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Archive for the ‘ETICHETTA: RCA’ Category

Recensione a cura di Andrea Marigo

ETICHETTA: RCA
GENERE: Rock, southern rock

TRACKLIST:
Supersoaker
Rock City
Don’t Matter
Beautiful War
Temple
Wait for Me
Family Tree
Comeback Story
Tonight
Coming Back Again
On The Chin

Voto: 4/5

Che strana cosa per una band pubblicare il sesto album ma che il mondo potrebbe intendere come il loro terzo.
Dieci anni dopo il loro esordio, arriva nelle nostre mani Mechanical Bull che, lungo la sua tracklist, traccia una linea più che convinta e svela una maturità compositiva e sonora degna di una grande band.

Only By The Night e Come Around Sundown, ultimi due lavori della band, avevano portato i quattro del Tennessee a riempire gli stadi, e questo perchè si trattava ovviamente di due album ottimi.
In quel caso però la linea che limita il confine per passare da una delle poche band che ancora sa fare rock ad un prodotto banale era sottile e dopo le varie storie di alcolismo e tour sospesi, era facile aspettarsi un declino.
Lʼascolto di questo lavoro invece lascia sorpresi: Mechanical Bull è un lavoro sincero e fedele a ciò che in dieci anni i Kings Of Leon hanno fatto, con unʼottima alternanza tra brani potenti, rock e ballate southern, dimostrazione che una band può continuamente crescere sotto tutti i punti di vista, anche quando è un punto fermo nel mainstream.
Gran bel disco.

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Recensione a cura di ALESSANDRO ZAVATTIERO

ETICHETTA: RCA
GENERE: Metalcore

TRACKLIST
Can You Feel My Heart
The House of Wolves
Empire (Let Them Sing)
Sleepwalking
Go to Hell, for Heaven’s Sake
Shadow Moses
And the Snakes Start to Sing
Seen It All Before
Antivist
Crooked Young
Hospital for Souls
bonus tracks
Join The Club
Chasing Rainbows
Deathbeds

Lo ammetto, in testa echeggiano nomi noti mentre scorrono i nuovi suoni di Sempiternal, l’ultima fatica dei ragazzi di Sheffield, ma prima di confessare tutto andiamo con ordine! Sì, i BMTH sono usciti con questo nuovo album, un gran bel lavoro, sono sempre stati bravi questi giovani: nati dal liquido amniotico del death metal di fine inizi anni 2000, personalmente non ho mai distinto chiaramente se considerabili più vicino alla sfera deathcore che screamo, ma quanto è vero che le etichette non servono più a niente al giorno d’oggi, bando a lezioni sui generi e sotto con questo disco. Come sempre lascio che sia la musica a scrivere per me e la prima cosa che Can You Feel My Heart butta giù è una novità elettrica nella tastiera, il nuovo turnista entrato nella band, Jordan Fish all’anagrafe, incide con un contributo più che evidente nelle sonorità; cosa vuol dire questa frase? Che troverete sicuramente Sempiternal meno heavy del precedente There is Hell….(ecc.) così come a sua volta lo era meno di Suicide Season. Qui ci troviamo davanti a qualcosa molto più stilisticamente ampio, fatto per abbracciare molte più orecchie di un tempo (comprese quelle del sottoscritto), ma non per questo meno complesso. Ed ecco che mi appare in testa subito un paio di nomi quando scorrono tracce come  The House of Wolves e Sleepwalking:  ve la ricordate la voce di Chester Bennington ai tempi di Papercut? Ecco, mi sono spiegato, il rimando a quei tempi da parte del frontman Oliver Sykes è costante! Non fraintendetemi, i BMTH non hanno copiato o rovinato niente, anzi penso che il risultato finale sia qualcosa di veramente concreto e interessante, sicuramente diverso da quello a cui i fan più tradizionalisti si erano abituati, ma forse la bravura di questa band sta proprio qua. Chitarre in mid-tempo piuttosto che su riff veloci, maggiori parti melodiche, uso massiccio di suoni elettronici ad abbracciare ritornelli evocativi, malinconici, gonfi di rabbia, come nella terza traccia Empire. Tutto questo si nota ancora nelle buone Go to Hell, for Heaven’s Sake che intinge a pieno dall’idea poco sopra descritta, e  Shadow Moses, saldamente heavy.  And the Snakes Start to Sing ci accoglie portandoci indietro nel tempo con un suono elettrico dall’eco lontano, dalle chitarre tormentate quanto la lirica, quasi parlata, un crescendo costante che esplode nell’ultimo ritornello urlato da una gola incandescente. Ottimo pezzo, tipicamente BMTH. Come se non fosse sufficiente capire la direzione presa da questo disco c’è Seen it All Before, che ribadisce il lavoro di apertura sonora con evidenti richiami nelle chitarre e alle percussioni dei 30 Seconds To Mars ai tempi di A Beautiful Lie. Non mancano comunque pezzi “vecchio stile” come  Antivist o  Crooked Young, anche se quest’ultimo ha un ritornello spudoratamente Linkin; avranno sicuramente fatto scuola a Sykes e soci. L’ultima traccia prima delle bonus track, sente ancora molto l’influenza della tastiera, quasi in arpeggio negli intermezzi per poi lasciare il posto alle chitarre urlanti nel ritornello sofferente. Così eccoci infine al gran finale delle bonus track: Join the Club e Chasing Rainbows sono due gran bei pezzi veloci che ricordano da dove vengono questi ragazzi; Deathbeds è un duetto con Hannah Snowdon (ammetto la mia ignoranza, non so chi sia!) estremamente lento e malinconico sin dal titolo che conclude la tripletta di chiusura. Ed io concludo ritenendo Sempiternal un album riuscito, concreto, qualitivamente e tecnicamente perfetto, ma allo stesso tempo anche in perfetta dissincronia con i lavori precedenti della band britannica, il che lo porta probabilmente ad essere il loro miglior disco!

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Recensione a cura di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: RCA
GENERE: Rock, pop, revival

TRACKLIST:
1. Tap Out
2.All The Time
3. One Way Trigger
4. Welcome to Japan
5. 80ʼs Comedown Machine
6. 50 50
7.Slow Animals
8.Partners in Crime
9. Chances
10.Happy Ending
11.Call It Fate Call It Karma

Voto: 4/5

Dopo essere stati forse lʼunica band ad aver segnato gli ʼ00 con qualcosa di “autentico” nel panorama rock mondiale e, dopo aver cercato di ripetere forse troppo forzatamente il tanto amato esordio, gli Strokes a sto giro devono aver avuto due palle così per aprire il loro nuovo lavoro con Tap Out.
La prima volta che la ascolti rimani basito e non sai ancora se in modo positivo o negativo; la seconda o butti via il disco o la ascolti per tre giorni di fila.

Io lʼho ascoltata per tre giorni, e badate bene che gli anni ʼ80 e il loro sound mi hanno sempre fatto vomitare.
Eʼ questo il nuovo corso della band: Casablancas in falsetto e sonorità anni ʼ80 mescolate al loro garage lo-fi di sempre, come nel primo singolo rilasciato One Way Trigger.
Poi, non sempre la sintesi riesce nel modo migliore come nella trasognante Partners in Crime, o in Slow Animals o in Happy Ending ma il risultato è comunque accettabile per le ultime due.
Eʼ bene cambiare ma non troppo e All The Time, Welcome To Japan e 80’s Comedown Machine ricordano che in mano abbiamo un disco degli Strokes (per fortuna sʼintende). Chiude la notturna Call It Fate Call It Karma che tenta di emulare Iʼll Try Anything inserita in Somewhere di Sofia Coppola, ma il risultato non è alto come in precedenza. Comedown Machine è un disco che gode di unʼottima produzione ma sopratutto è un disco che spiazza, nel bene o nel male, e sinceramente se paragonato ai lavori post Room On Fire io dico: era ora.

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Recensione a cura di Alessandro Zavattiero

ETICHETTA: RCA Records
GENERE: Synth-pop

TRACKLIST:
Exile
Miracle
Sandman
Blind
Only You
The Road
Cupid
Mercy
The Crow
Somebody To Die For
The Rope
Help
Heaven
Guilt

Gli Hurts, il duo britannico di Theo David Hutchcraft e Adam David Anderson, hanno appena pubblicato il loro secondo album. Sappiamo cosa si dice sui secondi dischi: di solito, buone volte, tendenzialmente, deludono. Se preferite possiamo dire che fanno anche schifo!

Il duo synth-pop dopo il loro esordio più che buono ci riprovano con qualcosa che dovrebbe evolvere la loro musicalità. Per chi già conosce il genere e ha apprezzato il primo Happiness in questo Exile ritroverà lo stesso ambiente raffinato-malinconico che gli contraddistingue, ma cosa è cambiato? Se partiamo dalla prima traccia che da il nome anche all’intero disco, notiamo che gli artisti hanno ricercato di evolvere i suoni spostandosi su generi più ritmici (Muse), ma con Miracle i richiami ai Coldplay ci sono fin dal primo giro d’accordi, piace non piace, allo scrivente ha fatto storcere il naso. Poi arriviamo alla terza traccia Sandman ecco questo pezzo merita qualche parola in più: non è facile riuscire a unire una base puramente hip-hop (abbastanza comune per giunta) con lo stile elettronico-lento degli Hurts. Gli esperimenti nella musica, quando riescono, possono dare risultati veramente entusiasmanti, Sandman è uno di questi casi. Blind è un’altra di quelle che meglio esplicano lo sbilanciamento pop del duo, forse anche troppo! Ma poi c’è Only You che riporta sui vecchi passi di Theo e Adam, la canzone ha un bella base elettronica e un
messaggio scontato per questo genere “Because only you can set me free, so hold me close just like the first time”. La sesta traccia, The Road, il primo singolo scelto per la pubblicizzazione del disco è un piccolo capolavoro, quando le cose vengono bene, inutile dilungarsi con tante parole, un pezzo perfezionato, emotivo, compiuto! E così cambia ancora questo disco, tra nuovo-rifatto e vecchio-nostalgico: Cupid che potrebbe benissimo essere dentro uno dei qualsiasi album dei Depeche Mode e Mercy una ballata sintetizzata tra la l’ansia della strofa, l’elettricità del ritornello e l’escalation del bridge, buona cosa! Abbiamo già superato la metà del disco, Crow è una lenta di archi e arpeggi che scorre via facilmente (bene o male che possa essere questa caratteristica in una canzone), e in scia anche Somebody to Die for e Heaven che ricordano ancora i richiami pop-play. The Rope prosegue l’andamento ondulatorio dell’album riproponendo invece un importante base di sinth che ci accompagna fino alla chiusura con Guilt, una lenta con accompagnamento di piano, quelle che per tradizione vengono sempre lasciate alla fine. É dolce, personale, vocale ed emotiva, Hurts.

Sappiamo cosa si dice sui secondi album, talvolta deludono, tendenzialmente non sono all’altezza del primo d’esordio, davanti ad Exile mi ritrovo combattuto: da una parte la direzione troppo commerciale per più di un paio di tracce testimoniano che alla fine conta venderli i dischi, ma l’altro fronte presenta alcuni tra i pezzi migliori proposti fin d’ora dal duo britannico, sia con l’esperimento Sandman, sia con i pezzi che ci si aspetta come Blind e Only You, ma anche Exile si dimostra assieme a Cupid una valida evoluzione, infine The Road, il pezzo più indovinato. Tutte assieme salvano il lavoro svolto. Concludendo, per chi ha già apprezzato Happiness, piace il genere synth-pop e cerca qualcosa che di diverso, ma non per questo nuovo e rischioso, Exile è un ottimo album. Ai detrattori dei Coldplay consiglio di saltare i pezzi che sapranno sicuramente riconoscere.

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Recensione di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: RCA
GENERE: Rock

TRACKLIST:
1. The End
2. Radioactive
3. Pyro
4. Mary
5. The Face
6. The Immortals
7. Back Down South
8. Beach Side
9. No Money
10.Pony Up
11.Birthday
12.Mi Amigo
13.Pickup Truck

Voto 3.5/5

Eʼ necessario precisare che a me dei Kings of Leon faceva impressione il suono della chitarra del leader Caleb Followill, ma impressione nel senso di ribrezzo, allora non li ho mai presi in considerazione. Per informazione è una 325, non dico la marca perchè forse sarebbe pubblicità occulta. Ma che cazzo di chitarra è?! Il mondo usa la 335, lui no.
Allora voi vi starete chiedendo il motivo per il quale recensisco un album dei Kings of Leon.
Eʼ presto detto: successe un fatto nel 2008, il fatto si identifica con lʼ uscita di “Use Somebody”, singolone rock da stadio pieno, ma nulla da fare, me ne sono innamorato.
Per restare comunque fedele alla mia idea di partenza, con estremo fare da ignorante, continuai a rifiutarmi di ascoltarli.
Venne però il giorno che mi ritrovai tra le mani “Come Around Sundown”. Dopo lʼ istinto di liberarmene imprecando, ci riflettei, lo guardai, e la copertina mi convinse. Partendo sempre dal presupposto che lʼ onda di dover riempire gli stadi col rock aleggia qua e là, e non in quanto a somiglianza dei brani con altre band da stadio pieno (esempio U2), ma come idea che trasuda dalla tracklist, ben pensata e programmata per fare lʼocchiolino alle vendite, cʼè qualcosa di più.
Appreso che la gran voce di Followill ce lʼhanno in pochi, i pezzi sono vari tra loro, non stancano e..sono belli. Belli nel senso che hanno la capacità di essere amati dal grande pubblico e allo stesso tempo vengono caratterizzati da un sound generale che non risulta mai banale, quindi vanno a smuovere lʼ orecchio dellʼ ascoltatore più esigente. I brani sono quindi convincenti, la produzione non è così scontata come può sembrare ma va alla ricerca dellʼ essenziale, che non è lo scarno ma è quel livello dove non si sente il bisogno ne di aggiungere ne di togliere nulla. “Back Down South”, “Pony Up” e “Mi Amigo” sono un viaggio nella polvere texana, “Mary” io la
percepisco come una dedica ricca di compassione a una ragazza triste che batte in un saloon, “The End”, “Radioactive”, “The Immortals”, “The Face”, sono tutti potenziali singoli, diversi tra loro.
“Pyro” a mio avviso è il brano migliore, ripaga lʼ attesa di una risposta a “Use Somebody”. Interessante è inoltre il modo di comporre che i tre fratelloni con cugino a volte adottano, estremamente basilare: tre accordi che si ripetono e manco te ne accorgi, portando a risultato compiuto brani che ti si attaccano in testa e non se ne vanno più.
Se volevate una conferma sul proverbio “chi disprezza compra”, io ve lo confermo ed ho comprato.

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ETICHETTA: Roswell/RCA
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
1. Bridge Burning
2. Rope
3. Dear Rosemary
4. White Limo
5. Arlandria
6. These Days
7. Back & Forth
8. A Matter of Time
9. Miss The Misery
10. I Should Have Known
11. Walk

Esistono persone che hanno avuto il coraggio di mettere in discussione qualcosa fatto da Dave Grohl? Se si, presentatemele, sarebbe veramente un onore poter capire dove, e soprattutto se, nella sua carriera ha fatto qualcosa che non andava bene. Per non fraintendere, prima di continuare a leggere ascoltatevi Wasting Light, per non arrivare prevenuti: i Foo Fighters, tra le rock band americane mainstream, sono sempre stati non solo i più famosi ma anche i più sfrontati, geniali e freschi nel mischiare i linguaggi più propriamente commerciali della melodia e del power chord punk rock, rimanendo però una spanna sopra gli altri grazie ad un songwriting energico e muscolare, mai ripetitivo e mai abbandonato a soluzioni discontinue di inversioni di rotta o rinuncia di un percorso concretizzatosi sommariamente dopo la fine dell’esperienza dei Nirvana.
Energico e muscolare, dicevamo, proprio come lo stile di Dave Grohl batterista, e Wasting Light è propriamente l’album in cui la sua essenza di folle picchiatore di pelli più che in ogni altro emerge, nella costruzione delle linee vocali e, ancor di più, in quelle di chitarra. Seguendo due bisettrici che non lo tagliano precisamente a metà, spostando l’asse verso la prima che citerò, questo loro settimo full-length è divisibile in: brani cattivi, meno tradizionali, lontani dal sound a cui siamo abituati, dove prevale lo screaming che Dave aveva abbandonato dopo il self-titled; brani melodici che si preoccupano molto spesso di andare alla deriva creando sensazioni molto simili ad un agrodolce o, trasformandolo in musica, in un piano-forte che non fa altro che generare ulteriore tensione e appeal nei brani. Lo vogliamo tradurre in titoli di canzoni? Alla prima categoria appartengono “Bridge Burning”, “White Limo” e “Arlandria”, quest’ultima, insieme al singolo “Rope” e a “Dear Rosemary” situata in un punto di congiuntura tra le due classificazioni, che portano a “Walk” e “These Days”, nell’altro versante: tutti e sei i brani citati virano verso un sound molto diverso, con le chitarre a graffiare molto più che negli ultimi tre dischi, la batteria a sorreggere un comparto ritmico che non è mai stato così impulsivo e nervoso, un basso poco presente ma che svolge egregiamente la sua funzione un po’ troppo impostata sull’accompagnamento più classico. Stupefacente invece tutto il lavoro alla voce, che riesce a trasformare un timbro fin troppo riconoscibile in un catalizzatore per linee vocali che sfuggono ad ogni definizione, in una convergenza tra orecchiabilità radiofonica e impropria agitazione stoner/metal, con una strizzata d’occhio a Josh Homme e Bob Mould, tra l’altro ospite nel disco (ma c’è anche Novoselic, seppur non pubblicizzato come ogni buon “commerciante di musica” avrebbe fatto, altro punto a favore del disco, che prosegue su quella falsariga di buonismo rock che li ha sempre tenuti lontani dall’essere stadium band in Europa, se escludiamo la Gran Bretagna).
Un punto debole è senz’altro da individuare nella pesantezza dei brani che, ascoltati di fila più di qualche volta, rischiano di far saltare la sensazione di stupore iniziale: dopotutto è sempre stata una caratteristica dei Foo, ma in questo caso l’innalzamento dei toni rischia di minare ulteriormente l’effetto sorpresa sull’ascoltatore, per questo è consigliabile ascoltarlo a piccole dosi, tenendo conto che non tutti i brani sono propriamente “dei singoli” come molti fan si aspettano.

La presenza nel disco di scelte metal (“White Limo”), southern rock (“Back & Forth”, che ricorda vagamente i Kings of Leon meno banali) e, esageriamo con le definizioni, power-pop (“Rope”), trasforma Wasting Light nel vero disco definitivo dei Foo Fighters: nessuno lo definirà mai il migliore, ma un critico onesto dovrà riconoscerne la vocazione di album della conferma, conferma che Dave Grohl non deve più dimostrare niente a nessuno, forte di una personalità che non si realizza solo sul palco ma anche dietro le quinte, nei lavori di composizione di un disco che effettivamente attestano una maturità musicale di cui alcuni ancora dubitavano. Ora non potete più farlo.

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