezza, la grande passionalità, la trascolorazione armonica al limite dell’inafferrabile e il dono della sintesi sono sue caratteristiche, assieme all’ estrema prossimità all’ascolto della scarna strumentazione e dell’ autorevolissima Voce. In nessun disco del cantante e autore dei Van Der Graaf Generator oltremodo, le acidissime sovraincisioni vocali, vicine ad un coro delle streghe di Macbeth erano state così presenti e avevano raggiunto un livello così imponente e obliquo, neanche in The Silent Corner and the the Empty Stage, capolavoro assoluto, anch’esso del 1974, né in Everyone you hold (1997) e le sue citazioni madrigaliste della splendida Bubble, nemmeno nel notevole Singularity (2006).
E dire che la falsa partenza con Eat my Words, Bite my Tongue (nonostante la pregnanza del testo, ancora una volta come in Incoherence e nei due successivi brani, ispirato agli inganni del linguaggio, ossessione della filosofia teoretica che trova in Hammill un autentico e dichiarato cultore) non lasciava immaginare nulla di particolarmente positivo.
Il disco prende subito quota infatti con la conturbante That Wasn’t What I Said, un altro classico nella produzione hammilliana, sostenuta da una prestazione canora unica e da una melodia eccellente quanto gonfia di pathos. Gli intrecci di registri estremamente elaborati conducono il vocalist che ha portato alle estreme conseguenze timbriche il linguaggio del Tim Buckley di Lorca e Starsailor, da frequenze spaventosamente gravi ad acuti tenorili mantenuti fino all’inverosimile e falsetti da mezzosoprano ricchi di armonici al punto da suonare autenticamente femminei, il tutto con un supporto di una strumentazione in equilibrio tra acustico ed elettroniche turbolenze. Magnifica.
Constantly Overheard riprende le atmosfere di Clutch e degli episodi acustici per chitarra e voce (qui inferma ma estremamente affascinante) di Chameleon in the shadow of the Night forte di una bella melodia, dalle soluzioni armoniche degne di nota. Bella e destinata a diventare un classico nelle esibizioni dal vivo.
New Pen-pal è un episodio per chitarra e voce poco convincente, che “live” saprà probabilmente acquistare quota, grazie ad un bel riff.
Il ritorno al pianoforte (sempre più minimale) su Close to Me porta buoni frutti per un’altro episodio di grande livello, tra armonie che in un batter d’occhio passano dal maggiore al minore trasformando uno spleen in un abisso, tra cori di sirene (di grande effetto la sospensione vocale nella sezione centrale) che sanno ammaliare quanto disturbare.
Odore di zolfo, All the Tiredness ha il sapore di un inconfessabile segreto, paragonabile alle litanie blues apocalittiche dei primordi, accompagnata da effetti chitarristici macabri e dissonanze corali che penetrano lentamente nell’animo di chi ascolta. Quando a metà brano i fumi lasciano in primo piano un’ossessiva voce su due ottave, si ha impressione che qualcosa di tremendo stia per rapirci per sempre, così come era stato con On the Surface da Out of Water (1990). Splendida.
Un bel basso tondo supporta l’inizio di Perfect Pose, dal suono di grande interesse, vicino ad un’estetica “glitch”, degna del miglior Sylvian, dell’ultimo Scott Walker e di The Marble Index e Desertshore a firma Nico/John Cale. Siamo dalle parti della celebrata White Dot (dal già citato Singularity), un vero e proprio“bad trip”. Dissonanze e melodie luminose si alternano tra i vapori ossianici generati dall’elettrica e dalle tastiere “shiftate” su più ottave. I cori sembrano voler rubare l’anima di chi ascolta e la struttura ritmica del pezzo è quanto di più complesso Hammill abbia prodotto dal ’94 in poi (A Headlong Stretch da Roaring Forties) senza però risultare mai stucchevole o inaccessibile, il tutto in poco più di 7, “organici”, minuti.
Non cala il livello dell’album con Scissors, anzi. Permane ancora un’atmosfera sinistra, tra chitarre in primissimo piano, la sensazione di un ambiente retrostante al suono moltiplicato all’ennesima potenza dai cori inquietanti e inquieti, poi entra un’elettrica incendiaria con il miglior solo della carriera a spargere sangue come coriandoli tra pianoforti elettrici picchiati con insistenza sulle frequenze più acute.
Capolavoro assoluto del disco e l’ombra del miglior Scott Walker, quello di The Drift ancora più vicina. Una delle più belle canzoni dell’anno e una delle più belle intuizioni di Hammill in assoluto. Bravest Face rasserena gli animi e ci riporta all’ Hammill delle ballate per piano e voce che ben abbiamo imparato a conoscere con gli anni, dalla mitica Refugees (da The Least We Can Do Is Wave to Each Other dei Van Der Graaf Generator) in poi. Una bella canzone, ben arrangiata e straordinariamente ben interpretata, ma non paragonabile ai migliori episodi degli ultimi anni in questa direzione, Undone (da Thin Air), A Better Time (da X my Heart) e Gone Ahead (da Incoherence) su tutte.
Di un drammatico talmente contrito e “nero” da risuonare corde funeree la conclusiva A Run of Luck, con l’ambiente ben in evidenza come nel più arruffato dei bootleg, attorno al piano acustico, appena accennato e alla voce (e che voce…). Una canzone che pare non conclusa al suo termine e dunque tanto più inquietante, così come era accaduto con The Top of the World Club da Thin Air, una sorta di nuova In The End (da Chameleon in the Shadow of the Night) in chiave minimale, una dichiarazione d’amore e morte che farebbe impazzire Tom Yorke, se solo l’ascoltasse. Genialità in attesa di ascolti e scoperte, questa volta e finalmente dopo tanti anni, anche come primo ascolto assoluto, per un signore sessantacinquenne arrivato felicemente al trentacinquesimo album della carriera se escludiamo i live e i dischi dei Van Der Graaf Generator, tutti a sua firma, dalla prima canzone all’ultima. Un autentico monumento vivente al cantautorato d’avanguardia privo di manicheismi e luoghi comuni. Un disco che pagherà probabilmente l’assenza di melodie epiche (“prog”, per intenderci), ma che incapsula il valore melodico in una profonda ricerca armonica, emotiva, strutturale, sonora e di mixing. Perfetto con un buon bicchiere ad annebbiare i sensi e la cognizione del tempo, ma anche come ottima alternativa a psicotropi.
Un dovuto inchino. Grazie, grazie, grazie.

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Recensione di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: Musica Vermella
GENERE: Elettronica, indie

TRACKLIST:
1. Radial Glia
2. Arachnoid Trabeculae
3. Desoil 2.0
4. Bohemian Cremation
5. I’m Not Myself
6. Struggle

VOTO: 2.5/5

Ubik non è altro che uno pseudonimo usato da Marco Bonini, chitarrista dei già apprezzabili Mamavegas.
Presenta questo EP, che arriva alle nostre orecchie, grazie allʼ etichetta catalana Musica Vermella.
My Room Is My World è il titolo del disco, titolo che mette in risalto la parola “stanza”, sostantivo eloquente e ricco di significati emblematici, che può essere inteso come barriera tra lʼ autore e il resto del mondo, o come luogo dove il musicista fa entrare i suoni della quotidianità.
Indietronica strumentale, computer music “suonata” dove si sente una certa sonorità alla Dntel, ad esempio nellʼ ottima Struggle, ma in maniera meno ambient/intima, a favore di una ricerca sonora varia, che va a creare sensazioni uditive che tracciano perfetti sfondi urbani/paesaggistici che spesso nella vita di tutti i giorni sono soltanto sfiorati dalla nostra attenzione.
I brani più interessanti sono senza ombra di dubbio, oltre la già citata traccia di chiusura, I’m Not Myself e Arachnoid Trabeculae.
Anche qui lo spettro di Jimmy Tamborello continua ad aleggiare, ma non è affatto un male, anzi viene forse da chiedersi se lʼ aggiunta di una voce, come nei Postal Service potesse elevare il risultato finale già di per sè ad un buon livello.
Si tratta di un ep ricco di spunti: suoni, rumori, calma, energia, che ci porta in un mondo confusionario ma familiare.
Un mondo sonoro che deve uscire dalla stanza? o che vuole entrare in essa?
Poco importa: questo disco è la chiave per aprire o chiudere la porta

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Recensione di CLAUDIO MILANO
ETICHETTA: Owl Records
GENERE: Avantgarde

TRACKLIST:
1. Frammenti di Myrta I
2. Blossom on the Three
3. Milioni di Lune
4. Nero
5. Moondust
6. Vuoti
7. Ka’s Mantra – Maha Mrtyunjaya
8. Derriére Le Miroir
9. Deserti
10. Black Lotus
11. Elegia
12. Il Tagliatore di Luce
13. Lunalba
14. Song to the Siren
15. Frammenti di Myrta II

Voto: 8

La poesia della ricerca, la poesia nella ricerca, sonora e interiore.
Paola Tagliaferro è la nostra sirena dell’avanguardia “morbida”. Riesce a trovare tra questi solchi il migliore slancio creativo di Amelia Cuni ma in una dimensione assolutamente propria, guidata dalla direzione che Max Marchini riesce a imprimere al suono come il più nobile dei sound painters.
Questo album sorprende immediatamente per la capacità di raccontare con leggerezza e profondità, un disco lunare che ha la magia dei primi King Crimson e dei Popol Vuh di Hosianna Mantra, la contemporaneità del suono e il minimalismo reiterato e colto dell’ultimo Kate Bush, ma si tratta solo di referenze che oscillano nella mente di chi ascolta e scrive, come richiami lontani e nebbiosi, perché quello che qui alberga chiaramente è l’assoluta originalità con la quale la materia sonora e narrativa accarezzano dolcemente, come in un sogno senza tempo. Gli strumenti disseminano in polvere d’oro, scenari ampi e rarefatti con superba cognizione di causa. Su tutti il trombone di Angelo Contini capace di graffiare dolcemente increspando la superficie del suono, come spuma di onde e le chitarre di Max Marchini (anche a un fascinoso piano acustico) che lavorano su frequenze acute cullando dolcemente come nel migliore carillon del dolore dei Velvet Underground.
Quando la chitarra diviene elettrica trova invece un terreno fertile nelle avanguardie che dagli anni ’70 sono arrivate ad oggi fresche e vitali, da Fripp a Trey Gunn alla infinite guitar di Michael Brook, al biglietto per il più dolce dei viaggi che sa regalarci Jonsi dei Sigur Ros. Marchini è responsabile dell’intero progetto sonoro che cura come in un dipinto sfuggente al limite delle possibilità percettive. Un mix misterioso, intenso oltre che originale.
La voce da contralto leggero di Paola che sa spingersi su frequenze da mezzosprano come nella bella Vuoti, avvicina il canto più colto e dolce di Alice (Carla Bissi), quella di God is my DJ, giusto per intenderci. Moondust è un autentico gioiello, senza luogo e tempo, così sospesa tra latitudini ora a oriente e immediatamente dopo a occidente.
Il linguaggio misterioso di Ka’s Mantra – Maha Mrtyunjaya, incontra il suono microtonale della tamboura sostenuto da un trombone profondissimo e i suono delle percussioni, mentre soundscapes usciti da una radio smarrita ci raccontano di popoli lontani. Una forma di misticismo contemporaneo che niente ha a che vedere con la new age, perchè questo mantra sa essere profondo quanto inquieto alle orecchie di chi non sa avvicinarlo con uno spirito libero da condizionamenti temporali.
Derrière Le Miroir è il capolavoro del disco tra nenie dolcissime e un pianoforte scordato che evoca le avanguardie classiche più atonali.
Splendidi gli intrecci vocali di Elegia, con chitarre rovesciate a fornire colore e un testo bellissimo.
I paesaggi di Kim Ki Duk nella bellissima ghost track, La Casa del Tantra, dove la magia della voce di Paola e la rarefazione contemplativa delle liriche e degli arrangiamenti (da segnalare qui le meravigliose ritmiche) raggiungono il loro apice.
Da segnalare la partecipazione al missaggio del regista d’avanguardia Francesco Paolo Paladino.
Ulteriore cameo come la più dolce delle benedizioni, la partecipazione di Peter Sinfield, che scrive le liriche visionarie di Blossom on the Three e le declama con intensità. Un disco da bere in un sorso perché acquista valore nell’idea di concept che l’accompagna dal primo all’ultimo secondo come in una dichiarazione d’amore per chi andrà ad ascoltarlo. Un dono.

Il segreto degli alchimisti è racchiuso tra queste 15 + 1 tracce, lasciarselo sfuggire è scegliere di continuare a compiacersi di navigare sulla nave dei folli…

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Recensione a cura di EMANUELE BRIZZANTE
ETICHETTA: Germi
GENERE: Rock italiano

TRACKLIST:
1. Metamorfosi
2. Terra di Nessuno
3. La Tempesta E’ In Arrivo
4. Costruire per Distruggere
5. Fosforo e Blu
6. Padania
7. Ci Sarà Una Bella Luce
8. Messaggio Promozionale N° 1
9. Spreca Una Vita
10. Nostro Anche Se Ci Fa Male
11. Giù Nei Tuoi Occhi
12. Messaggio Promozionale N° 2
13. Io So Chi Sono
14. Iceberg
15. La Terra Promessa Si Scioglie di Colpo

La verità è che tra l’amore sconsiderato dei fan dell’ultima ora, quello sconsolato di quelli della prima, e quello di coloro che proprio gli Afterhours li detestano senza neppure ascoltare quello che producono da dieci anni a questa parte, questo disco sta nel mezzo. Dà buone ragioni a tutti quanti per essere contenti delle loro posizioni, ma si pavoneggia di una ritrovata qualità nel songwriting che attesta una maturità raggiunta con Ballate per Piccole Iene e poi lasciata decantare troppo a lungo negli ultimi sette lunghi anni di presenza un pochino forzata nella scena nazionale. Il ritorno di Xabier è il modo che Agnelli ha scelto per giocare sporco, per tornare giovane, per distorcere anche le altre chitarre, che altrimenti si sarebbero sentite vecchie e stanche come nell’apprezzabile singolo sanremese di qualche tempo fa. D’Erasmo è finalmente sé stesso, e si abbandona a dissonanze, esperimenti inaspettati di atonalità e linee melodiche di un certo vigore. Un pochino sotto la media la batteria di un Prette caricato a molla, ma che picchia come da tempo non faceva più. Discorso a parte per Manuel Agnelli, in versione edulcorata, come siamo abituati già da Quello Che Non C’è, che tenta di rifarsi a uno dei suoi numi tutelari (Stratos) per poi unire il tutto con Kurt Cobain e Lou Reed. Il risultato, detta così, non sembra neppure troppo strano. Occorre specificare che invece questo disco è fin troppo strano, fuori dal comune, inatteso. Nel suo periodo storico ha un valore testuale che va oltre i sensazionalismi che accompagnano ogni uscita discografica della formazione nelle sue innumerevoli incarnazioni, e il criticatissimo titolo dopo aver spiazzato un po’ chiunque rende giustizia a delle liriche molto più aggressive e politiche che negli ultimi tempi, se vogliamo anche meno ostiche e criptiche da comprendere, e assocerà per sempre questo album non solo all’anno di uscita ma all’era della caduta del berlusconismo dove anche l’identità culturale del cosiddetto popolo padano ha trovato prosperità e poi tragica fine. Nell’album abbiamo tutto, i chitarroni pesanti vecchio stile di “La Tempesta E’ In Arrivo” e “Metamorfosi” come le ballad orecchiabili ma un po’ particolari come la title-track e “Terra di Nessuno”. Verso la conclusione l’album perde di lucidità, ma termina con un brano assolutamente imprescindibile, che con il senno di poi potrebbe diventare un classico della band, ovvero “La Terra Promessa Si Scioglie di Colpo”. “Fosforo e Blu” è di un’atroce cattiveria, ed è facile perdere la bussola nei continui e troppo repentini cambi di registro che sinceramente si potevano appiattire leggermente per rendere il disco meno barocco. Guardando però l’altra faccia della medaglia, è lodevole l’ammirevole tentativo di non risultare autoreferenziali, di non sfondare una porta aperta con la ripetizione, di usare linguaggi che è impossibile associare a qualche altro episodio degli Afterhours.
Padania è diverso, non poteva essere altrimenti, per una band che ha sempre spiazzato, nel bene o nel male, e che ha assunto nell’immaginario collettivo della scena alternativa italiana un’iconografia che comprende sia la loro genialità che la loro tetra discesa verso il basso. Questo lavoro è la parte matura e invecchiata di una band mai nostalgica, che non ripudia né ricorda troppo volentieri il suo passato, e che guarda ancora ad un futuro roseo e prospero, nonostante le battute di una rete sempre più incapace di ascoltare un album nella sua interezza. Troverà un posto nella lista degli album preferiti di poche persone, ed è questo il suo principale merito.

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Nonostante la linea vocale sia uguale ad altre canzoni del medesimo gruppo.
Nonostante non sia niente di che.
Nonostante ci volesse quell’urletto che ormai Chester non fa più, a noi questo pezzo piace.
E non ce ne fotte un cazzo se per gli hipster moderni o i finti acculturati del post-qualcosa è da adolescenti sfigati ascoltare i Linkin Park, così come mandiamo volentieri affanculo chi continua a criticare le band solo perché invecchiano, come se anche loro non dovessero un giorno crepare.

Questo brano, dal punto di vista pop, è una perla del 2012. Se poi volevate un capolavoro, aspettate il nuovo dei Tool che sicuramente non deluderà nessuno. Quello degli A Perfect Circle si, e dimostrerà la chiusura mentale delle suddette categorie.

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Recensione a cura di CLAUDIO MILANO
Etichetta: Fading/AltrOck records
Genere: progressive

Tracklist:
1. Fraguglie (6:06)
2. Denti (5:11)
3. Carta E Burro (4:57)
4. Scrupoli (4:12)
5. Delta (5:06)
6. Scogli 1 (2:13)
7. Sotto Sotto (5:35)
8. Mummia (5:24)
9. Scogli 2 (2:33)
10. La Nefazia Di Multatuli (6:29)
11. Scogli 3 (1:30)
12. Rassegnati (7:09)

Voto: 9

E’ possibile davvero dire che Paolo Ske Botta sia uscito da Yugen?
Ad ascoltare il suo esordio per AltrOck, ormai a tutti gli effetti la più attiva ed accreditata etichetta mondiale in ambito Rock in Opposition (R.I.O.), verrebbe da dire di no.
Difatti questo è un album di Yugen a tutti gli effetti e non solo perchè vi collaborano tutti gli elementi del progetto capitanato da Francesco Zago, ma perchè se ne riconoscono le coordinate stilistiche e compositive, spigolose e cerebrali, l’assoluta oscillazione tra
presente e passato sonico. Eppure, iniziando col celebrare ulteriormente la qualità di questo dischetto, non a caso giudicato da molti il migliore album di rock progressivo del 2011 assieme ad Assurdo dei Garden Wall e uno dei migliori degli ultimi decenni, qualcosa di diverso tra questi solchi alberga ed è una tensione più romantica e descrittiva, che semmai si era riscontrata solo in Labirinto d’acqua, primo, acclamato album della formazione meneghina, una dolcezza che non ha paura di conquistare con l’emozione piuttosto che con l’esibizione tecnica e con le impossibili geometrie escheriane di Zago.
Un enorme affresco dalle tinte cangianti, che non ha paura di pescare dunque anche dal rock romantico più tradizionale (la presenza del flauto traverso di Nicolas Nikolopoulos, le voci nobilissime del soprano di coloritura Roberta Pagani e Valerio Neth Reina, il dolcissimo violino di Elia Mariani e il sax di Valerio Cipollone, nell’autenticamente magica Sotto Sotto, forse il più bell’episodio del lotto).
Non mancano soluzioni emersoniane all’hammond, le geometrie dei Gentle Giant in Scogli 1 e l’introduttiva Fraguglie, alternate però a sospensioni dolcissime e atmosferiche a rendere di contro le frammentate e imponenti ritmiche yugeniane solo uno dei tanti elementi di un album coloratissimo. Un disco che non rinuncia nemmeno alla pura bellezza del romanticismo banksiano di A trick of the tail e Wind & Wuthering, come in Delta. In Carta e Burro c’è persino il ricorso a soluzioni sonore filmiche nella migliore tradizione morriconiana.
Botta dimostra di essere compositore raffinatissimo e profondo conoscitore della tradizione progressiva in tutte le sue sfumature, anche le più dimenticate, ma anche abilissimo innovatore di formule altrove pesantemente stantie. Il sinfonismo di Scrupoli è irresistibile nel conoscere emozionalità autentica e imperscrutabili soluzioni stravinskiane.
In Mummia è riconoscibilissimo l’ineccepibile tocco pianistico del maestro Maurizio Fasoli, alternato ai riff di sax crimsoniani di Markus Stauss, patron della svizzera Fazzul Music. Il tutto alternato a intrecci memori del progressive rock italiano della P.F.M e tali da garantirsi a lungo un posto a contratto indeterminato, in tempi di piena crisi economica e culturale, nella memoria collettiva. Scogli 2, semplicemente bellissima nel ricorrere ai più misterici Satie, Messiaen e Skrjabin, con in bella evidenza ancora il pianoforte a coda di Fasoli, accostato abilmente alle asperità violinistiche di Mariani e ad un chitarra elettrica, guidata dalle dita del direttore d’orchestra Zago, mai così memori delle ossessive geometrie del Fripp di metà settanta.
La voce strumento di Roberta Pagani, capace di vocalizzi irragiungibili, giganteggia su La Nefazia di Multatuli assieme al clarinetto di Cipollone, mai più elegante nel timbro. La regia ritmica di Mattias Signò e Fabrice Toussaint è ineccepibile nel risultare puntuale e mai eccessiva.
La conclusiva Rassegnati si abbevera alla fonte del migliore Balletto di Bronzo in chiave Cuneiform o Recommended, regalando un capolavoro di tessitura armonica e melodica, dove i colori sonori sono dosati con una sapienza alchemica che solo La Teoria dei colori di Goethe potrebbe chiarire appieno. Assoluto plauso, oltre che alle tastiere del mastermind del disco anche al geniale Giuseppe Jos Olivini, capace di disseminare sfumature di ogni sorta suonando qualsiasi cosa sia capace di emettere un suono, incluso il rimbalzo di una biglia!

Un disco che è in grado di raccogliere enciclopedicamente tutto quanto è stato prodotto in 40 anni di progressive rock mondiale e mostrare al tempo stesso un proprio, interessantissimo punto di vista. Il miracolo in cui 1000 Autunni riesce è quello di non stancare mai, neanche dopo infiniti ascolti e pur nella sua complessità, cosa che spetta solo ai classici autentici.
Un mosaico dagli arrangiamenti assolutamente sensazionali, i migliori che io abbia ascoltato da anni a questa parte e tali da non fare rimpiangere neanche il più illuminato Frank Zappa.
Capolavoro assoluto mi sembra la definizione più giusta.

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15/04/2012 – MANZONI @ ZUNI, Ferrara
15/04/2012 – HANDSOME FURS @ STUDIO 2, Vigonovo (VE)
15/04/2012 – BOLOGNA VIOLENTA @ PUNKY REGGAE PUB, San Romano degli Ezzelini (VI)
16/04/2012 – LORENA MCKENNITT @ GRAN TEATRO GEOX, Padova
17/04/2012 – LORENA MCKENNITT @ TEATRO DELLE CELEBRAZIONI, Bologna
17/04/2012 – AFTERHOURS @ FNAC, Verona
18/04/2012 – STRANGE BOYS @ LOCOMOTIV CLUB, Bologna
18/04/2012 – UFOMAMMUT @ ETNOBLOG, Trieste
19/04/2012 – THOSE DARLINS @ ETNOBLOG, Trieste
19/04/2012 – SAMUELE BERSANI @ TEATRO DELLE CELEBRAZIONI, Bologna
19/04/2012 – THOSE DARLINS e BIG SIR @ ETNOBLOG, Trieste
19/04/2012 – CHELSEA WOLFE @ LOCOMOTIV CLUB, Bologna
19/04/2012 – THE OLD FIRM CASUALS, KLASSE KRIMINALE e MACE @ RENFE, Ferrara
19/04/2012 – A CLASSIC EDUCATION @ SINE’, Porto Viro (RO)
19/04/2012 – DAVID ISRAEL @ LA MELA DI NEWTON, Padova
20/04/2012 – THE MAINSTREAM @ TEATRO PERLA, Bologna
20/04/2012 – THE CHARLESTONES @ HOME, Treviso
20/04/2012 – BUGO, MARTA SUI TUBI, DIAFRAMMA, MARIPOSA, MOTEL CONNECTION DJ SET @ ESTRAGON, Bologna
20/04/2012 – ZEN CIRCUS @ AUDITORIUM MALKOVICH, Sommacampagna (VR)
20/04/2012 – IOSONOUNCANE @ STUDIO 2, Vigonovo (VE)
20/04/2012 – MURDER e BE MY DELAY @ ARCI BOLOGNESI, Ferrara
20/04/2012 – DENTE @ LOCOMOTIV CLUB, Bologna
20/04/2012 – MANZONI @ DISCANTO LAB, Chioggia (VE)
20/04/2012 – BUD SPENCER BLUES EXPLOSION @ RENFE, Ferrara
20/04/2012 – MARLENE KUNTZ @ NEW AGE CLUB, Roncade (TV)
20/04/2012 – UOCHI TOKI @ FLAT, Mestre (VE)
20/04/2012 – NOMADI @ GRAN TEATRO GEOX, Padova
20/04/2012 – ROYAL BATHS @ COVO CLUB, Bologna
20/04/2012 – NICOLO’ CARNESI @ LOCOMOTIV CLUB, Bologna
21/04/2012 – MY LITTLE PONY @ LA MELA DI NEWTON, Padova
21/04/2012 – TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI @ CSO PEDRO, Padova
21/04/2012 – LITFIBA @ UNIPOL ARENA, Casalecchio di Reno (BO)
21/04/2012 – ROBERTO VECCHIONI @ TEATRO ERBE STIGNANI, Imola (BO)
21/04/2012 – STEVE HACKETT @ TEATRO ASTRA, Schio (VI)
21/04/2012 – MOTEL CONNECTION DJ SET @ GARAGE CLUB, San Martino di Lupari (PD)
21/04/2012 – OFFLAGA DISCO PAX @ INTERZONA, Verona
21/04/2012 – MUCHACHITO Y EL TRIO INFIERNO @ ESTRAGON, Bologna
21/04/2012 – APPALOOSA e UOCHI TOKI @ LOCOMOTIV CLUB, Bologna
22/04/2012 – ELIO in FIGARO, IL BARBIERE @ TEATRINO DELLA NEVE, Noventa di Piave (VE)
22/04/2012 – SIMONE CRISTICCHI @ AUDITORIUM, Chiuppano (VI)
22/04/2012 – OM + TREES OF MINT @ LOCOMOTIV CLUB, Bologna
22/04/2012 – SKRILLEX @ ESTRAGON, Bologna
23/04/2012 – ELIO in FIGARO, IL BARBIERE @ TEATRO DA PONTE, Vittorio Veneto (TV)
23/04/2012 – MOTORPSYCHO @ BRONSON, Madonna dell’Albero (RA)
24/04/2012 – OFFLAGA DISCO PAX @ ESTRAGON, Bologna
24/04/2012 – THE TWILIGHT SAD @ STUDIO 2, Vigonovo (VE)
24/04/2012 – IMMANUEL CASTO @ LOCOMOTIV CLUB, Bologna
24/04/2012 – BE FOREST @ TETRIS, Trieste
26/04/2012 – DUMBELL @ TETRIS, Trieste
26/04/2012 – THE MACCABEES @ ESTRAGON, Bologna
26/04/2012 – BOLOGNA VIOLENTA @ SUPERNOVA, Bologna
27/04/2012 – DIAFRAMMA @ RENFE, Ferrara
27/04/2012 – PINO SCOTTO @ GARAGE CLUB, San Martino di Lupari (PD)
27/04/2012 – ARBOREUTUM @ STUDIO 2, Vigonovo (VE)
27/04/2012 – A CLASSIC EDUCATION @ POP CORN CLUB, Marghera (VE)
27/04/2012 – MODOTTI e MELAMPUS @ ARCI BOLOGNESI, Ferrara
27/04/2012 – EDDA @ ETNOBLOG, Trieste
27/04/2012 – PAN DEL DIAVOLO @ COVO CLUB, Bologna
27/04/2012 – GIARDINI DI MIRO’ @ NEW AGE CLUB, Roncade (TV)
27/04/2012 – SUBSONICA @ UNIPOL ARENA, Casalecchio di Reno (BO)
27/04/2012 – MOVIE STAR JUNKIES e MOJOMATICS @ LOCOMOTIV CLUB, Bologna
28/04/2012 – GIARDINI DI MIRO’ @ LOCOMOTIV CLUB, Bologna
28/04/2012 – UOCHI TOKI @ BACKGROUND NOISES, Mestre (VE)
28/04/2012 – MOVIE STAR JUNKIES @ INTERZONA, Verona
28/04/2012 – MARCO GUAZZONE & STAG @ MOON CLUB, Mirano (VE)
28/04/2012 – HOT GOSSIP @ ETNOBLOG, Trieste
28/04/2012 – PEASENT @ TETRIS, Trieste
28/04/2012 – COSMETIC @ STUDIO 2, Vigonovo (VE)
28/04/2012 – …A TOYS ORCHESTRA @ GARAGE CLUB, San Martino di Lupari (PD)
28/04/2012 – BUD SPENCER BLUES EXPLOSION @ TEATRO MIELA, Trieste
28/04/2012 – IL TEATRO DEGLI ORRORI, 2PIGEONS e FRATELLI CALAFURIA @ CSO RIVOLTA, Marghera (VE)
29/04/2012 – COLAPESCE @ PANIC JAZZ CLUB, Marostica (VI)
30/04/2012 – BANDA BASSOTTI @ ESTRAGON, Bologna
30/04/2012 – LO STATO SOCIALE e GIORGIO CANALI @ GIORNATE RESISTENTI, Montebelluna (TV)
30/04/2012 – DILLINGER ESCAPE PLAN @ NEW AGE CLUB, Roncade (TV)
30/04/2012 – BE FOREST @ STUDIO 2, Vigonovo (VE)
30/04/2012 – BUGO @ POP CORN CLUB, Marghera (VE)

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Fotoreport a cura di LaMyrtha




TOUR:
13.04 LIVING ROOM, Lugano (SVIZZERA)
21.04 ARCI 37, Giovinazzo (BA)
22.04 ARCI RUBIK, Guagnano (LE)
24.04 B-SIDE, Cosenza
25.04 H224, Reggio Calabria
26.04 ALTER EGO, Alcamo (TP)
27.04 LA PAGODA, Calatafimi Segesta (TP)
28.04 RETRONOVEAU, Messina
30.04 MAMAMU, Napoli
01.05 HANDMADE FESTIVAL, Guastalla (RE)
04.05 ARCI TOM, Mantova
05.05 APARTAMENTO HOFFMAN, Conegliano Veneto (TV)

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Recensione a cura di CLAUDIO MILANO
Etichetta: Vintageroots
Genere: etno-blues

Tracklist:
1. All Your Love
2. Motherless Child
3. Spoonful
4. Stroll Out West
5. Airplaine Blues
6. Parchman Farm Blues
7. Crossroads Blues
8. Do The Do
9. Granma’s Hands
10. Minding My Own Business
11. Who’s Been Talking
12. Black Girl

Contatti: http://www.vintageroots.it
Voto: 8

Nei primi del ‘900, il blues urbano, ormai assimilatosi alla cultura occidentale, incontrò il voodoo e la tradizione creola, riacquistando lo spirito rurale originario, la sua abrasività famelica e oscena, il suo spirito trascendente, in un mix contraddittorio e dionisiaco dove religiosità ufficiale e rito pagani si fondevano in un tutt’uno delirante che aveva come teatro le strade.
Il progetto ANMA dai nomi di ANdrea (Murada) e MAx (Pierini), nato come una delle miriadi di propagazioni del laboratorio sonoro e performativo NichelOdeon, si riallaccia a quella tradizione e la recupera con uno spirito autenticamente filologico.
Il risultato è un dischetto sorprendente quanto prezioso.
La voce di Pierini, già nei Mad Tubes, si stenta seriamente a individuarla come “bianca” tanto è nasalizzata, graffiante e immersa nello spirito della tradizione blues primigenia e tale è la sua chitarra ritmica al limite dell’accordatura, con slide in punta di coltello. Murada percuote delle zucche africane come nella più sincera evocazione gioiosa dello spirito della natura. A partire da una manciata di classici della tradizione nera qui riletti, il senso della tradizione animista emerge nella bella invocazione di Parchman Farm Blues.
Non è un caso che il disco sia dedicato al griot Hado Ima, da anni stretto collaboratore di Murada.
Eccellenti davvero Spoonful, Airpliane Blues, Granma’s Hands (quest’ultima semplicemente sensazionale con la sua coda di percussioni a tempo dimezzato e un’interpretazione vocale da brivido). In questi tre episodi l’interazione tra le percussioni i Murada e la chitarra ritmica di Pierini mette in evidenza anche gli aspetti più ritmico/percussivi del progetto e non solo quelli più melodici.
In Crossroads Blues invece la voce di Pierini raggiunge l’apice, accarezzando frequenze acutissime con assoluta naturalezza e padronanza di linguaggio. Splendido il solo di chitarra su Do the Do, capace di strappare un plauso incondizionato; le amate zucche di Murada, colme d’acqua in Minding my Own Business si fanno più cariche di registri gravi e acquistano un valore sonoro aggiunto, acido.
La rilettura dell’ultra classico Black Girl, rende le versioni rock a cui siamo abituati da tempo,una copia sbiadita, mostrando ancora una volta i limiti di un genere che dal blues ha preso incondizionatamente dando molto poco, tanto più negli ultimi decenni. Un disco roots autentico, di una genuinità rara, di quelli per chi ama il linguaggio afroamericano più vero, lontano da qualsiasi contaminazione occidentale tesa all’intrattenimento, ma non per questo poco piacevole, anzi, di una piacevolezza estrema, di quelle che avrebbero meritato una distribuzione seria anche oltreoceano.
Questo, senza dubbio avrebbe reso giustizia a un disco che ha il pregio di essere unico nell’intuizione e nel risultato.
Una richiesta personale: Blind Willie Johnson sul prossimo album.
Che dire se non complimenti vivissimi?

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Recensione a cura di Claudio Milano
Etichetta: Frohike Records
Genere: Avant-metal

Tracklist:
1 – 04:41
2. 2 – 08:09
3. 3 – 05:34
4. Dalla nascita – 06:44
5. 5 – 07:23
6. 6 – 05:21
7. 7 – 08:46

Contatti: dyskinesia.bandcamp.com
Voto: 7’5

Dyskinesia is a movement disorder which consists of effects including diminished voluntary movements and the presence of involuntary movements, similar to tics or chorea. Dyskinesia can be anything from a slight tremor of the hands to uncontrollable movement of, most commonly, the upper body but can also be seen in the lower extremities. Discoordination can also occur internally especially with the respiratory muscles and it often goes unrecognised. Dyskinesia is a symptom of several medical disorders and is distinguished by the underlying cause.” (Da Wikipedia)

Sarebbero stati la band preferita di Dante e Lovecraft.
Un disco di sette tracce appena numerato, una sola nominata col titolo, Dalla Nascita che è poi anche quello dell’album, per una progressione di suoni che rapiscono cuore e anima dal primo ascolto traghettando in una dimensione estranea quanto atavica, profonda e autentica.
Le chitarre, in 1 costruiscono un muro del suono paragonabile ad uno tsunami e in grado di disegnare interminabili lande deserte nel nord. Venti gelidi e immaginari che sembrano uscire da un dipinto di Caspar David Friedrich, dove l’uomo è solo un puntino in mezzo ad una natura che affascina quanto inquieta. L’estetica del sublime disegnata a colpi di elettricità tra sogno e incubo, voci lamentose, ritmiche altamente propulsive.
In 2, al minuto 4’00 il basso letteralmente esplode facendo sobbalzare dalla sedia e proiettando chi ascolta nell’iperspazio. 3 è un buco nero nell’anima. I drones reiterati di Dalla Nascita sono avanguardia minimale pura. Il sole fa capolino in 5 a disegnare aurore boreali. In 7 compare l’ombra della band di Ian Curtis e dei The Sound, poi al minuto 6’00 ogni regola si sfalda e una tempesta magnetica travolge tutto e tutti in un abbraccio nichilista.
Nessuna apocalisse/rivelazione, questa è un’invocazione alla dissoluzione come catarsi.
Il mio player ha chiamato a sè immediatamente dopo, “per caso”, Halleluja di Leonard Cohen, che è risuonato alle mie orecchie come il canto dei giovani tratteggiati con dolcezza da Pier Paolo Pasolini in La Recessione, ma io non credo nel caso:

Rivedremo calzoni coi rattoppi
rossi tramonti sui borghi
 vuoti di macchine
 pieni di povera gente che sarà tornata da Torino o dalla GermaniaI vecchi saranno padroni dei loro muretti come poltrone di senatori
e
i bambini sapranno che la minestra è poca e che cosa significa un pezzo di pane
E la sera sarà più nera della fine del mondo e di notte sentiremmo i grilli o i tuoni
e forse qualche giovane tra quei pochi tornati al nido tirerà fuori un mandolino
L’aria saprà di stracci bagnati
tutto sarà lontano
treni e corriere passeranno ogni tanto come in un sogno
E città grandi come mondi saranno piene di gente che va a piedi
con i vestiti grigi
e dentro gli occhi una domanda che non è di soldi ma è solo d’amore
soltanto d’amore
Le piccole fabbriche sul più bello di un prato verde
nella curva di un fiume
nel cuore di un vecchio bosco di querce
crolleranno un poco per sera
muretto per muretto
lamiera per lamiera
E gli antichi palazzi
saranno come montagne di pietra
soli e chiusi com’erano una volta
E la sera sarà più nera della fine del mondo
e di notte sentiremmo i grilli o i tuoni
L’aria saprà di stracci bagnati
tutto sarà lontano
treni e corriere passeranno
ogni tanto come in un sogno
E i banditi avranno il viso di una volta
con i capelli corti sul collo
e gli occhi di loro madre pieni del nero delle notti di luna
e saranno armati solo di un coltello
Lo zoccolo del cavallo toccherà la terra leggero come una farfalla
e ricorderà ciò che è stato il silenzio il mondo
e ciò che sarà.

Tra Burzum, Mortiis, Sigur Ros, Fennesz, Altar of Flies, Suicide, Joy Division, l’avant metal psichedelico, ultradark e dalle coloriture industriali di questa formazione è quanto di più autentico nel genere mi sia passato nelle orecchie da molto tempo a questa parte. Non c’è un solo momento nel disco in cui si abbia la percezione che questi veri pittori dell’anima non stiano facendo sul serio.
Registrato in presa diretta e soggetto a pochi interventi di sovraincisione, l’album è scaricabile gratuitamente dal sito, ma con una donazione è possibile garantire alla band italiana la stampa di un disco che avrà il sugello di una confezione tale da essere contenitore di simili meraviglie soniche, che non ho dubbi, lontani dalle terre patrie potrebbero raccogliere molti più favori.
Come ogni fluido miracoloso, caldamente consigliato come terapia panica.

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ETICHETTA: Eclectic Circus, Universal
GENERE: Pop

TRACKLIST:
1. Dorian (Postmodern Parte 1)
2. I Giorni di Urano Contro
3. Tutti Usciamo di Casa
4. Da Uomo a Uomo
5. La Stanza
6. Di Gioia e Rivolta
7. Dorian (Postmodern Parte 2)
8. Un Figlio Lo Sa
9. Tempo Prendimi per Mano
10. …
11. L’Ultimo Viaggio di Argo

Dopo un grandissimo EP di debutto, il full-length dei lombardi Mascara arriva come un fulmine a ciel sereno a sbigottire di nuovo la scena italiana con un prodotto di gran pregio. Undici brani, pubblicati per Eclectic Circus e Universal, confezionati in una veste teatrale dal sapore lirico, impreziositi da una fluidissima narrazione che nonostante le radici pesantemente affossate nella mitologia e nella letteratura riesce a non essere mai né noiosa né ridondante. Dalla nascita alla morte, questo il concept cui l’album fa riferimento, e la crescita collettiva di tutti noi sembra essere pienamente compresa dalle raggelanti parole che sferzano tutti i brani (“Tutti Usciamo di Casa”, “La Stanza”), in un ensemble ricchissimo di undici papabili hit radiofoniche che sicuramente spiazzerà i fan del primo EP, più nichilista, complesso e filosofeggiante. “Tempo Prendimi Per Mano” e “I Giorni di Urano Contro” risollevano la questione morale della new wave, linguaggio dietro il quale tantissima musica italiana si barrica traendone una linfa vitale che sa di muffa e di stantìo, ma che nel caso dei Mascara è invece fagocitato, digerito e rivomitato con una grandissima capacità compositiva che ne allontana tutto il senso di ripetitività che anche in grandi nomi internazionali s’avverte (vedi l’ultimo Editors). Anche i primi Litfiba, i La Crus meno spinti e i Cure sono tra le band che andrebbero citate come influenze fondamentali dei Mascara, ma è quasi offensivo pensare che Tutti Usciamo di Casa sia materiale derivativo: l’originalità di questa band sta proprio nel saper riciclare elementi triti e ritriti in un frullato totalmente nuovo, dove la monumentalità delle liriche e degli arrangiamenti riesce a torcere le membra dell’ascoltatore e a restituire in un semplice pop dressing i mille rivoli dietro cui si disperde tutta la loro sorprendente e disorientante furia. Perché l’enorme impatto che ha questo lavoro esprime una sincera voglia comunicativa che non disperde nessuna energia, ma anzi la convoglia in un mezzo unico, che arriva come un macigno all’ascoltatore. Pop per tutti ma che capiranno in pochi. Piccolo capolavoro.

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Altra band che ha partecipato alle semifinali dell’Italia Wave Contest 2012 sezione Veneto al Pop Corn Club di Marghera (VE).
Fotoreport a cura di LaMyrtha 

Questi sono gli UNAVEZ

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Ultima semifinale dell’Italia Wave Contest al Pop Corn Club di Marghera (VE). A seguirlo LaMyrtha.

LA CANTINA DEI BARDI

SRMC

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ETICHETTA: La Tempesta Dischi
GENERE: Alternative rock, grunge

TRACKLIST:
1. Lenta Conquista
2. Melly
3. Sitar
4. Scisma
5. Prima o Poi
6. La Fine del Giorno
7. Calla
8. Per Un Amico
9. Andreini
10. Colonne d’Errore
11. Lo Spavento

Fin dall’inizio quello che propongono i Cosmetic è stato un miscuglio caotico ma ben congeniato di alternative rock all’italiana (Il Teatro degli Orrori, Afterhours, CSI, Verdena), shoegaze (My Bloody Valentine, Sonic Youth, le contaminazioni noise dei primi Marlene) e indie dal sapore post-punk (in Italia ricordano per certi versi i Love in Elevator, o recenti uscite come Gli Ebrei). Questo, e nient’altro, continua ad essere, e la formula ormai ben rodata gli permette, rinsaldato il rapporto con La Tempesta Dischi, di ripetersi senza ristagnare, seguendo un percorso ampiamente battuto anche da altri creando uno stuolo di fans fedeli che anche i Cosmetic stessi possono sfruttare. Il piglio è leggermente più melodico ed è verosimile interpretare questa scelta come una svolta verso l’orecchiabilità più radiofonica di certe alt-rock band italiane stile Ministri, pur mantenendo un carattere personale nella scelta dei titoli e dei testi. La pacca sonora è notevole, il disco è pieno di “rumore” ordinato in piacevoli intrecci punk, dove la semplicità di alcuni impianti ritmici più martellanti si fonde con scorribande psichedeliche dal sapore molto seventies. Curiosa in questo senso è l’alternanza dei diversi linguaggi all’interno di singoli brani, dalla durata molto contenuta e che sicuramente si potranno apprezzare maggiormente nella dimensione dal vivo (vedasi “Per Un Amico”, “Colonne d’Errore”, “Sitar”, “Scisma”).

Lontano dal costituire una succulenta novità nel panorama italiano, questo nuovo sforzo dei Cosmetic è comunque una “conquista”, come recita il titolo al plurale. Conquista un posto fisso al sole, creando e consolidando una nicchia personale nel vasto oceano dell’alternative italico, che non aveva bisogno di ulteriori band ma lascia sempre spazio a formazioni interessanti e dal forte spirito live, come loro. In questo senso, un gran lavoro.

COSMETIC LIVE 2012
14.04 SIDRO CLUB, Savignano sul Rubicone (FC)
18.04 DALLA CIRA, Pesaro
24.04 ROCKET, Milano
27.04 APARTAMENTO HOFFMAN, Conegliano Veneto (TV)
28.04 STUDIO 2, Vigonovo (VE)
08.05 GLUE, Firenze
09.05 DIROCKATO, Monopoli (BA)
10.05 CIRCOLO DEGLI ARTISTI, Roma
11.05 YOUTHLESS, Rieti
12.05 CELLAR THEORY, Napoli

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Queste foto sono state scattate alla semifinale del 23 Marzo 2012 da LaMyrtha

THE RIP

LAST CENTURY OF LOVE

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Fotoreport a cura di Eleonora Verri





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Recensione a cura di RENATO RANCAN

ETICHETTA: DIY
GENERE: Doom, sludge

TRACKLIST:
01 – Ungod (6:23)
02 – Considerations/Commiserations (3:00)
03 – Avoid the relapse (3:06)
04 – Modern slave blues (4:48)
05 – The perfect mix (6:00)

Rumori di un galeone nelle acque di chissà quale pianeta, sembra legno ma è metallo, pesantissimo, bruciante e profondamente doom.
Riff monolitici e discretamente angoscianti, i ragazzi urlano e sbraitano mentre fanno girare i remi di questo galeone che viaggia senza meta, non c’è nemmeno una Moby Dick ad aspettarli.

Tutto nasce come sempre dai Black Sabbath, ma filtrati dai loro discepoli: quelli che più hanno abusato della Sweet Leaf, si parla di Sleep, Crowbar, EyeHateGod, Electric Wizard ma anche sprazzi di God Machine, Cathedral e pure Nirvana.

“Ungod” fa della monotonia il suo punto forte, un incedere marziale che esalta le distorsioni delle chitarre martellanti, quasi industrial. La seconda traccia, “Considerations/Commiserations”, dà invece qualche indizio di stanca, all’inizio ammicca a certo grunge per poi sfociare in una desert song.
C’è tanta sana ignoranza in questo lavoro, e va preso così, la cura del riff è spesso sopraffatta dalla voglia di incedere, di macinare le orecchie dell’ascoltatore, la cosa riesce bene ma quando il gruppo tenta un passo in più nascono i momenti più interessanti dell’EP, come al centro di “Modern slave blues” che rende più attento l’ascolto, mi auguro sia questa la strada futura della band visto il genere è già stato saturato dai loro predecessori.

“Tales of addiction and despair” è un lavoro già maturo, un po’ fisiologicamente monocorde ma che piace principalmente per le buone promesse per il futuro, non ci resta che aspettare questi giovani veneziani sulla lunga durata.

 

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Fotoreport a cura di LaMyrtha

THE GANG BAND

THE JUNCTION

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Aprile che bene che ti voglio.

01/04/2012 – MARIO BIONDI @ POLITEAMA ROSSETTI, Trieste
01/04/2012 – GIORGIO CANALI con ENEA CASONI @ ZUNI, Ferrara
02/04/2012 – MxPx @ VOODOO ARCI CLUB, San Giuseppe di Comacchio (FE)
02/04/2012 – XIU XIU e (r) @ LOCOMOTIV CLUB, Bologna
04/04/2012 – ZEUS! @ TETRIS, Trieste
05/04/2012 – A PLACE TO BURY STRANGERS @ LOCOMOTIV CLUB, Bologna
06/04/2012 – MISS CHAIN & THE BROKEN HEELS @ TETRIS, Trieste
06/04/2012 – THE ROCK’N’ROLL KAMIKAZE, THE HORRIBLE PORNO STUNTMEN e UB DOLLS @ MAXIMUM FEST (@Altroquando), Zero Branco (TV)
06/04/2012 – THE BONY KING OF NOWHERE @ LA MELA DI NEWTON, Padova
06/04/2012 – HELEN SUNG e LEW TABACKIN @ JAZZ CLUB, Ferrara
06/04/2012 – ABRASIVE WHEELS @ LABORATORIO CRASH, Bologna
06/04/2012 – CYANIDE PILLS @ COVO CLUB, Bologna
06/04/2012 – THE DEATH OF ANNA KARINA, OMID JAZI e SADSIDE PROJECT @ GARAGE CLUB, San Martino di Lupari (PD)
06/04/2012 – LASER GEYSER e LEGLESS @ COVO CLUB, Bologna
06/04/2012 – PHONO EMERGENCY TOOL @ ROCKNROLLA, Galliera (BO)
07/04/2012 – LILITH AND THE SINNERSAINTS @ COVO CLUB, Bologna
07/04/2012 – GONZALES @ TETRIS, Trieste
07/04/2012 – I AM GIANT @ GARAGE CLUB, San Martino di Lupari (PD)
07/04/2012 – L’OFFICINA DELLA CAMOMILLA @ LA MELA DI NEWTON, Padova
07/04/2012 – DIAFRAMMA, CHAOS PHYSIQUE e MULETA @ MAXIMUM FEST (@Altroquando), Zero Branco (TV)
08/04/2012 – BABY WOODROSE, ALICE TAMBOURINE LOVERS, SOLRIZE e UNDERDOGS, TEMPLE OF DEIMOS e BLACK CAPRICORN @ MAXIMUM FEST (@Altroquando), Zero Branco (TV)
08/04/2012 – NEW CANDYS @ ZUNI, Ferrara
09/04/2012 – SLAPSHOT @ VOODOO ARCI CLUB, San Giuseppe di Comacchio (FE)
09/04/2012 – GLINCOLTI, GOLIATH, LU SILVER & STREET RATS, THE SADE, I KANI, VOLCANO HEAT, DOUGE, COLLETTIVO ANDROGINO, IVY GARDEN OF THE DESERT e THE WILD SCREAM @ MAXIMUM FEST (@Altroquando), Zero Branco (TV)
11/04/2012 – GUANO PADANO @ TEATRO SAN LEONARDO, Bologna
12/04/2012 – RHAPSODY OF FIRE @ ESTRAGON, Bologna
13/04/2012 – GOMEZ @ ESTRAGON, Bologna
13/04/2012 – DILLON @ LOCOMOTIV CLUB, Bologna
13/04/2012 – DAVID ISRAEL @ ZUNI, Ferrara
13/04/2012 – MOVIE STAR JUNKIES @ CSO RIVOLTA, Marghera (VE)
13/04/2012 – RADIO MOSCOW @ COVO CLUB, Bologna
13/04/2012 – BUD SPENCER BLUES EXPLOSION @ GARAGE CLUB, San Martino di Lupari (PD)
13/04/2012 – THE UNDERTONES @ COVO CLUB, Bologna
13/04/2012 – ORFANADO @ LA MELA DI NEWTON, Padova
13/04/2012 – CRISTINA D’AVENA & GEMBOY @ GRAN TEATRO GEOX, Padova
13/04/2012 – FAST ANIMALS AND SLOW KIDS @ E20 UNDERGROUND, Montecchio Maggiore (VI)
13/04/2012 – OFFLAGA DISCO PAX @ NEW AGE CLUB, Roncade (TV)
13/04/2012 – LITFIBA @ PALAVERDE, Villorba (TV)
13/04/2012 – THE END OF SIX THOUSAND YEARS @ TETRIS, Trieste
14/04/2012 – RADIO MOSCOW @ COVO CLUB, Bologna
14/04/2012 – FRANKIE HI NRG e MELLOW MOOD @ PALASPORT, Cittadella (PD)
14/04/2012 – DI MAGGIO CONNECTION e TUNATONES @ GARAGE CLUB, San Martino di Lupari (PD)
14/04/2012 – KOINE’ @ TEATRO SAN BIAGIO, San Biagio (FE)
14/04/2012 – FEDERICO FIUMANI @ LA MELA DI NEWTON, Padova
14/04/2012 – IRAN IRAN @ TETRIS, Trieste
15/04/2012 – MANZONI @ ZUNI, Ferrara
15/04/2012 – HANDSOME FURS @ STUDIO 2, Vigonovo (VE)

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