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Archive for the ‘GENERE: Doom’ Category

ETICHETTA: Cave Canem D.I.Y.
GENERE: Doom

TRACKLIST
The Dark Passenger
Run Out
Measure
Monstro
Lose

Tornano gli spettrali Quiet in The Cave a portare un po’ di oscurità nella scena italiana. Le cinque canzoni di Tell Him He’s Dead incardinano percettibilmente tutto ciò che la precedente produzione della band aveva creato come riquadro riconoscibile della loro attività, le scure demarcazioni chitarristiche di un doom marziale, eccessivamente cadenzato, la batteria che marcia come un macigno continuo e le atmosfere assolutamente dark, onnipresenti. Non lontani dai Candlemass più lenti, agli inizi, finiscono con questo disco verso contesti più post-rock, vicini agli ultimi Isis, ma con una pesantezza generale più accentuata da un’aria greve, quasi irrespirabile, di polverosa e lugubre desertificazione. E’ space rock quasi à la Motorpsycho quello di Run Out, ovviamente concepito in maniera più propriamente doom, così come Monstro emette cattiveria pura lungo tutta la sua durata. La catalessi continua di questo disco è quasi catastrofica, e se non altro la potenza con cui vomita certe frequenze ha un effetto antiemetico. Il disco, infatti, è più che gradevole, nonostante il suo progredire lunatico. La scelta di suoni più post-qualcosa è volutamente un passo avanti verso un’orecchiabilità maggiore, ma che viene continuamente disturbata da interferenze quasi drone e black metal. Il risultato è un ottimo tentativo di essere sé stessi con la voglia di evolvere, riuscendoci appieno. In sintesi, ne avevamo bisogno.

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Recensione a cura di RENATO RANCAN
ETICHETTA: Profound Lore Records
GENERE: Doom


TRACKLIST:
1. Foreigner
2. Devoid of Redemption
3. The Legend
4. An Offering of Grief
5. Given To The Grave

Pochi gruppi possono dirsi più importanti dei Black Sabbath, fondatori di almeno due generi: metal e stoner; furono capaci di pubblicare in pochi anni sei album capolavoro che li consacrarono nella storia del rock, impossibile contare il numero di gruppi ispirati a loro. Con la fine degli anni ’70 finirono anche loro, le strade di Ozzy Osborne e Tony Iommi si divisero a causa degli eccessi di droga, e nacquero due carriere diverse, una nel mainstream del rock, dando luce a nuovi e inutili classici, l’altra partita col botto, sempre dignitosa ma alla fine noiosa.

I Pallbearer non sono altro che una delle tante possibili evoluzioni dei Black Sabbath, magari quella che tanti fan come me sognavano negli ultimi album da Iommi ma che non è mai arrivata: doom epico e melodico ma mai di cattivo gusto, sempre con moderazione, tempi lenti solenni avvolgenti ma non asfissianti come nel funeral doom metal, si viene cullati in questo ripetersi di neri riff perfetti nel loro incedere, una batteria posata, con il ride sempre ad accompagnare come nella migliore tradizione doom, ed infine la voce che al primo ascolto lascia le orecchie spalancate: un nuovo Ozzy Osborne, più esile e angelico, ma dalle inflessioni inconfondibili, difficile non rimanerne affascinati.

Ma perché parlare di un album così derivativo? Semplicemente la maggior parte del rock non si basa sull’innovazione ma sulle belle canzoni, e Sorrow And Extinction colpisce per questo, all’esordio questa band si mostra già matura, un suono azzeccato ed evocativo, canzoni dalla struttura da manuale, e una forte dose di personalità, i riff rimangono impressi come nuovi classici e la voce calza a pennello: fa riflettere su come lo stesso bistrattato Ozzy, dalle prestazioni vocali spesso imbarazzanti, sia stato fondamentale per intere scene, si pensi agli Sleep.

I Pallbearer sanno scrivere grandi canzoni, consapevoli dei propri mezzi e con l’intera scena metal già pronta ad acclamarli, vedremo se sapranno mantenere le aspettative che si fanno davvero alte per il prossimo album.

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Recensione a cura di RENATO RANCAN

ETICHETTA: DIY
GENERE: Doom, sludge

TRACKLIST:
01 – Ungod (6:23)
02 – Considerations/Commiserations (3:00)
03 – Avoid the relapse (3:06)
04 – Modern slave blues (4:48)
05 – The perfect mix (6:00)

Rumori di un galeone nelle acque di chissà quale pianeta, sembra legno ma è metallo, pesantissimo, bruciante e profondamente doom.
Riff monolitici e discretamente angoscianti, i ragazzi urlano e sbraitano mentre fanno girare i remi di questo galeone che viaggia senza meta, non c’è nemmeno una Moby Dick ad aspettarli.

Tutto nasce come sempre dai Black Sabbath, ma filtrati dai loro discepoli: quelli che più hanno abusato della Sweet Leaf, si parla di Sleep, Crowbar, EyeHateGod, Electric Wizard ma anche sprazzi di God Machine, Cathedral e pure Nirvana.

“Ungod” fa della monotonia il suo punto forte, un incedere marziale che esalta le distorsioni delle chitarre martellanti, quasi industrial. La seconda traccia, “Considerations/Commiserations”, dà invece qualche indizio di stanca, all’inizio ammicca a certo grunge per poi sfociare in una desert song.
C’è tanta sana ignoranza in questo lavoro, e va preso così, la cura del riff è spesso sopraffatta dalla voglia di incedere, di macinare le orecchie dell’ascoltatore, la cosa riesce bene ma quando il gruppo tenta un passo in più nascono i momenti più interessanti dell’EP, come al centro di “Modern slave blues” che rende più attento l’ascolto, mi auguro sia questa la strada futura della band visto il genere è già stato saturato dai loro predecessori.

“Tales of addiction and despair” è un lavoro già maturo, un po’ fisiologicamente monocorde ma che piace principalmente per le buone promesse per il futuro, non ci resta che aspettare questi giovani veneziani sulla lunga durata.

 

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