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Archive for the ‘ARTISTA: Pearl Jam’ Category

Recensione a cura di FRANCESCO DEL RE
ETICHETTA: Epic Records
GENERE: Grunge, alternative rock

TRACKLIST:
1. Brain of J
2. Faithfull
3. No Way
4. Given To Fly
5. Wishlist
6. Pilate
7. Do The Evolution
8. Untitled (The Color Red)
9. MFC
10. Low Light
11. In Hiding
12. Push Me, Pull Me
13. All Those Yesterdays

Sono passati svariati anni dalla prima volta che presi questo album tra le mani.
Allora ero poco più che un adolescente, uno che i Pearl Jam li aveva sentiti nominare solo quando gli amici, teenagers brufolosi, coi capelli lunghi ed unticci, si facevano grossi rivelando alle masse che, sorpresa delle sorprese, a Seattle negli anni ’90 non ci suonavano solo i Nirvana.
Con gli echi delle voci di quei ragazzini in testa e con il portafogli stranamente pieno (una quindicina di euro, una enormità), un giorno mi ritrovai ad aver comprato Yield, così, senza neanche avere una vaga idea di cosa potesse contenere.
Lo ascoltai qualche volta, ma mi stufò in fretta. Era roba forte, ma non mi trasportava. A sedici anni hai bisogno che la gente ti parli chiaramente, senza che tu ti ci debba concentrare troppo.
L’innamoramento vero e proprio arrivò qualche anno più tardi, ormai verso la fine del liceo, e fu una vera e propria folgorazione.

Il disco inizia forte, “Brain of J.”, “Faithfull” e “No Way” sono una partenza con sgommata, roba il cui ascolto andrebbe reso illegale in auto, perché stare nei limiti stradali con questa musica nelle orecchie diventa improbabile, parlo per esperienza.
Ma il vero sapore dei Pearl Jam sta proprio nel fatto che simili pezzi non si posso semplicemente bollare come “forti”. Per quanto trascinante, la loro musica è sempre lucidamente pensante, una profondità pienamente espressa dal caldissimo timbro della voce di Eddie Vedder.
Circondato da angeli e divinità puoi passare alla traccia quattro, e qui, se sei davvero disposto ad ascoltare, è possibile che ti venga da piangere. “Given To Fly” è un pezzo meraviglioso, che trasuda passione e desiderio, vero ed onesto, di vivere. Il testo è di una semplicità sconcertante, un ragazzo da un momento all’altro prende e si alza aria, sospinto dal vento, senza sapere se stia volando sopra il mare o se stia rovinosamente precipitando, in fondo non è neanche importante, l’unica cosa degna di nota è la sensazione dell’aria sulla pelle, l’essere tremendamente in alto, tanto da farti urlare a pieni polmoni, a te stesso, agli amici, ai nemici, a tutti, “hei, guardatemi adesso!”. Le due tracce successive sembrano fatte apposta per essere sottovalutate, giusto perché più avanti ci si possa mangiare le mani pensando a quanto si è stati stupidi a voler a tutti i costi correre verso la traccia sette. “Wishlist”, vale a dire “lista di desideri”, quasi una lista della spesa, esprime con grazia leggera ed eterea i “sogni nel cassetto” di Vedder. Ma la canzone non ti permette di andartene, non si può semplicemente vagheggiare il proprio futuro con un sorriso trasognante, bisogna restare ancorati al proprio mondo e prendere quello che c’è di buono, renderlo prezioso esattamente come fosse uno dei nostri sogni.
“Pilate” è invece un pezzo molto più acido, che mantiene però sempre quella corposità che tutto l’album sembra avere, come se il disco in sé fosse fatto di una densa materia nera, inquietante, appiccicosa, ma allo stesso tempo leggera e sostanziosa.
Ecco, ci siamo abbuffati, abbiamo la pancia piena e stiamo digerendo. Quale momento migliore per sferrare un deciso pugno nelle budella?
“Do The Evolution” è una canzone che getta ombre e dubbi su tutta questa millenaria macchina della società, legittimata dal posto di rilievo che l’evoluzione ha serbato per la specie umana a rivoltarsi contro la propria stessa natura.
L’argomento è di quelli già sentiti, in questo caso è l’espressione che fa la differenza. Le chitarre non sono semplicemente distorte, la voce non è semplicemente graffiante. All’interno di questa nuvola di rumore che il brano costantemente emette risiede un cuore di disperazione, di partecipazione al dramma che si compie. La società non è solo un mostro nemico ed avverso, ma qualcosa di intimamente interiore, che risiede nella sostanza di tutti noi, uomini, prodotti della stessa evoluzione, processo intriso di sangue per sua stessa natura.
Ultimo sussulto di questa incredibile scarica è “Red Dot”, brevissimo pezzo che afferma, come in una divertente filastrocca, quanto gli uomini siano folli ad andare in guerra, regalando qualche sorrisetto per i suoi costanti cambi di velocità e la quasi comica voce in falsetto di Jack Irons, ma risultando allo stesso tempo vagamente inquietante.
Da qui alla fine in disco si acquieta, si fa più corposo e caldo, tornando immerso in quella materia nera di cui si parlava prima. “MFC”, “Low Light” ed “In Hiding” sono tre pezzi in climax, una salita in cui le riflessioni dell’ascoltatore, finalmente libere di essere vomitate al di fuori , mano a mano si sostituiscono al crescere dei pezzi, fino ad arrivare al ritornello di In Hiding, momento in cui, con un acuto che tutte le cover band dei Pearl Jam, prima o poi, nella loro carriera, avranno definito quantomeno “scomodo”, Vedder comunica il suo senso di libertà nel nascondersi, non visto dal mondo.
Come un punto esclamativo alla fine della frase, “Push Me, Pull Me” stronca questa armoniosa salita con delle sonorità fuori dal normale, come se fossero mosse da pistoni ed ingranaggi. Si ricomincia a parlare di genesi, di dei, di angeli, è quasi una summa di tutto quello che c’è stato in precedenza, trovando posto anche per l’oceano e le onde, da sempre grandi protagonisti delle liriche della band.
Infine la calma.
“All Those Yesterdays” affronta un’altra delle tematiche molto vicine alla sensibilità di Eddie Vedder, vale a dire il rapporto col passato. La canzone si rivolge ad un ipotetico interlocutore, un uomo in fuga.
Dove corri? Non vorresti fermarti? In fondo il passato, per quanto possa essere stato doloroso, farà sempre parte di te, allontanarlo non fa altro che privarti di una grande ricchezza. D’altronde il tempo per scappare ce l’hai, ma ora sei stanco, riposati.
Quando vorrai, potrai scappare di nuovo.
Scappare non è un crimine.

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