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Archive for the ‘ETICHETTA: Subsound Records’ Category

ETICHETTA: Subsound Records
GENERE: Grind’n’roll

TRACKLIST:
We Are the Romulans
Cartilago Delenda Est
Pituk Kytup
Eel Boots and the Curse of the Skinny Horses
Codename: Radargirl
Meet the Meatballs
A Maiden Without Irony Pt. 1
Halls Apocalyptus
Dead Man Walkman
We Are the Samples
Tuesday is the new Monday
In Deep Bogaard
A Maiden Without Irony Pt. 2
Charly Ziplock

Ci vogliono quattordici tracce per entrare nel mood sclerato degli Inferno Sci Fi Grind’n’Roll, definibili grazie a questo stranissimo disco fondatori o perlomeno pionieri di un genere nuovo, fatto di blend al limite dell’impensabile, con ingredienti diversi ma adattabilissimi come il grind, l’elettronica, l’hard rock, il metal e il rock’n’roll, senza soluzione di continuità, ma con un equilibrio che va crescendo secondo dopo secondo lungo tutta la sua durata, tra l’altro per nulla modesta.
Sembra fatto per rovesciare ed annacquare il cervello di chi ascolta, in un processo di annichilimento progressivo che rispecchia bene o male la pazzia dell’album. Ogni brano serve a circoscrivere meglio possibile il contesto in cui la band opera, il tutto cesellato con attenzione a partire da un antefatto che è probabilmente punk o alt-rock, ma che si sviluppa con la fantastica frenesia del miglior grind.
C’è bisogno di dischi così? Certamente. C’è bisogno di dischi così fatti bene da gente che sa suonare? Certamente.
Allora ascoltate The Fall and Rise and Fall of Inferno Sci-fi Grind’n’Roll e poi ne riparliamo. Schizofrenico.

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ETICHETTA: Subsound Records
GENERE: Grindcore

TRACKLIST
Intro
Linking Pork
Forrest Grind
Lapo El Grind
Manzo Criminale
Gux & Gabbana
Bufalisimo
Sacro e Scrufano
Dawson Creek
Improvvisation Intuition Casaccium
Dimmu Burger
Grind Sasso
Il Marchese del Grill
Vision Divan
Delitto al Blue Grind
Sermonet a Chainsaw Massacre
Eau de Vergogn (Raul Bove)
Pig Floyd
The Truffer
La Canzone del Sale
Outro

Grindcore italiano, fatto come si deve? Dev’esserci qualcosa di miracoloso nella scena romana, se si arriva ad essere così estremi, o forse è semplicemente satura. Grindcore, solitamente, significa anche ignoranza, picchiare violentemente sugli strumenti noncuranti di tecnica e stile, ma per i Buffalo Grillz questo mondo è alla rovescia. In tutte le tracce, titolate in maniera molto ironica (da Dimmu Burger a Linkin Pork, non tralasciando Lapo El Grind e Pig Floyd), schizzi di travolgente velocità alternati a momenti più tranquilli, dove il groove la fa da padrone, a notificare la maturità del songwriting della band, che non si limita a ristagnare nei cliché del genere, ma ne esce a testa alta non disdegnando neppure momenti di isolata originalità. Qualche elemento nu metal di sottofondo crea qualche interessante scintilla e un conflitto quasi antitetico tra l’anima metal e quella più melodica, che comunque risulta soffocata dalla martellante potenza delle ritmiche.

Torturatevi il cervello, così.

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ETICHETTA: Subsound Records
GENERE: Math Rock

TRACKLIST
The Personal Legend
The Omens
Caravan to your Destiny
Man of Theory
We, People’s Hearts
Simum
The Treasure

Dall’Abruzzo, Pescara per la precisione, il respiro math rock possente ed originale degli Zippo sta già inflazionando l’attenzione di molti aficionados del genere verso questa regione da tempo. La portata è quasi internazionale e, esibizioni in terra straniera a parte, il mastering affidato al produttore americano James Plotkin, già al lavoro sul piano dei remix con Sunn O)))), Pelican, Earth, Isis e molti altri, mette sui binari il percorso esterofilo della band. Il sound, del resto, di italico non ha molto: pesante come pochi, qui, instradato lungo un sentiero che serpeggia tra Tool, Isis, Metallica, Mastodon e Soundgarden, se non anche Smashing Pumpkins e Alice in Chains, connette math rock, post-metal e grunge di matrice americana senza soluzione di logica ma con un’originalità inequivocabilmente sana e genuina. Qualche caduta di stile quando si emulano riff granitici e scontati del peggior metal d’oltreoceano (“We, People’s Hearts”) non elimina la grazia che generalmente è contenuta in tutto Maktub, concettualmente interessante, prodotto di gran pregio che regala se non altro una distinta eterogeneità ad un genere che storicamente sta sempre più inginocchiandosi all’ovvietà di alcuni cliché del linguaggio post-.
Strumentalmente, superati alcuni ghirigori che chiameremo più che altro stravaganti bizzarrie di stile à-la Brent Hinds (“Man of Theory”), d’indubbia qualità dal punto di vista performativo, si deve senz’altro chinare il capo dinanzi alla precisione che spicca in quasi tutti i brani, esemplari di una rara bellezza anche dal punto di visto del songwriting, maturo, equilibrato ed eccentrico allo stesso tempo.

Derivativo, qui, non significa scontato. E’ un disco di cui in Italia c’era bisogno ma che, un po’ in stile fuga dei cervelli, piacerà di più in territori dove la musica intelligente viene apprezzata maggiormente. Elemosinando tempi migliori, apprezziamo la sfrontatezza dei pochi che, come gli Zippo, importano musica fatta col cuore e il cervello in una preziosa addizione di saggie influenze, citazioni e suggestioni.

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