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Archive for aprile 2012

Fotoreport a cura di LaMyrtha




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La rubrica Multireview torna con un triplo appuntamento tutto italiano. 

MARIA ANTONIETTA – MARIA ANTONIETTA (Picicca Dischi, 2012)
GENERE: Cantautorale, punk, alt-rock

Maria Antonietta, nome d’arte di Letizia Cesarini, è entrata di diritto nella lista degli artisti più importanti di questo periodo, insieme ai Cani, allo Stato Sociale e al suo produttore Brunori SAS. L’attenzione un po’ smodata era facilmente prevedibile, così come lo è lo stile dei testi, mirati ad un realismo e ad una quotidianità di facile presa, con un lessico semplice che non disdegna i semplici riferimenti al “tutto un po’” che piace ai nuovi hipsters. Zen Circus, Vasco Brondi e Dario Brunori tra i più simili, in questo senso (ma anche DiMartino). “Quanto Eri Bello” è una di quelle perle indie che piacciono molto agli italiani, forse perché strappa facili consensi con il suo piglio radiofonico, di nuovo presente in “Tu Sei La Verità Non Io”, con influenze più garage sporcate da una tagliente verve punk. Rapporti di coppia in primo piano negli argomenti delle liriche, che presto o tardi vestiranno questo lavoro di un riconoscimento di “album generazionale” che molti già gli affibbiavano a scatola chiusa. Il miglior brano rimane “Santa Caterina”, perfetto per i concerti, grazie ad una grinta assolutamente alt-rock che qui da noi non può che andare bene. Forse la voce a volte risulta un pochino noiosa, ma è alto il grado di personalizzazione che si avverte lungo tutto il disco, ricercando un’originalità talvolta esagerata ma che funziona nel risultare innovativa.
Della serie “può non piacere, ma è un’uscita importante e ve la beccate lo stesso”.

GIOVANNI PELI – TUTTO CIO’ CHE SI POTEVA CANTARE (Kandinsky Records, 2012)
GENERE: Cantautorale, rock italiano

Kandinsky Records e un’altra bella uscita: Giovanni Peli sa lavorare bene con il cantautorato, manipolandolo con grande abilità in una lunghissima serie di altri linguaggi, dal blues al folk, il tutto ricoperto da un’impalpabile e nitidissima patina pop. “Viene La Notte” ha la sua anima Tenco, così come il rock di “Tutto Quello Che Fai” sembra un misto di Benvegnù, Casale, Edda e Battisti. “Tu Amore Perduto” è molto più malinconica, si ripulisce in una sorta di mellifluo Manuel Agnelli che sposa la causa dei primi La Crus e il lirismo di Dalla. “Corallo” è un brano più pensato, impegnando le parole in qualche gioco superiore alla media del resto del disco, ma senza strafare. I testi di altre perle come “Incrocio” non esagerano mai nel barocco e le levigatissime rifiniture di certe evoluzioni lessicali non fanno altro che confermare un songwriting preciso, completo e mai acerbo, anche dal punto di vista letterario.
Un disco di cantautorale classica ma dall’irresistibile facciata modernista.

VIOLASSENZIO – NEL DOMINIO (Alka Records/New Model Label, 2012)
GENERE:  Rock

A Ferrara gli artisti di un certo livello esistono, e i Violassenzio lo confermano. Efficaci musicisti di grande bravura, qualitativamente in grado di superare di gran lunga la media della loro zona, pur esibendo in questo disco tutte le loro influenze in maniera fin troppo scintillante. Anni settanta e ottanta sono miscelati con tutta la new wave che da loro è scaturata, e l’ombra è quella dei Tuesday’s Bad Weather, band pugliese completamente identica a questi emiliani. Il disco è comunque interessante, e a parte alcune oscure somiglianze fila liscio in tutti i suoi tre quarti d’ora. “Amo Chi Sogna”, “Nelle Fabbriche”, “Per Un Re” e “Il Falso E’ Andato Oltre” contestualizzano l’orecchiabilità che fa da sfondo al tutto, un prodotto senz’altro radiofonico e catchy (“Rinchiusi In Una Scatola” e “La Storia Quando E’ Numeri”) che prende il volo quando si giunge di fronte agli ottimi testi, ritratti di una disillusione che non può che accompagnarci tutti quanti fino alla tomba in questi anni di crisi nera, non solo economica. Poca politica diretta, tanti riferimenti alla contemporaneità che tracciano una linea netta tra ciò che vogliamo e ciò non possiamo ottenere. E’ questo espressionismo moderno e dark che salva un album molto derivativo ma suonato ottimamente e con una qualità strumentale che senz’altro molto gli invidieranno. Consigliato, in ogni caso.

Gli artisti di questo articolo in tour:
MARIA ANTONIETTA
28.04 NEVERLAND FESTIVAL @ BLOOM, Mezzago (MB)
29.04 SECRET CONCERT, Vicenza
30.04 APARTAMENTO HOFFMAN, Conegliano Veneto (TV)
01.05 PARCO MIRALFIORE, Pesaro
03.05 KONTIKI, San Benedetto del Tronto (AP)
04.05 LIO BAR, Brescia
11.05 CIRCOLO AGORA’, Cusano Milanino (MI)
14.05 SALONE DEL LIBRO, Torino
18.05 LOCOMOTIV CLUB, Bologna
19.05 ARCI DALLO’, Castiglione delle Stiviere (MN)
31.05 MORGANA, Benevento
01.06 YEO YEO, Albano Laziale (RM)
02.06 FESTINALENTE, Aversa (CE)
15.06 INDIETIAMO, Sassocorvaro (PU)
16.06 LA DARSENA, Castiglione del Lago (PG)
21.06 NUVOLARI LIBERA TRIBU’, Cuneo
22.06 STADIO DEL RUGBY, Monza
14.07 BAR DELLA SERRA, Ivrea (TO)
15.07 POPSOPHIA 2012, Civitanova Marche (MC)
28.07 FESTA DELLA MUSICA, Chianciano Terme (SI)
06.08 SAMMAUROCK, San Mauro Pascoli (RN)
12.08 ANGURIARA FARA, Fara Vicentino (VI)

VIOLASSENZIO
28.04 IL MOLO, Ferrara 

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Fotoreport a cura di LaMyrtha





PROSSIMI CONCERTI:
28.04 VINILE 45, Brescia
01.05 CORTE PRIORATO GANDIN, San Vito di Leguzzano (VI)
20.06 UNIVERSITA’ DI TRENTO, Trento
29.06 OASI SAN MARTINO, Acquaviva delle Fonti (BA)

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Recensione a cura di RENATO RANCAN
ETICHETTA: Sub Pop Records
GENERE: Dream electro-pop

TRACKLIST:
01. Eyes Be Closed (4:47)
02. Echoes (4:08)
03. Amor Fati (4:26)
04. Soft (5:31)
05. Far Away (4:00)
06. Before (4:46)
07. You and I (Ft. Caroline Polachek) (5:13)
08. Within and Without (3:32)
09. A Dedication (4:17)

Piove ancora, sempre grigio, eppure secondo il calendario l’estate è a un passo, e con il caldo che si avvicina la memoria corre ad un disco del luglio 2011, uno dei più emozionanti dello scorso anno.
Stendetevi di fronte al mare, a maggio, una giornata assolata ma non ancora caldissima, le onde che si rincorrono sulla riva.
Distesi con i Washed Out nelle orecchie, dream electro pop non laccato, una produzione volutamente scarna e vintage per canzoni immaginifiche, quasi timide, una batteria elettronica in lontananza, tastiere ad accompagnare la voce riverberata e stanca, se alzate lo sguardo alle nuvole laboriose e lontane potreste perdervi, col cuore che scoppia.
I Washed Out sanno riprendere suoni puramente anni ’80 con intenti opposti, calma, introspezione e un rilassarsi infinito con l’emozione dell’estate che arriva, pericoloso provarli con l’estate al termine. Viene alla mente il Luca Carboni di “Mare mare” o il Battiato di “La voce del padrone”:

“Mare mare mare voglio annegare
portami lontano a naufragare
via via via da queste sponde
portami lontano sulle onde.”

Il mood è quasi lo stesso, solo che con i Washed Out manca il fiato, la dolce solitudine è ancora maggiore.
Si può immaginarli anche come la colonna sonora di vecchi videogiochi impolverati, che dopo 20 anni acquisiscono un nuovo fascino, il cielo immensamente blu dei giochi della Sega o le lande desolate dove correvano le F-zero, televisori con tubi catodici che generano colori vivi ma ormai sfumati, indefiniti fino ad esser più ricchi, un nuovo modo di approcciarsi al mondo, non si nega più nulla ma lo si guarda fuori dal tempo con un sorriso appena accennato.

Usciti con la storica etichetta Sub Pop, i Washed Out (praticamente l’alter ego di Ernest Greene), portano ad un nuovo livello il glo-fi degli anni ’00, superando di slancio Toro Y Moi e amici, ed è solo il loro primo album, dopo due deliziosi piccoli EP, spero ci faranno sognare ancora.

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Fotoreport e recensione a cura di Tyler Nardone ed Erasmo Scipione

La serata di venerdì 13 aprile si è aperta con i Manchu Eagle Murder, gruppo stoner rock dalle sonorità secche e distorte. Il trio batteria, basso, chitarra e voce , che sembra provenire dalla Palm Desert Zone della California, è inspiegabilmente capace di inventare riff semplici e decisi, che riportano allo stoner degli anni ’90. La voce graffiante del chitarrista , la batteria imponente e giri di basso travolgenti hanno creato un clima surreale e avvolgente che degnamente ha spianato la strada a chi ha suonato dopo di loro…

Si prosegue con IL Malpertugio, band che ha raggiunto l’organicità grazie all’ingresso dei nuovi membri: batterista e bassista, che hanno contribuito a creare sonorità elaborate e ricercate grazie a riff corposi e brillanti e ad un uso sapiente e perfetto di pedaliere che conferisce un sound duro e psichedelico allo stesso tempo, tipico di band del calibro di Dead Meadow e Sleep.
Il tutto termina con la vivacità e con l’allegria tipica del Punk-Rock degli esperti e famosi NoRelax gruppo formato da due ex membri degli Ska-P e la favolosa cantante delle Bambole di Pezza, gruppo storico della scena underground di Milano. La band ha riscosso successo tra il pubblico che ha risposto al suono classicamente distorto della chitarra, al ritmo veloce e preciso della batteria e a giri di basso puliti e armonici con un gran pogo generale.
Tutto si è concluso in un clima magicamente familiare con i i membri dei NoRelax che si sono prestati a foto e scherzi riempiendo di complimenti i gruppi spalla che sono stati in prima fila durante il concerto.

IL MALPERTUGIO


NORELAX

MANCHU EAGLE MURDER

 

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Recensione a cura di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: Santeria
GENERE: Alternative, rock, post-rock

TRACKLIST:
1. Memories
2. Spurious Love
3. Ride
4. There Is a Place
5. Good Luck
6. Rome
7. Time on Time
8. Flat Heart Society

Voto 2/5

Non fatevi ingannare dai generi scritti un pò più in su che tentano di descrivere il quinto lavoro dei Giardini di Mirò, soprattutto per quel che concerne la parola post-rock, perchè del post rock classico questʼ album ha davvero poco.
Eʼ solo che come fai a far capire che certi brani, seppur con una marcata direzione pop, ricordano comunque quel tipo di sonorità soprattutto nel suono delle chitarre?
Preparatevi a salutare i Giardini di Mirò dei precedenti dischi, eccezion fatta per Dividing  Opinions che già aveva fatto intendere che strada avrebbero percorso in futuro i sei di Cavriago. Addio alle code, alle dilatazioni, solo in Rome e in Flat Heart Society ci sono degli
accenni; addio allo strumentale, perchè sette brani su otto sono cantati da un Corrado Nuccini che in varie occasioni sperimenta la strada del cantautore elegante e decadente, come ad esempio in Rome e nella lacerante There Is a Place dove spicca il duetto con
Sara Lov (Devics).
Come già detto, in Good Luck prende ancora più forma quello che si sentiva in Dividing Opinions, peccato però che si sia persa per strada la componente “irrazionale”, per lasciar spazio ad un eccessivo cinismo rappresentabile nelle vesti di un salone arredato in puro stile minimalista, freddo e rassegnato.
Il disco comunque cʼè, gli episodi di alto livello anche, come ad esempio in Ride, la strumentale Good Luck e lʼ indie pop di Time on Time.
Non bastano però questi a ripagar lʼ attesa di cinque anni dove ci si aspettava qualcosa di più da una band che aveva segnato sempre progressi ad ogni ritorno.
Molti comunque potrebbero recepirlo come il disco della maturità, per me invece è un disco che segna un mezzo passo indietro, che lascia lʼamaro in bocca e suscita inoltre qualche sbadiglio.

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Recensione di CLAUDIO MILANO
Etichetta: Fie!
Genere: Avanguardia

Tracklist:
1. Eat my words, bite my tongue (5’29”)
2. That wasn’t what I said (5’18”)
3. Constantly overheard (4’18”)
4. New Pen-pal (4’04”)
5. Close to me (4’05”)
6. All the tiredness (5’54”)
7. Perfect pose (7’02”)
8. Scissors (5’17”)
9. Bravest face (4’39”)
10. A run of luck (3’55”)

Contatti: http://www.sofasound.com/
Voto: 7’5

“I fell in love with the sound of my own damn voice” da Eat my Words, Bite my Tongue (Peter Hammill)

Per la prima volta, Peter Hammill sorride in una foto, contenuta nel bellissimo booklet di questo album, che è di contro il più inquieto di un autore che ha fatto del dramma, nel senso anche teatrale del termine, la sua cifra stilista più autentica. Più che in Over (1977), ad ascoltarlo sembra si alberghi tutti sull’orlo di un baratro e la cosa non è certo rassicurante.
La progressione artistica e qualitativa di Hammill, sembra non aver conosciuto ostacolo dalla parentesi acustica di Clutch (2002) in poi. Dopo il ripiego creativo attorno ad una canzone d’autore “colta” (più o meno a ragione), ma spesso esangue, degli anni ’90 seguito a Fireships, che ci aveva regalato solo una discreta manciata di brani di autentico rilievo e un live splendido come Typical, l’artista britannico è autenticamente rinato e questo album è l’apice fin qui raggiunto con questo percorso. Questa volta il capolavoro è realmente sfiorato e il consiglio d’acquisto è grande. In Camera del 1974 è l’album che si percepisce più vicino a questo lavoro, per la stessa attitudine al rischio e la stessa autentica ispirazione “dark” (per l’ennesima volta tutti gli strumenti sono suonati da Hammill con nobile fare artigiano, senza alcun contributo esterno e sua è anche la produzione, questa volta di buon livello), ma questo lavoro ha una sua cifra stilistica che non ha autentici precedenti.
La criptica, estrema lentezza, la grande passionalità, la trascolorazione armonica al limite dell’inafferrabile e il dono della sintesi sono sue caratteristiche, assieme all’ estrema prossimità all’ascolto della scarna strumentazione e dell’ autorevolissima Voce. In nessun disco del cantante e autore dei Van Der Graaf Generator oltremodo, le acidissime sovraincisioni vocali, vicine ad un coro delle streghe di Macbeth erano state così presenti e avevano raggiunto un livello così imponente e obliquo, neanche in The Silent Corner and the the Empty Stage, capolavoro assoluto, anch’esso del 1974, né in Everyone you hold (1997) e le sue citazioni madrigaliste della splendida Bubble, nemmeno nel notevole Singularity (2006).
E dire che la falsa partenza con Eat my Words, Bite my Tongue (nonostante la pregnanza del testo, ancora una volta come in Incoherence e nei due successivi brani, ispirato agli inganni del linguaggio, ossessione della filosofia teoretica che trova in Hammill un autentico e dichiarato cultore) non lasciava immaginare nulla di particolarmente positivo.
Il disco prende subito quota infatti con la conturbante That Wasn’t What I Said, un altro classico nella produzione hammilliana, sostenuta da una prestazione canora unica e da una melodia eccellente quanto gonfia di pathos. Gli intrecci di registri estremamente elaborati conducono il vocalist che ha portato alle estreme conseguenze timbriche il linguaggio del Tim Buckley di Lorca e Starsailor, da frequenze spaventosamente gravi ad acuti tenorili mantenuti fino all’inverosimile e falsetti da mezzosoprano ricchi di armonici al punto da suonare autenticamente femminei, il tutto con un supporto di una strumentazione in equilibrio tra acustico ed elettroniche turbolenze. Magnifica.
Constantly Overheard riprende le atmosfere di Clutch e degli episodi acustici per chitarra e voce (qui inferma ma estremamente affascinante) di Chameleon in the shadow of the Night forte di una bella melodia, dalle soluzioni armoniche degne di nota. Bella e destinata a diventare un classico nelle esibizioni dal vivo.
New Pen-pal è un episodio per chitarra e voce poco convincente, che “live” saprà probabilmente acquistare quota, grazie ad un bel riff.
Il ritorno al pianoforte (sempre più minimale) su Close to Me porta buoni frutti per un’altro episodio di grande livello, tra armonie che in un batter d’occhio passano dal maggiore al minore trasformando uno spleen in un abisso, tra cori di sirene (di grande effetto la sospensione vocale nella sezione centrale) che sanno ammaliare quanto disturbare.
Odore di zolfo, All the Tiredness ha il sapore di un inconfessabile segreto, paragonabile alle litanie blues apocalittiche dei primordi, accompagnata da effetti chitarristici macabri e dissonanze corali che penetrano lentamente nell’animo di chi ascolta. Quando a metà brano i fumi lasciano in primo piano un’ossessiva voce su due ottave, si ha impressione che qualcosa di tremendo stia per rapirci per sempre, così come era stato con On the Surface da Out of Water (1990). Splendida.
Un bel basso tondo supporta l’inizio di Perfect Pose, dal suono di grande interesse, vicino ad un’estetica “glitch”, degna del miglior Sylvian, dell’ultimo Scott Walker e di The Marble Index e Desertshore a firma Nico/John Cale. Siamo dalle parti della celebrata White Dot (dal già citato Singularity), un vero e proprio“bad trip”. Dissonanze e melodie luminose si alternano tra i vapori ossianici generati dall’elettrica e dalle tastiere “shiftate” su più ottave. I cori sembrano voler rubare l’anima di chi ascolta e la struttura ritmica del pezzo è quanto di più complesso Hammill abbia prodotto dal ’94 in poi (A Headlong Stretch da Roaring Forties) senza però risultare mai stucchevole o inaccessibile, il tutto in poco più di 7, “organici”, minuti.
Non cala il livello dell’album con Scissors, anzi. Permane ancora un’atmosfera sinistra, tra chitarre in primissimo piano, la sensazione di un ambiente retrostante al suono moltiplicato all’ennesima potenza dai cori inquietanti e inquieti, poi entra un’elettrica incendiaria con il miglior solo della carriera a spargere sangue come coriandoli tra pianoforti elettrici picchiati con insistenza sulle frequenze più acute.
Capolavoro assoluto del disco e l’ombra del miglior Scott Walker, quello di The Drift ancora più vicina. Una delle più belle canzoni dell’anno e una delle più belle intuizioni di Hammill in assoluto. Bravest Face rasserena gli animi e ci riporta all’ Hammill delle ballate per piano e voce che ben abbiamo imparato a conoscere con gli anni, dalla mitica Refugees (da The Least We Can Do Is Wave to Each Other dei Van Der Graaf Generator) in poi. Una bella canzone, ben arrangiata e straordinariamente ben interpretata, ma non paragonabile ai migliori episodi degli ultimi anni in questa direzione, Undone (da Thin Air), A Better Time (da X my Heart) e Gone Ahead (da Incoherence) su tutte.
Di un drammatico talmente contrito e “nero” da risuonare corde funeree la conclusiva A Run of Luck, con l’ambiente ben in evidenza come nel più arruffato dei bootleg, attorno al piano acustico, appena accennato e alla voce (e che voce…). Una canzone che pare non conclusa al suo termine e dunque tanto più inquietante, così come era accaduto con The Top of the World Club da Thin Air, una sorta di nuova In The End (da Chameleon in the Shadow of the Night) in chiave minimale, una dichiarazione d’amore e morte che farebbe impazzire Tom Yorke, se solo l’ascoltasse. Genialità in attesa di ascolti e scoperte, questa volta e finalmente dopo tanti anni, anche come primo ascolto assoluto, per un signore sessantacinquenne arrivato felicemente al trentacinquesimo album della carriera se escludiamo i live e i dischi dei Van Der Graaf Generator, tutti a sua firma, dalla prima canzone all’ultima. Un autentico monumento vivente al cantautorato d’avanguardia privo di manicheismi e luoghi comuni. Un disco che pagherà probabilmente l’assenza di melodie epiche (“prog”, per intenderci), ma che incapsula il valore melodico in una profonda ricerca armonica, emotiva, strutturale, sonora e di mixing. Perfetto con un buon bicchiere ad annebbiare i sensi e la cognizione del tempo, ma anche come ottima alternativa a psicotropi.
Un dovuto inchino. Grazie, grazie, grazie.

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