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Archive for gennaio 2016

Tracklist:
Moresca di Sèlavy
It’s now or never
Gloomy Sunday
Amsterdam
Feed the birds
Jolene
Bada bambino, bada vampiro
Lili Marleen
Dona
All I have to do
Litosfera (il cielo in una stanza)
Circle game
Maremma amara
Musica proibita (qui sotto il vidi ieri a passeggiar)

cover.jpg

Durata: 68’19”
Genere: Teatro canzone d’avanguardia
Voto: /

Articolo scritto da: Claudio Milano

“Scratch My Back”, sentenzia Peter Gabriel, mentre Dylan canta Sinatra, Robert Plant, in occasione della cerimonia di consegna dei Kennedy Center Honors, piange a telecamere accese, durante l’esecuzione di “Stairway to Heaven” delle Heart (beh, del resto, cosa aspettarsi da un gruppo di siffatto nome, se non l’induzione al palpito?). I King Crimson abbandonano le improvvisazioni dal vivo su “Live at Orpheum”, per mostrarsi copia carbone di sé stessi e non solo, scindono la formazione in un Giano Bifronte (l’altra faccia, identica, è quella del Crimson ProjeKCt) che permetta a Pat Mastelotto e Tony Levin di far soldi con lo stesso repertorio, in due formazioni “diverse”,  in due tour contemporanei. Geniali. Ma non solo, Trey Gunn (del ProjeKCt), non pago di questo, fonda il Security Project (qui almeno la “k” se l’è risparmiata), chiamando a corte un clone di Gabriel, tale da aver cambiato nome di battesimo, per dar “lode” al repertorio dell’ex Genesis. Solo per parlare di qualche nome ben noto, perché la carovana del Tale e Quale Show, è talmente viva e radicata nella nostra cultura, oggi, da lasciare un solo pensiero: la cultura occidentale è morta. Se serve questo per farci sentire vivi, che davvero tutto finisca  in fretta, assai in fretta, perché è uno spettacolo nauseabondo.

Coucou Sélavy, celebra questa morte e lo fa a modo suo, con naturale e irriverente grazia. Il geniale ricercatore vocale, drammaturgo, regista, attore, poeta romano, dopo aver dato alle stampe nel 2011 “Rien Ne Va Plus: Differita Giocar”, ordito assieme a Ladamerouge, pubblica nel 2014, “Cara o Che?”, considerato a tutti gli effetti, dall’autore stesso, sua prima opera effettiva e compiuta.
Il precedente, che mi piace ricordare, era album tra carillon dolenti, field recordings, marce sbilenche, archi sintetici da operetta da camera, grondanti romanticismo decadente, elettronica ora inacidita, ora da suono puro, pianoforti neoclassici quanto minimali e voci affastellate, in molti fantasmi di sé, a definire un’estetica tra Grand Guignol, gioco e psicodramma. Qualche estratto da quel racconto già vivo e carico di suggestione visiva e capacità d’evocazione. La dolcezza di “No, rien à dire”: https://www.youtube.com/watch?v=B3vxwFKIcsY , pur accompagnata da suoni di voce gutturali e troncata con una violenza da cesoia, tale da far davvero male; l’elegia farsesca e in qualche modo autobiografica, di un Sisifo che “aveva cominciato a vomitare versi”: https://www.youtube.com/watch?v=u3UiRe6Lkns , dove la bellezza grande della melodia, che sa elevare davvero lo spirito, laddove poco altro può, si sposa a suoni vocali onomatopeici. Son rare davvero, le composizioni che riescono a sposare forma canzone a classicismo con simile potenza; lo struggimento senza fine della melodia balcanica di “Lament”, che  trova quiete nel mezzo per poi sbattere la porta in faccia a un mondo rinnegato: https://www.youtube.com/watch?v=qJDq-v9nwGE . L’apice, ma questa è solo un opinione personale, spetta forse a If I, the Branches and the Night https://www.youtube.com/watch?v=_XOne4ts6ZE , ballata di una bellezza luminosissima, appoggiata ad un palpitare elettronico dal sapore nordico e aperture sinfoniche da brivido. Una brezza davvero, che diventa violenza inflitta quando il canto, diviene in italiano e rivela la necessità del decadere del tutto. Un gioiello.

L’assiduità del rapporto col mondo teatrale, conduce l’artista, alla necessità di trasfigurare ulteriormente la realtà attorno, approfondendo in maniera esponenziale lo studio del suono vocale in ogni possibile esternazione, fino a farne, a mio avviso, tra i massimi interpreti di teatro voce al mondo. Lontano da manicheismi, ma con un’urgenza espressiva che travolge con audacia non “raccontabile”, ogni materia affrontata, Sèlavy dà vita all’idea di un disco di canzoni talmente rimodellate da divenire materia propria e non riconducibile alla fonte d’origine. Una sorta di rievocazione di morti che furono, attraverso il canto di fantasmi che han troppe memorie, per non confondere contorni e generare nuova sostanza. A un’Europa che si celebra imitando sé stessa, l’artista romano, sostituisce la contemporaneità a partire da macerie e il risultato, oltre che geniale, è un capolavoro. Le voci, s’imbevono di tonnellate di riverberi, caratteristica che diventerà d’ora in poi cifra stilistica. C’è gioco e dramma, come nell’incipit di Moresca di Sèlavy, che da campionamenti, esplode in ritmiche incalzanti, voci da basso e contralto, che più che esser ricercate, emergono da chissà quali vite precedenti, come in una Terapia “R”eincarnazionista. E’ come se fosse la musica a cercare Sélavy e non viceversa. Esilarante It’s Now or Never, con testo che diviene in italiano, a raccontare storie d’amore e di sangue. Suoni aspirati, profondamente gutturali, raschiati sino all’impossibile, caratterizzazioni che raccolgono l’immaginario dei cartoon s’alternano senza sosta a recitativi, che provengono da un luogo imprecisato nel tempo e nello spazio. “Gloomy Sunday”, fa davvero spavento, assai più di qualsiasi esecuzione della Galàs. Non me ne voglia (o me ne voglia, a suo piacimento) Sèlavy, ma “Amsterdam”, è quanto di più emozionante emerga tra questi solchi, al punto da farne la versione più bella che mi sia stata data d’ascoltare. Qui, l’intensità è debordante, sostenuta da growling devastanti/devastati, alternati a frequenze da mezzosoprano davvero impalpabili e dà potenza al testo, rendendo il porto quello che davvero era e rimane nell’immaginario collettivo, transito, illegalità, gloria che apparirà con facce ben più pulite nelle dimore borghesi. Dall’elegia di “Feed the Birds” e la fisicità di “Jolene”, si arriva al delizioso, cabaret di Bada bambino, bada vampiro con la voce che indossa giocosi panni da crooner. Carezzevolmente laida “Lili Marleen”, che nello spirito davvero richiama bordelli e sadismi dittatoriali. Dona, recupera la tradizione del madrigale italiano e lo fa con un cantar lirico multiottava d’una eleganza che non ha possibili referenze nel mondo pop-rock tutto, perché proprio alle più nobili voci operistiche della prima metà del ‘900 fa riferimento e non a chi già le ha imitate a modo suo. Qui c’è un farsele risuonare dentro e addosso. Ripeto, la sensazione più frequente, nell’ascolto e quello che Sèlavy sia più spesso “tramite” di quanto esterni, più che artefice, secondo un’idealità tardo-romantica, che onestamente credevo fosse estinta e che qui invece, canta con tutti i fantasmi delle storie personali e non, che abbiamo, più o meno coscientemente, attraversato. All I have to do, crea un bridge vocale, tribale, sospeso, da incubo, laddove nella canzone originale, c’era solo un accordo maggiore e va a dissolvere la sezione strumentale in flanger reiterati pari a drones. Un’intuizione di pregio. “Il Cielo in una Stanza”, diviene “Litosfera” e trasforma, lo spazio che più comune ci è, in un “non luogo” dove orchi e fate disseminano un baluginio terrifico e incantevole, come nell’ottica del più sublime dei romanticismi senza retorica. Contemporaneità avanguardista tra le più grandi che mi sia stato dato d’ascoltare. Circle Game è un riatterrare, un riorganizzarsi, tra architetture delle diverse parti del sé che vanno ad armonizzarsi, come in un mosaico composto e fremente. Bassi spaventosi arcaizzano “Maremma amara”, quasi a portarla in chissà quale luogo assai ad Est d’Europa. Il tuonare della voce da basso profondo, in “Musica Proibita” (qui sotto il vidi a passeggiar), s’accompagna a campionamenti di tuoni dal cielo, mentre il pianoforte, muove un  ondeggiare di speranze anelate, ma che già si percepiscono perdute. Il finale sorprende per l’irrompere di una sezione elettronica a richiamare un ensemble di musica antica. Non è solo musica questa, è teatro, visione, scorrere a profusione di frame cinematografici, tale da togliere il fiato.
Una delirante ghost track di quasi otto minuti, decompone, ricompone tutta la materia affrontata, come nei giochi di nastri di Pierre Schaeffer, in un vortice che sembra non solo chiudere un disco, ma una vita. Come guardare un tir che ti viene addosso senza avere la possibilità di sterzare. No, non si deve parlare di questa musica, solo viverla. Al disco, fanno seguito numerosi video on line che vanno ulteriormente ad indagare questo  percorso. Tra questi link, brani del disco e non:

Amsterdam: https://www.youtube.com/watch?v=sWyT0GF69og

Vecchia Zimarra: https://www.youtube.com/watch?v=_x8sjMpY3Ws

Litosfera: https://www.youtube.com/watch?v=fxvXWqq7UOo

Black is the color: https://www.youtube.com/watch?v=u0u2BWa1STM

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facciata Nequaquam

TRACKLIST

Incipit
Precipices
L’Entropico Squallore
To the Center (of the Earth, of the Hearth)
Nequaquam
Orfeo, Banfi Lino-lillà
All this World
Nada Rosso Sangre alla Sera
What hides (or Skyes)

Durata: 25’37”

Tutte le voci e strumenti a cura di Coucou Sélavy

Genere: Teatro/Avantgarde
Redattore: Claudio Milano

Il fratellino piccolo (è in India!) qui, di fronte al tramonto sul prato di garofani.”
(A. Rimbaud)

Coucou Sèlavy è attore, ricercatore vocale, compositore, poeta, drammaturgo (in chiave unicamente teatrale lo pseudonimo fa riferimento anche all’attrice e cantante Silvia Pegah Scaglione).
Invocazione, cercata come in un rito, fatto di fantasmi, morti e resurrezioni, decorticazioni. Farsi tutt’uno col tutto, ridurre il momento a una vita e la vita a un momento. Poesia che diventa immagine, scenario e declamazione teatrale che reclama, anche, il cinema, quello delle prime avanguardie del ‘900. Ma non è in oggetto il parlar di un disco? No. Null’affatto. E’ in oggetto il parlar di vita, quella che abbandona il senso del dovere, per diventare “essere”, sempre, indistintamente. Non è possibile parlare di un “solo” lavoro dell’artista (e in questo caso caso il termine ha un significato “antico”, mitteleuropeo, di chi favorisce nuovi linguaggi a bocche stanche di proferire stessi verbi), perché in contemporanea c’è un intero mondo che si muove appreso ad esso e che tra le tracce di un disco non compare, non dichiaratamente. E’ presente solo per chi ne segue le tracce con costanza. Un canale Youtube in continuo aggiornamento: https://www.youtube.com/channel/UCNniEM3lfIDZnH8_pEgAdsA , una pagina Facebook che diviene diario su cui appuntare intuizioni, incontri, maledizioni, giochi: https://www.facebook.com/silvia.francesco.coucou?fref=ts .

Al centro della poetica è la voce, intesa come strumento d’indagine e manifestazione. In questa Voce, ci sono tutte le voci che l’Europa ha generato dal Barocco almeno, ad oggi. Numi tutelari che a citarli tutti si diventa ridicoli, ma tant’è che son morti nella memoria collettiva, che almeno riportare il fatto che “son stati”, diviene cosa che se a muover qualche interesse, male non farebbe. Chaliapine, ad esempio, “ a cui nessun cantante d’opera piaceva; che preferiva applaudire gli attori russi, che li invidiava quando, con la loro voce, imitavano ed evocavano i colori e gli accenti del contadino, del principe, del soldato, del mendicante, del frate sfratato o del mistico ortodosso, mentre lui, in quanto cantante, era condannato a restare prigioniero di quelle vocali tutte oscurate, omogeneizzate, indifferenziate.” (cit. Matteo Marazzi); Artaud; il primo Carmelo Bene; l’implosione progressiva di Leo De Berardinis. Ma anche Johnny Cash, Leo Ferré, Richard Benson, i caratteristi del cinema, dell’avanspettacolo che fu e i doppiatori, il polimorfismo vocale di Sopor Aeternus e Mario Panciera (Devil Doll), qui imbevuto in ambienti e riverberi ora enormi, ora secchissimi, ma davvero, la lista sarebbe infinita, d’altari (mai tabernacoli, qui non c’è nulla che dia la sensazione di “permanenza”, neanche negli amori, neanche nel ricordo della propria storia personale), come di gente da buttare giù da una torre. In questa Voce, l’ossessione per la ricerca di rotondità nei gravi, si sposa a falsettoni rinforzati d’una eleganza senza pari, medi, mai, spinti, a cercare un lirico “cantar moderno” che celebra l’acuto, ma piuttosto un’antica idea di esprimer suono che cercava emozione e non era figlia della ricerca di un’accordatura di quattro muscoli (queste benedette/maledette) corde vocali, che si fan corpo integro e teso (ma nella lirica la tensione non è abominio? Forse, ma qui c’è teatro, quello che vive anche su un marciapiede), a caccia di stelle da accendere e spengere una a una e non “esibizione circense”. Eppure la tecnica c’è e stupore genera, continuo, persino fino al paradosso assoluto, ma è quello stupore che nasce dalla poesia, dalla percezione di una unicità. Sporcature di una cattiveria senza pari (si è oltre screaming e growling, pur presenti), perché il livello, acido, d’emissione, è tale e tanto, da puzzare d’assenzio, sigari, narghilé, oppio, comunicare un senso di profonda malattia, dell’anima. Pustole purulente a margini di corde invece (si spera) intatte, che non risparmiano urlo e carezza, quando si librano a cercare “il fratellino d’India” del citato (e amato) Rimbaud, come a creare vortici di fantasmi, che rendono la vita, un set dove tutto può accadere e mai nulla cambia, né può cambiare. Un senso di decadentismo che non si astiene in alcun modo all’esser lirismo puro, elegiaco. Apparizioni e assenze, dissolvenze, persistenti bui in sala e la percezione di una volatilità del male, improvvisa, come dopo una boccata di cloroformio, o un’iniezione di morfina a rendere il dolore un puntino sempre più distante, fino al bianco di uno schermo nudo e crudo, che diviene consolazione, ultima e definitiva. Ma c’è anche tanta ironia, del tutto estranea a spauracchi “dark”, gotici, espressionisti, esistenzialisti. Un’ironia che a volte va a pescare in una cultura così trash da rendere la narrazione irresistibile. Quello che qui si coglie è LA vita, non quello che vorrebbe, o “dovrebbe” essere. Si, è vero, non c’è la canzone che gira per radio e neanche quella che è andata a generarla su spoglie chiamate più nobili, pur non essendoci neanche dissonanza, destrutturazione, urgenza di far parte del field: “Ciao! Io sono l’avanguardia-spauracchio è ho la faccia che tutti i Festival del Mondo e The Wire mi chiedono d’avere”. Le strutture che definiscono i brani sono mutevoli, non cercano una “definizione”, non la vogliono e non se ne trova da darne, se non Teatro/Musica/Poesia, che siamoci onesti, sarà mica una definizione!

Dura poco più di 25 minuti, ma la tale densità del percorso è tale da parlare di CD e non EP. Nequaquam Voodoo Wake”. Il viatico: da i due movimenti, uno dei quali, Precipices, primo singolo estratto, che introducono all’opera, ambedue sospesi tra citazioni neoclassiche ed elettronica deviata e più semplicemente “sospesi” come etere, carichi di bagliori e voci che come tante parti del sé raccontano di ciò che si è stati e forse si sarà, si giunge a L’Entropico Squallore, primo episodio dove la cupezza diviene necessaria quanto respirare, quando d’aria inizia a scarseggiarne. La voce, prima profonda e progressivamente articolata su più piani e registri emotivi e d’appartenenza di range, si presenta talmente a fior di lacrime da favorire l’immagine di un’anima strappata a brandelli e donata a chi ascolta. To the Center (of the Earth, of the Heart) è sarabanda di ritmiche cerimoniali poggiate su un organo chiesastico, fiati elettrici, chitarre sintetiche, voci che più che avvicinarsi al Vocal Frei, vanno a raschiare il barile di una cassa di whisky abbandonata da Tom Waits, per ergersi solenni ad altezzosità da controtenore con risonanze chiare da mezzosoprano ed incepparsi in un ossessivo, reiterato, distorto declamare in ritmo dispari. Su una struttura minimale, fatta di chitarra, basso e pianoforte, in Nequaquam le voci, disegnano, su poche sillabe, un canovaccio di suoni che esplorano l’intero mondo possibile di emissioni, a partire da cavernosità abissali, acidità stregonesche, sovracuti che scomodano i grandi soprani dei primi del ‘900, timbriche che sposano il Medio Oriente. Un graffiare organi, muscoli e nervi, riportando Roma (qui nasce Coucou Sèlavy) alle fiamme e privandola dell’acqua che l’han resa “caput mundi”. L’orgia vocale si fa ancora più estrema, stregonesca, in Orfeo, Banfi, Lino-lillà, agitata da monsoni di scariche elettriche e un ossessivo incidere dark wave, che si stempera in un inciso fantastico, dove le ritmiche sembrano un gioco di battito di mani a due persone; la melodia diviene canto folk senza tempo, sublime il bridge, il finale deraglia in un cameo Kosmische Musik. Uno di quei pezzi che scaraventano avanti ad oggi e molto, molto più in là, le poetiche di Bauhaus e Virgin Prunes, senza avere necessità di produzioni importanti di chi ha mezzi ma meno sostanza (Zola Jesus, Pharmakon). Ritorna un po’ di pace nello splendido folk di All This World, apocalittico, direbbe qualcuno, se certo David Tibet e i Black Sun Productions, fossero calati direttamente in una rupe, tra effluvi magmatici e baluginio di farfalle tropicali. Ancora furore in Nada Rosso Sangre alla Sera e conclusione con ritmiche EBM, che si raffreddano in un drone mesmerico, nella conclusiva What hides (or Skyes). Nella dimora dei fantasmi, non poteva mancare una ghost track, che ironicamente è 24.000 Baci, certo, proprio quella. Un’ironico rimando a quel “Cara o Che?”, disco dello scorso anno, dove rilettura dei brani è pretesto per re-invenzione assoluta (leggere, scomposizione, ri-composizione e definizione ultima), capacità di giocare con icone, mode e modi, piegando l’intero mondo alla propria estetica, senza “se e ma”, con stile, irriverenza, passionalità abrasiva.

Non è questo, disco di cui si può “parlare”. Non è questo, artista, o meglio, genio, perché davvero “a tutto alieno, dentro il suo tempo e in un posto di cui un giorno (forse), sapremo raccontare”, di cui si deve “parlare”. Soprattutto, non è uno scribaccino di bassa leva, in assenza di poesia e talentuosità artistiche come il sottoscritto, il più indicato a farlo e questo scritto non vuole essere in alcun modo “critica”, solo una “personale introduzione”. Fosse nata da chi, tra i grandi indagatori della musica del proprio tempo, come nell’800, ma anche banalmente, tra gli ultimi critici degni di questo nome del ‘900 (un nome “a caso”, Luigi Pestalozza), che davvero conoscevano tutto quanto prodotto (ammesso oggi sia possibile farlo…) e la materia musicale nella sostanza sua più profonda, forse queste parole avrebbero un senso. Proviamo dunque a darglielo assieme, uno che sia. Non ci sarà oltremodo alcun voto. Questa musica, questo percorso, che non hanno pretese di vendita (30 copie stampate del CD), che vorrebbero rivolgersi a tutti quanti disposti ad accoglierli, ma DEVONO starsene, loro malgrado in un angolo, richiedono una cosa sola: essere VISTI, ASCOLTATI, LETTI.

Signori, a voi, Coucou Sélavy:
“Quando rientro in case che dicono non essere le mie
Altro che aspettare
Pietrificato, ibernato per stagioni a venire, immobili gli epicentri, eppure ai margini,
tutt’attorno e dentro è un agitarsi come di insetti attorno alla luce
E quegli insetti a soffiare ancora stelle, alberi, vie
Che ci aspettano nelle case che abitammo”

(da “Case”)

Link:
Orfeo, Banfi Lino-lillà:

Più baccano faccia il temporale (da Céline su Boccherini):

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Il nuovo progetto di musica elettronica sperimentale Distune, con base a Trieste, ha rilasciato ad Ottobre il primo mixtape per il club di Lubiana (Slovenia) Pritlicje.
Alla ricerca di nuovi suoni per il primo EP, in uscita nel corso del 2016, pubblica questo mix di quarantuno minuti contenente alcune delle tracce più rappresentative degli ascolti di uno dei filoni che influenzerà il suo nuovo lavoro, ovvero la techno, la deep house e la tech house di provenienza francese e tedesca. Ma non solo.

A voi l’ascolto su Soundcloud o Mixcloud.

E questa è la tracklist:
BOXCUTTER – Holoscene
BEASTIE RESPOND – Syncopy (Blawan’s Tretcher Mechanica)
EFDEMIN – Lohn & Brot 1
ACTRESS – Redit 124
ELECTRIC VIOLENCE – Parasitism (Tillaux Remix)
SCUBA – Adrenaline (Aucan Remix)
MONSIEUR MONSIEUR – Arym
THE FIELD – Silent
THE CHEMICAL BROTHERS – Just Bang
LEFTFIELD & CHANNY LEANEAGH – Little Fish
DEADBOY – Black Reign
JOY ORBISON – So Derobe
CLAP CLAP! – Fever
SPANK ROCK – Race Riot
BOYS NOIZE – Dawnload
ITAL TEK – Control

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