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Archive for the ‘GENERE: Indie Pop’ Category

A cura di Andrea Marigo

ETICHETTA: Frenchkiss Records
GENERE: Indie pop

TRACKLIST:
You & I
Heavy Feet
Ceilings
Black Spot
Breakers
Three Months
Black Balloons
Woolly Mammoth
Mt. Washington
Columbia
Bowery

Voto: 3.5/5

Mi diverte notare come spesso mi imbatto in band californiane, band che come ispirazione dovrebbero avere lo stereotipo alla Beach Boys, siano invece influenzate dallʼ esatto contrario.
A maggior ragione i Local Natives, originari di Orange County, ripeto Orange County, devono avere un immaginario capovolto.
Il loro secondo lavoro, si distacca dallʼ esordio, che conteneva brani più “solari” che a tratti rimembravano i Fleet Foxes, per comporre in Hummingbird, 11 tracce dal sapore introspettivo e dai tratti decisamente malinconici.
I brani, percorrono strade sofisticate, che ricordano spesso lʼ ultimo lavoro dei Grizzly Bear come in Heavy Feet, si muovono ordinati in un continuo crescendo marcato da ritmiche che si fanno spesse, Breakers e Wooly Mammoth, vengono segnati da pianoforti che dettano gli accenti, Three Months e Columbia, e tutti sono resi prestigiosi dalla voce decisa e allo stesso tempo leggera di Taylor Rice.
Hummingbird è un disco che ha bisogno sicuramente di diversi ascolti, al primo potreste rimanere decisamente indifferenti alla monotonia apparente, ma con una certa calma e soprattutto attenzione, arriverete a dirlo: sarà un pò triste, ma è un bel disco

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Recensione a cura di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: Atlantic
GENERE: Indie pop, alt-pop

TRACKLIST:
Acts of Man
Backyard Skulls
Holy
The Woodpile
Late March, Death March
December’s Traditions
Housing (In)
Dead Now
State Hospital
Nitrous Gas
Housing (Out)
Oil Slick

Bisogna fare un po’ d’attenzione a quando si parla di Frightened Rabbit perché si rischia di confondersi con due band diverse. Gli scozzesi da Selkirk che sono usciti col bellissimo Sing the Greys del 2006, e gli scozzesi da Selkirk che dopo un bel secondo disco hanno fatto un passo falso tradendo le radici folk per strizzare l’occhio al mainstream in The Winter of Mixed Drinks. Sono gli stessi, evidentemente, ma l’anima della band è, in un certo senso, cambiata così tanto da renderli una sorta di caso di band indie bipolare. Partiti, difatti, da un estremamente interessante alt pop che sembrava quasi fondere Bob Dylan, Wilco e Decemberists, si è finiti ai cori da stadio alla Coldplay su una base che attinge dai peggiori Grizzly Bear (che anche nei momenti peggiori sono migliori di questi Frightened Rabbit, e questo anche perché i Grizzly Bear sono una gran band ma non solo…), sfruttando il trucchetto del sedile eiettabile per cacciare fuori dall’abitacolo tutte le buone influenze folk prendendo solo le più ovvie, sterili, inutili manifestazioni dell’indie pop moderno. Inutile, intendiamoci bene, significa che passa su MTV nei programmi fintamente “underground” o cose del genere.
Dopo questo inizio di pulsante cattiveria, un po’ di serenità è doverosa, perché delle dodici tracce che questo disco contengono ce ne sono almeno una metà che nella loro orecchiabilità tracciano un percorso, non tanto nuovo ma comunque diverso e omogeneo, in grado di dare credibilità al corso più recente dei cinque. Le prime tre, poi “State Hospital” e “Dead Now”, materialmente, sorreggono l’intero Pedestrian Verse che, a questo punto, non è poi così brutto: è ben suonato, ben composto, ben prodotto, si fregia anche di qualche singolo piuttosto ben vendibile, e non fa neanche così schifo rispetto a tante menate indie degli ultimi anni, Animal Collective in primis, che però hanno fatto qualche ottimo disco tra cui Here Comes the Indian. Se poi lo vogliamo definire diversamente e lo definiamo alternative e allora non fa neanche così schifo rispetto a tante menate alternative degli ultimi anni, tipo i Band of Horses, che hanno fatto tanta bella roba e non sono per niente uno schifo, ma il paragone regge comunque perché dopotutto i Frightened Rabbit non sono da meno. Tutto sommato la colpa di questa band è quella di aver preso una direzione tanto diversa da quella iniziale e tutti gli ascoltatori di musica più intelligenti sanno bene che criticare un progetto per questo è da stronzi, stupidi e, tendenzialmente, da hipster, dunque su The Webzine tendiamo a considerarla una bella cosa, perché tutto sommato dimostra se i musicisti, detta in maniera molto elementare, “ce sanno fà”. E questi ci sanno fare. Per cui andremo a sfogare tutta questa rabbia repressa contro il plotone di centinaia di rocker traditori della patria che si buttano sulla dubstep improvvisamente e senza preavviso, perché quello è un passaggio davvero insensato. Bel disco.

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ETICHETTA: Moscow
GENERE: Indie rock

http://thecharlestones.bandcamp.com

TRACKLIST:
off the beat
love is a Cadillac
energy
the girl who came to stay

she was a firework
eager beaver
eager beaver (reprise)
let it all hang out
the clue
standing in the prime of life

Nuovo sforzo per i giovani friulani The Charlestones, negli ultimi anni fiore all’occhiello della loro conterranea etichetta Moscow che già ci presentò interessanti artisti del calibro di Trabant e FilmDaFuga. Il primo lavoro, Out From The Blue, vagava in maniera molto interessante nel panorama brit pop con quelle scosse indie rock mainstream che fino a qualche tempo fa andavano molto di moda all’interno di quel revival new wave e post-punk che fece impazzire mezzo mondo. Off The Beat parte dagli stessi presupposti ballerini, potenti e sbilenchi, tra indie pop e punk, ma tenta di rifarsi un po’ di più alle origini beatlesiane di quei linguaggi. She Was A Firework, Standing In The Prime of Life, Eager Beaver e la relativa ripresa sono tutte la contestualizzazione perfetta ed eccellente di quel brit-pop che i Beatles contribuirono a forgiare e rendere celebre, fino a trasformarlo in qualcosa di estremamente influente, senza negare le sue origini “beat” che nel titolo di questo disco sono citate. Sia ritmicamente che melodicamente l’album viaggia su quelle dinamiche spensierate ma danzabili che tutti ancora stimiamo perché sono ancora attuali, e forse a volte avere una band che tenta di rifarsi a quelle situazioni, se da un lato denota poca originalità, serve anche a ricordarci da dove tre quarti della musica che ascoltiamo deriva. Se poi i giovani tolmezzini lo fanno mettendoci anche quella personalità e quel tocco di creatività che manca a molti follower della scuola Beatles, allora possiamo davvero divertirci. Ancora una volta.

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ETICHETTA: Seahorse Rec.
GENERE: Indie pop

TRACKLIST:
1. Two Ways Efforts
2. Eyes Closed in the Sun
3. The Time Has Fallen
4. Borders Ride
5. KMY
6. Vince
7. 57 Hurts
8. Looking for Specials
9. Stop, Think and Talk
10. Ask More
11. Not Yet, Not Yet
12. Everything Is Choice
13. The Pale is Past

The Disappearing One è un nome che si sta innalzando alto nell’universo dell’indie pop italico di stampo brit. Tra Stone Roses, sentori di Pete Doherty e i suoi Babyshambles più tranquilli e il fantasma dei Pulp, linguaggi semplici misti ad un tiepido grado di dialettica cervellotica, pieno di divagazioni sociologiche che danno filo da torcere a chi ha voglia di ascoltare musica semplicemente, obbligando tutti a dare un senso ai brani (il titolo “Stop, Think and Talk” della nona traccia è rivelatore in questo senso).
Several Efforts for Passionate People risponde ad una precisa esigenza del pubblico europeo degli ultimi tempi: il desiderio d’imitazione di una scena, quella britannica, ritenuta da decenni la più prospera, fruttifera e dignitosa. “Ask More” e “Looking for Specials” sono ballate all’acqua di rose che nascondono, neanche troppo bene, l’origine beatlesiana; “Everything is Choice” è sempre tipicamente britannica, ma dalle parti più eighties di un funk rock ballerino; “The Pale is Past” è tra i Pink Floyd e i Flaming Lips un manifesto di soffocata psichedelia. Validi anche i tentativi di uniformarsi al contesto odierno del cosiddetto “indie”, come in “Vince”, senza però rifarsi alle derivazioni punk e new wave sbiadite e sbilenche che stanno copiosamente riproducendosi in maniera distruttiva per la scena.

Sia il songwriting che l’esecuzione risultano maturi al punto giusto, con arrangiamenti studiati in maniera da lasciare la complessità ai momenti marginali dei brani, che hanno tutti un cuore squisitamente radiofonico. La banalità non è di casa nei The Disappearing One, che dai linguaggi triti e ritriti sopracitati tirano fuori solo quanto basta per collegarsi a essi riscrivendone gli sviluppi a proprio piacimento. Originali, quindi, piuttosto che derivativi. A Seahorse saranno contenti di sapere che questo sarà, probabilmente, uno dei dischi dell’anno.

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Recensione di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: Moss Stories
GENERE: Pop, indie, sperimentale

TRACKLIST:
1. Your Stories
2. Tree Roots Turn to Forts
3. Where Were You?

Voto: 3/5 su 5 

Ci sono due indizi: il primo è l’Islanda, il secondo è Reykjavik.
Chi vi è venuto in mente? Le risposte sono due: “niente” oppure i Sigur Ròs. Quella giusta è Sigur Ròs.
Bene, i Parachutes sono identici ai Sigur Ròs, ma veramente identici. Il problema è che essendo identici è impossibile disprezzarli, succede l’esatto contrario: se ti piacciono i primi, ti piacciono anche i secondi.
La band prende il nome dai semi di un fiore di tarassaco e hanno iniziato nel 2003 registrandosi i dischi da sé, in camera.
Alex Somers (Alex & Jonsy) e Scott Alario sono in due. Nella band comunque ci sono un’infinità di personaggi che suonano di tutto: chitarre acustiche, una carrellata di tastiere, giocattoli, percussioni, batterie, bassi, fiati, archi.
La voce è sommersa, dietro si apre un’esplosione di archi e cori.
Quello che traspare da questo EP è un impressionante stratificarsi di suoni nordici, è un trionfo, un risveglio della natura, percussioni di marcia, vecchie e dolci.
Sappiate che i Parachutes si sono anche sciolti, lasciando due album dove la sperimentazione faceva da padrona. Nel 2008 questo EP che sta per “chiusura della carriera”, ed è un peccato perché a differenza dei due dischi precedenti, troppo “di nicchia”, questo lasciava intravedere una strada che poteva aprirsi verso orizzonti più ampi.
Credo non troverete mai questi album in vendita, ma nella pagina MySpace della band li potrete scaricare gratuitamente.
Se vi mancano i Sigur Ròs perché è un po’che non fanno un album, potete consolarvi con i Parachutes che tra poco è primavera, la neve si sta sciogliendo, i tarassachi fioriranno. Avete la colonna sonora dell’opera.

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Ritorna IN BREVE, rubrica assente da tempo, per parlare di tre uscite da noi ritenute molto interessanti, a cavallo tra duemilaundici e duemiladodici. Il primo, anno dell’aria fritta e di qualche piacevole novità, il secondo già partito bene ma che come il 2011 finirà per il deludere.
Ma tenteremo di non sconvolgere la vostra mente aperta oltre.

MARCO SPIEZIA – SMILE 🙂
folk/cantautorato – 2011 – etichetta: Accorgitene TM/Screenplay
Missione: saltare. New wave, indie, alt-rock, tutti i generi più in voga degli ultimi anni rimangono fuori da questa piccola perla di rumore acustico folk-swing di ottima fattura. Da maneggiare con cura, perché è un fragile e intenso lavoro di chitarra acustica e sfiatacchiamenti ska che non deludono mai; niente riff orientaleggianti di natura pacchiana, niente fisarmoniche a gogò, ma tanta voglia di fare tanto con poco, usando solo i classici strumenti della “band”. Piccola gemma di letteratura suburbana e musica ballabile senza le pretese di essere vintage. E ora: scatenarsi sotto il palco.

L’AMO – DI PRIMAVERA IN PRIMAVERA (ascolta qui)
indie pop – 2011 – etichetta: Fallo dischi
Un bel disco. Ci si sentirebbe in colpa a concludere qui, tante sono le cose da discutere. Di Primavera in Primavera è un album bollente, un forte calderone rock dalle distorsioni calde, che fondono alt-rock punkeggiante italico à-la-TARM, con i vizi new wave del primo periodo di militanza di Davide Toffolo nei Futuritmi. Come dei Joy Division in panico e con il triplo della voglia di spaccare, la vena è ballerina, potente, incalzante e sbrodolata con una produzione mediocre ma che dà la giusta dimensione del rock fatto con le palle. Sentire “Sulla Svirilizzazione di Quagliarella”, in conclusione, per credere, sviscerando anche tutta l’ironia di liriche veramente fuori dal comune. Per un’etichetta come Fallo Dischi, un’altra uscita veramente spettacolare.

JET SET ROGER – LA COMPAGNIA DEGLI UMANI
pop rock – 2011 – etichetta: Kandinski Records
Questa è musica d’autore, pop rock italiano che con il cantautorato ci va a nozze, ma che non smette di contaminarsi di nuove bellezze d’oltreoceano. Come un indie pop sfrontato e semplificato, freddo, che penetra in alcuni di questi italianissimi brani (“Guarda Fuori”, “Ti Avvelenerò”), mentre invece il suo cuore è britannico, spostando il raggio d’azione verso un brit-pop più pazzerello e bohemien, alto di spalle, dalle forti venature liriche. Cinismo e metafisica trascendentale per dei testi misantropi e di grande pregio, mentre l’inquietudine del pop nero di La Compagnia degli Umani vi permeerà della sua malizia profondamente idealista, romantica. Un Wilde in musica negli anni della musica fallita. Da non perdere.

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Recensione di GIACOMO “JACK” CASILE
ETICHETTA: Eclectic Circus
GENERE: Pop, indie

TRACKLIST:
1. Your Symphony
2. Zombie My Dear
3. Down the Shades

“Lights On Lights Out” è il nuovo lavoro di Ed, progetto musicale attivo dal 2007 incentrato su uno stile pop/folk di chiara influenza inglese. Si tratta di un ep di breve durata dall’atmosfera intimista e malinconica, composto da tre brani prodotti dalla cantautrice marchigiana Beatrice Antolini. L’opener “Your Symphony” è davvero molto interessante; parte come la più classica delle ballate folk per poi esplodere nel bellissimo ritornello, dove il mood del pezzo cambia radicalmente diventando più scuro ed escono fuori influenze alternative rock anni ’90. Questa commistione di generi che caratterizzerà tutte e tre le tracce di “Lights On Lights Out”, ha dato luce ad un sound abbastanza convincente e personale che potrebbe essere la chiave di volta per il futuro del progetto. Si prosegue con “Zombie My Dear”, il brano apre le danze con chitarre distorte e un riff a singhiozzo molto simile a quello di “The Hardest Button To Button” dei White Stripes, per poi passare alla parte cantata che ricalca il sound del periodo psichedelico dei Beatles. La traccia mostra una parte più rock di ED ma non riesce mai a convincere appieno. Molto meglio la conclusiva “Down the Shades”, ballata dolce e malinconica che culla l’ascoltatore fino allo splendido crescendo finale.
Che dire, questo ep è un gran bel passo in avanti rispetto ai due album precedenti e proietta ED tra gli artisti nostrani da tenere d’occhio per gli anni a venire. In attesa di un prossimo lavoro più completo intanto consiglio di dare un’ascolto a “Lights On Lights Out”, visto che si tratta di una buona anticipazione.

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