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Archive for febbraio 2012

AFTERHOURS
Il 17 Aprile esce il nuovo album
“PADANIA”

Il 17 aprile uscirà il nuovo album degli Afterhours, il primo dopo I milanesi ammazzano il sabato del 2008 e dopo il progetto Il paese è reale del 2009, realizzato insieme ad altri 18 artisti della scena alternativa italiana.

Reduce da una straordinaria esperienza negli Stati Uniti, documentata dall’imperdibile serie di trasmissioni Jack On Tour su DeeJay Television e dal CD Meet some freaks on Route 66, pubblicato in allegato a XL di Repubblica del mese di marzo, il gruppo ha appena concluso le registrazioni del suo nuovo lavoro, co-prodotto da Manuel Agnelli e Tommaso Colliva. 

Per il loro decimo album di studio, intitolato Padania, gli Afterhours hanno deciso di scegliere decisamente la strada della completa autoproduzione, affidandone la distribuzione ad Artist First. Come rivela il titolo, il gruppo affronta con l’abituale determinazione, consapevolezza e capacità di provocazione argomenti attuali e scottanti. «Padania è uno stato mentale», dice Manuel Agnelli, «non ha confini geografici, è uno stato della mente e dell’anima. È il nome che meglio rappresenta la disperazione di uomini che sanno di poter avere tutto tranne che se stessi. È una corsa impazzita ad occhi chiusi sperando di arrivare più lontano possibile da quello che non vogliamo sapere di essere. È la forza oscura che ti spinge a diventare quello che non sei. La canzone parla di una persona che vuole cambiare la propria vita e il proprio destino (come la maggior parte di tutti noi), perché crede che ci debba essere qualcosa di più del destino e della fortuna. È un desiderio così forte che diventa un’ossessione e questa ossessione diventa una maledizione, che la porta a vincere tutte le sue battaglie ma a dimenticarsi del perché sta combattendo. A realizzare tutto. Tranne che se stesso.»

Intanto, a partire dal 1° marzo è possibile vedere gli Afterhours nel video del brano La tempesta è in arrivo, realizzato per i titoli di testa Faccia D’Angelo – miniserie in due parti prodotta da Sky Cinema che racconta la storia romanzata del boss della cosiddetta Mala del Brenta. Un abile “imprenditore del crimine” dalla faccia d’angelo, ma spietato ed efferato, interpretato da uno dei migliori attori della sua generazione: Elio Germano. Attraverso furti, rapine spettacolari, traffico di droga, gioco d’azzardo, seminò per quasi vent’anni il terrore in un Veneto in pieno boom economico. Fino alla resa dei conti: braccato dalle forze dell’ordine, e dopo evasioni rocambolesche, la sconfitta è inevitabile per un uomo che, per il potere, aveva rinunciato a tutto. La miniserie andrà in onda il 12 e 19 marzo alle 21.10 su Sky Cinema 1HD (canale 301). 

Gli Afterhours torneranno in tour a partire da giugno 2012.

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Garrincha Dischi è una delle migliori etichette attive in questo periodo in Italia. Lo dimostrano uscite veramente molto interessanti che stanno innalzando di molto il livello della nostra musica. In questo articolo parleremo di 33 Ore, manzOni e L’Orso, ma non ci sono solo loro: i The Walrus hanno fatto uno dei migliori dischi sentiti ultimamente (e ne abbiamo parlato qui), il Black Album di Le-Li è spettacolare e non è da meno neppure il nuovo Turisti della Democrazia dello Stato Sociale, nuovo fenomeno del momento con quel gran pezzo che è “Mi Sono Rotto Il Cazzo“.

33 ORE – ULTIMI ERRORI DEL NOVECENTO (2011)
Gli ultimi errori del novecento sono il tema di questo disco, firmato Marcello Petruzzi, ovvero 33 ore. Blues dall’inizio alla fine, in questa sorta di aria satura di echi di Tom Waits, Nick Cave e Captain Beefheart (e quindi l’unica band moderna che attinge da qui senza essere banale: i White Stripes). Storie di vita quotidiana come se piovesse in “Il Vecchio Mario” (che ricorda un po’ Il Giovane Mario di Brunori SAS, ma forse non c’entra niente), Adriano Sofri e le sue lettere dal carcere in “Le Donne Belle”, la capacità di dipingere un immaginario naturalistico con un linguaggio poetico non scontato in “Primo Polline”. Gli arrangiamenti e il sound tendono piuttosto spesso agli USA, ma sono le ballad a riportarci verso un folk blues come adesso si fa anche in Europa, come insegna l’onesta e buona “Re di Piume”.
Il disco è ottimo, non perde mai colpi durante i suoi undici brani e riporta l’attenzione su questo garage blues vecchio stile che in troppi dimenticano essere stato principale elemento fondante di molta musica moderna. Non risparmiando neppure il grunge e il punk, quando si facevano ancora bene. Ed ecco i vostri ultimi errori del novecento.

manzOni – L’ASTRONAVE EP (2011)
Ad esempio questo è un bel disco che tutti definiscono post-rock, un’etichetta che, se permettete, è la più sbagliata possibile. L’Astronave EP è un album complesso, un pochino pesante se vogliamo, ma nella sua aria irrespirabile per i meno abituati ad una musica leggermente più colta della media, trova anche il modo di essere orecchiabile. I cinque veneziani ondeggiano tra momenti tranquilli e quasi cantautorali, a rumorismi noise/post-punk che derivano tanto dagli Slint quanto dai Sonic Youth. “A Lei, Di Lei” è perfetta nel racchiudere le due anime, ma il brano che colpisce di più per un effetto certamente caleidoscopico nella variegatezza dei suoi toni è “Anna”. “Ray Moon” si dimena in un campo più radio-friendly in maniera personale, essendo una ballad profondamente fuori dagli standard, senza la forma strofa-ritornello-strofa-ritornello che i manzOni sembrano non conoscere. Fortunatamente. Senza cliché. Un EP interessante che merita più spazio per esplorare meglio le grandi capacità compositive di questi ragazzi veneti.

L’ORSO – LA PROVINCIA EP (2011)
Ascoltare l’EP La Provincia è come fondere insieme qualsiasi indie folk act, Band of Horses/Bon Iver/Grizzly Bear/quellochevolete, con un cantautore di quelli giovani e spensierati, ma non Brondi, quanto più un Max Pezzali, come alcuni critici hanno sottolineato. I testi sono semplici, d’impatto e chiunque ci si può identificare, sono realisti, parlano di quotidianità, di presente. I toni, anche per quel che riguarda il lessico, sono sempre molto coloriti, l’aria è frizzante e sotto un certo punto di vista si respira anche del buonumore (“Quanto Lontano Abiti” e “Invitami Per un Tè” nascondono un’atmosfera anti-malinconica nonostante le tematiche). A fare da contraltare alcune scintillanti ballad dal sapore fortemente autunnale come “Baci dalla Provincia”, che apre l’EP e per certi versi lo chiude, dipingendo in pochi minuti tutto ciò che si ascolterà anche nelle altre quattro tracce.
L’Orso ha tempo per crescere, ma questo EP senz’altro mette in campo tutte le potenzialità, che si potranno esplorare meglio in un full-length che si aspetta senza porsi troppe domande.

 

IN TOUR:
29 febbraio – LO STATO SOCIALE @ TEATRO HOP ALTROVE, Genova
02 marzo – LO STATO SOCIALE @ GROOVE, Potenza Picena (MC)
02 marzo – L’ORSO @  TAMBOURINE, Seregno (MB)
03 marzo – LO STATO SOCIALE @ LA LIMONAIA, Fucecchio (FI)
07 marzo – LO STATO SOCIALE @ DALLA CIRA, Pesaro
08 marzo – L’ORSO @ ALL’UNA E TRENTACINQUE CIRCA, Cantù (CO)
09 marzo – LO STATO SOCIALE @ LOCANDA ATLANTIDE, Roma
10 marzo – LO STATO SOCIALE @ OFFICINE INDIPENDENTI, Teramo
16 marzo – LO STATO SOCIALE @ CLUB ZENA, Campagna (SA)
17 marzo – LO STATO SOCIALE @ ZONA FRANKA, Bari
23 marzo – LO STATO SOCIALE @ CSO PEDRO, Padova
24 marzo – LO STATO SOCIALE @ VOODOO ARCI CLUB, San Giuseppe di Comacchio (FE)
30 marzo – LO STATO SOCIALE @ OFFICINE CORSARE, Torino
31 marzo – LO STATO SOCIALE @ UNIVERSITA’ POLO PORTA NUOVA, Pisa
06 aprile – LO STATO SOCIALE @ KALINKA, Carpi (MO)
07 aprile – LO STATO SOCIALE @ INDIEHOME, San Benedetto del Tronto (AP)
13 aprile – LO STATO SOCIALE @ CASA AUPA, Udine
14 aprile – LO STATO SOCIALE @ GLUE, Firenze
15 aprile – manzOni @ ZUNI, Ferrara
20 aprile – manzOni @ DISCANTO LAB, Chioggia (VE)
21 aprile – LO STATO SOCAILE @ CUBO ROCK, Catanzaro
24 aprile – LO STATO SOCIALE @ LA STAZIONE, San Miniato (PI)
28 aprile – LO STATO SOCIALE @ VINILE 45, Brescia
30 aprile – LO STATO SOCIALE @ OFFICINA 99, Napoli
04 maggio – LO STATO SOCIALE @ RATATOJ, Saluzzo (CN)
18 maggio – LO STATO SOCIALE @ APARTAMENTO HOFFMAN, Conegliano Veneto (TV)
09 giugno – LO STATO SOCIALE @ ETNOBLOG, Trieste

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Fotoreport e video a cura di Luca Stramaccioni




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Dopo l’uscita del suo ultimo album “La vita agra” (pubblicato per Lavorare Stanca lo scorso 7 novembre), unòrsominòre presenterà le nuove canzoni in concerto.
Ecco le prossime date:

ven 24 febbraio, Padova, Reality Shock
sab 3 marzo, Verona, The Brothers (con ospite specialissimo)
gio 8 marzo, Benevento, Morgana
ven 9 marzo, Ortona, Abbey Road
mer 25 apr, Rimini, Neon (con ospite specialissimo)
mar 1 maggio, Valeggio s/m, Villa Zamboni (con ospite specialissimo)
sab 12 maggio, Parma, Giovane Italia (con ospite specialissimo)
INFORMAZIONI SUL DISCO:
Il disco prende il nome da un romanzo di Luciano Bianciardi nel quale si racconta la lenta e inesorabile omologazione di un potenziale rivoluzionario piccolo-borghese attraverso la quale, demolendo il mito del boom economico italiano, si comprendono le radici del degrado sociale e culturale del nostro paese: è la cronaca di un fallito tentativo di rivolta, affogato nel grigiore della vita di ogni giorno, ridotta ad una stanca lotta per la sopravvivenza giornaliera dove, citando Gaber, “non si riesce mai a dare fastidio a nessuno”.
Il tema del romanzo è il punto di partenza per un’amara, a tratti sarcastica, spesso rabbiosa riflessione in musica attorno alle miserie della società italiana di oggi.
Il disco, ispirato ai grandi album politici degli anni settanta anche nella veste grafica, è denso di un linguaggio crudo e di immagini vivide; parole dirette, poche metafore, nessuna ricerca di leggerezza, di ironia, di scioglimento della tensione. “La vita agra” ricerca e raggiunge una spietatezza verbale e concettuale senza concessioni, mentre racconta dell’insensatezza delle nostre abitudini, del futuro e del passato rubati a un’intera nazione, della superficialità di una generazione distratta, o dell’impossibilità oggettiva di intervenire per cambiare il corso degli eventi.
Il suono dell’album si completa nella collaborazione fra l’òrso e Fabio De Min (Non voglio che Clara), produttore del disco e co-arrangiatore di molti dei brani, che ha impreziosito il lavoro con interventi di pianoforte e sintetizzatori, arricchendo le canzoni costruite dall’òrso attorno alla sua voce, alle sue chitarre, basso e batteria (strumenti che su “La vita agra” sono  suonati tutti dallo stesso òrso).
facebook: unòrsominòre.

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Rccensione a cura di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: LaFameDischi
GENERE: Pop, sperimentale, indie

TRACKLIST:
1. Lʼ Alba, Dentro
2. Di Roccia
3. Cara Vana
4. Correnti del Nord VS Correnti del Sud
5. Ciuri
6. Delfini
7. Delfino io, Delfino Tu
8. Le Nuvole

Voto 3.5/5

Davide Iacono, è il cuore pulsante di VeiveCura, le sue dita sono quelle che toccano i tasti del pianoforte, strumento che è la colonna portante dellʼ intero album.
Oltre al pianoforte, firma anche le percussioni e la voce, sempre posta leggera, sussurrata ma incisiva tra le melodie.
Quello che si ritrova in questo disco, oltre agli strumenti citati, è unʼimpressionante carrellata di altri strumenti, suonati da altrettanti musicisti: archi, trombe, flauti, bassi, chitarre, suoni atmosferici, tastiere, che tracciano melodie poetiche, che vanno a ricordare quelle dei Sigur Ros, i Sigur Ros meno intimi e più orchestrali, portando il tutto in direzioni trasognanti, quasi magiche, ma dal gusto pop.Unʼ influenza che si sente quella della band islandese ma che è resa propria dallʼuso di strumenti popolari che richiamano i nativi dellʼautore: la Sicilia.
Le prime due tracce sono due perle: “L’Alba Dentro” è una nascita, “Di Roccia” una marcia gioiosa. “Cara Vana” cambia rotta e diventa più introspettiva, “Correnti del Nord vs Correnti del Sud” riprende gli stilemi di una marcia: un continuo crescendo che mostra sempre di più i contorni dellʼ immaginario tracciato da Iacono, facendo emergere la maestria dellʼartista nel contrapporre le due correnti musicali (nord e sud), dando come risultato un gradevole racconto in note.
In “Ciuri” il pianoforte è un vortice dipinto da altri mille strumenti, un sali e scendi che porta ad un deciso finale di coda.
Quello che emerge dallʼ ascolto del disco, è un amore verso i più vari colori che la musica può offrire, colori che creano visioni, emozioni, sensazioni che si spingono allʼ orizzonte. Il limite da scavalcare (se si vuole cercare un limite) è forse la ripetitività che le tracce in qualche frangente presentano.
“Le Nuvole”, brano di chiusura, è un omaggio al pianoforte, una composizione con il reverse in eco della stessa, che forse lasciato solo nella seconda versione, avrebbe detto di più.

“Tutto è vanità” è un vortice pazzesco di colori che si riflettono ovunque, memorie scordate che tornano in mente, sensazioni che fanno pulsare le vene, un lavoro sorprendente, che lascia ben sperare per lʼartista siculo e per il pubblico italiano.
Un album che può e deve essere apprezzato, soprattutto nel 2012, soprattutto in Italia

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ETICHETTA: RareNoise
GENERE: Alternative rock, dream-pop

TRACKLIST:
1. Atsmm
2. Heads or Tails
3. Death Baby Chicco
4. The Wolf
5. Trieste
6. Blue Army
7. Harlequin
8. Constellations
9. Slow Motion
10. Fast Forward
11. Manao Tupapau

La formazione dei partenopei è senz’altro notevole: contratto con Arghh! Records, split con i God Is An Astronaut, un acclamatissimo EP (Rooms); oggi arriva un nuovo (il secondo) sensazionale full-length, ed è Ghost Dance, uscito per l’ottima etichetta inglese RareNoise. Neanche a farlo apposta, è una vera e propria sorpresa. A partire dalla voce sottile ma profonda di Adriana Salomone, passando necessariamente per l’ottima preparazione strumentale di ogni altro componente di questa formazione dall’interessantissimo nome, le dodici tracce che compongono questo debutto sono un breve ma coraggioso viaggio sospeso tra dream-pop, synth-pop e il trip-hop, con qualche venatura garage (la prima parte di “Trieste”) che, confondendosi con le caratteristiche più basilari dei generi appena citati, diventa uno spettacolare diversivo per un disco variegato, complesso e sicuramente lontano dal risultare freddo e sterile. Un sound che ricorda vagamente Pj Harvey e Bjork, non solo per la voce della frontwoman, esplode lento ma inesorabile in “The Wolf” e “Death Baby Chicco”. Mentre alcuni caratteristici interludi separano i brani causando lievi cali d’attenzione, il lavoro rimane compatto e non fa stancare, aumentando la percezione di un blocco unico di tracce dove non mancano anche echi post-rock (gli arpeggi di “Blue Army”) e la sognante, ipermalinconica e tranquilla ballad “Harlequin”. Inconfondibili anche gli inserimenti di elettronica che derivano da una discretamente udibile devozione a band come Air (anche del progetto solista di Jean-Benoit Dunckel, uno dei due Air) e Massive Attack. Nonostante ogni singolo strumentista trovi modo di apportare il suo personale contributo al disco, rispetto al passato della band troviamo qui un utilizzo più diffuso della voce, che con melodie molto orecchiabili instaura un rapporto diretto con l’ascoltatore, diventando protagonista soprattutto dei brani più dolci (caratteristica che ben si unisce con il timbro vocale di Adriana).

Il disco non è senz’altro da annoverare tra le uscite sensazionali del periodo, anche a causa di un tipo di promozione più underground che li ha mantenuti parte di un universo che corre lateralmente a quello più patinato dell’alternative italiano. Per loro, questo, è senz’altro una fortuna, potendo così coltivare un sound maturo e particolare, che in Italia pochi fanno, e attirare attenzione dai critici più settoriali. Una band che senz’altro farà strada, se gliene saranno date le possibilità. Ghost Dance è un ottimo disco, non c’è dubbio.

PROSSIMI CONCERTI:
* tutte le date sono in apertura del nuovo tour del TEATRO DEGLI ORRORI tranne quella a Messina
http://www.virusconcerti.it

02 marzo – DEPOSITO GIORDANI, Pordenone
03 marzo – LATTE +, Brescia
17 marzo – ORION CLUB, Ciampino (RM)
23 marzo – ESTRAGON, Bologna
29 marzo – ALCATRAZ, Milano
12 maggio – RETRONOUVEAU, Messina

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A Maggio esce “A Piedi Nubi”
per Appropolipo Records
Sakee Sed sul web:
www.myspace.com/sakeesedfamily
Facebook: Sakee Sed

Dopo l’album d’esordio “Alle Basi Della Roncola” e il fortunato “Bacco Ep“, i Sakee Sed, band bergamasca composta da Marco Ghezzi (voce/chitarra/rhodes) e Gianluca Perucchini (batteria), ritornano con “A Piedi Nubi“.

 L’album, pur senza abbandonare quella vena di folk sghembo che da sempre li caratterizza, si preannuncia un disco dai toni più rock rispetto ai lavori precedenti.
I dieci brani presenti nel disco sono stati registrati dalla band al TunnelWood, lo studio costruito dai due nei momenti liberi tra una data e l’altra del tour che li ha visti, da Aprile 2010 a Dicembre 2011, suonare nei principali locali e festivals di tutta Italia.
“A Piedi Nubi” uscirà a Maggio 2012 per la Appropolipo Records.

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Inizierei dicendo che i Calibro 35 sono il vero gioiellino della musica strumentale italiana degli ultimi anni. Sono già cinque anni che circolano e l’attenzione mediatica non si placa, con continui tour e ben tre dischi (quattro contando la collezione di rarità) che li stanno consacrando sia localmente che internazionalmente come una formazione pioneristica e, se vogliamo, avanguardista. Almeno nei confronti del resto del panorama nazionale contemporaneo.
I Calibro 35 (ovvero Enrico Gabrielli, fiati e tastiere, Fabio Rondanini alla batteria, Luca Cavina al basso e Massimo Martellotta alla chitarra) sono un fenomeno a parte nella scena attuale e il loro intenso lavoro di recupero di vecchie colonne sonore, impreziosito da riarrangiamenti personali e riproposizioni totalmente autografe, ne ha stabilito fermamente il contesto nel quale operano. In un’ora e mezza di concerto rispolverano tutta la loro produzione, non trascurando il bellissimo self-titled di debutto del 2008, dal quale ricordiamo in maniera particolare “Summertime Killer” (che molti conosceranno come colonna sonora di Kill Bill Vol. 2, ma è originariamente un brano di Luis Enriquez Bacalov) e la splendida “Milano Calibro 9 (Bouchet Funk)”. Seguendo l’ordine cronologico incontriamo la splendida “Convergere in Giambellino”, tratta dall’altro vero capolavoro della band, il secondo album “Ritornano Quelli di…Calibro 35”, dal quale non mancano anche “Eurocrime!” e “Milano Odia La Polizia Non Può Sparare”, quest’ultima una rivisitazione del tema che Ennio Morricone scrisse per il celebre noir del 1974 di Umberto Lenzi. Inevitabile la presenza massiccia di tracce dal nuovo album, il recentemente uscito “Ogni Riferimento a Persone Esistenti o a Fatti Realmente Accaduti è Puramente Casuale”. La chiusura della prima parte del set, precedente l’encore di tre brani che ha concluso un apprezzatissimo concerto nonostante la posizione geografica un po’ infelice (il Voodoo è disperso nelle lande comacchiesi, demograficamente piuttosto disabitate), è affidata a “Massacro all’Alba”, un’atmosfera perfetta per sciogliere un pubblico calamitato all’attenzione da un’esibizione non solo superba dal punto di vista tecnico, giacché i Calibro sono notoriamente quattro musicisti impeccabili (forse tra i migliori in circolazione), ma costruita in maniera leggera e non noiosa anche a livello di scelte in scaletta. Difficile, per il pubblico medio che segue i Calibro come parte di una scena in cui non rientrano (quella alt-rock italiano, mentre si possono tranquillamente contestualizzare in un universo più prog che oramai non esiste più), digerire novanta minuti di musica strumentale, ma un’esecuzione tiepida e coinvolgente riesce a rompere la barriera della diffidenza e a creare un certo rapporto di fiducia con i presenti: interessante notare anche come ci sia chi si abbandona ad un accompagnamento fisico delle canzoni più sostenute, segno di una partecipazione che è anche emotiva.

Non c’è molto altro da aggiungere. Chi conosce i Calibro 35 sa benissimo cosa significa avere la fortuna di vedere una delle band più spettacolari degli ultimi anni, mentre difficilmente si apprezzerà una band di questo tipo senza una buona dose di preparazione musicale alle spalle. Se poi si è fan anche di quel cinema poliziesco anni ’70 a cui gran parte della loro produzione è devota, non potrete far altro che innamorarvi di questa band.

Ps. Un paio di note di colore: 1) l’apertura è affidata ad una band locale, i Nolatzco, potente quartetto (caratterizzato dalla presenza di due bassi) tipicamente alt-rock, con influssi punk e garage, che oltre ad essere prodotto da Giovanni Fanelli dei Rossofuoco, la band di Canali, ricorda proprio l’ex CCCP nell’uso della voce e in alcuni testi. La performance è, se vogliamo, molto fisica, e stupisce l’accostamento di una band come questa ai Calibro 35. Per la giovane età di alcuni dei loro componenti, sono una band piuttosto preparata e che può lasciar presagire un’evoluzione verso direzioni molto interessanti nel futuro recente; 2) l’eclettico Gabrielli si è dilettato, a metà set, nel proporre un veloce quiz al pubblico presente, chiedendo di indovinare una linea di piano che altro non era se non il tema di La Casa Dalle Finestre Che Ridono, celeberrimo horror del 1976 diretto da Pupi Avati e girato a pochi chilometri dal Voodoo Arci Club, tra Ferrara e Bologna. Neanche a dirlo: nessuno, o quasi, lo sapeva.

PROSSIME DATE DEI CALIBRO 35:
24.02 BABALULA, Crema (CR)
25.02 THE CAGE THEATRE, Livorno
01.03 LANIFICIO 159, Roma
02.03 MAISON ALEGIA, Giulianello (LT)
03.03 URBAN CLUB, Sant’Andrea delle Fratte (PG)
09.03 MAGNOLIA, Segrate (MI)
10.03 AUDITORIUM FLOG, Firenze
16.03 TPO, Bologna
17.03 DEPOSITO GIORDANI, Pordenone
23.03 CANDELAI, Palermo
24.03 MERCATI GENERALI, Catania
29.03 TOOP, Battipaglia (SA)
30.03 CASA DELLE ARTI, Conversano (BA)
31.03 OFFICINE CANTELMO, Lecce

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Fotoreport a cura di LUCA STRAMACCIONI




Il report del concerto scritto da Emanuele Brizzante per The Webzine è qui

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Recensione a cura di CLAUDIO MILANO
ETICHETTA: Fie!
GENERE: Cantautorato progressivo

TRACKLIST:
CD 1 “What If I Forgot my Guitar?”
1. Easy to Slip Away
2. Time Heals
3. Don’t Tell Me
4. Shell
5. Faculty X
6. Nothing Comes
7. Gone Ahead
8. Friday Afternoon
9. Traintime
10. Undone
11. The Mercy
12. Stranger Still
13. Vision

CD2 “What If There Were No Piano?”
1. Comfortable?
2. I Will Find You
3. Driven
4. The Comet, The Course, The Tail
5. Shingle Song
6. Amnesiac
7. What’s it Worth?
8. Ship of Fools
9. Slender Threads
10. Happy Hour
11. Stumbled
12. Central Hotel
13. Modern
14. Ophelia

CD3 “What If I Knew This Was The Last Show I Would Ever Do?”
1. Easy to Slip Away
2. Just Good Friends
3. After the Show
4. The Mercy
5. The Comet, The Course, The Tail
6. If I Could
7. Driven
8. Patient
9. Your Tall Ship
10. Stranger Still
11. A Better Time
12. Undone
13. In The End

CD4 “What if I Played Only VdGG/VdG Songs?”
1. My Room
2. The Siren Song
3. Darkness
4. Every Bloody Emperor
5. Scorched Earth
6. Masks
7. After the Flood
8. The Sphinx In The Face
9. The Habit of the Broken Heart
10. When She Comes
11. House With No Door
12. Still Life

CD5 “What About Songs I Didn’t Play in Japan?”
1. Autumn
2. Unrehearsed
3. Been Alone so Long
4. Primo on the Parapet
5. Our Eyes Give It Shape
6. Like Veronica
7. Time For a Change
8. Last Frame
9. The Lie
10. Meanwhile My Mother
11. A Way Out

CD6 “What About Songs I Dropped From The Setlists?”
1. Labour of Love
2. The Unconscious Life
3. Too Many of My Yesterdays
4. The Mousetrap
5. Sitting Targets
6. The Birds
7. (On Tuesdays She Used to Do) Yoga
8. Four Pails
9. Bubble
10. Time to Burn
11. Afterwards
12. Refugees

CD7 “What About the Best Alternate Versions”?
1. Comfortable
2. I Will Find You
3. The Habit of the Broken Heart
4. Shingle Song
5. Central Hotel
6. The Siren Song
7. Time Heals
8. Shell
9. Stranger Still
10. Traintime

Voto: 7

When my mouth falls slack
and I can’t summon up another tune,
shall I then look back and say
I did it all
too soon
Da In the End (Peter Hammill, 1973)

Si racconta che quando un uomo stia per morire riveda in un lampo tutta la sua vita.
E’ un’esperienza questa che io non conosco ma questo signore 65 enne, magrissimo, canuto, dal viso smunto e dagli occhi toccati da un demonio che lui solo sa di aver visto, con questo Box di ben 7 cd (sorprende in un’epoca in cui il disco di breve durata perde senso davanti alla svalutazione di chi non compra ma scarica soltanto?) ad un costo più che irrisorio pare volerci raccontare. Se Pno Gtr Vox era un monumento, The Box è un mausoleo, ma non è edificato con pietre preziose, lo è con grumi di sangue.
Quanta tristezza tra questi solchi. La memoria spesso tradisce, confonde le pagine di una storia lunghissima e vissuta con un’intensità e un’integrità senza pari, cancella pagine di spartiti, confonde le parole dei testi, per riemergere poi con un’intensità inaudita e spiazzare ancora una volta.
C’è un’intera carriera raccontata in questa collezione, materiale da 35 dei quasi 50 album che portano la firma dell’autore tra la produzione solista e quella dei Van Der Graaf Generator.
La bellezza del materiale proposto emerge come non mai con lucidità anche quando le foto appaiono ormai stropicciate e ingiallite. A scanso di equivoci, la prima sensazione che questo lavoro porta è un senso di profondo fastidio e arriva a deludere non poco. Nessuna produzione del cantastorie inglese che ha edificato il linguaggio della musica progressiva più autentica (non il “prog”, ma quello che oggi chiameremmo “avant rock”) per poi farlo a brandelli tra il rumore e le urla del punk, riemergere lucidamente tra il minimalismo elettronico e glaciale della “dark wave” ed inventare infine (?) un suo linguaggio di canzone d’autore colta, è stato così vicino all’indimenticato Vital dei Van Der Graaf.
Entrambi le produzioni raccontano di vita brutalizzando la forma. Pessime esecuzioni si alternano ad altre formidabili, ma non si incontra un solo momento di noia. Il valore di quest’opera può essere compreso solo lasciandola sedimentare, molto infondo.
Il primo album ci regala una versione semplicemente perfetta di Gone Ahead, un’intensissima Friday Afternoon, una Time Heals che va dritta al cuore, la tensione emotiva spasmodica di Traintime e le incisive e agili invenzioni di Faculty X. Il secondo cd è definibile il manifesto dell’Hammill autore alla chitarra ed è il migliore dei 7 volumi. Ad una I will find you completamente riletta rispetto alla versione in studio e straordinaria per le escursioni vocali, seguono una Shingle Song davvero struggente, la più bella versione di Stumbled che ci sia stato dare d’ascoltare e una Modern matura quanto affascinante. Non da meno una Central Hotel che sembra uscita dal repertorio di un gruppo punk della prima leva. Il terzo cd sorprende per la dedizione interpretativa alla materia sonora. The Mercy è superlativa, Patience una delle più belle che abbia ascoltato, molto sentita e lirica più che mai A Better Time, perfetta Undone, una spanna sopra la versione in studio, Driven è nella versione migliore fin qui ascoltata.
Il quarto cd propone esclusivamente materiale dei Van Der Graaf Generator ed è tratto da una registrazione fatta in sala e dunque di qualità audio inferiore. Hammill in gran forma vocale ma con ammessa scarsa preparazione strumentale, rende in particolar modo sui pezzi tratti da The Quiet Zone/The Pleasure Dome, trasformandosi nel suo infuocato alter ego Rikki Nadir (da Nadir’s Big Chance). Bellissime The Sphinx in the Face, The Habit of the Broken Heart e una magnifica The Siren Song, che neanche qualche acciacco al piano riesce ad oscurare nella sua poesia e nei sorprendenti slanci vocali (sembra quasi di rivedere l’immagine del corpo ad arco dell’autore sulla copertina del disco, anno 1977). Da segnalare anche una notevole Masks da World Record.
Il volume 5 raccoglie esecuzioni non fatte in Giappone e annovera alcuni degli episodi migliori della carriera di Hammill, che è bellissimo riascoltare di seguito, anche se le esecuzioni non sempre risultano abbastanza pulite da non enficiare l’emozione. Meravigliosa Unrehearsed, Primo on the Parapet risulta di gran lunga più affascinante rispetto alle altre pubblicazioni dal vivo ufficiali, Our Eyes give it Shape acquista luce ed energia pur rimanendo abrasiva. A chiudere una versione di A way Out, in ricordo del fratello suicida, che non ho difficoltà a definire, senza alcuna retorica, commovente.
Il sesto volume raccoglie brani scartati dalla selezione, non sempre a ragione, anzi, Bubble riluce come non mai nel suo dramma con cui travolge il finale, la matura e sulfurea versione di (On Tuesday she used to do) Yoga, per quanto imprecisa è molto affascinante e si chiude con dei delay di chitarra davvero inquietanti. Sitting Targets, ci riconsegna un riff “new wave” memorabile, appoggiato a delle modulazioni armoniche inedite nel “refrain”.
L’ultimo volume, è uno dei migliori e ci offre alcune versioni alternative, non di rado superiori a quelle incluse nei capitoli precedenti. Comfortable vede Hammill precipitare negli inferi vocali fino a raggiungere un “kargyraa” tibetano spaventoso, Stranger Still ha un finale trasognato con l’autore che sembra pizzicare le corde del piano mentre improvvisa una nenia con la voce, meraviglia.
Da decenni Hammill ha smesso di mettere in scena la sua musica per mettere in scena sé stesso, la sua persona, non il suo mito, che finora mai è arrivato ad un pubblico realmente vasto, neanche in una nicchia il suo nome appare vagamente popolare.
Già nel 1972, ad un anno dall’avvio della sua carriera solista e dopo il primo scioglimento dei Van Der Graaf Generator, Hammill era considerato finito e tale molti lo considerano tuttora. Questo spostamento del centro dell’attenzione dall’opera all’artista ha fatto e continuerà a fare inorridire molti, tant’è vicino ad un ideale tardo romantico o “pop” nel senso “wharoliano” del termine, di musicista che diventa egli stesso forma d’arte.
Tra tutti i musicisti rock che hanno annunciato la loro morte sul palco per poi ritirarsi dalle scene e godere di soldi e fama accumulati, Hammill è l’unico a non averlo mai fatto, non l’ha fermato nulla, neanche un infarto e oggi lo stiamo vedendo consumarsi lentamente. Le sue corde vocali perdono tono (per quanto estensione e duttilità timbrica rimangano per lo più inalterate), il suo diaframma non riesce più a contenere l’urlo, i suoi muscoli tesi ripiegano spesso in uno spasmo d’abbandono. Eppure questa messa in scena autenticamente popolare nel senso arcaico (musica come rituale catartico) e dai riferimenti culturali colti, come una società postmoderna medio borghese richiede, è ancora viva e credibile e lo sarà fino a quando non si consumerà in un ultimo rantolo.
Grazie vecchio per averci raccontato ancora una volta, ma questa volta tutto d’un fiato, la tua meravigliosa vita, quella dove guardiani dei fari, pesci assassini ed esuli incontrano il tradimento di Alice “La Rossa”, motociclette in Africa e fantasmi di aeroplani che tutti ricordiamo tra torri che non ormai sono solo memoria. Grazie per averci parlato di un tempo che ormai non esiste più e che non può tornare ma che oggi più che mai sentiamo appartenerci.
Grazie per averlo fatto quando eri ancora in grado di restituircelo nel migliore dei modi possibili.
Non ci resta che aspettare il prossimo album, certi che il “cercare diamanti in una miniera di zolfo” prima o poi ci regalerà una luce mai vista, o forse, più semplicemente, ci farà accorgere di averla incontrata e di non essere stati capaci di accoglierla.
A Maggio, Hammill sarà ancora una volta in tour in Italia.

TOUR ITALIANO:
10 maggio 2012 – TEATRO MIELA, Trieste
11 maggio 2012 – TEATRO ASTRA, Schio (VI)
13 maggio 2012 – SALUMERIA DELLA MUSICA, Milano

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COSMETIC

Il 13 Aprile esce “Conquiste” 
per La Tempesta Dischi

Uscirà il prossimo 13 Aprile per La Tempesta Dischi il terzo album di Cosmetic che si intitolerà “Conquiste“.
La registrazione dei brani è ormai giunta al termine ed entro la fine di Febbraio il disco dovrebbe essere pronto per le stampe.
L’album é stato interamente registrato e mixato da Paolo Rossi al Waves Studio di Pesaro dove la band al completo, lasciate alle spalle alcune temporanee defezioni, si é concentrata molto sui dettagli di produzione, con particolare attenzione alla ricerca timbrica.
L’obiettivo è avvicinarsi il più possibile alle ruvide sonorità live della band dove a farla da padrone sono le chitarre incalzanti.
Figurerà come ospite -in due brani- Costanza dei ‘Be Forest‘.

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[introduzione e intervista a cura di RENATO RANCAN; rispondono alle domande Lele, Mauro, Fiore e Nicolò degli Uncledog]

Con questo numero si vuole inaugurare una serie di interviste legate al progetto 3 Rivers Underground, una nascente associazione di band racchiuse geograficamente dai tre principali fiumi veneti: Po, Adige e Brenta.

Iniziamo con gli Uncledog, un giovane gruppo rock della bassa padovana che tra un EP registrato in un prestigioso studio negli USA e varie date in Europa sta facendo di tutto per far parlare di sé. Ma, oltre a questo approccio internazionale, a stupire è l’impegno costante che di settimana in settimana si rinnova nella loro sala prove a Solesino (PD) dove siamo andati a trovarli.

La cosa più bella sarebbe stata riportare integralmente i tre quarti d’ora di chiacchierata, per farvi respirare il clima allegro e scanzonato che anima sempre le loro serate, condite pure da qualche litigata, ma per doveri editoriali ahimè si farà una sintesi.

Quando si intervista una band che non ha ancora “sfondato”, anche se con gli Uncledog ci son tutte le avvisaglie, si finisce sempre per parlare di scena emergente, delle difficoltà che ha un gruppo nel proporsi al grande pubblico, ed il guaio è che alla fine non si parla più del gruppo in sé; in questo caso invece cercherò invece di parlare in poche parole principalmente della musica e della storia della band.

Renato:  Buonasera bella gente! So che vi trovate in questa saletta anche quattro o cinque sere ogni settimana, prove su prove, colpisce questa costanza, cos’è che vi spinge? Cosa vi ha portati qua stasera?
Lele“Ciao, sono il bassista! Beh stasera ci ha portati la macchina…no dai, siamo spinti da tanta semplice passione, ci siam trovati con un sogno comune e poi si è creata tutta la questione gruppo, rapporti umani. Questa è la nostra terza saletta, in origine eravamo a Este ma il prete proprietario della sala prove ci ha buttati fuori, lì eravamo i Retroverse, tutti noi tranne il cantante, Nicolò, che tra l’altro non è stato affatto semplice trovare in quanto non tutti i cantanti sanno cantare bene (risate), ma a volte basta fidarsi, capire la persona, il giovincello al tempo aveva 16 anni, non parlava e si adattava a tutto ma lo abbiamo fatto crescere bene più o meno. Da quando è arrivato lui siamo gli Uncledog.” 

Renato: Si può dare un nome alla vostra musica? Identificarla con un genere?
Lele: “Hardrocche un po’ lounge con delle sembianze metal…”
Fiore: “Lele fa un hardroco perché Lele è roco.”
Nicolò: “La nostra musica è influenzata da mille cose, il bassista legato agli anni ’70, il batterista al prog, il tastierista più epico, il chitarrista anni ’80 e il cantante anni ’90. Senza poi contare tutto ciò che non è musicale ma che influenza la nostra musica.”

Renato:  Molto precisi! Mi date almeno qualche gruppo di riferimento? Pensate ai poveri lettori dell’intervista…
Nicolò: “Non saprei proprio, non è che vogliamo dare l’idea di esser totalmente innovativi. Tante persone ci hanno paragonato ai Toto o ai Rush e non ce lo aspettavamo.” 
Mauro: “Noi ci sentiamo vicini invece a Wolfmother e Velvet Revolver. Guarda, abbiamo iniziato da poco proprio un processo per iniziare a capirci, siamo sempre in difficoltà ad identificarci in un genere.”

Renato: Sì infatti, non sembrate neanche appartenere ad una scena precisa, penso a quello che succede invece con i gruppi metal-core delle nostre zone.
Mauro: “Lo notiamo anche noi, tanti gruppi con i quali suoniamo son molto incentrati su un genere, che da un lato è pure positivo perché si riesce ad identificarli subito mentre magari nel nostro caso una canzone è hard- rock, una più pop, una alternative. Tante mescolanze, figlie di tante diverse influenze appunto.”
Lele: “Una nostra particolarità sta nel fare, spontaneamente, arrangiamenti complessi che vanno oltre il semplice riff ripetuto.”

Renato: Avete quindi un processo compositivo particolare?
Mauro: “Da quando siamo nati fino a due mesi fa si suonava tutti insieme in sala prove, una jam attorno ad un giro proposto. Si partiva molto dall’estetica musicale, così ci han detto, e solo alla fine si aggiungeva la voce. Basso batteria chitarra tastiere, improvvisazioni, tante registrazioni facilitate dal suonare in cuffia. Noi adesso abbiamo 12 canzoni ufficiali in 4 anni che suoniamo, senza ovviamente contare quelle scartate, col le quali però arriveremmo ad una ventina, quindi poco comunque. E’ che siamo molto pignoli, prima che una cosa vada in scaletta ce ne vuole.”

Renato: Hai detto fino a due mesi fa, è cambiato qualcosa ultimamente?
Mauro: “In previsione del prossimo disco stiamo lavorando con una persona per rivoluzionare il metodo compositivo cercando di dare un ruolo più centrale alle liriche e alla voce. Ci stiamo impegnando in una cosa che non era per nulla nostra, stiamo cercando di trovare messaggi più definiti, per una questione di identità di gruppo, anche solo dalle melodie di voce per poi solo successivamente costruire estetiche musicali così da non creare difficoltà al nostro cantante. La principale critica che ci veniva posta era una mancanza di identità che a noi all’inizio sembrava addirittura un pregio.”

Renato: So che siete andati a registrare il vostro primo EP in California da Sylvia Massy (Tool, System Of A Down, Red Hot Chili Peppers, Johnny Cash ecc), come vi eravate preparati?
Lele: “Noi di esperienza in studi del genere non ne avevamo, era un’esperienza imprevedibile, incredibilmente bella ma anche stressante, ora invece sappiamo come funziona. Ci eravamo preparati sia dal punto di vista psicologico sia da quello musicale, lavorando sulla tecnica individuale e sugli arrangiamenti per paura che lei giudicasse le nostre canzoni troppo blande e semplici.”
Mauro: “Mi ricordo proprio che abbiamo fatto un demo, il terzo, con i brani scritti dopo il primo contatto con lei, eravamo imparanoiatissimi per mandare brani registrati bene, speso pure bei soldi per il demo, e impiegato 3-4 mesi a canzone, lavoro morboso, canzoni che sprofondavano distanti dal nostro solito. Lei ha ascoltato le canzoni e ha detto: “ma potevate mandare anche canzoni registrate col cellulare. 4 canzoni in sette mesi? Malissimo, dovete scrivere scrivere.” Così in due mesi son saltate le due nuove canzoni dell’EP tra cui proprio Face On The Floor, che ha dato il titolo all’EP e da cui abbiamo anche ricavato il nostro primo video..”

Renato: Una volta oltreoceano com’è andata?
Lele: “E’ stato difficilissimo prendersi, là sono abituati a lavorare dalla mattina a sera in studio con professionisti e, nel caso di Sylvia, mostri sacri della musica… ma tu vedi tutto per la prima volta e l’impatto è forte.”
Mauro: “Di lì era passata gente che sapeva lavorare in studio da trent’anni, si davano per assodate delle cose che per noi erano “what the fuck?!”. Un nostro rimpianto, o meglio presa di coscienza, è che L’EP, come suoni, è venuto fuori principalmente da un lavoro loro, c’erano decine di macchine che non sapevamo neanche cosa fossero, ed in più era tutta roba vintage. Quindi a livello di produzione dei suoni, a parte scegliere gli amplificatori ed effetti, ci siamo affidati alle loro mani. Se dovessimo ripetere l’esperienza oggi lo faremmo con un piglio diverso, più sciolti e meno passivi, magari ci prepareremmo di più proprio su questi aspetti di produzione…non che non sia venuto bene sia chiaro. Ma c’era un mixer dei Led Zeppelin, un compressore dei System Of A Down… difficile non lasciarsi andare”.
Lele: “Diciamo che c’ha servito a molto, si può dire chasservitoamolto?” (risate)

Renato: Ultima domanda: mi parlate un po’ del progetto 3 Rivers Underground?
Mauro: “E’ un’associazione di gruppi delle nostre zone, si parte dall’esperienza positiva del Delta Underground, basterebbero anche solo due tre locali, una data a gruppo al mese con una cinquantina di persone e sarebbe già tanto. Noi non abbiamo difficoltà a trovare date però ci son tanti gruppi che magari son validi come o più di noi ma non hanno l’intraprendenza, la capacità o la fortuna di trovare locali. Il progetto di Marco (l’organizzatore n.d.r.) è agli alborissimi, e i musicisti son gente strana ma sono fiducioso, su Facebook si è già scelto simbolo, ci son già ruoli assegnati, così si darà possibilità a chi non ne ha e qualche certezza in più a chi ne ha.”

Renato: Se volete lasciate un messaggio di saluto
Lele: “Ti ringraziamo per il tuo tempo”.

Renato: Bene grazie a voi ragazzi
Lele: “Bona, vao fare la pipì.”


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ETICHETTA: Tomobiki
GENERE: Rock

TRACKLIST:
1. O, My Mind
2. Ink-Loaded Love
3. Collapse of Art
4. Never Defined
5. Still Hiding, Still Trying

I Dust sono sei giovanissimi ragazzi milanesi che da qualche tempo hanno lasciato la scena sommersa dell’underground emergente per passare a quello più movimentato dei grossi nomi. Lontani, ovviamente, dal mondo del mainstream, propongono un disco di ottimo livello, prodotto da Matteo Cantaluppi, già al lavoro con Canadians, Bugo e molti altri; non è solo questo a testimoniare il balzo in avanti, ma anche una scelta di sound più levigata, che sicuramente sposa perfettamente le atmosfere più blues di certe contestualizzazioni Wilco, o addirittura Grizzly Bear. Una maturità artistica raggiunta così presto è evidente in “Collapse of Art”, ma anche in “Still Hiding, Still Trying”, con una certa orecchiabilità che la attesta senz’altro come una ballad di grande respiro internazionale: ci si sente Paul Weller, come i The Charlatans e forse qualche accento più vicino al rock post-beatlesiano dei primi Oasis. La creatività della band non si spinge oltre alcune strizzatine d’occhio alle band citate (e a Nick Cave), con una rielaborazione personale che invece riesce a tirare fuori dal rischio banalità tutti e cinque i brani. In questo modo troviamo una band molto caratterizzata sul piano della composizione, che evidenzia anche abilità strumentali sicuramente superiori a quelle che si possono prevedere per una formazione di quest’età.
Le cinque tracce sono, con molta probabilità, da apprezzare live, con quella visceralità più rock che si sente comunque anche dietro la produzione alliscita a dovere (una band come i The R’s, anche loro prodotti da Cantaluppi, ha senz’altro un sound molto simile). L’impatto notevole che un disco semplice ma completo come Kind ha anche sull’ascoltatore meno attento è senz’altro sintomatico di una capacità pop che si nasconde dietro la ruvidità di certe scelte sonore. Una lieve crescita ulteriore ed avremo sei nuovi protagonisti della scena musicale italiana: i Dust.

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Recensione a cura di RENATO RANCAN
ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Post-punk, hardcore, emo

TRACKLIST:
1. Majorana Aveva Ragione…
2. …Eppure Aveva Torto
3. Incontrarsi a Copenhagen
4. Punto Omega (Dove il Cuore è Lontano da Tutto)
5. Punto Omega (Il Lamento del Tempo)

Heisenberg e il principio di indeterminazione, se ci si avvicina troppo non si può più sapere con esattezza la velocità e la posizione di quello che si osserva, la scienza non avrebbe mai voluto scoprirlo, l’impossibilità dimostrata di non poter conoscere in maniera determinata il mondo.
L’angoscia di questo si riflette nell’EP degli Heisenberg, cinque brani incerti, un continuo rimestarsi, riff ripetuti per pochi secondi che esplodono per poi ripartire con nuovi riff che poco hanno a che fare coi precedenti, ci si trova senza punti di riferimento, un elettrone visto da troppo vicino.
Le coordinate della band sono puramente post-punk hardcore, con pure qualche fastidiosa punta emo, cantato in italiano che vuole rifarsi al primo Emidio Clementi, impresa difficile, e a volte si cade nella pretenziosità, si cerca di mostrare il rapporto emotività-razionalità ma manca la poesia dei meravigliosi Altro.
La produzione è strana, per il genere dovrebbe esser molto scarna, e dal punto di vista dell’equalizzazione lo è, ma si trova pure un’abbondanza di riverberi e chorus che rendono insolito e poco piacevole l’ascolto, suoni impersonali tra gli ’80 e ’90 che non aiutano canzoni senza capo né coda, la non linearità va bene ma l’ispirazione è solo a tratti, seppur in qualche momento di alto livello come l’inizio di “Punto Omega (Il Lamento Del Tempo)”, probabilmente brano migliore del lotto, e si finisce a pensare non a musica indeterminata ma ad un gruppo indeterminato, senza equilibrio.
Difficile affezionarsi ai pezzi, troppa disomogeneità e cambi di atmosfera in apparenza forzati, ed è un peccato perché con un approccio più a fuoco potrebbero venir fuori ottime cose, la carne c’è, e i ragazzi seppur giovani sanno suonare bene, il post punk non si sa perché viene proprio bene agli italiani, uno di quei pochi generi in cui non dobbiamo invidiare l’estero.
Tutto sommato non si può però promuovere questo lavoro, eccessivamente acerbo e sconclusionato, se si aggiunge che i migliori momenti son quelli più derivativi e legati al genere le speranze non sono molte, ma l’energia c’è e attenderò con piacere una loro nuova uscita, le potenzialità inespresse sono molte, devono solo sbocciare stando attenti di non cadere nell’emo più commerciale.

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Hanno Ucciso un Robot ci è piaciuto. Qui vi si spiega perché. Personalmente ho trovato il disco molto interessante, forse il migliore uscito nei primi due mesi del duemiladodici. Ecco perché ci siamo seduti per una delle nostre pleasant talks con Giorgio Mannucci dei The Walrus. Buona lettura.

BRIZZ: The Walrus benvenuti su The Webzine, grazie per aver accettato questa intervista. Volevamo iniziare con una domanda banale, per evitare di doverci ricapitare: raccontateci un po’, com’è nato il vostro progetto?
GIORGIO: Il tricheco nasce nel 2007.
Il tricheco nasce quando incidiamo il nostro primo disco “Never Leave Behind Feeling Always Like A Child”.
Il tricheco nasce quando all’orda di maschi pelosi, si affianca pure una donzella di nome Marta Bardi (voce) e aggiunge quel tocco femminile che per tanti anni io (Giorgio – voce, chitarre), Francesco (chitarre), Alessio (batteria) e Dario (basso) abbiamo cercato.
Sì, perchè prima degli Walrus, noi 4 ci destreggiavamo già sui palchi toscani e non, e ci chiamavamo Unità 3. Con questo nome abbiam registrato vari demo in lingua italiana. Eravamo piccoli e fumavamo molto. Prediligevamo erba.

B: Il vostro nuovo disco per noi di The Webzine è stata una vera e propria perla, nel pop. Quanto vi ritrovate in questa definizione? Secondo voi quali sono gli ingredienti giusti per del pop che non sia da classifica ma che non sia neppure spazzatura?
G: Pop è una definizione che mi piace, e che credo calzi a pennello con il nostro disco.
Il pop tende ad essere da classifica. Non è esattamente un genere di nicchia. Quindi tende a diffondersi il più possibile ed entrare nei cuori di tutte le persone, di tutte le età. Credo e desidero che il nostro disco possa fare questo effetto.

B: Chi è la “Signorina Delirio” della quinta traccia?
G: Signorina Delirio è colei che si presenta quando ci si trova in compagnia dei nostri amici e quando con gli stessi si sta passando una piacevolissima quanto goliardica serata. Si avvicina a te, ti prende a schiaffi e ti fa godere della compagnia che hai. Il trucco poi è che certi eventi, nascano dal caso e non siano voluti.
Questa canzone l’ho scritta dopo una nottata passata con gli amici dove ne sono successe di tutte. Non me lo scorderò mai. Può essere vista come un omaggio all’amicizia che può quindi essere una cosa molto condivisibile (il che mi piace).
Fatevi schiaffeggiare dalla Signorina, ne trarrete solo profitto. Garantito.

B: Nei vostri testi si avverte spesso la necessità di raccontare qualcosa che sia profondamente legato all’immaginario quotidiano di chi vi andrà ad ascoltare. Avete avuto qualche urgenza, dal punto di vista comunicativo, nel comporre questi testi o sono nati in maniera meno meditata?
G:  C’è necessità di raccontare qualcosa ma, come avrete ascoltato, salvo alcuni casi (Così Diverso, Macchina Volante) non tocchiamo temi politici o di attualità (come altri nella musica italiana han fatto e stanno facendo) ma argomenti diretti, veri, sinceri e allo stesso tempo molto profondi. Quelle famose piccole cose a cui spesso non diamo molta importanza. Signorina Delirio, per quel che mi riguarda, ne è un esempio calzante.

B: Sono tante le influenze che le vostre musiche lasciano intuire, ma spesso le recensioni non aiutano nell’intuirle. Chi più affidabile della band stessa, dunque…quali sono gli ascolti che hanno formato l’esperienza The Walrus?
G: Nelle recensioni che vado a leggere spesso ci confrontano con band che, salvo alcuni casi, non conosco minimamente. Ma ciò è normale. Vi potrei dire una lista infinita di band che io e gli altri trichechi ascoltiamo e sicuramente voi vi chiederete: “Ma cosa c’entrano con voi?!!??”.
Quindi passo alla prossima. 😀
Pagine
B: Una domanda più personale: che ne pensate della produzione della vostra etichetta Garrincha Dischi, anche al di fuori del vostro disco? Ci sono molti buoni artisti. Avete rapporti personali con qualcuno di loro?
G: Lo Stato Sociale ha realizzato un disco di cui ne sentiremo parlare molto. “Mi sono rotto il cazzo” è un gran bel pezzo: complimentoni ai ragazzi.
Nel mondo Garrincha Dischi poi personalmente conosco Le-Li di cui apprezzo i lavori e lo stesso vale per Marcello Petruzzi, in arte 33 ore.

B: Com’è un concerto dei The Walrus? Ci piacerebbe partecipare presto a un vostro live, se avete qualche data in programma non esitate nel parlarne qui.
G: Molto intenso. Sentito. Sudato. Sempre di più rock n roll. Scatenato.
Cerchiamo di alternare momenti molto forti con altri più soft. “Lento Erotico” e “Shirley Temple” servono per dare un momento di pausa al concerto. Con tutti gli altri brani cerchiamo di danzare, muoverci, cantare, ululare e chiudere gli occhi.

B: Grazie ancora per aver partecipato all’intervista, un saluto
G: Grazie infinite a voi!!

The Webzine dopo questa piacevole delirio vi lascia con la signorina delirio

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Fotoreport a cura di LaMyrtha




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Peter Doherty non ha bisogno di presentazioni. E’ un personaggio quantomeno discutibile ma più che mai amato, e chi pensa (o addirittura spera) che tutti i famigerati episodi che hanno fatto impazzire il mondo del giornalismo ne abbiano pregiudicato l’affetto dei fans più cari, si sbaglia. Si sbaglia, ancora di più, la grossa fetta di indie hipster più attenti alle mode del momento che dimostrano, per l’ennesima volta, criticandone la discesa in Italia, di essere il mediocre gruppo di ignoranti musicali che ascoltano solo quello che consiglia Pitchfork. E Peter Doherty, vista l’assenza di uscite discografiche di rilievo negli ultimi tre anni, lì non c’è.

La verità è che il concerto acustico all’Estragon di sabato 11 Febbraio è stato un ottimo live. Quasi un’ora e mezza di canzoni tratte dai due dischi dei Babyshambles, molte le canzoni del sottovalutato ma riuscitissimo disco solista Grace/Wastelands, qualche capatina anche nel territorio dei mai dimenticati Libertines.
Interessante anche notare che, come si dice online, delle quattro date italiane che componevano questo breve tour nel Belpaese, Bologna sembra essere stata quella migliore, in cui Peter non solo ha suonato di più ma ha anche eseguito tutte le hit più attese (soprattutto dal repertorio dei Babyshambles), a volte tagliate dalle scalette dei suoi live solisti. Trattasi di “Albion”, “Delivery” e “Fuck Forever”, neanche a farlo apposta i tre brani che hanno ricevuto più acclamazione dai circa mille fan presenti all’Estragon. Il maltempo ha inoltre impedito a molti di raggiungere il locale, altrimenti si sarebbe arrivati sicuramente ad un inatteso sold out. Fan più fedeli e curiosi hanno senz’altro trovato la serata notevole, con un Peter Doherty in forma, forse fuori dai celebri problemi di droga, che tutto sommato non ci interessano un granché quando il concerto è divertente come quello visto a Bologna. Non è scontato vedere un artista come lui suonare con passione, e dalla performance traspare anche un certo calore dell’artista per i suoi seguaci, con un set molto coinvolgente che fortunatamente smentisce e accantona la prevedibile freddezza dell’abbinata chitarra-voce che si temeva inadeguata ai grandi club. Una cantautrice non meglio identificata (nessuna presentazione e nessuna informazione online), Peter Wolfe dei Wolfman & the Side-Effects e un batterista italiano indicato semplicemente come Francesco, accompagnano alcuni dei brani di Pete, aggiungendo senz’altro del colore ai brani che altrimenti sarebbero risultati più vuoti.
Totalmente indecifrabile quanto inutile la presenza di due ballerine, comunque già viste anche in altre situazioni con Pete presente, che non hanno la minima idea di cosa sia una coreografia. Ma fanno parte dello spettacolo, e quindi gli si perdona tutto.

Innegabile l’importanza di eventi come questi, che denotano anche l’affetto dei fans nei confronti di personaggi che nonostante episodi di notorietà negativa riescono a superare la barriera della cattiva fama grazie alla qualità del proprio repertorio. L’Estragon semipieno nonostante il maltempo ne è stata la dimostrazione. Il lancio di chitarra e microfono finale, dopo un accenno alla storica “Twist & Shout” dei Beatles, concludono più che degnamente una serata tiepida e molto divertente.
In definitiva, ce n’era bisogno.

SCALETTA
1) Beg Steal or Borrow
2) Arcady
3) Don’t Look Back Into the Sun
4) Lady Don’t You Fall Backwards
5) Unbilotitled/Time for Heroes/Well i Wonder
6) Last of the English Roses
7) What a Waster
8) Love Reign Over Me
9) A Fool There Was
10) Music When the Lights Go Out
11) Horror Show
12) The Good Old Days
13) Hooligan On E
14) Prison Of your Mind
15) For Lovers (ft. Wolfman)
16) Delivery
17) The Ha Ha Wall
18) Psycho Killer / Albion
19) What Katie Did
20) Sheepskin Tearaway
21) Fuck Forever
22) Twist and Shout (Beatles Cover)

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Sono ventiquattro gli appuntamenti annuali di The Webzine Suggests. Quest’anno questo è il terzo. Ora che lo sapete, sarà un piacere potervi dire che il nostro scopo rimane sempre lo stesso: suggerirvi qualcosa da fare nelle serate in cui vi annoiate di più. Perché noi lo sappiamo quanto siete stanchi dei reality e dei film che Sky replica venti volte al giorno.

15/02/12 SEA + AIR @ La Mela di Newton, Padova
15/02/12 WOW! EUROPEAN ELECTRO FESTIVAL 2012 @ Discoteca Mandracchio, Trieste
16/02/12 HENRY ROLLINS @ Estragon, Bologna
16/02/12 MISFITS @ Orion Live Club, Ciampino (RM)
17/02/12 JOSH BEECH & THE JOHNS @ Locomotiv Club, Bologna
17/02/12 TIM HOLEHOUSE @ La Mela di Newton, Padova
17/02/12 ME AFTER YOU e NOT THE PILOT @ Arci Bolognesi, Ferrara
17/02/12 LO STATO SOCIALE @ TPO, Bologna
17/02/12 SMART COPS @ Apartamento Hoffman, Conegliano Veneto (TV)
17/02/12 MAMBO MELON @ Tetris, Trieste
17/02/12 FORTY WINKS @ Home, Treviso
17/02/12 MULETA e IL CANE @ Garage Club, San Martino di Lupari (PD)
17/02/12 ASSALTI FRONTALI, INOKI, PRIMO NUCLEO e altri @ Estragon, Bologna
17/02/12 FINE BEFORE YOU CAME @ Covo Club, Bologna
17/02/12 SHANDON @ New Age Club, Roncade (TV)
17/02/12 EVELINE @ Shack Club, Codroipo (UD)
18/02/12 CLAP YOUR HANDS SAY YEAH @ Covo Club, Bologna
18/02/12 I CANI @ Velvet, Rimini
18/02/12 ELIO E LE STORIE TESE @ Teatro Creberg, Bergamo
18/02/12 JOVANOTTI @ Padovafiere, Padova
19/02/12 STEFANO PILIA @ Zuni, Ferrara
19/02/12 ELIO E LE STORIE TESE @ Teatro Ponchielli, Cremona
20/02/12 DREAMTHEATER @ Palasport, Pordenone
21/02/12 CANNIBAL CORPSE e BEHEMOTH @ Estragon, Bologna
21/02/12 THE TIES AND THE LIES @ Covo Club, Bologna
22/02/12 ABOVE THE TREE @ La Mela di Newton, Padova
22/02/12 I AM OAK @ Diagonal Loft Club, Forlì (FC)
22/02/12 IVANO FOSSATI @ Auditorium Santa Chiara, Trento
22/02/12 THE FIRE AND I @ Sidro Club, Savignano sul Rubicone (FC)
23/02/12 LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA @ I Candelai, Palermo
23/02/12 NADA SURF @ Bloom, Mezzago (MB)
23/02/12 ST. VINCENT @ Locomotiv Club, Bologna
23/02/12 THE HACIENDA @ Sin-è, Porto Viro (RO)
23/02/12 VINCENZO FASANO @ Magnolia, Segrate (MI)
24/02/12 BUGO @ Angelo Mai, Roma
24/02/12 RONIN @ Tetris, Trieste
24/02/12 POLAR FOR THE MASSES e AIM @ Garage Club, San Martino di Lupari (PD)
24/02/12 PAIN OF SALVATION @ New Age Club, Roncade (TV)
24/02/12 ELIO E LE STORIE TESE @ Teatro Verdi, Montecatini Terme (PT)
24/02/12 BLOUSE e HEIKE HAS THE GIGGLES @ Covo Club, Bologna
24/02/12 PUMAJAW e FAUVE! GEGEN A RHINO @ Interzona, Verona
24/02/12 LONELY, DEAR @ Apartamento Hoffman, Conegliano Veneto (TV)
24/02/12 FATHER MURPHY @ Arci Bolognesi, Ferrara
24/02/12 …A TOYS ORCHESTRA @ Locomotiv Club, Bologna
25/02/12 SICK TAMBURO @ Apartamento Hoffman, Conegliano Veneto (TV)
25/02/12 ELIO E LE STORIE TESE @ Teatro Moderno, Grosseto
25/02/12 LE-LI @ Locomotiv Club, Bologna
25/02/12 ZEN CIRCUS e VIOLA VELLUTO @ Deposito Giordani, Pordenone
25/02/12 DIAFRAMMA @ Karemaski, Arezzo
25/02/12 LA FAME DI CAMILLA @ Triade Club, Copertino (LE)
25/02/12 MULATU ASTATKE @ Teatro Duse, Bologna
25/02/12 SKIANTOS @ Estragon, Bologna
25/02/12 THE BASTARD SONS OF DIONISO @ Vinile, Rosà (VI)
25/02/12 I AM OAK @ La Mela di Newton, Padova
25/02/12 THE HACIENDA @ TPO, Bologna
25/02/12 GERSON @ Pieffe Factory, Lucinico (Gorizia)
25/02/12 POLAR FOR THE MASSES @ Yourban, Thiene (VI)
25/02/12 KASABIAN @ Gran Teatro Geox, Padova
25/02/12 CAPAREZZA @ Palasport, Pordenone
25/02/12 99 POSSE @ CSO Rivolta, Marghera (VE)
26/02/12 JOHNNY WINTER @ Gran Teatro Geox, Padova
26/02/12 PUMAJAW @ Zuni, Ferrara
27/02/12 ELIO E LE STORIE TESE @ Teatro Filarmonico, Verona
28/02/12 ELIO E LE STORIE TESE @ Teatro Comunale, Ferrara
29/02/12 GAZEBO PENGUINS e I CANI @ Piper Club, Roma
29/02/12 ELIO E LE STORIE TESE @ Teatro Valli, Reggio Emilia

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ETICHETTA: 42
GENERE: Folk pop

TRACKLIST:
1. Restiamo in Casa
2. Satellite
3. La Zona Rossa
4. Un Giorno di Festa
5. Oasi
6. Le Foglie Appese
7. Quando Tutto Diventò Blu
8. I Barbari
9. La Distruzione di un Amore
10. Sottotitoli
11. S’Illumina
12. Il Mattino dei Morti Viventi
13. Bogotà

Quando nel 2010 Lorenzo Urciullo, esponente non certo di scarsa importanza degli ottimi Albanopower, decise di formare i Colapesce, probabilmente non si aspettava l’attenzione mediatica poi raggiunta. Con una vaga tensione ad un folk trapiantato a forza nei territori più agibili dell’indie pop, e testi in italiano che, nonostante la lieve ridondanza di alcune scelte lessicali, non sfigurano affatto nel loro insieme, questo lavoro si presenta come uno straordinaria prova di coraggio e di maturità musicale, frutto di una crescita artistica raggiunta dentro e fuori il progetto Colapesce, in anni spesi a comporre musica ispirandosi anche al contesto sociale siracusano, per questo tiepido e pieno di colori.
“Il Mattino dei Morti Viventi” e “I Barbari” nascondono venature storico-culturali che attingono alla quotidianità, malcelando una tipologia descrittiva, nella scelta delle parole, che ammicca a De André o, guardando altrove, a Dickens. E’ realismo che non prescinde dai sentimenti (“Bogotà”, “Restiamo in Casa”), comprendente anche una capatina veloce nel mondo della critica politica in “La Zona Rossa”. Musicalmente regna sempre quell’atmosfera folkeggiante che nei momenti più quieti si avvicina a Yo La Tengo e Grizzly Bear, in quelli più tesi ai Band of Horses (“Quando Tutto Diventò Blu”). I testi, dicevamo, scadono a volte in una sorta di atrofia espressiva, ma a controbilanciarne la debolezza c’è il comparto suonato, l’anima pulsante di questo “meraviglioso declino” che, nonostante nessun episodio in grado di farlo decollare e brillare come un pezzo memorabile della discografia nostrana, è di per sé un imprescindibile viaggio all’interno del racconto in puro stile pop italiano (e non è un caso se molti lo accostano a Battisti), che difficilmente si potrà ignorare nei mesi a venire. Emotivamente, la sua tranquillità solare e immaginifica ci può sicuramente far sentire tutti un poco meglio.
Infine, è lodevole in particolare notare che questo disco manca di una delle manie dei nuovi artisti italiani: volersi inserire forzatamente dentro i binari dell’alternative italiano, in quel settore che fa prosperare le grosse webzine abili a “creare scene”, inseguendo i soliti grossi nomi (Verdena, Marlene Kuntz, CCCP, ecc.) che da vent’anni ormai influenzano la maggior parte del nuovo rock. Colapesce è infatti un progetto a sé stante, latentemente influenzato dai grossi nomi del folk statunitense (ci sono almeno tre brani dei Fleet Foxes che possono spiegare benissimo questa interpretazione: “Mykonos”, “Meadowlarks” e “Grown Ocean”), ma che vive di luce propria, senza la terribile necessità di somigliare a qualcuno che localmente faccia tendenza; insanità tipica, quest’ultima, dei cantautori della “nuova leva”.

Niente di miracoloso, ma almeno ascoltiamo qualcosa di diverso, di non particolarmente derivativo, con una strizzata d’occhio al focus psicologico e all’empatia di molti testi di Amor Fou e La Crus. Più che un meraviglioso declino, un sorprendente debutto.

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Everything Seems So Perfect Far Away, il nuovo disco dei Formanta!, ci è piaciuto molto. La recensione di Renato Rancan è consultabile qui. Nel difficile mondo musicale italiano, un album come quello uscito su etichetta Seahorse, edito New Model Label, era assolutamente indispensabile.
Abbiamo intervistato la band per saperne di più sul loro nuovo lavoro e sulla loro attività di band, ma la vera sorpresa è che qui sotto, da oggi fino al 20 febbraio 2012, potrete ascoltare l’album in anteprima, in streaming integrale.
Un regalo da non farsi scappare!

Ecco l’intervista, realizzata da Emanuele Brizzante.

Ciao Formanta!
Innanzitutto grazie per aver accettato di essere intervistati da The Webzine!
Volevamo chiedervi, subito, com’è nato il vostro nuovo disco?
Il disco è nato in sala a seguito di un periodo molto creativo. Mentre nei primi lavori siamo rimasti “nei nostri ruoli” qui abbiamo giocato con gli strumenti scambiandoci le parti. Ci siamo trovati quindi con una serie di pezzi (una decina) pronti per essere registrati ma senza alcune parti fondamentali: brani con 2 chitarre senza il basso, o con basso e piano senza chitarre. Sotto ogni brano c’è un intenso lavoro di arrangiamento perchè ogni linea melodica mancante doveva inserisi perfettamente tra gli accordi, accordi che, a loro volta, erano quasi sempre “sporchi”, un misto di settime e none con note dissonanti all’interno.

“Da lontano tutto sembra così perfetto”. A cosa vi riferite? C’è forse del contenuto sociale nel vostro nuovo album?
Ti sembriamo forse gli Offlaga Disco Pax? (risata) Diciamo solo che a volte, per un miope, il mondo è un posto migliore, o se preferisci spesso la bellezza è solo una questione di diottrie. O di distanze. O di punti di vista. Potremmo definire il nostro “cinismo cosmico”, ma con simpatia.

Dai titoli del disco si scorge un mosaico molto complesso, e diverse sono le tematiche trattate. Qual è, in questo preciso istante, l’urgenza comunicativa più pressante per i Formanta! ?
L'”urgenza comunicativa” non si adatta molto a noi. Non soffriamo il concetto di “urgente”. Abbiamo la fortuna di avere una nostra sala e quindi non dover sottostare a limiti di orario e utilizzo. Questo ti permette di prendere il tuo tempo su qualsiasi decisione, dal suono dello strumento alla partitura fino a provare più strade per l’arrangiamento. Detta così sembriamo dei maniaci perfezionisti, in realtà amiamo il pop (o l’indie, se preferisci) “curato”.

Le influenze sono tante e varie, e nonostante l’eterogeneità di alcune di loro nel nuovo disco è chiaro che scovarle tutte è compito difficile. A volte i critici si impantanano arrivati a questo punto, e spesso gli artisti non apprezzano i riferimenti. Voi vi sentite di citare qualche nome che vi abbia particolarmente influenzato?
No, non abbiamo un artista o un gruppo di riferimento. I pezzi nascono in sala dalle mani e dalle idee di tutti e quattro. Ognuno ha un bagaglio musicale differente ed il mescolarsi delle idee crea quello che è il sound dei Formanta! Nelle nostre canzoni puoi sentirci R.E.M., Smith ma anche Cure, Beatles e, perchè no, Michael Jackson.

Che ne pensate di come la critica musicale affronta le nuove uscite al giorno d’oggi? Vi sentite compresi quando parlano di voi?
Per fortuna le critiche positive nei nostri confronti sono di gran lunga molte di più di quelle negative. Ci fa piacere vedere che ogni volta qualcuno scopra un lato nascosto e particolare delle nostre canzoni. Vorremmo che si parli il più possibile della nostra musica, ciò è normale, però c’è da dire che ogni giorno escono nuovi album e nuove bands e riuscire a capire, in questa moltitudine di offerte, cosa un artista vuole esprimere è sicuramente difficile. Quindi spesso gli album vengono recensiti e considerati in maniera veloce e superficiale. E’ più facile recensire e seguire il gruppo con più hype intorno piuttosto che scoprire nuove alternative e valide realtà. (Bodobò!)

All’uscita del disco seguirà un tour? Cosa deve aspettarsi un fan da un vostro concerto?
Fuochi d’artificio, giochi di luce, un maiale volante sganciato a metà set… No aspetta, quelli sono i Pink Floyd!

Nella vostra seppur breve carriera avrete sicuramente girato l’Italia. C’è un locale, un luogo o una band con cui avete suonato il cui ricordo rende una data che avete fatto particolarmente piacevole?
Siamo sempre molto attratti dall’aprire band straniere, quindi ci è capitato di dividere il palco con gruppi provenienti da tutto il mondo, dall’Australia dei Ruby Suns al Canada dei Plants and Animals, dalla Svezia degli Speedmarket Avenue all’America degli Uzi & Ari. Il nostro prossimo live sarà di spalla agli Still Corners, un interessante gruppo che mischia dark, new wave e pop.

Lasciamo questo ultimo spazio se volete parlare di qualcosa a vostra scelta relativa al nuovo disco o al vostro tour
Per quanto riguarda il disco ne approfittiamo per ringraziare Matthew South, che ci ha fornito la grafica e, soprattutto, la splendida foto di copertina.
Prima del tour ci sarà la presentazione del disco, fissata il 18 Febbraio a Le Mura (Roma).
Per l’occasione eseguiremo tutto l’album, in ordine di tracklist… Come fanno i gruppi seri!
E’ arrivato il momento di ascoltarsi questo nuovo lavoro dei Formanta!.
Streaming is here!

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ETICHETTA: Autonomix, Venus
GENERE: Folk rock, indie rock

TRACKLIST:
1. Ritratto Deforme
2. Pick Up
3. Frutti Tropicali
4. L’Attesa
5. Terra dei Pomodori
6. La Danza di Dioniso
7. Obiettivo Sensibile
8. Madri de Placa de Majo
9. Al Conero
10. Tina
11. Tornerai
12. Serenata Alla Notte
13. Melodia
14. Dietro la Tenda

Obiettivo Sensibile è senz’altro la “boccata di energia” che i Gasparazzo indicavano nella descrizione per la stampa. Iconograficamente pieno di riferimenti (dalla plaça de Mayo di Buenos Aires a Tina Modotti, attrice e fotografa socialista italiana morta in Messico in circostanze sospette), è un ensemble naturalmente denso di concetti e forze fisiche che interagiscono per formare una rete complessa di significanti e significati. Il folk rock rappreso in inquantificabili riferimenti pop, che sono la giusta mazzata al prevedibile, caratteristica sicuramente lontana dall’essere connaturata in questo disco.
Si aprono gli sportelli e si scorgono subito, dal primo colpo che raggiunge vista e udito, “Serenata” e “Pick Up” , i due episodi più veementi e rumorosi, dove la grinta che veleggia fiera dalle parti del rock più spinto serpeggia con delle chitarre iperdistorte e un messaggio di rabbia che sarà controbilanciato lungo tutto il disco dalla più completa promiscuità di elementi malinconici, dolci e sofferti (la title-track, “Dietro La Tenda”), mentre dall’altro lato è la collera sterile e cupa di “Serenata Alla Notte” a evidenziare l’ambiguità dell’anima di una band matura e versatile, per questo anche capace di stupire con del materiale fresco, fuori dalla forsennata banalità che molti lavori di scarso valore obbligano ad accostare ai termini “indie” e “folk” (qui invece esaltati e perfezionati all’ennesima potenza). Dino Olivieri, nel 1937, scrisse “Tornerai”, tenebrosamente rivisitata in un’intensa ballad elettronica dal gusto noir e vintage.

Obiettivo Sensibile è un cerchio chiuso, una figura perfetta. Lo ricorderemo per una compattezza sicuramente degna di nota, mentre tanto folk va alla deriva in insensibili contenitori da classifica. L’orecchiabilità di questo disco, ridotta al minimo indispensabile, fa da base per visualizzare più luminosamente il background della band, riempito dalle più diverse influenze che, però, non compaiono in maniera troppo palese. Omogeneo, ecco la parola giusta. Molti, si spera, lo ameranno. Per gli altri, un’esortazione a digerirlo (e comprenderlo) meglio.

DATE DEL TOUR:
11.02 LAB AQ16, Reggio Emilia
12.02 CHINASKI, Sermide (MN)
30.03 DEJA VU, Teramo
31.03 ROYAL GREEN, Campobasso

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Fotoreport a cura di LaMyrtha




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Nati agli albori del nuovo millennio, gli I.C.O. (Incoming Cerebral Overdrive) sono massicci fino al midollo.
Gli I.C.O. hanno debuttato con “Cerebral Heart” (Myphonic Records, 2008), caratterizzato da una feroce energia che li ha accompagnati fino ad oggi.
E’ la loro unione con Supernatural Cat, datata 2009 con l’abum “Controverso”, che affina e leviga il loro suono unico in qualcosa di ancor più dinamico. Il loro stile era da un lato attuale, pesante, furioso e ruvido, sebbene anche riconoscente e vicino al passato della musica Progressive italiana. “Controverso” è stato il primo vero passo verso una direzione più definita.
La fine della prima decade del nuovo millennio, segna un ulteriore nuova evoluzione del progetto, con il nuovo lavoro intitolato “Le Stelle: A Voyage Adrift”.
Il tema: un immaginario, oscuro e solitario viaggio alla deriva, ritrovato in un diario.
Emozioni di paura, rabbia ed eccitazione irrazionale si sviluppano in attesa di un fatale epilogo in desolazione, un annichilimento finale in una fusione cosmica.
Dal punto di vista sonoro, questo nuovo album è un percorso che si interseca ed espande in un monolite enorme, profondo e talvolta claustrofobico.
Chitarre cavernose con riff logoranti, poliedriche voci effettate e frammenti ritmici si tuffano in un mix psichedelico di suoni imprevedibili tra distensioni e follie, a fronte del quale noi, i destinatari, non possiamo che soccombere.

La partecipazione di Urlo Poia degli Ufomammut, sia nella composizione che durante le registrazioni, apre il progetto a nuovi orizzonti.
Registrato a Roma al Locomotore Studio da Lorenzo Stecconi (già Soundlord di molti importanti dischi tra cui Ufomammut e Lento), “Le Stelle: A Voyage Adrift” vedrà la luce a Maggio 2012 grazie a Supernatural Cat.
Nelle prossime settimane verranno rivelati ulteriori dettagli, la tracklist e nuovo materiale video.

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Fotoreport a cura di LaMyrtha




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Fotoreport a cura di LaMyrtha




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ETICHETTA: Foolica Records
GENERE: Indie rock, post-punk

TRACKLIST:
1. I Wish I Was Cool
2. Dear Fear
3. Breakfast
4. M. Gondry
5. Crowd Surfing
6. Next Time
7. Repetitive Parts
8. Time Waster
9. Blabla
10. We All
11. I Don’t Know

A parte la provenienza geografica, cosa possono avere in comune una band come gli Heike Has The Giggles, per altro giovanissimi, e Laura Pausini? L’idea di musica come una linea retta che prosegue unidirezionalmente senza svoltare mai, portando avanti un progetto così com’è nato senza nessuna evoluzione di sorta. L’indie rock magnetico e poderoso degli HHTG, in Crowd Surfing, è identico a tutto ciò da loro proposto finora: tipico di formazioni di questo tipo, che si esprimono in un linguaggio quantomai clonato ma continuano ad avere, chissà perché, una notevole presa su una grossa fascia di pubblico, soprattutto quando sono artisti anglosassoni. Dalla sua parte Crowd Surfing, rispetto a Sh!, ha qualche momento più disteso come “Next Time”, che accarezza sonorità post-punk dal piglio soft, edulcorando lo stile sgraziato di punk band commerciali degli ultimi due decenni (Blink 182, Green Day, Offspring) in una sorta di ballad à-la-Cure che si apprezza molto, nel contesto. Anche “Breakfast” si ammira per la sua varietà di toni e una diversità notevole rispetto le atmosfere ipertese del disco, i cui punti più brillanti sono senz’altro la veemenza scoordinata ma imprescindibilmente appealing di “M. Gondry” e dell’opener “I Wish I Was Cool”, con killer riffs iper-orecchiabili che si fatica a scordare. “Repetitive Parts” è un’altra delle schegge tipiche della band e sono i Devo e i Talking Heads ad essere annoverati sul piano delle influenze: il brano è colorato, sostenuto, privo di momenti morti. Live lo si apprezzerà senz’altro.
Tutto il disco è trascinato con facilità dalla potenza delle tracce più propriamente indie, che non si discostano dal loro sound originario, che li ha avvicinati ai grandi nomi dell’olimpo British degli ultimi anni: Arctic Monkeys del primo periodo, Franz Ferdinand, The Kooks su tutti, ma anche The Vaccines e The Wombats; il loro asso nella manica è giocare in una nazione con pochi rivali, con una voce femminile che stupisce e un’età anagrafica che li aiuterà nell’affermazione lenta a cui tutte queste formazioni, per la scarsa nomea che riescono ad ottenere essendo di per sé imitazioni dalla nascita, sono costrette.
Detto questo Crowd Surfing non è un brutto disco, ma non ha nessun pezzo di particolare rilievo. Efficace per capire la band e le sue abilità distruttive sul palco (“Blabla”), per far emergere capacità tecniche innegabili soprattutto se paragonate alla media nel genere, e anche per comprendere che difficilmente ci sarà un rinnovamento in un genere di questo tipo.
Tutto sommato lo si ascolta volentieri, proprio come tutta la loro produzione. L’importante è non attendersi alcunché di sorprendente.

PROSSIMI CONCERTI:
10.02 ARCI TOM, Mantova
15.02 CAPANNO 17, Prato
15.02 FNAC, Firenze
16.02 TRIBU’, Nocera Inferiore (SA)
17.02 RIFRULLO, Eboli (SA)
18.02 BRONSON, Ravenna
24.02 COVO CLUB, Bologna
25.02 MAGNOLIA, Milano
02.03 ETNOBLOG, Trieste
03.03 VINILE 45, Brescia
09.03 KALINKA, Carpi (MO)
10.03 BLAH BLAH, Torino
10.03 FNAC, Torino
17.03 VINILE, Rosà (VI)
18.03 FNAC, Verona
23.03 BARBARA DISCO LAB, Catania
24.03 TEATRO MONTEVERGINI, Palermo
30.03 CALAMITA, Cavriago (RE)
31.03 AFTERLIFE, Perugia
06.04 CORSARO ROSSO, Viareggio (LU)

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Recensione di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: Moss Stories
GENERE: Pop, indie, sperimentale

TRACKLIST:
1. Your Stories
2. Tree Roots Turn to Forts
3. Where Were You?

Voto: 3/5 su 5 

Ci sono due indizi: il primo è l’Islanda, il secondo è Reykjavik.
Chi vi è venuto in mente? Le risposte sono due: “niente” oppure i Sigur Ròs. Quella giusta è Sigur Ròs.
Bene, i Parachutes sono identici ai Sigur Ròs, ma veramente identici. Il problema è che essendo identici è impossibile disprezzarli, succede l’esatto contrario: se ti piacciono i primi, ti piacciono anche i secondi.
La band prende il nome dai semi di un fiore di tarassaco e hanno iniziato nel 2003 registrandosi i dischi da sé, in camera.
Alex Somers (Alex & Jonsy) e Scott Alario sono in due. Nella band comunque ci sono un’infinità di personaggi che suonano di tutto: chitarre acustiche, una carrellata di tastiere, giocattoli, percussioni, batterie, bassi, fiati, archi.
La voce è sommersa, dietro si apre un’esplosione di archi e cori.
Quello che traspare da questo EP è un impressionante stratificarsi di suoni nordici, è un trionfo, un risveglio della natura, percussioni di marcia, vecchie e dolci.
Sappiate che i Parachutes si sono anche sciolti, lasciando due album dove la sperimentazione faceva da padrona. Nel 2008 questo EP che sta per “chiusura della carriera”, ed è un peccato perché a differenza dei due dischi precedenti, troppo “di nicchia”, questo lasciava intravedere una strada che poteva aprirsi verso orizzonti più ampi.
Credo non troverete mai questi album in vendita, ma nella pagina MySpace della band li potrete scaricare gratuitamente.
Se vi mancano i Sigur Ròs perché è un po’che non fanno un album, potete consolarvi con i Parachutes che tra poco è primavera, la neve si sta sciogliendo, i tarassachi fioriranno. Avete la colonna sonora dell’opera.

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ETICHETTA: Macaco Records
GENERE: Folk rock

TRACKLIST:
1. Les Couleurs De La Vie
2. Souvenirs
3. Monument Aux Déserteurs
4. Draw On My Eyes
5. La Montagne Noire
6. Directions
7. Les Démons Du Passé
8. Tango de Guerre

I Grimoon sono una formazione quantomeno interessante; italo-francesi, hanno già preso la strada dei tour internazionali, girovagando per gli USA, dove hanno registrato insieme a Pall Jenkins dei Black Heart Procession, mentre la produzione a casa gliela cura per la terza volta Giovanni Ferrario. Ospiti l’immancabile Enrico Gabrielli, lo special guest più richiesto dell’ultimo decennio, e un pezzo dei Manuok dietro le pelli (Scott Mercado).
Per immergersi nel loro folk che prende dalle loro esperienze extraitaliane tutta la sua forza e la sua comunicatività, una sorta di vintage rock bucolico che attinge tanto dal blues quanto dal dark tanto in voga nei saloni club della hipsteria de noartri, bisogna ripetere più volte l’ascolto. Fondere tutto ciò in qualcosa di compresso e comprensibile a tutti è difficile, e senz’altro ridurne le innumerevoli influenze all’osso risulta anche un’esercizio di stile inevitabile in queste situazioni. Ecco perché Le Deserteur, esperimento bilingue dai forti approdi anni sessanta, risulta irrecivibile per alcuni dei contenitori più inamovibili del settore indie italiano. Toni quasi da mitologia (l’atmosferica e tiepida ballad prog ’70 “La Montagne Noire”, tra PFM e Balletto di Bronzo) si scontrano con l’elemento danzabile (“Tango de Guerre” e “Souvenirs”, quest’ultima vera icona del disco, con il suo linguaggio popolare e semplice, un gusto per la poesia che se fosse da loro manipolata sembrerebbe una pastorella.

Per tutte le tracce del disco, la band a cavallo tra Rennes e Venezia sta in sospensione tra i toni allegri e dolciastri di un’acustica onnipresente (senza risultare né pesante né ridondante) e quelli più amari da vecchia cantata di troviere (“Les Couleurs De La Vie”), il tutto tamponato da un impalpabile gusto rock che trova in una produzione pulita e in un sound deciso e levigato la sua scorta vitaminica essenziale a riprodursi nella mente dell’ascoltatore senza stancare.
Disco senza fronzoli, schietto e delicato. Forse il loro lavoro più completo.

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Ecco svelati i primi dettagli su “Oro: Opus Primum”, primo capitolo della nuova serie di due album degli stregoni italiani del Doom soprannaturale.

GIà rinomati per la loro attenzione ai dettagli di ogni pubblicazione, inclusa l’incredibile e minuziosa qualità di artwork e packaging, tanto preziosa e stratificata quanto lo è musicalmente ciascuna delle loro indecifrabili uscite, gli UFOMAMMUT questa volta hanno fatto ancora un passo avanti, completando un imponente lavoro diviso in due parti, le cui uscite sono programmate a mesi di distanza l’una dall’altra.
La data ufficiale per l’uscita è stata fissata per il 9 Aprile in UK, mentre per il 13 aprile nel resto dell’Europa e per il 17 Aprile nel Nord America. Questa settimana, per la prima volta, vengono svelati artwork e tracklist del primo capitolo della serie:
Oro: Opus Primum
1. Empireum
2. Aureum
3. Infearnatural
4. Magickon
5. Mindomine
Nelle settimane a venire verranno svelati ulteriori dettagli.
Il secondo capitolo di questo monolitico doppio album, “Oro: Opus Alter”, vedrà invece la luce in un giorno non ancora definito di Settembre: più notizie saranno fornite nei mesi successivi all’uscita di “Opus Primum”.
Il 2012 vedrà la band in tour in tutto il pianeta per supportare Oro.
UFOMAMMUT
     
MALLEUS
     
NEUROT RECORDINGS

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Recensione di RENATO RANCAN
ETICHETTA: Seahorse Recording, New Model Label
GENERE: Pop, new wave, indie rock

TRACKLIST:
1. Sleeping Pills
2. You’ll Like It
3. Something Left
4. Down in here
5. Sugare Cane
6. Little Girl
7. After the day
8. We’re swimming
9. No Title
10. Astronauts

Astronauti acquatici che esplorano sereni un lago sotterraneo, illuminati e confortati dalle calde luci di Tom Verlaine, Michael Stipe e soprattutto Morrissey, vero faro della band.

I Formanta sono un quartetto romano che, dopo un demo e un gustoso EP, il prossimo 21 febbraio pubblicherà il suo primo lavoro sulla lunga durata.
Mantengono la sana abitudine di distribuire copie fisiche: custodia cartacea dall’apertura originale che fa anche da copertina, opera del fotografo americano Matthew South; una misteriosa ragazza di nome Amelia persa in malinconici pensieri tinti d’arancio che, come dice il titolo dell’album, visti da lontano son nitidi ma da vicino sfuocati. Pure il cd vuole farsi notare, imita un 45 giri, ci son pure i solchi, che funzioni?

Ma è di musica che si vuole parlare, inseriamo il cd nell’impianto e vediamo cosa ci si presenta.
La grancassa bussa, “prego, accomodatevi”, entra un piacevolissimo intreccio di chitarre acustiche e la calda voce di Sabrina Gabrielli, subito colpisce la produzione per l’alta qualità, equilibrata e coinvolgente, si inseriscono le chitarre piene di chorus degli Smiths e un basso pulsante, il vero perno portante dell’opera, e infine pure qualche dissonanza che ricorda più i conterranei Marlene Kuntz che i Sonic Youth, questa “Sleeping Pills” è un bellissimo biglietto da visita.
Segue “You’ll Like It” che si inoltra in territori Dinosaur Jr., quelli più dolci e rassicuranti, si dice che una buona canzone pop debba saper reggersi anche solo chitarra acustica e voce, i Formanta confermano in pieno questo detto ma la grazia e la cura degli arrangiamenti danno un grande valore aggiuntivo, tutto è a suo posto, fin troppo, nulla stona e tutto scivola sinuoso nelle profondità nostro lago sotterraneo. Con “Something Left” ecco gli A Toys Orchestra, pianoforte e voce filtrata, un carillon solare per una felice giornata in campagna con gli amici, in cui qualche accenno di malinconia viene facilmente lavato via.

Il brano che piace di più è “After The Day”, accompagnato da un azzeccatissimo video, una ragazza con un velo danza nelle profondità marine, alla ricetta si aggiungono spruzzate di shoegaze e di new wave contemporanea, Interpol, Editors e Chapel Club su tutti, eppure la voce resiste su territori anni ’90.

Non fatevi ingannare da tutti questi riferimenti, solo in alcuni momenti si calca troppo la mano, come in “Sugar Cane”, omaggio fin troppo sentito agli Smiths di “This Charming Man”; la pasta sonora è personale e non sta certo nella sua parziale derivatività il difetto, che forse va cercato nelle orecchie di chi ascolta, che alla fine pongono un fastidioso interrogativo: dove stanno i Formanta?
Date le buone capacità melodiche sarebbe stato facile per loro sfornare delle hit radiofoniche ma questo lavoro non cede mai a ritornelli e strutture eccessivamente easy, sarà forse per l’anima troppo elegante; tuttavia non si percorre nemmeno la via opposta, non c’è nessuna ruggine o tensione, non si rischia mai qualcosa in più, tutto è controllato e misurato anche nella poesia rischiando di impantanarsi nel lago della monotonia. I Formanta sono così privi sia dello spirito underground che di quello commerciale, ma che sia davvero un difetto? Forse è davvero solo un problema delle nostre orecchie, provate a calarvi nei loro vortici subacquei, non vi porteranno al nirvana dei My Bloody Valentine ma di certo vi faranno sorridere il cuore.

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