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Archive for the ‘ETICHETTA: Nessuna’ Category

facciata Nequaquam

TRACKLIST

Incipit
Precipices
L’Entropico Squallore
To the Center (of the Earth, of the Hearth)
Nequaquam
Orfeo, Banfi Lino-lillà
All this World
Nada Rosso Sangre alla Sera
What hides (or Skyes)

Durata: 25’37”

Tutte le voci e strumenti a cura di Coucou Sélavy

Genere: Teatro/Avantgarde
Redattore: Claudio Milano

Il fratellino piccolo (è in India!) qui, di fronte al tramonto sul prato di garofani.”
(A. Rimbaud)

Coucou Sèlavy è attore, ricercatore vocale, compositore, poeta, drammaturgo (in chiave unicamente teatrale lo pseudonimo fa riferimento anche all’attrice e cantante Silvia Pegah Scaglione).
Invocazione, cercata come in un rito, fatto di fantasmi, morti e resurrezioni, decorticazioni. Farsi tutt’uno col tutto, ridurre il momento a una vita e la vita a un momento. Poesia che diventa immagine, scenario e declamazione teatrale che reclama, anche, il cinema, quello delle prime avanguardie del ‘900. Ma non è in oggetto il parlar di un disco? No. Null’affatto. E’ in oggetto il parlar di vita, quella che abbandona il senso del dovere, per diventare “essere”, sempre, indistintamente. Non è possibile parlare di un “solo” lavoro dell’artista (e in questo caso caso il termine ha un significato “antico”, mitteleuropeo, di chi favorisce nuovi linguaggi a bocche stanche di proferire stessi verbi), perché in contemporanea c’è un intero mondo che si muove appreso ad esso e che tra le tracce di un disco non compare, non dichiaratamente. E’ presente solo per chi ne segue le tracce con costanza. Un canale Youtube in continuo aggiornamento: https://www.youtube.com/channel/UCNniEM3lfIDZnH8_pEgAdsA , una pagina Facebook che diviene diario su cui appuntare intuizioni, incontri, maledizioni, giochi: https://www.facebook.com/silvia.francesco.coucou?fref=ts .

Al centro della poetica è la voce, intesa come strumento d’indagine e manifestazione. In questa Voce, ci sono tutte le voci che l’Europa ha generato dal Barocco almeno, ad oggi. Numi tutelari che a citarli tutti si diventa ridicoli, ma tant’è che son morti nella memoria collettiva, che almeno riportare il fatto che “son stati”, diviene cosa che se a muover qualche interesse, male non farebbe. Chaliapine, ad esempio, “ a cui nessun cantante d’opera piaceva; che preferiva applaudire gli attori russi, che li invidiava quando, con la loro voce, imitavano ed evocavano i colori e gli accenti del contadino, del principe, del soldato, del mendicante, del frate sfratato o del mistico ortodosso, mentre lui, in quanto cantante, era condannato a restare prigioniero di quelle vocali tutte oscurate, omogeneizzate, indifferenziate.” (cit. Matteo Marazzi); Artaud; il primo Carmelo Bene; l’implosione progressiva di Leo De Berardinis. Ma anche Johnny Cash, Leo Ferré, Richard Benson, i caratteristi del cinema, dell’avanspettacolo che fu e i doppiatori, il polimorfismo vocale di Sopor Aeternus e Mario Panciera (Devil Doll), qui imbevuto in ambienti e riverberi ora enormi, ora secchissimi, ma davvero, la lista sarebbe infinita, d’altari (mai tabernacoli, qui non c’è nulla che dia la sensazione di “permanenza”, neanche negli amori, neanche nel ricordo della propria storia personale), come di gente da buttare giù da una torre. In questa Voce, l’ossessione per la ricerca di rotondità nei gravi, si sposa a falsettoni rinforzati d’una eleganza senza pari, medi, mai, spinti, a cercare un lirico “cantar moderno” che celebra l’acuto, ma piuttosto un’antica idea di esprimer suono che cercava emozione e non era figlia della ricerca di un’accordatura di quattro muscoli (queste benedette/maledette) corde vocali, che si fan corpo integro e teso (ma nella lirica la tensione non è abominio? Forse, ma qui c’è teatro, quello che vive anche su un marciapiede), a caccia di stelle da accendere e spengere una a una e non “esibizione circense”. Eppure la tecnica c’è e stupore genera, continuo, persino fino al paradosso assoluto, ma è quello stupore che nasce dalla poesia, dalla percezione di una unicità. Sporcature di una cattiveria senza pari (si è oltre screaming e growling, pur presenti), perché il livello, acido, d’emissione, è tale e tanto, da puzzare d’assenzio, sigari, narghilé, oppio, comunicare un senso di profonda malattia, dell’anima. Pustole purulente a margini di corde invece (si spera) intatte, che non risparmiano urlo e carezza, quando si librano a cercare “il fratellino d’India” del citato (e amato) Rimbaud, come a creare vortici di fantasmi, che rendono la vita, un set dove tutto può accadere e mai nulla cambia, né può cambiare. Un senso di decadentismo che non si astiene in alcun modo all’esser lirismo puro, elegiaco. Apparizioni e assenze, dissolvenze, persistenti bui in sala e la percezione di una volatilità del male, improvvisa, come dopo una boccata di cloroformio, o un’iniezione di morfina a rendere il dolore un puntino sempre più distante, fino al bianco di uno schermo nudo e crudo, che diviene consolazione, ultima e definitiva. Ma c’è anche tanta ironia, del tutto estranea a spauracchi “dark”, gotici, espressionisti, esistenzialisti. Un’ironia che a volte va a pescare in una cultura così trash da rendere la narrazione irresistibile. Quello che qui si coglie è LA vita, non quello che vorrebbe, o “dovrebbe” essere. Si, è vero, non c’è la canzone che gira per radio e neanche quella che è andata a generarla su spoglie chiamate più nobili, pur non essendoci neanche dissonanza, destrutturazione, urgenza di far parte del field: “Ciao! Io sono l’avanguardia-spauracchio è ho la faccia che tutti i Festival del Mondo e The Wire mi chiedono d’avere”. Le strutture che definiscono i brani sono mutevoli, non cercano una “definizione”, non la vogliono e non se ne trova da darne, se non Teatro/Musica/Poesia, che siamoci onesti, sarà mica una definizione!

Dura poco più di 25 minuti, ma la tale densità del percorso è tale da parlare di CD e non EP. Nequaquam Voodoo Wake”. Il viatico: da i due movimenti, uno dei quali, Precipices, primo singolo estratto, che introducono all’opera, ambedue sospesi tra citazioni neoclassiche ed elettronica deviata e più semplicemente “sospesi” come etere, carichi di bagliori e voci che come tante parti del sé raccontano di ciò che si è stati e forse si sarà, si giunge a L’Entropico Squallore, primo episodio dove la cupezza diviene necessaria quanto respirare, quando d’aria inizia a scarseggiarne. La voce, prima profonda e progressivamente articolata su più piani e registri emotivi e d’appartenenza di range, si presenta talmente a fior di lacrime da favorire l’immagine di un’anima strappata a brandelli e donata a chi ascolta. To the Center (of the Earth, of the Heart) è sarabanda di ritmiche cerimoniali poggiate su un organo chiesastico, fiati elettrici, chitarre sintetiche, voci che più che avvicinarsi al Vocal Frei, vanno a raschiare il barile di una cassa di whisky abbandonata da Tom Waits, per ergersi solenni ad altezzosità da controtenore con risonanze chiare da mezzosoprano ed incepparsi in un ossessivo, reiterato, distorto declamare in ritmo dispari. Su una struttura minimale, fatta di chitarra, basso e pianoforte, in Nequaquam le voci, disegnano, su poche sillabe, un canovaccio di suoni che esplorano l’intero mondo possibile di emissioni, a partire da cavernosità abissali, acidità stregonesche, sovracuti che scomodano i grandi soprani dei primi del ‘900, timbriche che sposano il Medio Oriente. Un graffiare organi, muscoli e nervi, riportando Roma (qui nasce Coucou Sèlavy) alle fiamme e privandola dell’acqua che l’han resa “caput mundi”. L’orgia vocale si fa ancora più estrema, stregonesca, in Orfeo, Banfi, Lino-lillà, agitata da monsoni di scariche elettriche e un ossessivo incidere dark wave, che si stempera in un inciso fantastico, dove le ritmiche sembrano un gioco di battito di mani a due persone; la melodia diviene canto folk senza tempo, sublime il bridge, il finale deraglia in un cameo Kosmische Musik. Uno di quei pezzi che scaraventano avanti ad oggi e molto, molto più in là, le poetiche di Bauhaus e Virgin Prunes, senza avere necessità di produzioni importanti di chi ha mezzi ma meno sostanza (Zola Jesus, Pharmakon). Ritorna un po’ di pace nello splendido folk di All This World, apocalittico, direbbe qualcuno, se certo David Tibet e i Black Sun Productions, fossero calati direttamente in una rupe, tra effluvi magmatici e baluginio di farfalle tropicali. Ancora furore in Nada Rosso Sangre alla Sera e conclusione con ritmiche EBM, che si raffreddano in un drone mesmerico, nella conclusiva What hides (or Skyes). Nella dimora dei fantasmi, non poteva mancare una ghost track, che ironicamente è 24.000 Baci, certo, proprio quella. Un’ironico rimando a quel “Cara o Che?”, disco dello scorso anno, dove rilettura dei brani è pretesto per re-invenzione assoluta (leggere, scomposizione, ri-composizione e definizione ultima), capacità di giocare con icone, mode e modi, piegando l’intero mondo alla propria estetica, senza “se e ma”, con stile, irriverenza, passionalità abrasiva.

Non è questo, disco di cui si può “parlare”. Non è questo, artista, o meglio, genio, perché davvero “a tutto alieno, dentro il suo tempo e in un posto di cui un giorno (forse), sapremo raccontare”, di cui si deve “parlare”. Soprattutto, non è uno scribaccino di bassa leva, in assenza di poesia e talentuosità artistiche come il sottoscritto, il più indicato a farlo e questo scritto non vuole essere in alcun modo “critica”, solo una “personale introduzione”. Fosse nata da chi, tra i grandi indagatori della musica del proprio tempo, come nell’800, ma anche banalmente, tra gli ultimi critici degni di questo nome del ‘900 (un nome “a caso”, Luigi Pestalozza), che davvero conoscevano tutto quanto prodotto (ammesso oggi sia possibile farlo…) e la materia musicale nella sostanza sua più profonda, forse queste parole avrebbero un senso. Proviamo dunque a darglielo assieme, uno che sia. Non ci sarà oltremodo alcun voto. Questa musica, questo percorso, che non hanno pretese di vendita (30 copie stampate del CD), che vorrebbero rivolgersi a tutti quanti disposti ad accoglierli, ma DEVONO starsene, loro malgrado in un angolo, richiedono una cosa sola: essere VISTI, ASCOLTATI, LETTI.

Signori, a voi, Coucou Sélavy:
“Quando rientro in case che dicono non essere le mie
Altro che aspettare
Pietrificato, ibernato per stagioni a venire, immobili gli epicentri, eppure ai margini,
tutt’attorno e dentro è un agitarsi come di insetti attorno alla luce
E quegli insetti a soffiare ancora stelle, alberi, vie
Che ci aspettano nelle case che abitammo”

(da “Case”)

Link:
Orfeo, Banfi Lino-lillà:

Più baccano faccia il temporale (da Céline su Boccherini):

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Recensione a cura di Cristina Commedini

ETICHETTA: Nessuna (autoproduz.)

copertina (1)

TRACKLIST:
1 Agenzia delle entrate
2 Marlene
3 Buoni propositi (per l’anno nuovo)
4 Don Bastiano
5 Radiosi saluti da Fukushima
6 Linda
7 Centerbe
8 7 titoli

Sul finire del 2014 arriva un disco che fa bene alla musica emergente italiana. Gli artefici sono I PICARI, band umbra che il 29 Novembre 2014 pubblica questo interessantissimo album dal titolo “Radiosi saluti da Fukushima”. Un disco che non vuole sconvolgere nessuno o colpire obbligatoriamente con effetti speciali. No, qui non sentirete nulla di straordinario e credeteci per una volta questo non è per niente un male, anzi. Un disco sincero, onesto, come non se ne sentivano da tanto tempo. Testi comprensibili e mai banali, atmosfere folk-rock e storie in cui tutti si possono rispecchiare. Sono questi gli ingredienti che fanno di questo debutto, un disco degno di nota e da consigliare. Attendiamo quindi fiduciosi gli sviluppi di questa nuova band andandoli a vedere dal vivo alla prima occasione (fatelo anche voi dopo aver ascoltato il disco) e fiduciosi di un secondo disco all’altezza delle premesse.

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Recensione a cura di Carla Imperatore

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Canzone d’autore

Copertina LEBENSWELT

Cantare in italiano, si sa, può essere utile nel nostro paese per una band emergente che così riesce subito a farsi intendere e arrivare al proprio pubblico in maniera diretta, ma risulta anche una lingua difficile. Cadere negli scivoloni della banalità è un pericolo sempre dietro l’angolo e cimentarsi non è mai semplice. In Italia infatti, attualmente, scarseggiano le band che cantano in italiano che ci sanno fare davvero con i testi. Spesso assistiamo a un miscuglio di cose già dette, già sentite e spesso ripetute anche male.

Ci fa quindi piacere potervi segnalare un gruppo che ha da poco pubblicato una seconda opera con testi in italiano di tutto rispetto. E non sono solo i testi a colpire. Loro sono La Madonna di Mezzastrada e vengono da Perugia. Sono nati nel 2008 come duo acustico, dall’incontro del chitarrista e cantante e autore dei testi Fabio Ripanucci (San Benedetto del Tronto) e del chitarrista Luigi Del Bello (Ascoli Piceno) . Nel 2009 il progetto si allarga al bassista Fabrizio De Angelis (Ascoli Piceno) e al batterista Simone Sensoni (Piansano – Viterbo) che verrà in seguito sostituito dal batterista attuale Michele Turco. Nel 2012 anche il chitarrista Lugi Del Bello abbandona il progetto. Il periodo di pausa che ne segue da spazio alla maturazione di nuove idee che prendono forma con l’ingresso di Damun Miri Lavasani (Perugia) al piano e al synt e Luca Papalini (Perugia) al violino. La conseguenza è un radicale cambio di sound che li porta a esordire nel 2012 con il primo album CANTICHE.

Il 13 Marzo 2014 esce invece “LEBENSWELT (il mondo della vita)”, il secondo disco de La Madonna di MezzaStrada. Il disco è stato anticipato dal brano “Tunisia” che è stato inserito nella seconda compilation dell’etichetta indipendente La Fame Dischi, uscita il 14 Febbraio 2014. Compilation legata al concorso “Le canzoni migliori le aiuta La Fame – SECONDA EDIZIONE”, concorso a cui La Madonna ha partecipato classificandosi fra i primi 30 gruppi (per l’esattezza al 24°posto su oltre 130 band partecipanti).

Quello che colpisce di questa band è l’approccio quasi punk ed il suo sound ben impastato che colpisce al primo ascolto. Il disco apre con la bellissima “Il mondo della vita” che è una perfetta sintesi della direzione che a mio avviso deve prendere questa band: giri di chitarra tirati, basso a palla e fiumi di parole ben sostenute dal cantante Fabio Ripanucci. Dicevamo dei testi, qui ormai fondamentali. Le tematiche sono le più disparate e le più disperate se vogliamo. L’insoddisfazione di questi tempi sono descritti quasi alla perfezione in quello che alla fine di tutto riesce ad essere un disco molto convincente. Consigliatissimo!

TRACKLIST
1 Il mondo della vita // 2 Io // 3 Le vite degli altri // 4 Mosche // 5 Nostalgia // 6 Vietato pensare // 7 Piccoli drammi // 8 Tunisia // 9 Regione

CREDITS
Fabio Ripanucci: Chitarra e voce (1,2,3,4,5,6,7,8,9), piano (4), ukulele (2, 3)
Fabrizio De Angelis: Basso (1,2,3,4,5,6,7,8,9)
Damun Miri Lavasani: Piano e synth, cori (1,2,3,4,5,6,7,8,9)
Luca Papalini: Violino (1,2,3,4,5,6,7,8,9)
Elis Tremamunno: Violino (5,7,8)
Franco Pellicani: Batteria (1,2,3,4,5,6,7,8,9)

Registrato da Daniele Rotella e Francesco Federici presso gli studi di “Cura domestica” all’Ostello della Musica Mario Spagnoli di Perugia. Missaggio a cura di Franco Pellicani. Mastering effettuato agli Skylab Studios Recording di Giorgio Speranza. Art Work by AN DEGRIDA

LINK
http://facebook.com/LaMadonnadiMezzaStrada
http://lamadonnadimezzastrada.bandcamp.com/
https://soundcloud.com/lamadonnadimezzastrada

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Recensione scritta per il circuito Music Opinion Network

ETICHETTA: Autoproduzione, Artist First (distribuzione)
GENERE: Hip.hop, reggae

Per parlare dei Krikka Reggae bisogna necessariamente fare il punto della situazione a livello biografico. La formazione lucana, celebre per l’uso del dialetto bernaldese nei testi, nasce tredici anni fa e giunge oggi al quarto album in studio, nella fattispecie finanziato tramite la piattaforma di crowdfunding di Giovanni Gulino, l’ormai arcinota Musicraiser. I territori sono quelli del reggae, dell’hip-hop, della dancehall, con energiche sferzate, stavolta, anche in terreni come l’elettronica e l’rnb. Sono molte le situazioni che hanno visto la band calcare palchi importanti, unire le forze con artisti di grosso calibro (come accade stavolta con Roy Paci, i 99 Posse, il giamaicano Fyah George e molti altri), o comparire in pellicole cinematografiche come Basilicata Coast to Coast.

La fatica del duemilaquattordici, In Viaggio, mantiene fede alle radici della band, piantate solidamente nel panorama meridionale che ha reso famosi, per fare un esempio, i Sud Sound System, con i quali condividono l’energia sul palco e nei dischi, la capacità di far divertire non solo utilizzando la formula sempre vincente del levare, ma anche con testi attuali e che creano, tramite il dialetto, un forte senso identitario. Musicalmente, siamo di fronte a musicisti di spessore, con un’esperienza che li qualifica come artisti navigati e in grado di gestire situazioni difficili come la fusione tra reggae, roots music ed elettronica, riuscendo quasi sempre a far ballare, sorridere ma anche pensare. Le liriche sempre intelligenti staccano spesso la qualità degli arrangiamenti, come nella splendida Memoria Storica o nel featuring con Perfect Giddimani intitolato Life Ova Money. Un altro pregio del disco è quello di filare liscio con tutti i suoi undici brani anche laddove per molti ascoltatori il reggae potrebbe risultare indigesto o pesante. Sono talmente tanti i linguaggi, i riferimenti anche colti, le sensazioni evocate, che dopo qualche ascolto sembra di conoscere la band anche senza averla mai ascoltata. Un lusso che non tutti si possono permettere e che ha spinto a soddisfazioni più che meritate questa formazione che sicuramente continuerà ad averne. 

 

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Recensione scritta per Music Opinion Network

ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Popolare

Naufragati nel Deserto è il titolo perfetto per questo disco, i cui richiami principali anche dal punto di vista musicale si rifanno all’elemento acquatico del Mediterraneo, un mare certamente vicino al concetto di naufragio, ma anche alle aride lande sahariane dell’Africa centro-settentrionale, fino al suo affacciarsi, di nuovo, sul Mare Nostrum. Folk, pop, jazz, echi spagnoli di musica gitana ma anche flamenco, un fiume infinito di idiomi diversi dal francese all’arabo passando per il sicilianu, tutto condensato in quella che risulta infine un’eccelsa padronanza culturale in primis plurilinguistica, ma variopinta anche nella sua essenza identitaria, perché questo duo in realtà risiede a Genova, aggiungendo un altro punto di riferimento anche geografico alle diverse chiavi di lettura che si possono applicare a questo loro nuovo album.

Un duo, dicevamo, produzione Primigenia che Alessandra Ravizza e Andrea Megliola hanno saputo sfruttare al meglio, dandosi visibilità anche con partecipazioni più che meritate a rassegne come Mediterrarte Festival, il Festival Italiano di Suzhou in Cina e Sanremo Off, tra gli altri. L’ultima edizione di Mediterrarte, inoltre, ha visto la partecipazione della cantante Antonella Serà, rappresentante di un orizzonte canoro non troppo distante da quello della Ravizza. Di Naufragati nel Deserto, tuttavia, non vengono ricordate solamente le voci, ma più che altro gli arrangiamenti più complessi, quelli che mettono in piena evidenza la qualità dei musicisti coinvolti. I momenti più vivaci sono scanditi da violini e intrecci di chitarre classiche ed acustiche, mentre i clarinetti fanno pensare alla tradizione ebraica, come il klezmer di Norman Nawrocki (che in realtà e’ canadese). Se dobbiamo muovere una critica a questo lavoro è forse la mancanza d’incisività dei brani o l’assenza di una direzione che renda comprensibile l’obiettivo di questo prodotto. Piacere a tutti o piacere a pochi? Alcuni pezzi più catchy farebbero pensare alla prima strada, ma la risposta è forse più nella seconda, perché alcuni assoli e fraseggi non ci faranno mai sentire estratti da questo disco nelle radio più popolari. Di conseguenza, se potessimo identificare questo disco come un’esercizio di stile e una naturale composizione proveniente da un multiculturalismo di ispirazione mediterranea, come si diceva all’inizio, l’apprezzamento sarebbe d’obbligo. In definitiva, bella prova da parte di questi genovesi che dimostrano ancora una volta come la Liguria sia patria di artisti di qualità, dentro e fuori il mondo della musica popolare.

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Recensione a cura di RITA GRASSI

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Cantautore

La prima cosa che viene in mente quando si ascolta “Estro ci Vorrà”, il disco di esordio del cantautore campano trapiantato a Perugia Tito Esposito, è di sicuro “peccato la produzione”. Un vero peccato perchè siamo di fronte a ottime canzoni di stampo puramente italiano come non se ne sentivano da tanto e la produzione un po’ scarna e artificiale (pochi gli strumenti suonati davvero nel disco e tanto computer) forse penalizza un po’ la resa finale. Il rammarico è doppio perchè viene automatico pensare “chissà come sarebbe stato questo disco con una produzione adeguata, chissà dove queste canzoni sarebbero potute arrivare”. L’attenuante è che siamo di fronte al primo disco, alla prima esperienza, alla prima vera prova sulla lunga distanza di un autore giovane ma dal talento innegabile. Attendiamo quindi il secondo disco con la speranza che l’esperienza aggiunga quel tassello in più in grado di restituirci un grande protagonista della musica italiana degli anni avvenire, così come questo primo disco al momento lascia solo intuire.

Rita Grassi

SCARICA “ESTRO CI VORRA’”
http://www.mediafire.com/download/oqqb19fijpmwq85/Tito+Esposito+-+ESTRO+CI+VORRA.rar

LINK
https://www.facebook.com/pages/Tito-Esposito/159814734045386?fref=ts

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Recensione scritta per Music Opinion Network

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Pop

 

 

 

 

Aliceland è il progetto personale di Alice Castellan, realizzato in collaborazione con il bassista Andrea Terzo, direttore degli arrangiamenti. E’ uno scheletrico carnet di canzoni di stampo pop, semplici ma non semplicistiche, dove l’enfasi data alla voce conferisce venature commerciali ma mai troppo radiofoniche a tutto il prodotto. Di conseguenza, possiamo parlare di un disco di musica italiana di stampo classico, fuori dall’orbita sanremese per una certa raffinatezza ed eleganza degli arrangiamenti che si riferisce forse più ad una tradizione americana, ma con un gran plusvalore dato da un uso costantemente ponderato della voce, che non si produce in eccessi barocchi né svolazzi prog. Del resto, non sarebbero neppure così appropriati. Il fatto che gli arrangiamenti di Terzo non abbandonino mai il terreno acustico, inoltre, districa il nodo ovvio dei cliché rock a cui ormai la musica italiana è sottoposta, avvicinandosi più a quei pochi elementi tranquilli e intimi della carriera di cantautrici come Elisa piuttosto che al rock popolare di Gianna Nannini e Noemi. Può sembrare, talvolta, che un uso troppo consapevole della voce possa far risultare i ritornelli troppo impostati, ma nel pacchetto generale questo contribuisce ad impreziosire le canzoni, piuttosto basilari nella struttura, nelle metriche e nella progressione melodica. E’ quasi romantico, nel senso estetico e letterario del termine, il modo in cui vengono fusi blues, funky, gospel, soul, r’n’b, cantautorato italiano e d’oltreoceano, passando per Alanis Morissette e qualche tocco di Bob Dylan trasporto al femminile.

Pensieri Raccolti non farà gridare al miracolo nessuno, ma come raramente accade siamo di fronte ad un’opera quasi personale che riesce ad avere un valore nazionale, ricevibile da tutti gli italiani come un prodotto di qualità, senza utilizzare quei linguaggi campanilistici che spesso riguardano il folk e di cui gran parte dei cantautori abusano ormai da quindici anni. Un complimento sincero ad Alice per questo lavoro.

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Recensione scritta per il circuito Music Opinion Network

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Pop rock

TRACKLIST:
Le Distanze (Solo Lamenti)
Casa
Baby
La Parte Più Eterna del Mondo
Nel Bianco dei Tuoi Occhi
La Leggenda Personale
Il Mio Corpo
Supernova
Kafka
Buongiorno
La Cometa
Lady G

Quattro ragazzi da Asti e una seconda uscita discografica, questo Buongiorno, intitolato come questo profetico augurio di largo utilizzo in tutte le parlate regionali italiane, leggibile anche come un messaggio di speranza che si riverbera nei testi di tutte e dodici le composizioni racchiuse nel disco. Pop-rock, elettronica, ballate rinsecchite dai soliti facili accordi, strappi distorti per lasciare impronte garage in un impianto di per sé molto pulito e levigato, strizzando sempre l’occhio all’easy listening più che alla veemenza ipercompressa che va di moda ai nostri giorni. Dal punto di vista musicale, l’album calca un terreno instabile, utilizzando i linguaggi e le modalità prima citate per circondare di significato le sfumature delle parole, le uniche vere protagoniste del parto dell’ingegno di questi Cockoo. “Supernova” predilige una fonetica imperniata su suoni piani e soavi, leggeri, puntando al contesto onirico di un uomo kierkegaardiano che contempla le stelle indovinandovi le stesse traiettorie di nascita, vita e morte che si individuano nell’esistenza umana. Non un paragone innovativo, tant’è che di recente i 373° K avevano parlato di cose molto simili nel brano “Le Stelle”, che a sua volta assomiglia a mille altri estratti di libri, sceneggiature teatrali, poesie, canzoni. In ogni caso, l’importante rimane il suo impianto di brano bello e funzionante.
La title-track mette a suo agio gli ascoltatori, relegando tutte le canzoni a rappresentare parti diverse di una riflessione lunga e che inizia, guarda caso, al mattino. Evitando l’ovvia citazione proverbiale sul buongiorno e il mattino, è ora di arrivare al brano forse più vendibile, “Baby”, scelto per il concorso di Sanremo Giovani duemilatredici dove ha ottenuto un buon piazzamento da pezzo finalista, e a ragione. Si perché “Baby” è senz’altro il passaggio più filosoficamente introspettivo di questo disco, azzeccato anche per la scelta di usarlo per aprire la parte più intensa del disco, il trittico centrale composto da “La Parte più Eterna del Mondo”, “Nel Bianco dei Tuoi Occhi” e “La Leggenda Personale” che, proprio in questo ordine, rappresentano i momenti meno appariscenti ma quelli più efficaci. Buono l’apporto ritmico di Colombaro, semplice ma colorato da uno spirito che nella sua essenzialità riesce a non essere mai banale.

Uscite miracolose nel duemilatredici e nelle prime due settimane del duemilaquattordici non ce ne sono state molte, e anche i Cockoo non sono di certo una novità storicamente rilevante. Questo Buongiorno però contesta tutte le pratiche buoniste che si attribuiscono a questa parola, finendo per dimostrare proprio come la riflessione interiore, anche per accrescere la confidenza e la conoscenza di sé stessi, passi sia per una sana dose di vittimismo e depressione, che attraverso la musica. Perché no, anche tramite quella dei Cockoo.

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Alternative

TRACKLIST:
Ci Stiamo Sbagliando
Mi Sto Ammalando
Fefè
Un Giorno di Festa
Cip Cip

Ritornano a pubblicare materiale i pugliesi Lapest3, formazione alternative rock con influenze anche sperimentali che con cinque nuovi pezzi conta di riaffermare la propria presenza sulla scena nazionale. Il quintetto di brani qui incluso, ad essere sinceri, non presenta senz’altro una visione innovativa nel percorso della band e non fa altro che confermare tutto quanto già si sapeva. La cosa positiva è che il risultato è molto buono, allontanando le prime avvisaglie di banalità per lasciare spazio ad un decorosissimo quadretto di squisita musica italiana come se ne fa poca ormai.
Ci Stiamo Sbagliando, Un Giorno di Festa e Cip Cip, in particolare, racchiudono tutta l’anima di una band che si è sempre distinta per un’ottima abilità compositiva, se possibile ulteriormente maturata in questo nuovo sforzo. Si distingue dal resto sicuramente il contributo della chitarra, che sembra seguire il filo del discorso delle canzoni anche in maniera emotiva, riuscendo a ricreare suggestioni e sfumature che i testi, anch’essi già di per sé molto evocativi, enfatizzavano comunque. Nonostante le liriche, inoltre, si accostino in diversi segmenti al turpiloquio, riescono comunque a imporre un messaggio diverso che non rende nulla di tutto ciò stupido e volgare. Ne consegue che non abbiamo a che fare con cinque semplici schizzetti rock, ma la costruzione, se non virtuosa, è senz’altro ben ponderata, onesta, secca, diretta. La produzione a livello dei suoni può in alcuni momenti deviare l’attenzione dal nucleo tematico delle canzoni ai suoni, sottolineando molto bene l’impeto degli attimi più ruvidi, ma al terzo/quarto ascolto è inevitabile notare che i testi iniziano a rimanere in testa, così come alcuni cambi di tempo e passaggi particolari, fatto che rende questo EP l’incontro perfetto tra un disco potente (di conseguenza non per tutti i palati) e un lavoro ben confezionato, dove nei suoi episodi più tranquilli e trasportati riesce anche a comunicare inquietudine. Bello.

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: New wave, indie rock

TRACKLIST:
Terza Persona
Nel Paese degli Umani
Tutto Finisce all’Alba
Naufragheremo

Consultando la stampa riguardo questa band, si trovano molte critiche riguardo il nome: scontato per la scelta di includere il nome femminile, banale, scomodo. Pochi sanno che Non Violentate Jennifer è il titolo di uno storico rape & revenge movie di Meir Zarchi, di trentaquattro anni fa. Se si può considerare importante il nome di una band, lo si dovrebbe fare perlomeno sul piano del significato, cercando di riportare alla luce l’oscuro legame che connette l’identità onomastica di un gruppo e la loro produzione: su questo piano, pur provando ad illuminare a giorno il perché la new wave dei fiorentini riporti il pensiero indietro a quel sanguinolento film, si fatica, e molto. Ma la critica musicale dovrebbe occuparsi delle canzoni, giusto?
Questo EP, composto di quattro canzoni, è una prova sicuramente passabile. E’ pieno il sound, tra indie rock e new wave, sixties quando serve, anni zero quasi sempre, ma con uno sguardo al passato. Devoto ad un’estetica puramente curtisiana, sembra l’ennesimo revival ma cela un certo studio nei testi che non è cosa comune in questo genere. “Terza Persona” e “Tutto Finisce all’Alba” ingannano, grazie ad un saggio mimetismo, chi pensa che si tratti di normalissimi pezzi tirati all’italiana: le influenze sono anglosassoni, risalgono a qualche decennio addietro, e stanno non tanto nel sound ma nell’attitudine pre-punk rozzissima degli Who di My Generation. A salvare particolarmente questo disco, che non brilla certo per l’originalità, è la maniera grossolana ma efficace con cui si sono inserite un po’ dovunque velature e venature dark, malinconiche, cupe, tetre, come se piovesse. Ed ecco il ritorno a quel richiamo cinematografico, forse è questa la quadra…un lavoro che va ascoltato a dovere, come oggi non si fa più. Sforzo più che coraggioso, niente di nuovo sotto il sole, ma diciamola papale papale e senza gargarismi verbali né barocchismi…ci è piaciuto.

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Recensione a cura di Andrea Marigo
ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Blues rock

TRACKLIST
L’Onda
Dentro il Deserto
Corvi
Sarà Che…
La Nuda Danza del Sesso
Luna

Voto: 3/5

Il muro di suono che crolla a note.
Animo d’impatto.
Ritmo duro spastico e mente leggera

Eʼ questa la definizione che i Treremoto, trio padovano formato da chitarra batteria ed organo, danno di sè su carta e tramutano in note con questo primo Ep.
Il disco parte forte con L’ Onda, brano rabbioso e saturo che fa capire subito lʼ amore della band per il rockʼnʼroll dei ʼ70 ben infetto di blues.
Si passa a Dentro Il Deserto dove vorticosi riff di chitarra sfiorano la psichedelia, brano che  come in quello di apertura, ricorda le sonorità di band come Wolfmother e Black Keys, il tutto viene reso però abbastanza personale dallʼottima voce di Nicola, sempre  impeccabile ed incisiva, che tiene alti tutti i brani.

Arriva poi Corvi, pezzo più introspettivo rispetto ai due precedenti, che ricorda molto nella  sua prima parte gli Afterhours, stravolgendosi poi nel finale.
Sarà che.. e La Nuda Danza Del Sesso sono senza dubbio i brani migliori, molto ben strutturati, decisamente più personali, con interessanti cambi di tempo, dove il blues la fa da padrone.
Il primo lavoro dei Treremoto vede quindi sei brani accomunati tra loro da un filo conduttore, ma vari.
Accuratamente disposti in una tracklist ben strutturata che rende questo mini-album un lavoro ben finito, i tre rockers danno prova di sapersi muovere con una certa eleganza sui generi già sopracitati, arrivando a sfiorare in più di qualche episodio delle sfumature
sperimentali, come nella traccia di chiusura Luna.
Ponendo attenzione ad una migliore fase di produzione e limando qualche parte  dispersiva si può sicuramente arrivare ad un ottimo livello, gia decisamente buono per  quel che concerne questo primo lavoro.

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Cantautorato

TRACKLIST:
1. La Migliore che Ci Sia
2. Il Mio Rumore Bianco
3. Il Male Minore
4. Complicitè

sassi caduti dal cielo altro che fabbriche di desideri, altro che simbolo di educazione
sassi sparati da dentro un cannone

sassi tenuti lontano, sassi che a volte ti scappan di mano
sassi che portano rivoluzioni

“La Migliore che Ci Sia”, il brano inaugurale di questo EP, ci spiega subito a cosa si riferisce il titolo del disco. Questi sassi dal forte valore metaforico e allegorico, che ci guidano ad un album pieno di simbologie e di testi da digerire a fatica, dopo averli studiati bene. E’ cantautorato fatto con una certa cura, musicalmente impreziosito da una raffinatezza di toni e di maniere che lo rende quasi lo specchio lucido e luccicante della bellezza delle sue liriche. “Il Male Minore” e “Il Mio Rumore Bianco” serpeggiano verso direzioni più languide e malinconiche, dalle parti di certo grande dream-pop d’oltreoceano e oltremanica, e “Complicitè” regala all’album la veste candida e semplice che il suo bilinguismo (italiano-francese) tende ad appesantire. La tristezza rabbiosa di alcune parti dei testi non basta a mettere di malumore: questo disco è veramente una spiazzante sorpresa, incipit, si spera, di una sua espansione che derivi verso territori sempre così originali e intensi, con la possibilità di raccontare più cose con una durata maggiore.
Lo sbigottimento non è mai troppo, di fronte alla musica ben fatta che latita sempre di più nei nostri stereo. Ascoltare questo EP è la sconvolgente prova che la nostra scena cantautorale è finita: il capolavoro-eccezione che conferma la regola che, non a caso, proviene da Pisa. Squisito.

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Recensione a cura di Claudio Milano
ETICHETTA: Autoproduzione

LINEUP:
– Julian Julien / alto sax
– Vivien Philippot / tenor sax
– Patrice Cazeneuve / trumpet
– Jennifer Quillet / trumpet
– Jon Lopez de Vicuna / Electrified baryton sax
– Lorenz Steinmueller / Electrified tuba
– Benjamin Vairon / drums

Progetto, segnalatoci appena oggi, ispirato al libro Tomorrow in the battle think on me di Javier Marias che si presenta con inedite geometrie di fiati ad aprire questo dischetto dal vivo assolutamente imperdibile per ogni estimatore che si rispetti del Frank Zappa di Hot Rats, dei Gong di Flying Teapot e capace di rinnovare, mai così intenso, il ricordo della generazione più viva del Canterbury sound fuso al jazz rock degli anni ’70, alla psichedelia più legata a suoni analogici e “astrali”, qui dovuti all’elettrificazione di fiati, all’esperienza degli Air e ad arrangiamenti mediati dal Rock In Opposition più oscuro e meno cerebrale (Magma), le musiche per matrimoni e funerali di Goran Bregovic. Il tutto, non bastasse, data la combinazione degli elementi citati, riletto con un’ identità fiera e assolutamente originale, cosa più che rara di questi tempi in cui l’identità progressiveè ormai relegata a clichè antichi, discutibilissimi, quanto distanti da un contesto socio-culturale autenticamente contemporaneo. Già la formazione è di per sé quanto di più bizzarro e interessante ci sia stato dato da ascoltare e accogliere ad oggi: sei fiatisti (in qualche caso, come anticipato, elettrificati) e una batteria. Assenti basso (il cui ruolo è spesso affidato a una tuba), chitarra elettrica (qui appannaggio di un sax baritono, of course, elettrificato), tastiere, voci.

Per quanto la musica si riveli da subito nella sua forza espressiva è con Partie V e Partie XVI (qui assolutamente eccezionale il contributo di aerofoni) che la musica dei Fractale del compositore e in questo caso la definizione è assolutamente appropriata, Julian Julian, prende quota e si rivela nella sua essenza più autentica, carica di elementi di interesse. Intervalli inusuali ma mai sgradevoli; capacità di creare atmosfere suggestive, imponenti talvolta quanto sfuggenti, ma mai trionfali e fini a sé stesse; organizzazione formale delle composizioni compatta e mai prevedibile. Al tutto va aggiunta la capacità di gestire il colore musicale in maniera davvero affascinante, da pittori e architetti al contempo. Da segnalare, come cameo, il solo di sax alto dello stesso Julien in Sans-Papiers, sostenuta da un ostinato di tuba e sax baritono che rimane nella mente a lungo e la litania funebre ritmata, della conclusiva Clementine. Altro punto a favore, il dono della sintesi, questa release dura meno di 30 minuti, cosa che a fronte della natura della musica, risulta solo un pregio, tale da non portare a definire il dischetto un EP, ma un album completo, così come nella tradizione più attuale (ricordo diversi, acclamati, album italiani degli ultimi anni, di 12- 20 minuti presentati come dischi compiuti, a testimonianza che ormai, finalmente, non è la durata, ma il contenuto di un lavoro a giustificarne il valore).

Unico neo di Suranné, invece la scarsa profondità nel mixaggio e nel mastering, l’artwork amatoriale, che certo non scoraggerà chi deciderà di avvicinarsi ad un progetto talmente valido.

Un disco probabilmente non “bello” nell’accezione comune del termine (è un po’ come mettere sullo stesso piano un capolavoro del cinema indipendente e un film hollywoodiano), ma che rimane nella mente assai a lungo scavando un posto tutto suo, come solo la creazione autentica o ARTE, termine odiosamente abusato al punto tale che ormai se ne sono perse le coordinate, è capace di fare ed essere. Uno dei dischi più ed emozionanti e di maggiore interesse realizzati fin qui giuntoci, pur con ritardo, nel 2012.

Voto? 7,5 approssimato ad 8 sulla base di una musica che di giorno in giorno si ricava uno spazio nella mente e in quell’astrusa cosa che chiamiamo… “anima”, sempre più grande e vero.

Voto: 8

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
1. Spessi Muri di Plastica
2. Giorno Grigio
3. Profonde Tracce
4. Pioverà
5. In Duello Libero
6. Le Mie Mani

Gli Hacienda se ne vanno e lasciano spazio agli Huno. Il garage rock anni sessanta/settanta di prima fa un balzo in avanti di qualche decennio per assestarsi intorno all’universo litfibiano meno new wave, con tanto di distorsioni più legnose che ricordano sia i Timoria che, un gradino sopra, gli Estra e i Ritmo Tribale. Attualizzando un po’ il discorso possiamo parlare dell’ennesimo revival, degli anni novanta che sono i nuovi ottanta nella classifica dei periodi più imitati, ma il progetto degli Huno più che di copia è di revisione, cercando uno stile personale che riesce addirittura a connettersi con quello dell’esperienza precedente, i già citati Hacienda. Non mancano infatti alcune chitarre a cavallo tra Iggy Pop, Husker Du e Rolling Stones. Migliore del lotto è “Pioverà”, con un’intensità degna del Renga dei migliori tempi e liriche spettacolari. “In Duello Libero” è uno dei brani più spinti, una marcia violenta in sospensione tra i primi Afterhours e i Marlene Kuntz più ruvidi, che mette in mostra la voce intensa, piena ma comunque limpida di un Giacomo Oro in grande spolvero. La title-track sta nel mezzo, tra energia e melodia, a simboleggiare le due anime del disco, pur mantenendo quel nervosismo di base che lo associa di diritto alle band sopracitate.

Niente di nuovo sotto il sole, ma si intravede una decisa volontà di oltrepassare la citazione per andare verso qualcosa di più personale. Un Ep che lascia intendere svolte più che interessanti, mentre alla sua mancanza di originalità fa da contraltare l’immancabile presa che l’alternative rock italiano fa sui fan delle vecchie glorie menzionate nell’articolo: una scena che prospera grazie anche al suo continuo e puntuale ripresentarsi negli annali. Debutto di qualità.

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
1. Calamite (Per Pazzi)
2. Le Noie
3. La Linea di B.
4. Sfintere

Quattro pezzi in questo EP dei bresciani, esordio dalla piccola confezione come ormai è cattivo costume di un po’ tutti nel paese del mancato ascolto dei dischi. Si naviga dalle parti di un alternative rock di derivazione grunge, con evidenti legami, affettivi e storici, agli anni novanta. Tra Alice In Chains e Smashing Pumpkins (“Sfintere”), con laconiche boutades hard rock stile The Wildhearts (“Le Noie”, “La Linea di B.”), i Samsara sbandano tra diverse direzioni, in sovrannumero rispetto a quanto si può aspettare da un EP compatto e rappresentativo, non palesando la vera anima della loro musica. Dalla loro una capacità tecnica e una carica degna delle migliori formazioni di Seattle, rara in Italia, e un intrigante quesito sul primo full-length che potrebbe bocciarli ma, stando alla qualità di alcune composizioni (in particolare la opener “Calamite”) anche recuperarli e consacrarli come una band fondamentale. Staremo a vedere.

http://www.samsaraband.it

TOUR ESTIVO:
29.06 – Capannone Rock Festival, Gardone Valtrompia (BS)
30.06 – Summersize Festival, Rezzato (BS)
14.07 – Vinile 45, Brescia

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Recensione di GIACOMO “JACK” CASILE
ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Crossover

TRACKLIST:
1. Rasa
2. Vega
3. Mast
4. Cata

Voto: 5.5

Primo EP autoprodotto per i Buena Madera, giovane band nata nella bassa padovana intorno al 2006. Il trio ha già ben chiare le proprie idee e l’obiettivo da raggiungere, ovvero ottenere un sound personale districandosi tra i generi più disparati, partendo da una base di rock pesante; praticamente il tipo di mix che in passato ha reso grandi act quali Faith No More e Dillinger Escape Plan.
Le quattro tracce presentate sembrano più il risultato di una jam session che vere e proprie canzoni, poichè la band non bada per niente alla forma ma solo all’istintività. Le strutture variano continuamente passando da un genere all’altro a seconda dell’intuizione del momento, generando un sound schizofrenico e caotico. Ad aprire l’EP è “Rasa”, pezzo dalle sonorità acide ed alienanti. La traccia si presenta con dei riff contorti accompagnati da una voce stridente a cavallo tra Mastodon e Dillinger Escape Plan; dopo pochi minuti invece cominciano ad insinuarsi divagazioni strumentali dal vago sapore sabbathiano.
Il brano è discreto ma non riesce a destare più di tanto l’attenzione dell’ascoltatore.
Ottima invece la successiva “Vega” che miscela generi all’opposto come la nwobhm e lo stoner sfoggiando dei riff melodici molto accattivanti, la migliore del lavoro. La noisy “Must” e la strumentale “Cata” chiudono il cerchio ma risultano meno compiute delle precedenti.

In conclusione possiamo dire che i Buena Madera potrebbero dare soddisfazioni visto che la basi per sviluppare uno stile originale ci sono tutte. Per progredire hanno assolutamente bisogno di trovare il compromesso tra una struttura musicale più ragionata e la furia che hanno espresso in questo EP, dopodichè potremmo vederne delle belle.

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ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Noise Rock

TRACKLIST:
01. La ballata di Belezebù
02. L’illusionista
03. l burattinaio
04. Il nano
05. Il pensatore
06. Il rimorso
07. Le streghe
08. Giuda o la notte della luna vergine

La Ballata di Belzebù è noise dagli inferi. Una tensione violenta, rossa per il fragore dei suoi schiamazzi e delle sue virulente sferzate, vibrante di un nervosismo che la (iper)tende tutta dalla prima all’ultima nota. C’è un’enciclopedia di italianità noise, art-rock, grunge e alternative in questo progetto, un’odissea infinita che parte dai primi Litfiba non new wave, abbraccia l’evoluzione da CCCP ai CSI di Ferretti e Canali e infine si destruttura nei Jesus Lizard plagiati dal Teatro degli Orrori. La cattiveria cruenta e crudele di alcuni testi, visceralmente interpretati, riconduce magistralmente ad un punk teatrale un’originale verve poetica sospesa tra grida, aneliti di liberazione e la voglia di detronizzare i soliti nomi dall’universo noise troppo conosciuto e piegato al post-rock d’oggidì. Banale e stantìo, come questo disco non è. La sua reale presa di posizione contro gli schematismi è evidente in ogni riferimento colto e in ogni nota di originale incazzatura. Non dimentichiamo che parliamo di Luca Martelli.

Lavoro di tutto rispetto, da introdurre cautamente via endovena. Senza pensare prima di agire. Fantastico.

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Buongiorno a tutti.
In questa edizione di IN BREVE ci siamo dedicati a ben quattro dischi che abbiamo avuto modo di sentire ultimamente. Con diverso livello di gradimento abbiamo comunque deciso che era il caso di parlarne, e questo è il risultato. Vi consigliamo comunque di procurarveli perché, a loro modo, Tunatones, Digit, Fadà e Roberto Scippa fanno tutti della musica di qualità. Che poi ci siano delle riserve, questo è un altro discorso e lo scopriremo insieme.
Sulla buona musica non si sputa, quindi buona lettura.
Una noticina prima di lasciarvi leggere: tutti e quattro i dischi sono spinti nei media da Synpress, che ringraziamo per averci concesso di parlare di questo ottimo materiale.

TUNATONES – iTUNAS! (Prosdocimi Records, 2012)
E’ quasi impossibile anche solo pensare che il surf rock sia ancora di moda. Eppure lo è: i Tunatones, dopo una super surf hit come “Spicy Barbara” tornano con un full-length di undici brani, iTunas!, autoprodotto ma con il master affidato all’imprescindibile Ronan Chris Murphy, che lavorò con King Crimson e Tony Levin, tra gli altri (da tempo alla scoperta di band italiane da produrre o registrare). Dentro iTunas! tutta la verve dei veneti, tra rockabilly, surf e blues rock (“Party By The Pool”, “Letter of Love”, “Mafia e Sti Cazzi”), il tutto confezionato in canzoni orecchiabili che non mancheranno di far ballare la folla scatenata degli ambienti più garage. Gli arrangiamenti sono tutti molto puliti e così anche la registrazione, che non manca di mostrare un sound molto più definito che in passato e di portare compattezza dentro un genere che nonostante alcune venature ruvide beneficia anche di una certa levigatezza dei suoni (di sezione ritmica e chitarra, in particolar modo). Non si griderà certo al miracolo-originalità, ma siamo di fronte ad un album molto interessante per i cultori di un genere mai defunto e che continua a ripresentarsi puntuale nelle balere surfabilly. Una chance è obbligatorio dargliela: non si discute.

DIGIT – DIGIT (Skipping Musez, 2011)
Al panorama emiliano non mancano certo le grandi band. Se questo da un lato non facilita l’esplosione di nuovi nomi in una scena dominata dal mucchio di artisti nuovi e (soprattutto) vecchi, rimane comunque spazio per una critica più oculata che si occupi di scavare a fondo. E’ lì che si trovano i Digit, interessante formazione ferrarese che con le sei tracce di questo ben confezionato self-titled fatto di palesi ispirazioni rock che però si fondono con l’elettronica commerciale all’italiana, quella dei Subsonica (ma anche del loro progetto collaterale Motel Connection), si presentano in maniera chiara e pulita, personale, mentre anche uno sguardo a un certo synth-pop non manca (“Re di Picche”), per celebrare atmosfere che attingono più sensibilmente agli eighties che ai novanta, come invece fa gran parte del lavoro. I brani, tutti molto corti (il range è da 02.53 a 03.55), aiutano la digestione dei medesimi, cuciti in maniera da risultare non solo orecchiabili ma anche radio-friendly, facili da introiettare e comprendere: “Farfalle su Budapest” e “Camaleontica”, i due pezzi meglio riusciti (e quelli che ricordano di più i torinesi di Samuel e soci), spiegano benissimo cosa questo disco voglia comunicare e si classificano come riuscitissime ballad electro-pop dal sapore intenso, non mancando neppure di risultare introspettive e profonde. Qualche derivazione di meno e un pizzico di originalità extra e il loro prossimo full-length sarà veramente degno di nota, ma anche questo le “bestie” (titolo del discreto brano in chiusura) non scherzano. Attesi al varco.

ROBERTO SCIPPA – VAGANDO DENTRO (Autoproduzione, 2011)
Cantautorato di grande classe, abile sia nelle parti più malinconiche che in quelle più tese a raccontare una facile storia, per tredici brani che nella loro semplicità non risultano mai banali, andando in profondità nel trascinare l’ascoltatore nell’emozione che ogni singola nota è incaricata di suscitare. Si nota, dall’altra parte, una certa debolezza dell’impianto strumentale, che tende a inabissare certe buone canzoni dalle splendide liriche (“Il Mio Corpo di Cristallo”, “Un Re”) ma in generale il disco è più che sufficiente, grazie ai riferimenti alla quotidianità che tanto piacciono in questo periodo e che, effettivamente, se fatti bene come in questo caso, sono in grado di penetrare a fondo nella coscienza del musicofilo attento (“Canzone al Lavoro”, su tutte, tra l’altro uno dei migliori brani del lotto). Le tematiche, peraltro spesso trattate da moltissimi cantautori nell’ultimo decennio, non hanno una visione molto aperta e personale, ma sta all’ascoltatore intravedere qualcosa di proprio in questi testi, senz’altro lontani dall’essere banali, mentre un giudizio severo s’ha da esprimere sulla povertà di alcune scelte lessicali. Il fatto che certe mancanze non pregiudichino comunque l’arrivo del messaggio facilita la comprensione dei testi e aiuta nel valorizzare quanto di buono c’è in questo disco: dei pezzi facili da digerire alla cui orecchiabilità, talvolta, non si scampa (“In Un Giorno del Duemila”, “Una Stella Danzante”), aggiungendo quel tocco folk ad un’ambientazione che anche nell’artwork assume un colorito autunnale e bucolico.
Realista e mai troppo pessimista, Vagando Dentro è un disco complesso, non ingombrante e proprio per questo di ampio respiro, che nei suoi alti e bassi trova anche tantissimi motivi per essere ben ascoltato, per poterlo capire e andare a cogliere la capacità di sintesi di un ottimo songwriter che sulle lunghe distanze può ancora crescere e produrre un vero capolavoro. Notevole sforzo. 

FADA’ – POLVERE DI MUSICA (Autoproduzione, 2012)
Polvere di Musica è l’ennesimo sforzo italiano di calarsi nel mood synth-pop più tipicamente straniero. E non è un difetto. William Fusco, ovvero Fadà, esplora mondi che tutti conosciamo con duttile ironia, un labile e tagliente umorismo e una certa dose di fantasia. Eclettiche sono le liriche (“La Donna Cervello” è di per sé un vero gioiellino), ma anche gli arrangiamenti, saltando qua e là in generi completamente diversi (l’hip-hop della già citata La Donna Cervello, la danzabilissima disco-ballad “Like a Danz”, il folk-cantautorato di “Perfect Face”, ecc.), ma mai distaccandosi da una sede elettronica che sembra fare da sfondo anche laddove è assente. La scelta dei suoni cauterizza la ferita lasciata dall’impatto troppo brusco di alcuni cambi repentini di registro, variazioni un pochino forzate che però non guastano nel dare al risultato finale una consona valorizzazione: Fadà ha prodotto un bel disco, intelligente, sardonico, stiloso e nel duemiladodici, di queste cose, c’è ancora bisogno. E del resto i viaggi siderali di “Cinemà e le Pazze Stelle”, il balletto modaiolo che ispira “L’Antidoto” e la storiella per tutti “Il Cappellaio Matto” sono tutti ingredienti segreti di una pozione magica che rende questo disco veramente interessantissimo al di là di un’assenza di particolarità che lo classifichino come qualcosa di originale e nuovo. Non lo sarà, certo, ma a noi la sua varietà e la sua spontaneità sono piaciute.

I FACEBOOK DELLE BAND
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https://www.facebook.com/digitofficial

LA MUSICA DELLE BAND



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Recensione a cura di RENATO RANCAN
ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Post-punk, hardcore, emo

TRACKLIST:
1. Majorana Aveva Ragione…
2. …Eppure Aveva Torto
3. Incontrarsi a Copenhagen
4. Punto Omega (Dove il Cuore è Lontano da Tutto)
5. Punto Omega (Il Lamento del Tempo)

Heisenberg e il principio di indeterminazione, se ci si avvicina troppo non si può più sapere con esattezza la velocità e la posizione di quello che si osserva, la scienza non avrebbe mai voluto scoprirlo, l’impossibilità dimostrata di non poter conoscere in maniera determinata il mondo.
L’angoscia di questo si riflette nell’EP degli Heisenberg, cinque brani incerti, un continuo rimestarsi, riff ripetuti per pochi secondi che esplodono per poi ripartire con nuovi riff che poco hanno a che fare coi precedenti, ci si trova senza punti di riferimento, un elettrone visto da troppo vicino.
Le coordinate della band sono puramente post-punk hardcore, con pure qualche fastidiosa punta emo, cantato in italiano che vuole rifarsi al primo Emidio Clementi, impresa difficile, e a volte si cade nella pretenziosità, si cerca di mostrare il rapporto emotività-razionalità ma manca la poesia dei meravigliosi Altro.
La produzione è strana, per il genere dovrebbe esser molto scarna, e dal punto di vista dell’equalizzazione lo è, ma si trova pure un’abbondanza di riverberi e chorus che rendono insolito e poco piacevole l’ascolto, suoni impersonali tra gli ’80 e ’90 che non aiutano canzoni senza capo né coda, la non linearità va bene ma l’ispirazione è solo a tratti, seppur in qualche momento di alto livello come l’inizio di “Punto Omega (Il Lamento Del Tempo)”, probabilmente brano migliore del lotto, e si finisce a pensare non a musica indeterminata ma ad un gruppo indeterminato, senza equilibrio.
Difficile affezionarsi ai pezzi, troppa disomogeneità e cambi di atmosfera in apparenza forzati, ed è un peccato perché con un approccio più a fuoco potrebbero venir fuori ottime cose, la carne c’è, e i ragazzi seppur giovani sanno suonare bene, il post punk non si sa perché viene proprio bene agli italiani, uno di quei pochi generi in cui non dobbiamo invidiare l’estero.
Tutto sommato non si può però promuovere questo lavoro, eccessivamente acerbo e sconclusionato, se si aggiunge che i migliori momenti son quelli più derivativi e legati al genere le speranze non sono molte, ma l’energia c’è e attenderò con piacere una loro nuova uscita, le potenzialità inespresse sono molte, devono solo sbocciare stando attenti di non cadere nell’emo più commerciale.

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Nu metal, crossover

TRACKLIST:
1. Intro
2. Rendendo Grazia alla Farmacia
3. Amigo
4. Audrey
5. Mi Odio
6. Tempo A Se
7. Terre Umide
8. Il Tuo Ruolo
9. Ignoti Volti di Gesso
10. Bornthenreborn

L’Italia musicale migliore non è mai stata quella crossover, genere che nonostante qualche esponente di grande caratura ha sempre faticato ad affermarsi nello Stivale; nel suo periodo di massima espansione, sia mediatica che di affetto da parte del pubblico, ha visto proliferare band in tutto il mondo, con contaminazioni metal, elettroniche, hip hop, punk, che lo hanno esteso verso tutte le direzioni possibili, prosciugandone completamente le capacità evolutive e riproduttive.
Ora, Syncoop è un progetto molto interessante, soprattutto perchè, dicevamo, Linea 77 a parte, in Italia questo tipo di nu metal ha avuto una scarsa diffusione. Sicuramente viviamo un periodo in cui le folle sono orientate verso altri tipi di contesto, ma lo zoccolo duro di ex fanatici dei Korn, dei Rage Against The Machine, ma anche dei più commerciali Linkin Park è rimasto, e può gradire anche una band leggermente più complessa come questa. Fate Come Se Non Ci Fossi è il manifesto di quella scena a cavallo tra anni novanta e duemila, i primi Korn che hanno influenzato anche band fuori dal settore (come gli italianissimi Deasonika, band che nella strofa di “Rendendo Grazia alla Farmacia” viene rievocata in maniera molto distinguibile), e quelle band più “metallose” come gli Ill Nino, ricordati dallo screamo utilizzato in “Amigo” e in altre sezioni di “Audrey” e “Terre Umide”, brano con qualche influenza più punkeggiante che in parte si connette con le sonorità del Teatro degli Orrori (non per il sound, quanto per la struttura). I testi sono senz’altro un appiglio notevole per chi li vuole ascoltare non solo per le musiche, devastanti ed intense per la maggior parte, grazie a distorsioni granitiche e ritmiche violentissime, utilizzando un linguaggio a suo modo forbito, lontano dalla superficialità e dalla volgarità di alcune formazioni analoghe. Trema un po’ la base su cui si fonda il tutto, ormai anacronistica quando tocca certi tipi di screaming e di riffing, ma è logico quando si parla di crossover. Rimane un disco ben fatto, rivalutabile anche a partire dal suo essere una semplice autoproduzione, priva di grandi mezzi a risollevarne la qualità come accadeva per le band mainstream più affermate nel contesto nu.
Il disco è di forte impatto, anche psicologico, grazie a dei testi che approfondiscono alcune tematiche sociali di rabbia generazionale-adolescenziale. I riff contribuiscono a figurarsi immaginifiche e vivaci esecuzioni live, mentre le vibranti liriche altalenanti, come da tradizione, tra melodia e urla sgraziate, connettono il lavoro sia al panorama emo che a quello metallaro. Insomma, un disco apprezzabile lungo semirette diverse, con orizzonti ancora da esplorare e la possibilità di raggiungere sia le nicche che il grande pubblico. Dipende da loro.

FACEBOOK UFFICIALE
DATE TOUR
27.01 CACAO, Crespano del Grappa (VI)
03.02 TNT, Belvedere di Tezze sul Brenta (VI)
04.02 YOURBAN MUSIC LAB, Thiene (VI)
+ altre date da confermare

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Pop cantautorale

TRACKLIST:
1. Libera Estate
2. Hold Me Tight
3. Segno del Destino
4. Ciao Come Stai
5. Crossfinger
6. Il Ferdinandeo
7. La Fine del Mondo
8. Magic 39
9. Prega Per Noi
10. Second Choice

Definire un disco pop nel duemiladodici può significare vezzeggiarlo ma anche criticarlo. Sarà che spesso questa etichetta si appiccica sempre più spesso a prodotti di scarso valore e che proprio per questo vendono, ma il suo significato dovrebbe essere quello di avere un contenuto “popolare”, accessibile, orecchiabile, se vogliamo alla portata di tutti. E’ proprio questo Miticaffé, del triestino Lorenzo Fragiacomo, un cantautore che ha deciso di raccontare alcune delle storie del suo vissuto personale, rielaborandola con un linguaggio volutamente semplice e una superficie ombrosa, un’atmosfera cupa e tetra che malcela la solarità di alcuni momenti più sconsolati, come l’apertura di “Libera Estate” e il divertissement semi-estivo di “Hold Me Tight”. Nei dieci episodi di questo lavoro fanno la loro comparsata numerosi interlocutori, distesi lungo innumerevoli storie che portano con la genialità della semplicità cantautorale tipicamente italiana (Paolo Conte, il Luca Carboni meno oscuro, il Vinicio Capossela meno schizzato) all’esplorazione di un mondo pesantemente intriso di quotidianità e realismo, percorrendo le ripide vie del romanticismo e dell’estetismo per tracciare testi facili da comprendere e storie in cui chiunque può immedesimarsi, pur non comprendendo tutti i riferimenti geografici che non si rifanno solo a Trieste (sbucano anche La Spezia ed altri toponimi). “Il Ferdinandeo”, “Prega Per Noi” e “Ciao Come Stai” sono le tracce più evocative, forse anche le più adeguate a descrivere, con la banalità di un italiano striminzito e ripulito, sentimenti, amarezze e delusioni di persone comuni. Comuni come le tracce, che portano con loro una genuinità dal gusto tipicamente pop che sa di “storia da bar”, da caffé italiano come le nostre strade sono piene, luoghi d’incontro che anche nella musica possono essere vivide e immaginifiche realtà dove scambiarsi informazioni, episodi ed esperienze di vita.

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RECENSIONE DI GIACOMO “JACK” CASILE
ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Alternative Rock

TRACKLIST:
1. New York Isn’t Cool Anymore
2. Ai Piedi di Lei
3. Cara Desy
4. Tutto Cambia
5. Isterico (Hai 1000 Modi) – PART 1
6. Isterico (Hai 1000 Modi) – PART 2
7. E’ Ora di Uscire
8. Non E’ Importante
9. Slow
10. Oppio
11. Siete Fatti per Applaudire l’Ovvio
12. Devo Metter Via la Fretta
13. E’ Finita l’Era delle Ragazzine
14. No
15. Londra non Esiste

I Re-verbero sono un trio padovano alternative rock nato nel 2006 per volontà di Andrea Marigo (voce e chitarra), Alberto Lunardi (batteria) e Guido Scapoli (basso). Dopo aver compiuto i primi passi nella scena underground italica con il demo “Salva Quel Che Puoi” del 2008 e il successivo mini album “E’ Finita l’Era delle Ragazzine” del 2009, la band giunge finalmente al fatidico primo full-lenght dal titolo “No”. La musica proposta da questi ragazzi ricorda moltissimo quella dei nostrani Verdena, soprattutto per quanto riguarda la voce e i testi; però all’ascolto di questo “No” si intuisce il desiderio di voler sperimentare e far evolvere il progetto per raggiungere uno stile più personale. Elemento che sin da subito colpisce è la produzione; ho trovato molto interessante l’idea del gruppo di optare per un sonoro ruvido e poco curato, da ripresa live, per poi arricchirlo qua e là con synth atmosferici. In un mare di iper-produzioni scintillanti e curatissime, questa dei Re-verbero risulta una scelta coraggiosa e gradita anche perchè riuscita bene. Per quanto riguarda la tracklist invece se da una parte si possono notare interessanti esperimenti sonori come nelle atmosferiche “Tutto cambia” e “No” dall’altra assistiamo ad episodi piuttosto derivativi o poco incisivi come “Cara Desy” e “Siete fatti per applaudire l’ovvio”.
In alcuni dei momenti più duri la band dimostra buone potenzialità; infatti, il garage rock ad alto voltaggio di “New York Isn’t Cool Anymore”, lo stoner di “E’ Ora di Uscire” e “Londra non Esiste” risultano tra i brani più riusciti anche se l’ombra del già sentito aleggia su tutte queste canzoni. Con “Ai Piedi di Lei”, invece, il gruppo riesce a trovare un’ottima alchimia musicale; la traccia risulta la migliore del lotto e la più rappresentativa visto che miscela i vari tipi di sound presenti nel disco sfoggiando una struttura ben congeniata che va in crescendo. Canzoni come “Non è Importante” e “Devo Metter Via la Fretta” invece sono delle ballate malinconiche che ricalcano in toto sonorità alla Verdena. Per concludere possiamo dire che questo “No” è un’album per metà discreto grazie ad alcuni brani che presentano spunti interessanti, dall’altra metà invece ancora troppo impersonale e anonimo. Però considerando il fatto che la band è ancora molto giovane, si tratta di una prima prova sufficiente e ci si deve soffermare perlopiù sui lati positivi. C’è una discreta base su cui lavorare, spetta solo alla band migliorare di volta in volta sia dal punto di vista tecnico che dell’originalità.

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Cantautorato

TRACKLIST:
1. Spreco Spazio
2. Depurazione
3. Bangkok Blues
4. Memorie Underground
5. Forme Lese
6. Annullami
7. Capovolti
8. Gelo di Gola
9. Notte d’Inganni
10. Parlami del Mare
11. DogVille

Salvo Ruolo, tra le diverse alternative che la rosa dei giocatori in campo nella squadra del cantautorato italiano ci propone, è la scelta “concettuale”, quella dall’animo malinconico ma riflessivo, che può raccontarci storie di viaggio e di meditazione come Bob Dylan, ma anche come Robert Clark Seger, senza la banalità del nuovo esercito dei qualunquisti e con il giusto spessore sia musicalmente che letterariamente. E in lingua italiana, che non è poco.
Vivere Ci Stanca è un disco che tende all’eccesso, dilungandosi soverchiamente, ma solo dopo ripetuti ascolti di tutti e dodici i suoi bei capitoli se ne coglie quella splendida essenza che malcela anche una semplicità nei linguaggi, una certa orecchiabilità e una distensione nei toni che non è solo estensione, ma anche profondità. Accollandosi anche il rischio di osare. Geometrie sonore a parte, le atmosfere sono scure, nell’orbita del blues personalizzato di certe produzioni di Van Morrison, Johnny Cash e Neil Young, con tutte le venature folk del caso. Gli arrangiamenti sono però gonfiati, nell’ambito di una musica popolare che sia facilmente fruibile pur mantenendo una certa rilevanza, contenutisticamente parlando; a dare colore e tono partecipano anche influenze di stampo psichedelico, come il periodo sydbarrettiano dei Pink Floyd, le schizofrenie meno celebri dei Beatles (alcuni momenti di Magical Mystery Tour e Sgt. Pepper’s) e i novelli Flaming Lips. Ma i condimenti più tangibili vengono dal mondo elettrico, sempre blueseggiante ma con trattamenti americani molto tiepidi e roboanti, sostenuti nelle ritmiche e nel biascicare intrepido del “capobastone” di questo progetto (“Memorie Underground”, “Bangkok Blues”), spingendo l’acceleratore in maniera particolarmente evidente solo in “Depurazione”, mentre si frenano gli istinti più impulsivi della narrazione ferrettiana/godaniana (più concretamente visibile/udibile in “Spreco di Spazio” e nella title-track) in “Parlami del Mare”.

Il valore di questo progetto è già ampiamente percepibile, palpabile anche grazie ad una dinamicità molto corporea che ne tramuta l’indolenza nostalgica in una fisicità complessa e diretta, che raggiunge chiunque anche a pochi istanti dall’ingestione. Dandone anche per scontata l’ulteriore maturazione, non ci resta che darci ad una comoda attesa.
Se “vivere ci stanca”, ascoltare buona musica come questa non lo farà tanto facilmente.

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Alternative rock, rock italiano

TRACKLIST:
1. Big Bonanza
2. Svegliati Enrico
3. UFO
4. Come un Bambino
5. Pseudo Kidney
6. 1999
7. Bananarama
8. La Fine e’ l’Inizio della Fine
9. Zooxantelle
10. In un Attimo
11. #21

E’ un po’ il destino di tantissime formazioni italiane quello che temo toccherà anche ai Maieutica, ovvero finire nel dimenticatoio delle tante band che tentano invano di battere le strade dell’alternative rock nostrano, sebbene alcuni possiedano la cosiddetta “marcia in più”. Non essendo noi qui per fare previsioni, passeremo direttamente a parlare di questo L’Età dell’Oro, e di perché secondo noi di The Webzine semmai le conseguenze fossero quelle nefaste citate sopra, noi saremo i primi a dire che i lametini invece meriterebbero di essere al pari di molte di quelle band che nella loro cartella stampa campeggiano alte.
Afterhours, Marlene Kuntz, Verdena, e compagnia bella vengono, come sempre più spesso accade, innalzate a desiderato metro di paragone per comprendere il disco ma stavolta il tutto risulta una forzatura; con la produzione pulita e nitida di Dario Brunori, forte anche di un’esperienza alternative passata coi celebri ed apprezzabilissimi Blume, quello che ci consegnano è una sorta di frullato degli anni novanta che non sfugge all’influenza di nessuna delle grandi corrente che in quel periodo andavano forte: il post-hardcore dei Fugazi, il post-punk/indie dei Wire e dei Pavement, il neo-grunge italiano dei Verdena, dei Karnea e di tutti i loro imitatori; non mancano neppure il noise di Slint e Sonic Youth, il primo grunge non-nirvaniano di Smashing Pumpkins, Pearl Jam e le rispettive involuzioni in Bush e Silverchair. Rimescolate tutto in una chiave molto più italica, e avrete i Maieutica.
Le chitarre sono tirate, potenti, caustiche, e le plettrate sono abbandonate spesso a rumori istintivi, quasi animaleschi, che se non richiamano Thurston Moore richiamano perlomeno il chitarrismo più possente del primo periodo di Johnny Greenwood e Ed O’ Berien; la batteria sempre molto composta si aggira su tempi semplici ma cambiando spesso registro, accompagnando splendidamente e in maniera indubbiamente originale tanto le parti più melodiche che quelle più violente. La voce, forse l’elemento a cui è concesso rivendicare meno spazio personale, sbandiera con difficoltà le sue capacità, certamente più di quelle che qui si sentono, ma in tutti i brani una certa ristrettezza tematica dei testi è ben bilanciata da linee vocali sempre adeguate al contesto, in grado di dare il giusto tono a tutti i livelli di intensità dell’album. A ricordare veramente gli Afterhours ci pensa la furia di “Big Bonanza”, pezzo d’apertura che è anche uno dei migliori del disco, sicuramente il più adeguato a descrivere i linguaggi scelti dalla band per incidere la loro versione dell’alternative rock all’italiana. Il vero manifesto è però “La Fine E’ L’Inizio della Fine”, che possiede anche l’approccio più radiofonico che dona un’ulteriore chiave di lettura a questo brillantissimo lavoro.

I riflettori sono puntati. Ora che dai Maieutica ci si aspetta un’ulteriore salto di qualità sarà difficile non deludere le aspettative, ma il materiale dato in pasto al pubblico con L’Età dell’Oro ci basterà per lungo tempo, mettendo da parte le centinaia di band d’imitazione che nessuno dovrebbe ascoltare più. Dalla Calabria, un gruppo che ci sa davvero fare. Brunori SAS certified.

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Folk, indie

TRACKLIST:
1. An Anarchist in Parliament
2. On The Bank
3. Nightdrifting
4. Ribbon Instead
5. Through a Spyglass
6. To Love Somebody
7. Whistle on the Washing Line
8. Crockery in the Cupboard
9. Off the Banks
10. Something More to Say
11. Lucio Goes to Sydney
12. Anorak

Il cantautorato italiano moderno, quello che le sue radici folk le prende più dagli Stati Uniti di Bob Dylan che dal nostro passato deandreiano o gucciniano, è rappresentato pienamente da questo Anorak, opera prima di Angus Mc Og, artista modenese che nel duemilaundici è riuscito a ricavarsi una nicchia piuttosto consistente di seguaci, grazie a questi dodici splendidi brani.
La raffinatezza del suo songwriting si sposa molto bene con le atmosfere molto soft, delicate nell’intensità e in quel tocco nostalgico che ricorda il già citato Dylan, ma anche Neil Young e i momenti meno rock di certe perle degli Wilco. Non mancano neppure tocchi à-la Buckley, mentre anche Nick Drake, Elliott Smith e, nel panorama recente, Bright Eyes serpeggiano all’orizzonte nella sfera siderale delle influenze. I pezzi sono tutti molto maturi, i testi smaccatamente rivolti verso occidente. Predominano le atmosfere più scure, l’idea del viaggio, dello sguardo rivolto ad una scena naturalistica da contemplare ed ammirare, della poesia nostalgica quasi leopardiana. Non c’è niente di pretenzioso, tant’è che si può definire cantautorato minimale, ma in questa semioscurità fatta di chiaroscuri, di alternanza di luci ed ombre, ci si innamora di canzoni come “To Love Somebody”, “Nightdrifting” e la title-track, di momenti come “Lucio Goes to Sydney” e “Off the Banks”, gli episodi più significativi perché contengono tutta la vena folk che dietro il lamento malinconico più tipicamente dylaniano nasconde una voglia di raccontarsi che malcela l’autobiografismo, mentre in penombra avvertiamo la possibilità che questo artista superi i confini emiliani per diventare un vero e proprio punto di riferimento in questa scena che sempre più pullula di grandi artisti.

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ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Electro-funk, elettronica, wave

TRACKLIST:
1. What I Can
2. Attack
3. Tanzen Dusseldorf
4. Evil Heaven
5. Don’t Talk
6. SMS Bottle
7. Don’t
8. This Time
9. Desert Line
10. Mean It

Due persone. Una batteria. Una manciata di sintetizzatori. Ecco Attack.
Questo disco è la risposta giusta se cercate una sorta di spintarella anfetaminica per risollevarvi il morale o semplicemente riprendervi dopo una dura giornata di lavoro. E’ rock funkeggiante, ma fortemente elettronico, come se i Primal Scream più elettrici si fossero dimenticati di attaccare le chitarre e avessero voluto plagiare un po’ di Kraftwerk.
Il materiale di base è a suo modo radio-friendly, con qualche sferzata dark wave, qualche delirio ambient che ricorda il Brian Eno più schizzato e rilassato (“This Time”, “Desert Time, con comparsata di Collini degli Offlaga Disco Pax, e “Evil Heaven”), mentre artifici synth-pop riportano la memoria ai bei tempi di The Man-Machine (“Tanzen Dusseldorf”). Tutte le caratteristiche del disco sono egualmente curate, a partire dall’intersecarsi sempre molto attento delle voci con le strutture delle canzoni, pulsanti di continui cambi di suoni e tempi, nonostante sia il 4/4 a prevalere, senza mai risultare banale. E’ qui la vera chiave per comprendere il valore del disco: é un album semplice, integralmente devoto ad una cultura popolare nell’essere pura violenza electro-funk, e riesce comunque a non somigliare troppo a nessun’altro artista recente. Trasportano con grande consapevolezza e creatività alcune menomazioni post-punk in declinazioni eighties che difficilmente escono dalla testa (“What I Can”, la title-track, “SMS Bottle”), e senza neanche accorgersene scrivono una pagina storica del genere per quanto riguarda la nostra stanca Italia.

Si potesse definire funk wave, avremo risolto il dilemma, ma del genere ce ne freghiamo. Sappiamo solo che è ben suonato, ben composto, supercarico ed è pure originale (e italiano). Gli autori del nostro paese sono sempre pronti a sfornare dischi di un certo valore, il problema è che nessuno lo viene a sapere. Che ne dite, iniziamo a diffondere la parola? I Don Turbolento sono un buon punto di partenza. Non lasciatelo in disparte, merita sul serio.

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Cantautorato, pop

TRACKLIST:
1. Tutto Inutile
2. Briciole sulla Pelle
3. Fra Lei e Te
4. Lacrime Celesti
5. Ho Scelto Te
6. Immagini
7. Purissima Creatura
8. Tu Sei
9. E Poi…Noi
10. Meno di un Dollaro
11. La Farfalla Che Ho Nella Testa
12. A Casa Da Te

A Casa da Te è un tipico disco pop italiano calato, però, in un contesto underground. Pregi e difetti di questo dato di fatto saranno analizzati a seguire.

PREGI: Il confezionamento pop del disco lo rende facile all’ascolto, vicino a sonorità che ricordano Biagio Antonacci quanto Luigi Tenco, addirittura con accenni somiglianti ai lavori più recenti di Gino Paoli e a Paola Turci. Il salto da “artista sotterraneo” a artista di fama nazionale può essere facilitata in virtù di questo fatto, da brani easy-listening e ampiamente radiofonici come “Briciole sulla Pelle” e “Immagini”.
DIFETTI: La mancanza di soluzioni già sperimentate con una certa assolutezza nel settore lo colloca leggermente fuori contesto, come se stessimo ascoltando Michael Bublé che suona insieme a una band emergente. Questo non lo faciliterà nell’andare avanti.

A prescindere da questi commenti, l’album è oggettivamente ben fatto. Gli arrangiamenti sono degni dei più maturi artisti della scena cantautorale italiana, con uno sguardo più orientato, come dicevamo, alle sonorità pop degli anni novanta/duemila. La title-track in chiusura e “Tu Sei” lo dimostrano appieno, pur mantenendo un palpabile distacco per quanto riguarda la struttura e le dinamiche, queste molto meno catchy. La capacità letteraria e canora del Lastilla è evidente anche nei momenti meno commerciali, come “Meno di Un Dollaro” e “La Farfalla Che Ho Nella Testa”, dove si vira verso una più concreta analisi del presente quasi come un pittore fotografa la sua realtà sulla tela. Da notare come finora non si sia mai citata l’etichetta rock: il disco possiede alcune virate possentemente rock e in questo senso avremo dovuto definirlo pop/rock piuttosto che semplicemente pop, ma ci è sembrata più coerente la scelta di questa definizione che esalta l’aspetto quasi banale di alcune canzonette ampiamente ascrivibili alla categoria della “musica leggera”. Dalla copertina in giù (molto Renga), tutto fa pensare a questo settore del nostro panorama nazionale.

Tutto sommato bisogna comunque ammettere che la scarsa attenzione data a questo disco non è meritata. Il songwriting è abbastanza pronto da uscire dal bunker, farsi un strada nella musica che conta e sfondare. Ogni singolo brano ha un potenziale notevole in termini di vendibilità e speriamo che un giorno Luca Lastilla si veda riconosciuta la sua vocazione da cantautore pop al netto di tutti i discorsi (inutili) di cui sopra.
Perché questo è un disco molto interessante, e non lo potete ignorare.

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Punk rock

TRACKLIST:
1. Hung Up To Dry
2. Mental Mess
3. Without Guarantees
4. Reruns and Remakes
5. Don’t You Fail To Try
6. Addicted to Dreaming
7. It’s Just Rain
8. Before I Met You After You’re Gone
9. Upping the Ante
10. Second Round
11. Out Of Sight Out of Mind
12. The One Key To Happiness

Hung Up To Dry dei Sickle è uno dei dischi più semplici che ci sia capitato di recensire negli ultimi tempi. In questo ecco il suo massimo pregio ed il suo più grande difetto. Albeggia con un punk rock striminzito, violento e puramente cazzaro e così tramonta, senza preoccuparsi di evolvere o di dare un motivo in più per essere ascoltato. Una semplicità di linguaggio e composizione che la critica radicale non sopporta, ma per essere più obiettivi si può certo andare più in profondità denotando l’onestà intellettuale di una band tecnicamente sopra la media, nel genere, pur soffrendo una condizione di maturità ancora da raggiungere e una produzione per certi versi mediocre.
Che dentro ci sia tutto il punk commerciale post-Ramones confezionato bene senza formule personali, dicevamo, non è certo un gran motivo per comprarsi il disco dei padovani, ma quindi perché dovremo farlo? Tutto sommato lo spirito adolescenziale mai sopito di molti punkettari si riproduce grazie a queste debolezze e questo continuo tributare indisciplinato, e rispetto al metal e all’hip-hop, generi egualmente statici e morti da tempo, sembra che ci sia ancora terreno per mantenere vivo questo spirito eighties che è peggiorato non tanto nella qualità del compositore, quanto in quella dell’ascoltatore. Per dare dei consigli ci limiteremo a “Mental Mess”, “Reruns and Remakes” e la title-track, ma gli alti e i bassi di questo disco sostanzialmente si equivalgono.

Ascoltatelo, se vi piace il punk radiofonico non vi deluderanno. Altrimenti, c’è ben poco da fare.

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ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Stoner rock, punk, space-rock

 

TRACKLIST:
1. Impulses 069
2. Universe Ride
3. Raise Hell
4. Star Messenger
5. Tom
6. Sleepless

Per Star Messenger EP basta una recensione piuttosto breve.
Vi ricordate i Kyuss, i primi Queens of The Stone Age e i Fu Manchu? Immaginateli con gli stessi suoni trasferiti a Palermo, quindi con la nostra capacità (ovviamente inferiore a quella degli americani) di fare del gran casino con distorsioni iperruvide, pezzi veloci e furiosi, suoni caldi e devastanti. I Sergeant Hamster in sei pezzi condensano tutta la loro visione di stoner/desert rock, perfettamente coerente con quella delle band storiche: manca semplicemente una certa coesione, giacché nelle originali derive psichedeliche e space che si attestano su un filone vagamente derivante dai Black Sabbath (quindi dalle incidenze pesantemente doom) perde un minimo di comprensibilità. E’ possibile che nel prossimo full-length questi ingredienti vengano esplorati a dovere e si crei un vero capolavoro.
Fino a lì, un gran EP di desert rock all’americana suonato da italiani, con tutti i crismi.
Acid.

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ETICHETTA: Modern Life
GENERE: Indie, alternative rock

TRACKLIST:
1. La Vita Sognata
2. Regole di Ingaggio
3. Settembre
4. Il Limite
5. Oblio
6. Giorno di Follia
7. L’Estate In Un Giorno
8. Dormi

I Giorni dell’Idrogeno a noi ha già stupito: ha stupito la sua capacità di raccontare storie per niente facili da rendere in musica, con parole che colpiscono in maniera semplice e diretta, ma senza banalità; ha stupito una maturità compositiva evidente nota per nota lungo tutta la sua durata, forte di una mescolanza di ingredienti brit, new wave e pop senza nessuna sbavatura; infine, ha stupito anche per la sua contemporaneità, capace di penetrare l’inconscio dell’ascoltatore in quanto attuale e quotidiano come pochi altri lavori negli ultimi tempi.
Nel tentativo di esulare da ogni definizione, gli ingredienti sopraindicati sono comunque molto evidenti, e questo rende il tutto maggiormente compatto. Le ballate e i brani più aggressivi e danzabili si fondono in un’unica serpentina di emozioni, seguendo una semantica pop quasi decadente/romantica (e, a seguire, anche la parte estetica di queste etichette). I Manic Street Preachers e gli intramontabili Joy Division vengono fusi in un album molto originale che trova forza nei suoi testi in italiano, che lo rendono contestualizzato e moderno. Di prima scelta soprattutto “Regole di Ingaggio”, “Il Limite” e “La Vita Sognata”. Azzeccatissimo anche il primo singolo “Settembre”, mentre i brani meno efficaci (ma egualmente potenti nella propria effervescenza e comunicatività) rimangono, a latere, “L’Estate in Un Giorno” e “Dormi”.

Illusioni, speranze e malinconie, ma anche la voglia di alzare la testa. La sfida dei The Shadow Line era difficile da vincere, ma evidentemente ce l’hanno fatta. Speriamo che i meritati giorni di gloria arrivino anche per loro!

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