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Archive for the ‘GENERE: Indie Pop’ Category

A cura di Andrea Marigo

ETICHETTA: Frenchkiss Records
GENERE: Indie pop

TRACKLIST:
You & I
Heavy Feet
Ceilings
Black Spot
Breakers
Three Months
Black Balloons
Woolly Mammoth
Mt. Washington
Columbia
Bowery

Voto: 3.5/5

Mi diverte notare come spesso mi imbatto in band californiane, band che come ispirazione dovrebbero avere lo stereotipo alla Beach Boys, siano invece influenzate dallʼ esatto contrario.
A maggior ragione i Local Natives, originari di Orange County, ripeto Orange County, devono avere un immaginario capovolto.
Il loro secondo lavoro, si distacca dallʼ esordio, che conteneva brani più “solari” che a tratti rimembravano i Fleet Foxes, per comporre in Hummingbird, 11 tracce dal sapore introspettivo e dai tratti decisamente malinconici.
I brani, percorrono strade sofisticate, che ricordano spesso lʼ ultimo lavoro dei Grizzly Bear come in Heavy Feet, si muovono ordinati in un continuo crescendo marcato da ritmiche che si fanno spesse, Breakers e Wooly Mammoth, vengono segnati da pianoforti che dettano gli accenti, Three Months e Columbia, e tutti sono resi prestigiosi dalla voce decisa e allo stesso tempo leggera di Taylor Rice.
Hummingbird è un disco che ha bisogno sicuramente di diversi ascolti, al primo potreste rimanere decisamente indifferenti alla monotonia apparente, ma con una certa calma e soprattutto attenzione, arriverete a dirlo: sarà un pò triste, ma è un bel disco

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Recensione a cura di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: Atlantic
GENERE: Indie pop, alt-pop

TRACKLIST:
Acts of Man
Backyard Skulls
Holy
The Woodpile
Late March, Death March
December’s Traditions
Housing (In)
Dead Now
State Hospital
Nitrous Gas
Housing (Out)
Oil Slick

Bisogna fare un po’ d’attenzione a quando si parla di Frightened Rabbit perché si rischia di confondersi con due band diverse. Gli scozzesi da Selkirk che sono usciti col bellissimo Sing the Greys del 2006, e gli scozzesi da Selkirk che dopo un bel secondo disco hanno fatto un passo falso tradendo le radici folk per strizzare l’occhio al mainstream in The Winter of Mixed Drinks. Sono gli stessi, evidentemente, ma l’anima della band è, in un certo senso, cambiata così tanto da renderli una sorta di caso di band indie bipolare. Partiti, difatti, da un estremamente interessante alt pop che sembrava quasi fondere Bob Dylan, Wilco e Decemberists, si è finiti ai cori da stadio alla Coldplay su una base che attinge dai peggiori Grizzly Bear (che anche nei momenti peggiori sono migliori di questi Frightened Rabbit, e questo anche perché i Grizzly Bear sono una gran band ma non solo…), sfruttando il trucchetto del sedile eiettabile per cacciare fuori dall’abitacolo tutte le buone influenze folk prendendo solo le più ovvie, sterili, inutili manifestazioni dell’indie pop moderno. Inutile, intendiamoci bene, significa che passa su MTV nei programmi fintamente “underground” o cose del genere.
Dopo questo inizio di pulsante cattiveria, un po’ di serenità è doverosa, perché delle dodici tracce che questo disco contengono ce ne sono almeno una metà che nella loro orecchiabilità tracciano un percorso, non tanto nuovo ma comunque diverso e omogeneo, in grado di dare credibilità al corso più recente dei cinque. Le prime tre, poi “State Hospital” e “Dead Now”, materialmente, sorreggono l’intero Pedestrian Verse che, a questo punto, non è poi così brutto: è ben suonato, ben composto, ben prodotto, si fregia anche di qualche singolo piuttosto ben vendibile, e non fa neanche così schifo rispetto a tante menate indie degli ultimi anni, Animal Collective in primis, che però hanno fatto qualche ottimo disco tra cui Here Comes the Indian. Se poi lo vogliamo definire diversamente e lo definiamo alternative e allora non fa neanche così schifo rispetto a tante menate alternative degli ultimi anni, tipo i Band of Horses, che hanno fatto tanta bella roba e non sono per niente uno schifo, ma il paragone regge comunque perché dopotutto i Frightened Rabbit non sono da meno. Tutto sommato la colpa di questa band è quella di aver preso una direzione tanto diversa da quella iniziale e tutti gli ascoltatori di musica più intelligenti sanno bene che criticare un progetto per questo è da stronzi, stupidi e, tendenzialmente, da hipster, dunque su The Webzine tendiamo a considerarla una bella cosa, perché tutto sommato dimostra se i musicisti, detta in maniera molto elementare, “ce sanno fà”. E questi ci sanno fare. Per cui andremo a sfogare tutta questa rabbia repressa contro il plotone di centinaia di rocker traditori della patria che si buttano sulla dubstep improvvisamente e senza preavviso, perché quello è un passaggio davvero insensato. Bel disco.

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ETICHETTA: Moscow
GENERE: Indie rock

http://thecharlestones.bandcamp.com

TRACKLIST:
off the beat
love is a Cadillac
energy
the girl who came to stay

she was a firework
eager beaver
eager beaver (reprise)
let it all hang out
the clue
standing in the prime of life

Nuovo sforzo per i giovani friulani The Charlestones, negli ultimi anni fiore all’occhiello della loro conterranea etichetta Moscow che già ci presentò interessanti artisti del calibro di Trabant e FilmDaFuga. Il primo lavoro, Out From The Blue, vagava in maniera molto interessante nel panorama brit pop con quelle scosse indie rock mainstream che fino a qualche tempo fa andavano molto di moda all’interno di quel revival new wave e post-punk che fece impazzire mezzo mondo. Off The Beat parte dagli stessi presupposti ballerini, potenti e sbilenchi, tra indie pop e punk, ma tenta di rifarsi un po’ di più alle origini beatlesiane di quei linguaggi. She Was A Firework, Standing In The Prime of Life, Eager Beaver e la relativa ripresa sono tutte la contestualizzazione perfetta ed eccellente di quel brit-pop che i Beatles contribuirono a forgiare e rendere celebre, fino a trasformarlo in qualcosa di estremamente influente, senza negare le sue origini “beat” che nel titolo di questo disco sono citate. Sia ritmicamente che melodicamente l’album viaggia su quelle dinamiche spensierate ma danzabili che tutti ancora stimiamo perché sono ancora attuali, e forse a volte avere una band che tenta di rifarsi a quelle situazioni, se da un lato denota poca originalità, serve anche a ricordarci da dove tre quarti della musica che ascoltiamo deriva. Se poi i giovani tolmezzini lo fanno mettendoci anche quella personalità e quel tocco di creatività che manca a molti follower della scuola Beatles, allora possiamo davvero divertirci. Ancora una volta.

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ETICHETTA: Seahorse Rec.
GENERE: Indie pop

TRACKLIST:
1. Two Ways Efforts
2. Eyes Closed in the Sun
3. The Time Has Fallen
4. Borders Ride
5. KMY
6. Vince
7. 57 Hurts
8. Looking for Specials
9. Stop, Think and Talk
10. Ask More
11. Not Yet, Not Yet
12. Everything Is Choice
13. The Pale is Past

The Disappearing One è un nome che si sta innalzando alto nell’universo dell’indie pop italico di stampo brit. Tra Stone Roses, sentori di Pete Doherty e i suoi Babyshambles più tranquilli e il fantasma dei Pulp, linguaggi semplici misti ad un tiepido grado di dialettica cervellotica, pieno di divagazioni sociologiche che danno filo da torcere a chi ha voglia di ascoltare musica semplicemente, obbligando tutti a dare un senso ai brani (il titolo “Stop, Think and Talk” della nona traccia è rivelatore in questo senso).
Several Efforts for Passionate People risponde ad una precisa esigenza del pubblico europeo degli ultimi tempi: il desiderio d’imitazione di una scena, quella britannica, ritenuta da decenni la più prospera, fruttifera e dignitosa. “Ask More” e “Looking for Specials” sono ballate all’acqua di rose che nascondono, neanche troppo bene, l’origine beatlesiana; “Everything is Choice” è sempre tipicamente britannica, ma dalle parti più eighties di un funk rock ballerino; “The Pale is Past” è tra i Pink Floyd e i Flaming Lips un manifesto di soffocata psichedelia. Validi anche i tentativi di uniformarsi al contesto odierno del cosiddetto “indie”, come in “Vince”, senza però rifarsi alle derivazioni punk e new wave sbiadite e sbilenche che stanno copiosamente riproducendosi in maniera distruttiva per la scena.

Sia il songwriting che l’esecuzione risultano maturi al punto giusto, con arrangiamenti studiati in maniera da lasciare la complessità ai momenti marginali dei brani, che hanno tutti un cuore squisitamente radiofonico. La banalità non è di casa nei The Disappearing One, che dai linguaggi triti e ritriti sopracitati tirano fuori solo quanto basta per collegarsi a essi riscrivendone gli sviluppi a proprio piacimento. Originali, quindi, piuttosto che derivativi. A Seahorse saranno contenti di sapere che questo sarà, probabilmente, uno dei dischi dell’anno.

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Recensione di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: Moss Stories
GENERE: Pop, indie, sperimentale

TRACKLIST:
1. Your Stories
2. Tree Roots Turn to Forts
3. Where Were You?

Voto: 3/5 su 5 

Ci sono due indizi: il primo è l’Islanda, il secondo è Reykjavik.
Chi vi è venuto in mente? Le risposte sono due: “niente” oppure i Sigur Ròs. Quella giusta è Sigur Ròs.
Bene, i Parachutes sono identici ai Sigur Ròs, ma veramente identici. Il problema è che essendo identici è impossibile disprezzarli, succede l’esatto contrario: se ti piacciono i primi, ti piacciono anche i secondi.
La band prende il nome dai semi di un fiore di tarassaco e hanno iniziato nel 2003 registrandosi i dischi da sé, in camera.
Alex Somers (Alex & Jonsy) e Scott Alario sono in due. Nella band comunque ci sono un’infinità di personaggi che suonano di tutto: chitarre acustiche, una carrellata di tastiere, giocattoli, percussioni, batterie, bassi, fiati, archi.
La voce è sommersa, dietro si apre un’esplosione di archi e cori.
Quello che traspare da questo EP è un impressionante stratificarsi di suoni nordici, è un trionfo, un risveglio della natura, percussioni di marcia, vecchie e dolci.
Sappiate che i Parachutes si sono anche sciolti, lasciando due album dove la sperimentazione faceva da padrona. Nel 2008 questo EP che sta per “chiusura della carriera”, ed è un peccato perché a differenza dei due dischi precedenti, troppo “di nicchia”, questo lasciava intravedere una strada che poteva aprirsi verso orizzonti più ampi.
Credo non troverete mai questi album in vendita, ma nella pagina MySpace della band li potrete scaricare gratuitamente.
Se vi mancano i Sigur Ròs perché è un po’che non fanno un album, potete consolarvi con i Parachutes che tra poco è primavera, la neve si sta sciogliendo, i tarassachi fioriranno. Avete la colonna sonora dell’opera.

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Ritorna IN BREVE, rubrica assente da tempo, per parlare di tre uscite da noi ritenute molto interessanti, a cavallo tra duemilaundici e duemiladodici. Il primo, anno dell’aria fritta e di qualche piacevole novità, il secondo già partito bene ma che come il 2011 finirà per il deludere.
Ma tenteremo di non sconvolgere la vostra mente aperta oltre.

MARCO SPIEZIA – SMILE 🙂
folk/cantautorato – 2011 – etichetta: Accorgitene TM/Screenplay
Missione: saltare. New wave, indie, alt-rock, tutti i generi più in voga degli ultimi anni rimangono fuori da questa piccola perla di rumore acustico folk-swing di ottima fattura. Da maneggiare con cura, perché è un fragile e intenso lavoro di chitarra acustica e sfiatacchiamenti ska che non deludono mai; niente riff orientaleggianti di natura pacchiana, niente fisarmoniche a gogò, ma tanta voglia di fare tanto con poco, usando solo i classici strumenti della “band”. Piccola gemma di letteratura suburbana e musica ballabile senza le pretese di essere vintage. E ora: scatenarsi sotto il palco.

L’AMO – DI PRIMAVERA IN PRIMAVERA (ascolta qui)
indie pop – 2011 – etichetta: Fallo dischi
Un bel disco. Ci si sentirebbe in colpa a concludere qui, tante sono le cose da discutere. Di Primavera in Primavera è un album bollente, un forte calderone rock dalle distorsioni calde, che fondono alt-rock punkeggiante italico à-la-TARM, con i vizi new wave del primo periodo di militanza di Davide Toffolo nei Futuritmi. Come dei Joy Division in panico e con il triplo della voglia di spaccare, la vena è ballerina, potente, incalzante e sbrodolata con una produzione mediocre ma che dà la giusta dimensione del rock fatto con le palle. Sentire “Sulla Svirilizzazione di Quagliarella”, in conclusione, per credere, sviscerando anche tutta l’ironia di liriche veramente fuori dal comune. Per un’etichetta come Fallo Dischi, un’altra uscita veramente spettacolare.

JET SET ROGER – LA COMPAGNIA DEGLI UMANI
pop rock – 2011 – etichetta: Kandinski Records
Questa è musica d’autore, pop rock italiano che con il cantautorato ci va a nozze, ma che non smette di contaminarsi di nuove bellezze d’oltreoceano. Come un indie pop sfrontato e semplificato, freddo, che penetra in alcuni di questi italianissimi brani (“Guarda Fuori”, “Ti Avvelenerò”), mentre invece il suo cuore è britannico, spostando il raggio d’azione verso un brit-pop più pazzerello e bohemien, alto di spalle, dalle forti venature liriche. Cinismo e metafisica trascendentale per dei testi misantropi e di grande pregio, mentre l’inquietudine del pop nero di La Compagnia degli Umani vi permeerà della sua malizia profondamente idealista, romantica. Un Wilde in musica negli anni della musica fallita. Da non perdere.

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Recensione di GIACOMO “JACK” CASILE
ETICHETTA: Eclectic Circus
GENERE: Pop, indie

TRACKLIST:
1. Your Symphony
2. Zombie My Dear
3. Down the Shades

“Lights On Lights Out” è il nuovo lavoro di Ed, progetto musicale attivo dal 2007 incentrato su uno stile pop/folk di chiara influenza inglese. Si tratta di un ep di breve durata dall’atmosfera intimista e malinconica, composto da tre brani prodotti dalla cantautrice marchigiana Beatrice Antolini. L’opener “Your Symphony” è davvero molto interessante; parte come la più classica delle ballate folk per poi esplodere nel bellissimo ritornello, dove il mood del pezzo cambia radicalmente diventando più scuro ed escono fuori influenze alternative rock anni ’90. Questa commistione di generi che caratterizzerà tutte e tre le tracce di “Lights On Lights Out”, ha dato luce ad un sound abbastanza convincente e personale che potrebbe essere la chiave di volta per il futuro del progetto. Si prosegue con “Zombie My Dear”, il brano apre le danze con chitarre distorte e un riff a singhiozzo molto simile a quello di “The Hardest Button To Button” dei White Stripes, per poi passare alla parte cantata che ricalca il sound del periodo psichedelico dei Beatles. La traccia mostra una parte più rock di ED ma non riesce mai a convincere appieno. Molto meglio la conclusiva “Down the Shades”, ballata dolce e malinconica che culla l’ascoltatore fino allo splendido crescendo finale.
Che dire, questo ep è un gran bel passo in avanti rispetto ai due album precedenti e proietta ED tra gli artisti nostrani da tenere d’occhio per gli anni a venire. In attesa di un prossimo lavoro più completo intanto consiglio di dare un’ascolto a “Lights On Lights Out”, visto che si tratta di una buona anticipazione.

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ETICHETTA: Open Production
GENERE: Trip-hop, alternative pop

TRACKLIST:
1. My Love
2. Told Be Truth
3. What If
4. Ask Me
5. Buffalos
6. Your Universe
7. Andy Shoes
8. Different
9. Wake Me Up
10. Please
11. One Eye, Two Eyes A Mouth

Abbiamo tantissime formazioni valide in Italia, all’estero forse non lo sanno, così come lo ignorano molti italiani. Sulle lunghe distanze prevedere dove e se queste band esploderanno guadagnando la meritata notorietà è difficile, ma un azzardo con gli Amycanbe il sottoscritto lo tenterebbe.
Mountain Whales è un disco di quelli che la qualità te la fa sorbire tutta, con calma, in quaranta distesissimi minuti che contano sull’attenzione, la pazienza e la qualità dell’ascoltatore, perché nonostante l’orecchiabilità e la semplicità strutturale del settanta percento dei brani, si tratta di un album veramente ben fatto, con uno spessore notevole e che cela dietro un velo di ingenuità apparente un grandissimo ed accuratissimo lavoro di songwriting. Lo attestano “Truth Be Told” e i suoi rimandi vagamente folk, le ballad pop più sdolcinate ma sempre di gran livello (“Different”, “Please”), e le perle più specificatamente dream-pop che vagheggiano verso lidi più internazionali (“One Eye Two Eyes A Mouth”, “Buffalos”). Prendendo band paragonabili anche perché circolano nello stesso ambiente e nello stesso periodo, occorre nominare i pavesi Emily Plays. Più in generale, il termine più adeguato a descrivere il sound della band è trip-hop: non solo quello degli storici Massive Attack e Portishead, ma anche quello più moderno, rivoluzionato con linguaggi più alternative all’italiana, come ricordano i Letherdive ma d’ora soprattutto lo ricorderanno gli Amycanbe.

Strumentalmente l’intero disco è perfetto, concepito come un blocco unico senza pause, senza eccessi, senza riempitivi. Ogni secondo vale la pena, così come ogni canzone racconta una storia a sé prescindendo da tutte le altre. Un monolite che difficilmente si può digerire, però, senza approfittare della sua integrità e della sua grande qualità. E poi, siamo sinceri, una cantante come la Armati dove altro la troviamo?
Mountain Whales è veramente stupendo, e ce ne ricorderemo per molto tempo. Se poi non lo faremo, speriamo ci sia chi ci costringerà a pentircene.

SITO UFFICIALE
PAGINA FACEBOOK

TOUR:
25.11.11 IL CIRCOLONE, Legnano (MI)
20.01.12 KALINKA CLUB, Carpi (MO)
21.01.12 CIRCOLO MONSANO, Ancona

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ETICHETTA: DFA
GENERE: Punk rock, new wave, alternative rock

TRACKLIST:
1. Sail Away
2. Miss You
3. Blue Bird
4. Come Back To Me
5. In The Grace Of Your Love
6. Never Die Again
7. Roller Coaster
8. Children
9. Can You Find A Way
10. How Deep Is Your Love?
11. It Takes Time To Be A Man

I Rapture sono una rappresentazione musicale sintomatica dei problemi della nostra contemporaneità discografica: il consumo di musica è troppo vorace, l’appagamento è istantaneo e presto spento, la produzione è veloce e sfuggevole, mentre la pubblicità rovina decine di artisti prima dell’uscita dei rispettivi dischi. Se i Rapture sono un prodotto di quella favolosa hype mediatica che li ha lanciati, preambolo di qualche buon tour e di singoli di successo che molti di voi ricorderanno (“House Of Jealous Lovers”, “Love Is All” e “Sister Saviour”), ne sono stati poco dopo una triste vittima: il baratro dell’oblìo li ha quasi colpiti tra chi non mastica dance-punk commerciale delle meno liquide, ma si sono egualmente risollevati salvandosi dal burrone della dimenticanza, indovinando qualche buon appiglio che li ha rimessi in carreggiata.
In The Grace Of Our Love è tutto questo, un manifesto della resurrezione di una band mai declinata dal punto di vista artistico (solo in quello della fama) e che nel frattempo ha esplorato in lungo e in largo il punk-funk e le connotazioni alternative più chitarristiche, sempre in salsa dance ballabile, generando comunque simpatici e temerari cloni; è il contraltare perfetto per una scena post-punk in avanzato stato di decomposizione che si è già coniugata con gli elementi classic rock che in questo nuovo lavoro i Rapture riportano alla luce, nelle sonorità quasi loureediane accentate da sommovimenti dei primi U2, dei primi Rem e forse anche di qualche pop anni ’80 figlioccio dei migliori Kraftwerk (anch’essi presenti in alcuni accenni kraut). Si ritorna anche alla dance europea più commerciale, al nuovo filone punk-funk à-la-Klaxons, a qualche sonorità più sperimentale che ricorda gli ultimi MGMT, gli Animal Collective e gli Half Japanese. Si chiuda il cerchio parlando del continuo palesarsi dei Cassius (anzi, solamente del loro Philippe Zdar) alla produzione, nel senso che ogni momento di chiara distinguibilità del loro electroclash salta subito alla mente l’esclamazione “ma sembrano proprio i Cassius!”.

Mitologia a parte, qualche volta dalle proprie ceneri si risorge per davvero. La parabola evolutiva segna questa volta un acme che difficilmente si potrà eguagliare. Ma lo dicevamo anche altre volte, e loro ci sono riusciti. Ottimo lavoro, lontano da scelte coraggiosissime ma comunque impavido nel procedere con coerenza verso una electro music addomesticata a dovere, per non uscire dai ranghi (e diventare troppo pop). For you.

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ETICHETTA: Modern Life
GENERE: Indie, alternative rock

TRACKLIST:
1. La Vita Sognata
2. Regole di Ingaggio
3. Settembre
4. Il Limite
5. Oblio
6. Giorno di Follia
7. L’Estate In Un Giorno
8. Dormi

I Giorni dell’Idrogeno a noi ha già stupito: ha stupito la sua capacità di raccontare storie per niente facili da rendere in musica, con parole che colpiscono in maniera semplice e diretta, ma senza banalità; ha stupito una maturità compositiva evidente nota per nota lungo tutta la sua durata, forte di una mescolanza di ingredienti brit, new wave e pop senza nessuna sbavatura; infine, ha stupito anche per la sua contemporaneità, capace di penetrare l’inconscio dell’ascoltatore in quanto attuale e quotidiano come pochi altri lavori negli ultimi tempi.
Nel tentativo di esulare da ogni definizione, gli ingredienti sopraindicati sono comunque molto evidenti, e questo rende il tutto maggiormente compatto. Le ballate e i brani più aggressivi e danzabili si fondono in un’unica serpentina di emozioni, seguendo una semantica pop quasi decadente/romantica (e, a seguire, anche la parte estetica di queste etichette). I Manic Street Preachers e gli intramontabili Joy Division vengono fusi in un album molto originale che trova forza nei suoi testi in italiano, che lo rendono contestualizzato e moderno. Di prima scelta soprattutto “Regole di Ingaggio”, “Il Limite” e “La Vita Sognata”. Azzeccatissimo anche il primo singolo “Settembre”, mentre i brani meno efficaci (ma egualmente potenti nella propria effervescenza e comunicatività) rimangono, a latere, “L’Estate in Un Giorno” e “Dormi”.

Illusioni, speranze e malinconie, ma anche la voglia di alzare la testa. La sfida dei The Shadow Line era difficile da vincere, ma evidentemente ce l’hanno fatta. Speriamo che i meritati giorni di gloria arrivino anche per loro!

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ETICHETTA: Hell Yes!
GENERE: Indie pop

TRACKLIST:
1. Wave Goodbye
2. Blackeye
3. Leather Glove
4. Can’t Be Wrong
5. Skeleton Key
6. Down and Out
7. Too Wild
8. Rock On
9. In My Dreams
10. Too Late

Dall’America che più di tutte ha rimpinguato le fila del cosiddetto indie pop, forse più dei compagni d’Oltremanica (sicuramente più dei nostri conterranei), un act come i Love Inks, un act di cui non c’era bisogno ma che ha bisogno di dire qualcosa, altrimenti non sarebbe qui.
Il mondo sommerso del revival degli eighties e dei nineties già da un decennio ormai riempie classifiche e playlist online, nonché dj set e scalette di cover band ad ogni latitudine, ma nel marasma ipercaotico che si è creato ci sono anche delle realtà interessanti. E’ il loro caso, con quei ritornelli delicati e che quasi non meriterebbero di essere definiti tali, con strutture morbide, sognanti, in tipico stile dream-pop (declinazione ormai naturale per l’indie oltreoceano), in costante avanzamento verso l’universo sperimentale dell’elettronica (spesso impropriamente chiamata “indietronica”), dove pulsano drum machine lente ma che cavalcano un certo senso dance. Le chitarre sono rare ma presenti e svolgono un’ottima funzione catalitica all’interno del principale focolare di interesse in questo disco: “Blackeye” è infatti il brano più complesso, anche se non si dovrebbe parlare di complessità, ma di profondità espressiva, ad essere sinceri. “Rock On” tra i riempitivi, sempre funzionale al resto dell’album, mentre “Can’t Be Wrong” e “Skeleton Key” sono l’anima di tutto il lavoro. Sono questi i contesti e i linguaggi in cui i tre dimostrano di sentirsi più a proprio agio.

E.S.P. è un disco degno di rispetto, un disco che si è voluto far uscire in pieno periodo revival, per approfittarne o semplicemente perché i Love Inks volevano dire la loro in materia. Un esperimento corto (si perché ci siamo dimenticati di dire che è un disco m

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Brit-pop, indie pop, shoegaze

TRACKLIST:
1. Country Bus
2. Back Home
3. Radiation
4. Syndrome
5. Ms Bag
6. Paolo
7. Ashamed
8. Laura
9. Jennifer
10. Ufo

Lascia parlare i fatti, dicevano.
I fatti sono questi: i Jolly Jolly Doowhacker, band marchigiana, che si autodefinisce “British pop post-Blur”, non a torto, ci ha aiutato a capire che superare le barriere a cui ci costringono le tag di genere è un dovere morale di tutti i recensori. Ma quale brit-pop, ma quale indie, qui c’è di tutto: sfumature grunge, Violent Femmes, i Blur meno riconoscibili, shoegaze, alternative rock italico (“Paolo”, che strizza palesemente l’occhio agli Afterhours dei primi tempi) e folk/indie dal sapore retrò. Ogni brano rappresenta a suo modo un generoso tributo a qualcosa, ma un tributo ben fatto. La costruzione dei pezzi conferisce la giusta visibilità alla capacità compositiva di una band particolare ma matura, che potrebbe ancora ricercare di specializzare di più il proprio sound per rendere gli elementi d’influenza meno evidenti (“Country Bus” è la più farcita), però fa un gran lavoro nel non rendere banali le strutture delle canzoni (“Back Home”, “Ashamed”, “Jennifer”).

Sostanzialmente può generare confusione ritrovarsi un disco così variopinto ma bisogna ammettere la notevole capacità della band nell’evitare di perdere la personalità decontestualizzandosi: si resta sempre ben saldi dentro ad un linguaggio che potremo chiamare solo col loro nome, e allora sì, quell’etichetta da loro citata, sarebbe veramente l’unico modo per definire un genere a suo modo originale. Originale nel non essere originale.
Bel disco.

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ETICHETTA: 42 Records
GENERE: Dance pop, indie pop, alt pop

TRACKLIST:
1. Theme from the Cameretta
2. Hipsteria
3. Door Selection
4. Velleità
5. Le Coppie
6. Il Pranzo di Santo Stefano
7. Post Punk
8. Roma Nord (feat. Cris X)
9. I Pariolini di Diciott’Anni
10. Perdona e Dimentica
11. Wes Anderson

La collocazione più generica possibile sarebbe quella più adatta per un disco come Il Sorprendente Album d’Esordio dei Cani, icona insormontabile di una discografia da anni zero (e relativo post), preoccupata sempre più di emanciparsi dalle categorie più in voga (new wave, indie, pop, e sempre più inopportune concatenazioni e derivazioni) ma ben concentrata sul valore dei testi, diventati strumento di comunicazione potente per individuare una base di fan in quanto a generazione, contesto e gusti musicali. Ci sono riusciti, in ordine sparso, e con indici di gradimento diversi: Bugo, Dente, Brunori Sas, Le Luci della Centrale Elettrica (criticato in uno dei testi), Edipo, e molti, molti altri. Riferimenti alla contemporaneità tecnologica da social network, alle vere e proprie sovrastrutture dominanti che sono televisione, internet e musica, e alla quotidianità più liquida e sgangherata, sono all’ordine del giorno nel “nuovo cantautorato”, e anche se non si può parlare di cantautorato, I Cani arrivano, anzi arriva (il cane è uno solo), nel momento buono per approfittarne.

L’hype iper-confezionata che è stata cucita loro addosso ancora prima dell’uscita del “sorprendente album d’esordio” ha già, scusatemi il francesismo, rotto i coglioni, e non si può assolutamente gustare un disco con una pubblicità a scatola chiusa fatta in questa maniera, sfruttando in maniera devastante ogni possibile canale online per massacrare la popolarità di un artista prima ancora che esca: non stiamo ad individuare il colpevole, passiamo piuttosto alla musica, augurandoci che il cattivo esempio dell’eccesso di attenzione che ha contribuito a rovinare le carriere soprattutto di Ministri e Vasco Brondi, non prosegua nel martoriare anche quella del romano.

La densità di qualità del disco è notevole, ci sono delle derive post-punk assolutamente eighties all’interno del sottosuolo musicale, che però non è, come dicevamo, l’attrattiva principale di questo lavoro: sintetizzatori lobotomizzati ma fortemente dance sottostanno in maniera quasi barocca (e per niente originale, si possono intercambiare tutti i testi con tutte le canzoni, grazie anche alla banalità delle linee vocali) ai testi, vero fulcro dell’album.
Le interpretazioni che si possono dare di queste liriche sono due: un tentativo di sparare su tutto e tutti, in pieno stile dissing da rapper, in modo da piacere a tutto e tutti, oppure un tentativo di parlare di tutto e tutti, per piacere ancora di più a tutti quanti. Se fosse la prima, sarebbe difficile capire il perché, e infatti si propenderebbe più per la seconda perché in una bolla di qualunquismo evidente grattata da parole graffianti e gonfie di significato ci siamo tutti noi: i “pariolini” rappresentano ben altro che semplici abitanti di un quartiere di Roma, i nati nei vari decenni citati in “Velleità” sono un po’ in confusione cronologicamente ma in tanti ci si possiamo riconoscere, e così potremo estendere la cosa anche ai vari innamorati che saranno sicuramente interessati a verificare l’attendibilità delle statistiche citate in “Le Coppie”. Il risultato è un disco in realtà molto fighetto, hipster anche se contro gli stessi hipster si scaglia, dove brani come “Il Pranzo di Santo Stefano” e “Wes Anderson” sono riempitivi belli e buoni, seppur centrali per la comprensione della confezione come un avvenimento unico nel nostro duemilaundici musicale.
Un approccio polemico a tutto, si sa, piace, ed è proprio questo il modo che ha “il cane” per sfondare le porte aperte della critica sociale intesa come critica alla massa. Che poi più di critica, si debba parlare di apprezzamento condizionato dalla voglia di distinguersi, questo è ovvio.

Ora riempite questo progetto di attenzione, baciatelo, lustrategli le scarpe e sommergetelo di premi: se resisterà a questo bombardamento mediatico completamente usurante, avremo un vero genio, ma lo scopriremo solo dal secondo disco. Il “sorprendente esordio” di sorprendente ha solo il numero di articoli prodotti prima e dopo la sua uscita, ma tolta la cortina di fumo talmente patinato da perdere la sua tossicità naturale, ci rimane un disco di sicuro interesse per un pubblico molto largo e distinto. Ci vediamo al tour invernale?

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ETICHETTA: Jost, Audioglobe
GENERE: New wave, rock

TRACKLIST:
1. L’Esperienza Segna
2. Anni Settanta
3. Come Cade Chi
4. Cosa Dire
5. Facili Forme
6. Gene
7. Intermezzo Uno
8. Infettami
9. Luce
10. Pensiero in Movimento
11. Un Bacio
12. Tutto&Nulla
13. Alta Velocità
BONUS TRACKS
14. Gene (ft. Federico Fiumani)
15. Anni Settanta (ft. Mao)
16. Luce (ft. Garbo)

“Dammi i soldi e ti porto la soluzione”. No, non c’entra niente. Questa soluzione è molto migliore di quella proposta da Fabri Fibra: L’Esperienza Segna è un disco genuino, un continuo depistaggio verso lidi misteriosi, celati da una parvenza di semplicità che serve solo ad aumentare l’effetto appiccicoso di alcuni brani. In senso buono, si intende.
L’esperienza a cui si va incontro ascoltando questo disco è quasi catartica, tesa quasi a liberare dalla crisi di originalità che pervade un po’ ogni categoria musicale italiana: le bonus track con gli ospiti puntano ad un pubblico più generico, come ultimamente sembra diventato tipico fare, irretendo i più distanti con i grossi nomi (Fiumani e Mao, in questo caso). E’ un pop rock d’autore, con un languido sguardo al passato, soprattutto ai settanta e gli ottanta, con riferimenti testuali che ricordano Le Luci, Dente e Bugo, forse anche qualche cantautore più lontano nel tempo, e un contesto musicale pienamente new wave, con venature dark che certamente contribuiscono a colorarlo di toni cupi e intimistici, sporchi di malinconia soft rock che ricorda proprio gli anni di cui si parlava. Le atmosfere romantico-decadenti di “Luce” fanno il resto. Determinante anche la strumentale “Intermezzo Uno”, che quasi svolge da lente d’ingrandimento nei riguardi del genere che la band propone, rozzo ma levigato contemporaneamente, sporco ma limpido.

Il disco è veramente molto bello, conscio delle sue potenzialità e per questo pronto a penetrare la scena in maniera decisiva. Il progetto Soluzione è destinato ad arrivare in alto, la strada l’ha già trovata e si ricerca ora una conferma definitiva. Gran lavoro, veramente.

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ETICHETTA: Domino
GENERE: Indie pop, synth-pop

TRACKLIST:
1. Lion’s Share
2. Bed of Nails
3. Deeper
4. Loop The Loop
5. Plaything
6. Invisible
7. Albatross
8. Reach a Bit Further
9. Burning
10. End Come Too Soon

Destrutturare un impianto costruito e istituito con la delicatezza di uno scultore di cristalli non è certo un lavoro semplice. Soprattutto se era davvero fatto di cristallo.
Essenzialmente, ascoltare Smother significa trovarsi di fronte all’involuzione decisiva nella carriera di una band che ha fatto del pop un terreno da esplorare in maniera visionaria ed estetica. Abbandonandosi alle più caustiche delle scosse metaboliche, procedimenti che si intersecano tra loro senza volerlo creando un intreccio di art, synth e alternative pop come da tempo non se ne sentiva. Sempre con le dovute riserve.

Smiths & co. avevano lasciato un segno incancellabile nelle uscite discografiche precedenti, ma i Wild Beasts hanno pensato bene di mandare prematuramente in pensione le chitarre graffianti e tipicamente indie che hanno sempre caratterizzato il lato grintoso e vivace del loro sound, per trarre in inganno l’ascoltatore più mediocre con un impianto più melenso e pop, accelerando la rincorsa agli ingredienti che mantengono, salde, le redini delle classifiche sempre più spopolate. Ma scostando la porta socchiusa che cela la verità, si scopre che non è così: Smother è tutt’altro che commerciale, e svela scintillanti soluzioni romantic pop che protendono i propri fasci neuronali verso un rock energetico ma privo dei suoi aspetti più visibili. Mancano distorsioni possenti, componenti esageratamente ballerine, stereotipi indie e cantati da gorgheggiare come forsennati nelle popolari fashion disco da post-live degli ultimi anni: rimane il forte senso di evocazione e riflessione emanato dagli strumenti più particolari inseriti in questo lavoro, partendo dal glockenspiel per finire con il dulcimer e le pulsazioni elettroniche più intimistiche. Più art di così, non troverete granché.

Con perle di alt pop come “Albatross”, soporifera quanto seducente, e “Deeper”, rimasuglio di vecchie prostrazioni Talking Heads ma rigiocata in un ambito più moderno e radioheadiano, non si può certo parlare di dietrofront. Il passo in avanti c’è stato, forse con una falcata troppo poco ampia, ma si parla pur sempre di un disco di grande qualità. Maturo e completo.
Prova del nove al prossimo turno.

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CARONTE – CARONTE (Pogoselvaggio! Records, 2011)
Pastone selvaggio di psichedelia, progressive e rock sperimentale di derivazione principalmente americana (noise, funk e metal compresi nel prodotto dei palermitani). La miscela cola in maniera molto produttiva nei due brani del self/titled, un lavoro interessante, vario, completo, dove ogni strumento si prende i suoi momenti da protagonista. Il risultato finale forse risente un po’ di alcune pecche nel songwriting, ma si potrà tutto sistemare al prossimo full-length. Essenzialmente un gran debutto.
VOTO: 3.5 su 5

MATHI’ – PETALIRIDENTI (Autoproduzione, 2011)
Napoli è una fucina di talenti da molto tempo, soprattutto quando si tenta di abbandonare la tradizione popolaresca dialettale. In questo caso si è tentato di coniare il cantautorato italiano con l’alternative più sperimentale della nostra penisola (…A Toys Orchestra, Giardini di Mirò, forse addirittura qualcosa degli Yuppie Flu), con un risultato molto interessante: un disco variopinto, dalle atmosfere poetiche, dove i testi hanno un peso anche troppo evidente e rischiano di fagocitare le bellezze delle categorie strumentali. Dopotutto Petaliridenti è quanto di meglio poteva nascere con le premesse che la band ha messo in atto, gran disco.
VOTO: 3.5 su 5

AMYCANBE – THE WORLD IS ROUND (Open Productions, 2011)
Un quarto d’ora di delizie poetiche, oniriche, ispirato alla Stein, da cui è tratto anche il titolo del disco; un universo sperimentale, tecnicamente perfetto, dove il pianoforte si colloca nel suo mondo di strumento emozionante e d’accompagnamento. Non mancano le influenze classiche, in questo bellissimo album di grande musica italiana cantata in inglese: è tutto molto dolce, come ci insegnano in patria anche gli …A Toys Orchestra, e la voce femminile aiuta. Semplicemente un piccolo miracolo, aspettando ulteriori full-length che possano bissare le bellezze romantiche di questo EP.
VOTO: 4.5 SU 5 

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ETICHETTA: Tannen Records
GENERE: Indie pop, power pop

TRACKLIST:
1. Spinning Round The Wheel
2. So Far So Close
3. Sleep It Off
4. Elizabeth
5. Evelyn Town
6. Enemies for Friends
7. The Meaning of Fire
8. One by One
9. Sweetest Lullaby
10. Dirty Tricks

C’est La Vie.
Proprio così. La spensieratezza che si contrappone al senso di disagio che la vita quotidianamente infonde. Questa vita, perlomeno. E’ questo, il nuovo disco dei Radio Days. Essenziale metodo lenitivo per le piaghe della nostra esistenza.
Attenzione, occorre non esagerare: siamo di fronte ad un piccolo, geniale se vogliamo, esperimento indie pop venuto in soccorso della sciatta scena italiana, piena di elementi importanti ma anche di individuali tentativi di riscatto che fungono solo da spartiacque, da insicure barriere prive di succo. Non si collocano in questa categoria i dieci brani dei Radio Days, sospesi tra killer tunes e sferzate à-la-Alex Chilton, dove non ci s’impregna mai di toni eminentemente e prepotentemente rock, ma si strugge nella dolcezza sommessa di molte ballads, spesso intensi episodi nerdacchioni che ricordano parzialmente gli Weezer dei bei tempi (Pinkerton? Ma non solo).

Sostanzialmente si riesce, con C’est La Vie, a delineare lo specchietto informativo di tutta una scena power pop (e indie pop) come piace alla scena attuale. Tra tonalità beach e surf, il punk leggero dei nuovi linguaggi new wave, e il vecchio brit pop, si stagliano eminenti le influenze ramonesiane, che mai possono mancare in un disco che si possa definire moderno, termine che esplicita effettivamente tutte le derivazioni dei decenni presenti (cioè anche dei settanta e degli ottanta, totalmente presenti anche in questo album).
La maturità palese e quasi mai celata del songwriting tradisce una certa percentuale d’imprecisione tecnica, che non sbilancia in nessun modo il verdetto finale: un disco pressoché ottimo, a passo coi tempi, fresco e puro. Per voi.

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RECENSIONE SCRITTA PER INDIE FOR BUNNIES
GENERE: Folk pop
ETICHETTA: 42, Vaggimal

TRACKLIST:
1. Casual Things (wall, book, dawn)
2. Rather than Saint Valentine’s day Part 1
3. Rather than Saint Valentine’s day Part 2
4. Wejk Ap
5. Low-Sir
6. The Moka Efti Crazy Bar
7. Solanje

Come dire, la prima cosa interessante di questo disco è la sua immagine, ottenuta da una presentazione particolare che gli conferisce quest’aura di lavoro “pane e vino” nato tra i monti dove “il sindaco, il panettiere, il mugnaio e lo spazzacamino cantavano con loro a messa”. Allora uno cosa si dovrebbe aspettare? Suoni tirolesi o d’orchestra trentina d’altri tempi, al limite quelle bande da festa paesana a cui sono abituati i Comuni della Val di Fassa o della Carnia? Si, sembrerebbe, ma poi il disco si presenta semplicemente come l’ennesima sorpresa indie folk pop che noi italiani sappiamo fare molto bene.
I C+C Maxigross viaggiano veloce alla scoperta di quello che è l’interesse mediatico ancora troppo acceso nei confronti dell’universo folk americaneggiante d’importazione, genere che si salverà solo il giorno in cui lo faremo diversamente e riusciremo ad esportarlo più che fagocitarlo immeritatamente. Però suonano bene, i motivetti reggono e si ascoltano (e canticchiano) con piacere (“Rather Than Saint Valentine’s day Part 1”), con il suo strascico pop che comunque ha anche le sue retroscene beatlesiane (la part 2 del pezzo appena citato), quasi da paragonare per alcuni versi ai Babyshambles, finendo per rendere il disco la giusta accozzaglia di elementi folk pop moderni. Bon Iver, Suede, tradizione popolare, Fleet Foxes e Iron & Wine. Se manca ancora qualcosa, ascoltate “Low-Sir”: è la chiave di volta britannica, candidato a singolo, un brano veramente molto radio-friendly che si ricorderà nel tempo se a qualcuno fregherà pubblicizzarlo.

Supera che non serviva fare un disco così, e avrai comunque una perla italiana come poche, candidato tra i dischi dell’anno (nel genere, non in generale) per quella patina veramente “popolareggiante” ma ancora indie che ormai sporca ogni lavoro sedicente folk. E’ un bene quando, come nel caso dei C+C Maxigross, trovi gente che sa suonare.

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RECENSIONE SCRITTA PER INDIE FOR BUNNIES
ETICHETTA: Pippola Music, Quasi Mono Records
GENERE: Indie-pop

TRACKLIST:
1. For You
2. Suitcase
3. Beautiful Mind
4. Meaningless
5. Place to Hide
6. Homestead
7. Shooting Star
8. Airstrip Zero
9. Merry-Go-Round
10. Grand Avenue

RECENSIONE:
La formazione bresciana degli Annie Hall torna a due anni di distanza dall’ottimo Carousel con un nuovo lavoro, “Annies”, pronto a bissare il successo di critica del predecessore. In un oceano di band analoghe, dove il revival del pop britannico in salsa lo-fi moderna à-la-Wilco è talmente di moda da aver fagocitato nell’ultimo biennio anche l’indie ballerino più propriamente derivato dai Joy Division, riescono a distinguersi, complice anche la produzione di Ferrario (della cui rosa di artisti prodotti il più vicino per sonorità è, per quanto dissimile per il genere proposto, Morgan), prima di tutto per una varietà incredibile nel sound dei brani, e in seconda battuta per un songwriting molto più maturo rispetto alle uscite precedenti, che ci toglie anche il necessario beneficio del dubbio.

In tutta onestà, non si poteva aspettarsi di più dai lombardi: questo genere ha dei limiti, che risiedono nel confine tra imitazione e personalizzazione, borderline che gli Annie Hall riescono ad abbattere per proporre una soluzione altamente caratteristica che sfida i campioni in carica nel settore (gli Eels) sul piano dell’internazionalità del prodotto. Sarà dura per loro e la nostra pessima pronuncia inglese sfondare all’estero, ma per il resto le carte in regola le hanno sempre avute. Si sentano papabili tormentoni di perfetto pop come “Suitcase” e il suo incedere palesemente blueseggianteì oppure la beatlesiana “Place to Hide” che ci ricorda da vicino il nuovo progetto Gallagher dei Beady Eye, ma solo perché li abbiamo ascoltati da poco. Vai più indietro e sarebbe la giusta fusione tra i Velvet Underground (vedi “Airstrip Zero, dove la voce ricorda ancora molto Liam anche per la timbrica), influenza primigenia per l’intero Annies, e, ovviamente, i Beatles del loro periodo più tardo.
Quando si cede alla psichedelia, ma sempre in salsa indie pop scarnificato e semplificato al massimo, in virtù di una logica di impatto facile basato su impianti privi di fronzoli ed arricchimenti non indispensabili, ci troviamo di fronte a brani molto interessanti ed originali come la leggera e leggiadra “Shooting Star”, uno di quei momenti in cui è più facile contraddistinguere l’essenza British ma non solamente brit-pop della band: perché, volete dirmi che le influenze pinkfloydiane non le sentite?

Il bilancio non può che essere positivo: se l’originalità cede in alcuni punti, non si può certo parlare di plagi o imitazioni, allorché risulta evidente quanto il progetto, per quanto inflazionato dall’hype creato dal disco precedente, si fonda sulle solide basi di una maturità artistica raggiunta abbastanza presto. Le abilità dei singoli strumentisti non sono in discussione, e sono evidenti in ogni secondo dei dieci pezzi proposti: se si scegliesse un musicista secondo il metro dell’incisività dovremo votare il cantante, per la voce penetrante, precisa e, per usare un aggettivo modaiolo, “stilosa” che riesce a suscitare interesse anche nei brani meno forti come la troppo country (ma pur sempre godibile) “Merry-Go-Round”; se invece ci affidiamo alla tecnica, risulta difficile decidere ma alla fine ci dovremo abbandonare alla semplicità trascinante delle rade chitarre.
Cosa manca ancora agli Annie Hall per produrre un vero gioiello di indie-pop come il mercato richiede in questo periodo? Pochissimo, una strada ancora più personale che comunque hanno già imboccato ma della quale non hanno trovato ancora la fine. In Italia questo pop lo fanno bene quasi solo gli …A Toys Orchestra e all’estero è altalenante tra l’eccessiva produttività degli Wilco e la delirante semplicità degli Snow Patrol, che in qualche brano si sentono pure qui. Cosa aspettiamo allora a prenderci il trono con gli Annie Hall? 

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Recensione scritta per INDIE FOR BUNNIES
ETICHETTA: Memphis Industries
GENERE: Indie Pop

TRACKLIST:
1. Cadenza
2. Fragrant
3. Sting
4. Dressage
5. Ocduc
6. Dolli
7. X-O
8. Orvil
9. The Rub
10. The Ink
11. Zalo

Manchester si conferma da qualche anno una città molto prolifica in quanto a band di questo tipo: definirle indie è diventata una moda abbastanza difficile da combattere, ma dopotutto se un genere s’ha da citare, è quello. Aggiungiamo, per l’occasione, l’accezione “pop” che perlomeno racchiude dentro di sé un’essenza di orecchiabilità e facilità d’ascolto che è propria di band come quella di cui si sta per parlare.
I Dutch Uncles vengono, appunto, da Manchester. Nel 2009 apparivano per una comparsata momentanea, scomparendo poco dopo. Nel 2011 ritornano in grande stile, con un disco pubblicato da Memphis Industries (che non è poco, visto che lavorano con Banjo or Freakout, The Go! Team e Cymbals Eat Guitars, per citarne alcuni da un nutritissimo roster), che prende il nome di Cadenza: termine che difficilmente può essere accostato alla musica dei DU ma che, a dire il vero, può descrivere in maniera decisa il groove medio dell’album giacché le canzoni, nonostante alcuni innalzamenti di tono che puntano principalmente a ballabilità e radiofonicità, tendono ad incespicare in ritmi piuttosto rallentati e poco “salterini”. Come dire la tendenza a ritmiche quadrate. Un privilegio di quei pochi che lo sanno fare, e poi chi si lamenta? Perché se il disco è bello è anche grazie a questo.
Le undici tracce raccolgono più o meno tutti gli elementi basilari di una band inglese di successo dell’ultimo decennio: qualche traccia melenso-pop (“Dolli”, con qualche coro beatlesiano che non guasta), le impennate più rock tipiche di band più animate (ma anche i Franz Ferdinand, volendo, però voliamo basso che è meglio), come in “Sting” e “Orvil”, che un po’ si connette con esperienze new wave/post-punk di stampo più eighties a ricordare Talking Heads, Devo, Joy Division e Gang of Four (“Dressage” e “The Ink”), in rapida successione, con una mescolanza in realtà molto subdola che si intreccia con un lavoro notevole alle chitarre nascondendone gli aspetti più evidenti e palesi. Niente scopiazzatura, ma un lavoro intenso di riscrittura di stilemi già sentiti che dona alla band una certa personalità, seppur il sound sia una specie di compendio tra Banjo or Freakout, Scouting for Girls e Everything Everything. Una nota positiva per la conclusiva “Zalo”, dove un mood vagamente dark d’anni ottanta si unisce con un cantato che ricorda MOLTO da vicino Thom Yorke, costringendoci a pensare che i Radiohead sono proprio l’influenza principale di quasi tutti i buoni musicisti d’oggi. Ma poi si ascoltano gli arrangiamenti quasi antagonisti rispetto a quelli della band dell’Oxfordshire e ci si accorge che non è vero niente.

La band sa il fatto suo e i ragazzi ci mettono poco a dimostrarlo (le migliori sono effettivamente le tracce d’apertura, “Cadenza” e “Fragrant”, almeno in quanto ad originalità), utilizzando, come dicevamo, linguaggi già collaudati da tempo, limitando al minimo innovazione e sperimentazione, esprimendo solamente uno stato d’essere che ormai si tende a chiamare “indie”. Sarà un termine adatto? Dopotutto non sta a noi giudicare, ma Cadenza non è un brutto disco e la sua freschezza prettamente pop lo classifica in quel limbo di decine di bei dischi che la gente dimenticherà, proprio quelli che pescando casualmente da uno scaffale ci piacerà riascoltare anche tra una decina d’anni. E tra venti, come sarà?

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Pop, indie pop

TRACKLIST:
1. Patrizia
2. Una Vita col Riporto
3. Costa Rica
4. Marco Corre
5. Figli degli Hamburger
6. Ricomincio da Tre
7. Dentro la Foresta
8. Holiday
9. Bar del Corso
10. Gli Ex-Otago e la Jaguar Gialla
11. Dance A.M.
12. The Rhythm of the Night
13. Una Donna

Beh, eccoci di fronte a Mezze Stagioni, nuova fatica di una delle formazioni liguri più celebri degli ultimi tempi. Il loro (indie)pop di seconda mano, solo perché lo volevano tale, ha conquistato molti, grazie anche a coinvolgentissimi live set che non fanno altro che aumentare questa loro fama di scanzonatori dell’ultim’ora. La ricerca del suono, basilare cioè fondamentale, c’è sempre stata molto poco, limitata al rinvenimento della formula perduta del puro pop: un po’ gli Indiana Jones del genere, se vogliamo, ma con i synth al posto del piccone. Un disco fresco come questo non poteva che arrivare ora che la stagione sta cambiando, pronti ad un tour estivo che ha proprio quel tipo di sound che ci vuole per festeggiare insieme l’arsura di agosto ed i tuoni annullafestival. L’ironia, che nonostante oggi vada molto di moda non si occupa di politica, sbeffeggia questo e quello (“Figli degli Hamburger”) e si spiaggia sempre contro l’impavido muro del lessico nerd che se non parla dell’epic fail poco ci manca. Ma lo fa, comunque, proprio come ci piace. “Una vita col riporto” la migliore del lotto. Sintetizzatori in cima alla lista degli strumenti più importanti a livello di melodia, armonia, arrangiamento, atmosferici quanto basta per non sembrare pad che svegliano solo l’aficionado della strumentale. I riff sono sempre solo e soltanto pop tunes di manica larga, facili da ricordare, così come i testi e le linee vocali. La virata verso i testi in italiano è un rigoroso, vigoroso e terminale gesto di disperata autoconferma di quello che si vuole ricercare: di nuovo, la formula popolare. Se vi siete già stufati di sentire parlare di queste cose, probabilmente il disco non vi piacerà. Catchy, catchy, catchy.

Chi l’avrebbe mai detto che anche così ci sarebbero piaciuti? Forse perché non sono cambiati di una virgola, forse perché solo così una band può affermarsi per qualcosa, strapparsi di dosso la camicia di forza delle etichette e andare avanti solo col proprio nome. Allora, Mezze Stagioni, è davvero il disco-conferma degli Ex-Otago, con tutti i loro limiti ed i loro perché.

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