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Archive for the ‘GENERE: Progressive Rock’ Category

Recensione scritta per Music Opinion Network

Inquadramento geografico: i Misfatto sono di Piacenza, ma la città a cui si ispirano per Heleonor Rosencrutz è Lisbona. La base di partenza di questa opera è infatti il libro “La Chiesa Senza Tetto: 35 Giorni a Lisbona”, il cui autore è lo stesso Gabriele Finotti, chitarrista, scrittore e fondatore della band. L’opera possiede il medesimo nucleo del libro, il fulcro attorno al quale il contenuto musicale gravita in maniera molto equilibrata: il tema del viaggio. Lo strumento che calamita di più l’attenzione è la chitarra, indubbiamente il perno dell’intero lavoro, che sta sempre girovagando lungo assoli e atmosfere che ondeggiano per temperatura, atmosfera, rosa di colori. Il risultato è brillante, riuscendo ad evitare la ridondanza e il barocchismo nonostante il notevole apporto tecnico. L’anima è pop, vuole parlare a più persone possibili, ma mantenendo alto il livello medio, nella struttura dei brani, nella qualità degli arrangiamenti, nel contenuto culturalmente valido, facendo sorgere spontaneamente una certa curiosità nell’andare ad individuare il significato di alcuni termini nominati nei brani o nei titoli: ad esempio, a cosa si riferisce Xoringiket? Una sorta di malinconia vena tutto il disco, dove tutti e nove i pezzi, introdotti da Heleonor con il commiato finale di Goodnight, regalano momenti di sospensione, di vero e proprio trip. Non bisogna comunque perdere di vista la stella polare che guida il disco, l’ispirazione madre, quel rock vero, autentico – classic/hard rock anni ’70, prog italiano del medesimo decennio, la grinta del grunge – lontano dalle accidiose imitazioni d’oggigiorno.

Cosa possiamo dire ancora di Heleonor Rosencrutz? Ascoltatelo per capire, pronti ad affrontare un vero e proprio viaggio non solo nella capitale portoghese, ma anche nella mente di un pugno di ottimi musicisti italiani.

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Recensione scritta per Music Opinion Network

ETICHETTA: Gutenberg Music

Il dremong è un orso tibetano poco noto dalle nostre parti. Non essendo questo il luogo ideale per approfondimenti zoologici, vi risparmieremo anche inutili sermoni sul povero animale e le sofferenze che la medicina e la cosmesi cinese gli causano per ricavare la sua bile. Max Manfredi, attivo da tempo, giunge a realizzare questo album grazie al crowdfunding e, libero di conseguenza da qualsiasi richiesta di produttori o label, sfoggia un album senza tempo, lontano da ogni parvenza di immediatezza o di adeguamento al mercato, caleidoscopico e multiculturale. Gli strumenti utilizzati ne disegnano già gli orizzonti geografici e culturali: glockenspiel, violino, flauti, ma anche ingegnosi ammennicoli orientali come il guqin, affiancati logicamente alle sezioni ritmiche e melodiche degli standard a cui siamo abituati. Paragonarlo ad altri artisti non è facile e sforzandosi si produrrebbero solo accostamenti impalpabili ed imprecisioni citazioniste di bassa tacca, ma tracciamo volentieri un identikit avvalendoci di una manciata di etichette: classic rock, world music, progressive. Non è un disco per mercanteggiare con la propria arte, ma per comunicare CON la musica qualcosa. Nessun brano annoia, nessuna facile trivialità, né dozzinalità. L”evoluzione strutturale dei brani racconta di una gestazione molto ponderata, soppesata, narra di una composizione dove i riferimenti culturali – si legga qualsiasi intervista all’artista – zampillano con il giusto equilibrio senza banalità né sfrontatezza. L’Oriente pervade un po’ tutto il disco, in particolare la Cina, e al di là del titolo sono molte le reminiscenze che guardano verso est: le più vicine sono quelle greche, e infatti non mancano tracce di rebetiko, genere di dimensione nazionalpopolare in Grecia. Unica pecca: avremo voluto sentire un po’ di bouzouki. Il basso, per la cronaca un fretless, quando è protagonista arricchisce ed agghinda il brano in maniera sempre percettibile, non accontentandosi di sostenere lo scheletro ritmico della canzone come spesso accade nella musica da chart. Per “Sestiere del Molo” un solo commento: ascoltatela per prima e vi dirà molto sull’argomento di questo articolo.

La qualità del songwriting è notevole, ma particolarmente sopra le righe ed eccitante è la scrittura testuale, così come la sua controparte nell’interpretazione vocale di Manfredi. Musicisti come Bruno Cimenti non possono che impreziosire un lavoro già di per sé significativo dal punto di vista musicale quanto ornamentale nel panorama italiano, ed è lampante quanto non possa essere considerato solo uno dei tanti prodotti dell’ingegno tipicamente derivativo dei nostri cantautori moderni. Album come Dremong ingemmano la discografia nostrana tutta, la nobilitano, le conferiscono una dignità spesse volte assente nei dischi che più piacciono. Gridare al capolavoro diventa sempre più difficile ma talvolta ancora accade che ci si trovi al terzo o al quarto ascolto, costretti a prendere fiato e, sorpresi, irrompere sbalorditi in un gesto di sbigottimento. Questo è il caso.

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Dopo Serj Tankian un’altra doppia recensione per i lettori di The Webzine. La recensione numero 1, di Marco Bergami, è tratta da Metallized e gentilmente concessa dall’autore per The Webzine. La seconda è mia e la scrissi nel 2010 per il mio vecchio blog Good Times Bad Times.

ETICHETTA: Domus Vega
GENERE: Alternative prog rock

TRACKLIST:
1. Ondanomala
2. La Prova del Vuoto
3. Nel Mezzo
4. Sfere
5. Sinestesia
6. Dal Rosso Al Blu
7. Opus
8. Magnum Opus
9. Dal Nero Al Bianco

Recensione n° 1 – a cura di Marco Bergami

… guardo intorno fra milioni di variabili
e riconosco la stessa sostanza – ENERGIA
nel propagarsi di onde di scambio
che confondo nel SuonoColore
e in simultanea percezione
comprendo le trasposizioni
nella simbolica universale
l’interagire delle cose
in comuni vibrazioni
sempre più alte
sinestesi in aumento …

Queste alcune delle parole racchiuse nella quinta traccia, Sinestesia; non potevo rubare parole migliori per definire
sinteticamente il vigore e la complessità che lascia filtrare l’ascolto di Nel Mezzo.
Primo full-lenght per i Mano-Vega, band del basso Lazio dotata di elevato talento, capace di fondere la complessità
strutturale del progressive-rock con la massività di una profonda filopoesia concettuale.

Rabbiosi nei confronti di un sistema opprimente, Nel Mezzo contrappone una forte disamina sulla claustrofobicità di una
vetusta dottrina legata ai fondamenti di Materia-Lavoro-Famiglia, lasciando respiro e speranza grazie al profondo ed
intimo idealismo di libertà ed umiltà nell’affrontare la vita.

Un platter dinamico, spesso dissonante, intelligentemente articolato tra vaste e morbide ambientazioni sull’orlo della
psichedelia, eleganti passaggi costruiti grazie all’aiuto di synth, handsonic e programmazioni, squarciando le spirituali
ricostruzioni con irrequiete scodate prog-rock, il tutto legato da un’adeguatissimo canto-parlato.

Un Valerio D’Anna straordinario, ideatore e produttore di se stesso, abile musicista che è riuscito ad azzeccare
perfettamente la formula Mano-Vega proprio grazie al particolare espressività dello strumento voce, utilizzato per
recitare e non per cantare, che orna accuratamente la compessità del sound, evitando intelligentemente una probabile
saturazione di suoni.

Sto ascoltando Nel Mezzo da quasi 2 mesi perchè ho subito intuito il valore aggiunto contenuto al suo interno e non mi
sarei mai permesso di criticare frettolosamente un platter così prezioso.
Lo volevo fare mio, lo volevo assaporare fino alle viscere per capirne la vera essenza, studiarlo cercando di viaggiare
parallelamente agli esecutori, succhiando ogni sfumatura possibile per poter esprimere un giudizio depurato degli
entusiasmi dei primi passaggi.

Dopo decine di ascolti, l’interesse nei confronti di Nel Mezzo non accenna a calare; la vasta articolazione tangente a tanti
mondi trasforma la mia attrazione in puro magnetismo denso di curiosità; un platter privo di noia che mette sullo stesso
piano d’importanza tutte le tracce presenti, in quanto in ognuna di esse non emerge una struttura portante che porta ad
una precisa identificazione della traccia, ma tutto sembra mutare e cambiare ascolto dopo ascolto.
I Mano-Vega non sono un concertato di novità, il prog-rock veleggia su di noi da più di 30 anni ma il combo Frusinate vi
farà provare una piacevolissima sensazione di freschezza, troverete ossigeno per i vostri polmoni e se fossi un potente
discografico non esiterei un secondo nell’investire tutto quello in mio possesso per sostenere una band di questo calibro.

Che termine usare per definirli utlizzando una sola parola? … geniali.
Recensione n° 2 – a cura di Emanuele Brizzante 

I Mano-Vega sono l’ennesimo capitolo della storia progressive italiana. Siamo arrivati nel 2010 e questa scena non smette di proliferare, anche se, ovviamente, le particolarità e le caratteristiche originali continuano a diminuire, scusatemi il gioco di parole, progressivamente. Piano però, qui non si parla di prog storico influenzato dai magnifici seventies del nostro paese, ma di un prodotto che guarda con occhio piuttosto malizioso agli USA e al prog metal più moderno ed elettronico. In questo genere, tanto di cappello a chi riesce a non essere pallosamente ridondante, ma quando si parla di questo, nel duemiladieci vengono per forza in mente i DreamTheater, band che, è risaputo, sta veramente scoppiando nella continua ricerca di ghirlande e ghirlandine per abbellire un pacchetto ormai squarciato dagli anni. I Mano-Vega, per fortuna, non sono tra quelle band e producono un disco simpatico, nel senso che i fan del prog (più metal che rock, ma anche rock) potranno ascoltarlo e gradirlo senza troppi problemi, soprattutto se non hanno pretese.
Funzionano gli arrangiamenti, i modi in cui si dimostra con palese indifferenza un’abilità tecnica ottima in tutti gli strumenti, le scelte nei suoni (quasi tutte) e nei titoli, talvolta criptici, altre volte abbastanza terra terra da allontanare ogni simbolo retorico (invece chiaramente richiamato in “Sinestesia”) che nella loro musica (e siamo alla lista delle cose che Non Funzionano) abbondano, vuoi perchè quando il prog lo vuoi fare ma ascolti troppo le band più moderne ti perdi, vuoi perchè non è cosa da tutti. Sia chiaro, questo disco non è scadente, né banale, anzi contiene degli sprazzi d’ingegno notevoli ed evidenzia un songwriting mai acerbo che questi ragazzi, così talentuosi, sono riusciti a convogliare in nove bellissime tracce. L’attenzione critica è da porre più che altro nella direzione di un’imitazione che qualche volta sconfina nel tributo, vedasi i riferimenti a band come Tool e Porcupine Tree (e perfino la copertina ce li ricorda), abbassando di poco il livello medio di tutto il lavoro. La forte presenza di elettronica richiama alla nostra mente anche alcune sferzate di Trent Reznor, non solo quello dei Nine Inch Nails più celebri ma anche quello del periodo pro-internet che l’ha visto pubblicare la quadrupla release Ghosts, acclamata solo da chi ne capiva davvero qualcosa di quello che lui aveva intenzione di fare. Non diteci che ai Mano-Vega Reznor non piace. Ottimo, in ogni punto, il dosaggio delle componenti elettriche e quelle, invece, elettroniche, con effetti e sintetizzatori, coadiuvati anche da programmazioni, che spuntano improvvisamente senza mai esagerare. Grande presenza anche del theremin, uno strumento difficile da usare ma che viene inserito qui e là tentando di non cadere nel burrone della sovrabbondanza, dal quale ci si salva per poco.

La band compone, in sintesi, un disco fragile ma ricco di spunti, citazioni, riflessioni e segni di un’intelligenza e una maturità artistica che si possono soltanto definire notevoli. Essere già una band “svezzata” al proprio debutto non è cosa da tutti, ma, come dichiarano all’interno del packaging di Nel Mezzo, questo lavoro è stato composto in sei anni. Se è vero, sono troppi. Se non è vero, spiegateci perchè.
Fatto sta che a noi è piaciuto abbastanza. 

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ETICHETTA: Fonosfere Records:
GENERE: Progressive

TRACKLIST:
1. Alla Deriva
2. L’Abbandono
3. Forse Altrove
4. Nella Corrente
5. Il Vuoto Necessario
6. Di Nuovo Quiete
7. Materia e Memoria
8. Dolcezza del Tempo
9. Senza Radici
10. Lontano da Casa
11. Il Senso delle Cose
12. Mentre Tutto Cambia

Materia e Memoria. Un nome alquanto generalista che non può certo indicare nulla all’ascoltatore quando ancora non ha avuto modo di nutrirsi dell’opera cui fa riferimento.
Materia e Memoria. Sostanzialmente, due termini che in musica sono stati tradotti un po’ da tutti, con mille espedienti, forse anche troppi. E allora, come lo fa Salvo Lazzara col suo progetto solista denominato già da tempo Pensiero Nomade?

Che dire, il percorso rimane lo stesso dei lavori precedenti, giusto per chiarire i primi eventuali dubbi. E’ innegabile che sia stato sin qui un percorso ben seguito ed esplorato, con alcune intersezioni geniali tra generi, ma è altrettanto incontrastabile definire questo tipo di musica ormai “vecchia”, non tanto anagraficamente ma forse per l’ispirazione che inizia a cedere sotto il peso delle imitazioni e del decadere della qualità media delle musiche date alle stampe. Salvo Lazzara ha sempre dimostrato di essere un gradino sopra a tutta quella serie infinita di cantautori progressive jazz che esprimono tutta la loro tecnica con uno strumento che svolge la funzione di una voce solista, in questo caso la chitarra, e in Materia e Memoria era logica una riproposizione di questa scelta stilistica (ed altre ad essa collegata).
Sperimentazione di tipo chitarristico, elettronica ed etnica (se vogliamo usare un termine nuovo ma già desueto, world music), riescono a riportare l’attenzione sul tipo di genere, che riesce sempre a stupire per le dinamiche, per i tecnicismi inseriti e per le contaminazioni che arrivano, spesso, inattese, e questo contribuisce a regalare, se il termine mi è concesso, carisma al disco, e a Lazzara stesso. Il sound è prevalentemente à la page, scorrevole, a passo coi tempi, tendente a modernizzare un jazz che si è, nel tempo, fuso con il progressive (e tempo fa nella fusion, potente anche in Italia), utilizzando suoni che tendiamo a ritrovare nella frangente progressiva più metallizzata degli ultimi tempi (percussioni e basso soprattutto).
La cosa che più stupisce di questo disco però è la sua diversità dalla media degli album jazz moderni. Possiamo definirlo jazz, giusto? Differisce sostanzialmente per il mood creato, non essendo né sensibile ad atmosfere swing ballerine e goderecce, né orientato ad un blues tetro e puramente malinconico. All’orizzonte si stagliano strane ma fitte visioni orientaleggianti, che penetrano il nostro udito in maniera chiara e pressante soprattutto dopo tre o quattro ascolti ripetuti a stretto giro: è una ricerca che, se può risultare inconcludente ai meno esperti di sperimentazioni non ancora collaudate nella pop culture, contiene elementi di purificazione, quasi di avvicinamento alle masse. Accostamenti, quindi, di matrice mainstream, soprattutto nell’impianto melodico. Quello ritmico è invece più sinuoso, spronando l’ascoltatore a rinchiudersi in una difficoltà d’interpretazione che comunque bilancia bene con la leggerezza di alcuni arrangiamenti (“Di Nuovo Quiete”).

Non stiamo certo parlando di un disco per tutti, ma l’intendimento principale di Salvo Lazzara non fa riferimento ad un bacino d’utenza. Evidentemente, l’interesse primo è quello di emettere della buona musica, sincera e accorata, senza passare per stratagemmi discografiche e virate radiofoniche. La produzione è notevole, mentre gli arrangiamenti, pur con qualche minimo sobbalzo, districano bene i nodi del prog più puro per restituire una comprensibilità dei linguaggi che giova senz’altro anche al grande pubblico. Quello, però, che la cultura musicale ce l’ha davvero. Bel disco.

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CARONTE – CARONTE (Pogoselvaggio! Records, 2011)
Pastone selvaggio di psichedelia, progressive e rock sperimentale di derivazione principalmente americana (noise, funk e metal compresi nel prodotto dei palermitani). La miscela cola in maniera molto produttiva nei due brani del self/titled, un lavoro interessante, vario, completo, dove ogni strumento si prende i suoi momenti da protagonista. Il risultato finale forse risente un po’ di alcune pecche nel songwriting, ma si potrà tutto sistemare al prossimo full-length. Essenzialmente un gran debutto.
VOTO: 3.5 su 5

MATHI’ – PETALIRIDENTI (Autoproduzione, 2011)
Napoli è una fucina di talenti da molto tempo, soprattutto quando si tenta di abbandonare la tradizione popolaresca dialettale. In questo caso si è tentato di coniare il cantautorato italiano con l’alternative più sperimentale della nostra penisola (…A Toys Orchestra, Giardini di Mirò, forse addirittura qualcosa degli Yuppie Flu), con un risultato molto interessante: un disco variopinto, dalle atmosfere poetiche, dove i testi hanno un peso anche troppo evidente e rischiano di fagocitare le bellezze delle categorie strumentali. Dopotutto Petaliridenti è quanto di meglio poteva nascere con le premesse che la band ha messo in atto, gran disco.
VOTO: 3.5 su 5

AMYCANBE – THE WORLD IS ROUND (Open Productions, 2011)
Un quarto d’ora di delizie poetiche, oniriche, ispirato alla Stein, da cui è tratto anche il titolo del disco; un universo sperimentale, tecnicamente perfetto, dove il pianoforte si colloca nel suo mondo di strumento emozionante e d’accompagnamento. Non mancano le influenze classiche, in questo bellissimo album di grande musica italiana cantata in inglese: è tutto molto dolce, come ci insegnano in patria anche gli …A Toys Orchestra, e la voce femminile aiuta. Semplicemente un piccolo miracolo, aspettando ulteriori full-length che possano bissare le bellezze romantiche di questo EP.
VOTO: 4.5 SU 5 

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RECENSIONE ad opera di CLAUDIO MILANO
ETICHETTA: Black Widow Records
GENERE: Progressive

TRACKLIST:
1. Verso l’Alba
2. Insolita Parte di Me
3. Boccadasse
4. Le Due Metà della Notte
5. La Stanza Nascosta
6. Danza Esoterica di Datura
7. Faldistorium
8. L’Attesa
9. Il Centro Sottile
10. Antidoto Mentale

Mi piacerebbe riflettere sul significato della definizione rock progressivo, prima di avvicinarmi a questo disco. Tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta la musica ha subito un’improvvisa mutazione, cercando strade nuove nel suono, attraverso un’innovazione radicale di forma e sostanza.
Il risultato è stata la nascita di un’attitudine progressista al suono che ha invaso ogni genere, dal cantautorato (“Blonde on Blonde” di Dylan) al beat (i Beatles da “Revolver” al “White Album”); dai mod (gli Who di “Who’s next”, “Tommy” e “Quadrophenia”) al blues rock (le strutture ramificate ed espanse dell’Hendrix di “Vodoo Chile” e quelle di derivazione jazz dei Bluesbreakers); dalla psichedelia drammatizzata dei Doors di “The End” e quella fanciullesca dei Pink Folyd di Barrett; all’art rock dei Velvet Underground di “Heroin”; all’hard rock dei Led Zeppelin di “Dazed and Confused” e ai Deep Purple di “Child in time”; al folk di Pentangle, Incredible String Band, Jethro Tull, Roy Harper; il dada rock di Zappa e Captain Beefheart, solo per citare pochissimi esempi di un’autentico big bang che inseminava manifestazioni musicali alla ricerca di una musica “totale”. Una musica utopica, capace di funzionare da anello di congiunzione ideale tra suoni, modi armonici e melodici di ogni epoca. Ogni musicista creava inoltre il suo suono, che era distinguibilissimo e diverso da quello di chiunque altro e faceva ricorso ai ritrovati tecnologici più avanzati. Il progressive oltre ad un’attitudine divenne anche genere e visse una stagione d’oro che si concluse con le magnifiche propaggini del Rock In Opposition di fine settanta, per riciclarsi nei decenni a seguire, in sintesi, su quattro strade. La prima nostalgica e “di genere”, definibile di buon grado “regressive rock”, senza alcun valore artistico e socio culturale ma in qualche caso con buoni esiti artigianali, Marillion, Deus Ex Machina, Finisterre, IQ, Anglagard… La seconda, che del progressive manteneva solo l’attitudine alla commistione di formule, alla ricerca sonora, alla sperimentazione di forma e sostanza musicale. A questo genere è possibile ascrivere Tuxedomoon, The Residents, Tool, Godspeed You Black Emperor!, Radiohead, Sigur Ros, Tori Amos, Kate Bush, Scott Walker, Rachel’s, Tortoise, Battles, Sufjan Stevens, Antony, John Zorn, David Sylvian, solo per fare qualche esempio di band e artisti che dallo spirito originario del progressive molto hanno raccolto. La terza è la ben nota corrente del progressive metal. La quarta è quella di chi, pur essendo parte del genere, lo reinventa creando nuove formule in perfetta adiacenza allo spirito del proprio tempo, un esempio su tutti, gli Univers Zero e gli Art Zoyd.

Detto questo, che senso ha nel 2010 produrre un disco che trasuda ad ogni istante formule così derivative dagli anni Settanta da sembrare un’incisione mai pubblicata all’epoca? Un tripudio di tastiere analogiche registrate in analogico, organi Hammond e Mellotron, testi che cercano di fare finta letteratura sembrando il parto di uno studente all’ultimo anno di liceo classico con qualche problema di troppo con le metriche? Mostruosamente tronfio, ridondante, stucchevole, senza un barlume di personalità, questo disco prepara citazioni in ogni sua piega, Genesis, Banco Del Mutuo Soccorso, Il Balletto Di Bronzo e trova nella voce il suo punto di massima debolezza. Una sorta di miscuglio tra Adriano Celentano, Elio e Max Pezzali, senza avere la contestualizzazione di nessuna delle tre. Piatta e monocorde, si lancia persino in lunghi recitativi da teatrino di scuola media.
Inutile dirlo, stampa e pubblico, hanno accolto l’album in questione, all’unanimità come migliore album di progressive dello scorso anno. Perchè?
Facile, il disco è davvero ben suonato e ben prodotto, per chi ama il genere è godibilissimo e perpetua la sensazione che l’age d’or del genere non si sia mai conclusa. Presenta inoltre tutte le caratteristiche classiche del genere, sinfonismo di facile leva, strutture elaboratissime, forzata teatralità, grande tecnica strumentale, appannaggio in particolar modo di tastiere e batteria, dissociazione dalla realtà. Insomma autentico “regressive rock”!
Eppure come negarlo? Questo esordio del Tempio delle Clessidre, voce e testi a parte (non a caso la traccia migliore rimane a mio avviso la strumentale “Danza esoterica di Datura”, con il suo tenerissimo glockenspiel da teatrino degli orrori), è un ottimo disco, davvero ben fatto, pieno di idee magistralmente condotte, un bellissimo vaso in ceramica che nessuno si sognerebbe di paragonare ad un’opera di Damien Hirst o Maurizio Cattelan, ma che a casa ci sta meglio accanto al souvenir della nonna e al regalo di compleanno kitschissimo della zia.
Il voto conclusivo non può che essere una media tra il valore artistico (capacità di innescare linguaggi nuovi, anticipando ciò che sarà e mostrando i lati meno esplorati della realtà del proprio tempo) della proposta e quello artigianale (qualcosa di semplicemente, “bello”).
Fa riflettere che dischi di signori che la mezza età l’hanno superata da un pezzo, come il recente ultimo Van Der Graaf Generator e il lontano ultimo King Crimson, che il prog l’hanno fatto a loro tempo, suonino decenni avanti ai solchi di quest’album. Loro, pur consapevoli del loro passato, sono ancora progressive, Il Tempio delle Clessidre, come gli ultimi acclamati Phideaux e Pendragon, NO.

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Recensione scritta da CLAUDIO MILANO
ETICHETTA: Esoteric/Cherry Red
GENERE: Progressive

TRACKLIST:
1. Your Time Starts Now
2. Mathematics
3. Highly Strung
4. Red Baron
5. Bunsho
6. Snake Oil
7. Splink
8. Embarassing Kid
9. Medusa
10. Mr. Sands
11. Smoke
12. 5533
13. All Over The Place

Dopo un album dal vivo slabbrato come Live at the Paradiso, i Van Der Graaf ritornano con il loro migliore disco dopo la reunion del 2005. Eppure, chi ama il nuovo stia pure lontano da “A Grounding In Numbers” e si rivolga agli ultimi due album solisti di Hammill, questo è un gran bel disco ma tanto nel suono che nella sostanza non ha alcuna urgenza di contemporaneità, se non nel dono della sintesi e nella felice varietà di temi proposti. L’album nella sua interezza suona come una versione condensata di buona parte del repertorio della band e della produzione del leader, che poi qui tanto leader non è, perchè il disco, per la prima volta ed è questa forse l’unica novità sostanziale di “A Grounding in Numbers” assieme alle articolatissime ritmiche, è stato scritto ed arrangiato a sei mani. La forma ne giova e tutto sommato anche il contenuto che viene rinvigorito negli arrangiamenti, da un’energica sferzata di “good vibrations” a sfavore delle atmosfere più cupe che hanno fatto la storia della band. Non c’è un solo episodio che abbia le stimmate del classico autentico, eppure il livello di scrittura ed esecuzione è elevato e compatto quanto la produzione, che vede al mixing Hugh Padgham.

Il disco si apre con i fraseggi d’organo di Banton, seguiti dal cantato di Hammill che si libera in una ispirata romanza a cui l’autore ci ha abituato tanto nella produzione del gruppo madre che nei dischi solisti. Siamo dalle parti di “Undone” che luce aveva dato a Thin Air. Quello che cambia è la tavolozza, qui più ricca e fluida nell’esecuzione, meno naif e creativa ma più misurata e capace di dare un senso di permanenza alle tracce. La produzione aiuta notevolmente. Assolutamente bilanciata, riesce a dare profondità al suono di una band che in trio sembra un’orchestra. La leggerezza di alcune soluzioni armoniche, le aperture di “Mathematics” ad esempio, ci portano indietro persino a Fool’s Mate di Hammill, nonostante il timbro baritonale del leader della band, ben poco abbia a che spartire qui con le frequenze da tenore leggero agile e timbricamente duttilissimo degli anni ’70.“Highly strung” ha un incedere iniziale turbolento che sembra uscire direttamente da Nadir’s big chance, per poi risolvere in un brano dalla strofa in tempi dispari e aprire in un ritornello linearissimo, praticamente AOR. Buono il contributo chitarristico di Hammill che trova un timbro caldo. Come detto, i brani si distinguono per una profonda divergenza d’atmosfera, lo strumentale “Red Baron” apre a un suono ambient insidioso, che riporta a Sonix e a Spur of the Moment, non a caso il contributo di Evans alla batteria sul loop di chitarra è la soluzione più interessante del pezzo. “Bunsho” è una ballata per chitarra elettrica dalla struttura variegata e nervosa, in realtà non molto diversa nel primo incedere dagli episodi di Clutch, non fosse che le contorsioni del pezzo rimandano direttamente al primo repertorio della band. Un connubio intrigante per il brano fin qui più bello. “Snake Oil” si muove su tempi dispari e riporta indietro ancora una volta a Fool’s Mate. A fare la differenza, il lavoro di Evans alla batteria, davvero eccellente sull’intero disco, è lui il motore de “le fondamenta numeriche” di questo disco. Il pezzo si prepara da un momento all’altro a continue variazioni dal sapore progressive, su riff ossessivi e psicotropi, dissonanze e aperture che sono il tratto distintivo della band. Il condensato di una suite in poco più di cinque minuti, incredibile quanto un po’ autoindulgente e privo del naturale senso di dramma che ha caratterizzato le pagine migliori della band a favore di una brillantezza più pragmatica. Ancora uno strumentale, “Splink” riporta invece e con grazia d’ispirazione, indietro a sonorità acide. Da uno slide ci si dirige lenti verso una danse macabre che introduce il tema che sarà di “Medusa”, con sovraincisioni isteriche figlie della psichedelia barrettiana condotta al teatro degli orrori che il trio ha saputo delineare come nessuno nei primi anni ’70. “Embarassing Kid” si appoggia a un riff di chitarra non proprio memorabile per snodarsi ancora una volta in contorsioni ritmiche che in questo caso sembrano rimandare all’urgenza wave del K Group di Enter K e Patience. “Medusa” è un brano eccellente, la melodia da subito introduce all’anima ossianica, gotica dell’Hammill più ispirato, qui sostenuto da un arrangiamento superlativo, in appena due minuti, i migliori Van Der Graaf, non è un caso che questo sia il pezzo del disco che più riesce a risultare al passo coi tempi. Con la bella “Mr. Sands”, ritorna l’organo movimentato del Banton di Godbluff, qui sostenuto anche da un mellotron, per un brano nella migliore tradizione prog. Agili e jazzy come non mai, i VDGG suonano in questa traccia molto vicini alla lezione canterburiana. Il finale pirotecnico, le modulazioni armoniche continue non incontrano tra questi solchi alcun senso di pesantezza. “Smoke”, torna alla leggerezza del primo album di Hammill quanto a Nadir’s. Fa quasi senso quanto la banalità del riff di partenza non solo non annoi, ma possa persino suonare intelligente dopo qualche secondo e farci capire da dove abbia mosso i suoi passi il Bowie di Lodger. “5533” trova in articolazioni ritmiche parossistiche una cifra stilistica non particolarmente convincente. Conclude questo disco di una freschezza disarmante per una band così poco giovane “All Over the Place”, brano che raccoglie in sé tutte le caratteristiche dell’album. La frammentazione ritmica, l’agilità delle soluzioni armoniche, aperture melodrammatiche con intrecci vocali (qui davvero superlativi) che trascinano in un densissimo magma nero, arrangiamenti variegati e curatissimi. La coda che conduce al finale è da pelle d’oca.

Un lavoro corale, cesellato con grande maestria, fatto di strutture elaborate geometricamente ad arte e in qualche caso, anche gonfie di emozione. Tracce che possiedono il dono della sintesi quanto della costruzione impervia eppure, solo per chi ama il progressive rock.

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