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Archive for the ‘ETICHETTA: Frenchkiss’ Category

A cura di Andrea Marigo

ETICHETTA: Frenchkiss Records
GENERE: Indie pop

TRACKLIST:
You & I
Heavy Feet
Ceilings
Black Spot
Breakers
Three Months
Black Balloons
Woolly Mammoth
Mt. Washington
Columbia
Bowery

Voto: 3.5/5

Mi diverte notare come spesso mi imbatto in band californiane, band che come ispirazione dovrebbero avere lo stereotipo alla Beach Boys, siano invece influenzate dallʼ esatto contrario.
A maggior ragione i Local Natives, originari di Orange County, ripeto Orange County, devono avere un immaginario capovolto.
Il loro secondo lavoro, si distacca dallʼ esordio, che conteneva brani più “solari” che a tratti rimembravano i Fleet Foxes, per comporre in Hummingbird, 11 tracce dal sapore introspettivo e dai tratti decisamente malinconici.
I brani, percorrono strade sofisticate, che ricordano spesso lʼ ultimo lavoro dei Grizzly Bear come in Heavy Feet, si muovono ordinati in un continuo crescendo marcato da ritmiche che si fanno spesse, Breakers e Wooly Mammoth, vengono segnati da pianoforti che dettano gli accenti, Three Months e Columbia, e tutti sono resi prestigiosi dalla voce decisa e allo stesso tempo leggera di Taylor Rice.
Hummingbird è un disco che ha bisogno sicuramente di diversi ascolti, al primo potreste rimanere decisamente indifferenti alla monotonia apparente, ma con una certa calma e soprattutto attenzione, arriverete a dirlo: sarà un pò triste, ma è un bel disco

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ETICHETTA: Frenchkiss
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
So He Begins to Lie
3×3
Octopus
Real Talk
Kettling
Day Four
Coliseum
V.A.L.I.S.
Team A
Truth
The Healing
We Are Not Good People
Mean
Left Skeleton

Esiste una sindrome non scientificamente riconosciuta che si aggira tetra tra gli ascoltatori di musica mainstream: l’ansia da cambiamento. Ne esiste un’altra, diametralmente opposta, l’applauso cieco al cambiamento. Si parla, in sostanza, di cambio di direzione, quel salto improvviso di una band da un linguaggio all’altro che viene talvolta additato al pubblico ludibrio, altre volte osannato senza discernimento. Cercando di giudicare con estrema sincerità, pur partendo da un presupposto di apprezzamento più che onesto dei primi due dischi (saltando la mezza catastrofe para-elettronica che fu Intimacy), si giunge facilmente a separare la bellezza di alcune parti di questo disco dalla sua qualità di “nuovo” nella discografia dei londinesi. L’indie rock degli esordi, una fraseologia per certi versi ormai classica, in particolare, nella scena britannica, permea solo alcuni passaggi delle dodici (quattordici comprese le due bonus track) canzoni di questo Four, con riferimento alla loro tradizionale chitarra soft punk e ad alcune scelte di batteria (e il momento principale a ricollegarli al loro passato è il primo singolo estratto “Octopus”, che è anche il brano migliore del disco). Per il resto Kele Okereke e soci intraprendono un percorso di scoperta verso codici più propriamente punk, con inserti grunge, un lessico più generalmente hard rock e una produzione, se vogliamo, più piena e “grossa”. Il sound non differisce molto da quello di prima, ma un senso generale di suono iperpompato si sente nella potente “So He Begins to Lie” iniziale e in “Kettling”, che ricorda band alt-pop come i My Chemical Romance e i Fall Out Boy, voce, naturalmente, esclusa. In “Real Talk” ci si avvicina a scelte funk ma senza lo stile dei Red Hot dei bei tempi, producendo quindi un pezzo che scorre piuttosto insipido, così come “Coliseum”, un salto negli anni settanta senza troppo stile con un riff quasi metal che si è sentito in decine di altre canzoni, ma che si apprezza possibilmente al primo ascolto per la diversità da tutto ciò che mai è stato fatto dai Bloc Party (basta ascoltare il bizzarro screaming finale). “3×3” è la consacrazione della volontà inespressa di elevarsi a band da stadio, ma il risultato è commercialmente solo parziale. In sintesi, nessun anthem come ne ricordiamo in Silent Alarm o A Weekend In The City.

La prima sensazione che si avverte all’ascolto di questo disco, senz’altro ben suonato (vedasi un Matt Thong come sempre originalissimo dietro le pelli), è che manchi di una direzione ben precisa. Tante le strade esplorate, ma senza addentrarsi mai a fondo in nessuna. L’amaro in bocca è lasciato in particolare dalla mancanza di presa delle canzoni. Timbro vocale a parte, nessuno si è mai azzardato (a ragione) a giudicare i Bloc Party una band originale, ma è risultata sempre fondamentale in contesto indie/alternative per la bellezza quantomeno radiofonica di molti brani, vezzo che in questo disco non ricompare, pur senza una svolta intellettuale. L’impressione, dunque, è che si sia voluto fare una scelta di cambiamento ammiccante senza riuscirci. Tolto questo velo polemico, lo si ascolta facilmente, forse troppo, in particolare in virtù del dubbio, fortunatamente sventato, che le derive dance/electro di Kele Okereke (qualcuno ricorda Tenderoni?) non portassero nel baratro anche i suoi BP. E speriamo quindi in un Five, se esisterà, più convinto e convincente del predecessore.

ascolta qui:

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