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Archive for the ‘ARTISTA: Gary Lucas’ Category

Recensione a cura di Claudio Milano

Etichetta: Esoteric Antenna
Genere: Avant Rock

Tracklist:
1. Spinning Coins
2. Some Kind of Fracas
3. Of Kith & Kin
4. Cash
5. Built from Scratch
6. Attar of Roses
7. This is Showbiz
8. Reboot
9. Black Ice
10. The Kid
11. Glass
12. 2 Views
13. Means to an End
14. Slippery Slope

Voto: 6,5/10

Come portare Roy Harper e Jimmy Page a casa di Scott Walker con David Lynch a curare la regia del tutto.

Con onestà ammetto, mi aspettavo ben poco da questo album. L’interazione tra i due musicisti si presentava dai primi comunicati stampa e dai sample distribuiti in rete, come una delle infelici avventure soniche hammilliane nei sentieri di un ambient minimale e sbiadita spacciata per “avanguardia” così come era accaduto per prove di ben poca levatura come Unsung, The Appointend Hour (con Roger Eno), Alt con i Van Der Graaf Generator (più votato ai percorsi di musica concreta e jazz improvvisativa) e agli appena più sostanziosi Spur of the Moment con Guy Evans (pessimo su disco, decisamente più intrigante nelle poche prove dal vivo del duo), Loops & Reels, Sonix.

Devo ammetterlo, Hammill mi ha spiazzato ancora e lo fa con un album che abbraccia la tradizione di una scrittura per voce e chitarra ispirata e personalissima come in Chamaleon and the Shadows of the Night e Clutch, colorata con suoni che trovano in Lucas il perfetto interprete (e spalla tecnica di rilievo) di quell’astrattismo sonico “a la Pollock” che ha caratterizzato, sulla scia del quasi capolavoro di fine ’70 The Future Now e dei grovigli claustrofobici di In Camera, l’oscura trilogia post infarto da Singularity a Consequences.

Questa ricerca, qui trova una nuova dimensione, assai piacevole e decisamente contemporanea che analizziamo nel dettaglio.

Questi suoni dall’altro mondo, non si presentano di primo acchito necessariamente ostili, ma esplorano una vasta gamma di emozioni soniche.

Già dalla prima traccia, Spinning Coins si ha la percezione di una scrittura limpida, cristallina, vicina al migliore cantautorato folk, colorato da una chitarra sognante.

Some Kind of Fracas, rende la materia assai più scura e tagliente, a tratti demoniaca con i suoni chitarristici di Lucas ed Hammill, a disegnare asperità vicine ad un’avantgarde minimale, satura nelle stratificazioni fino a creare un muro del suono/drone pari a un buco nero. Intrigante.

Una pioggia di suoni luminosi di Lucas, accompagna, la fervida scrittura, le pennate e la voce baritonale di Hammill nel terzo brano del disco Of Kith & Kin. Le sovraincisioni ed armonizzazioni vocali multiottava, tipiche del sistema compositivo del cantore britannico, sono ridotte qui, stranamente, come nell’intero disco al minimo, ma risultano sempre efficaci e mai sopra le righe Una canzone bellissima.

E’ con Cash che arriva il brano capolavoro. Hammill trova la sua consueta energia carica di livore e non celato sadismo, con fraseggi vocali sincopati, rapidi come scudisciate, un riff che sembra provenire direttamente dalla produzione dei primi Soundgarden. Le chitarre dei due musicisti si intrecciano a definire arabeschi sonici di tutto rispetto. Brevissima, quanto intensa, un bel modo di lasciare il segno.

Primo brano strumentale con Built from Scratch, connubio di suoni tra psichedelia contemporanea e ambient. Sinceramente nulla di che. A seguire, altro strumentale con Altar of Roses e la sensazione rimane immutata, (peraltro con un inglorioso campione ad emulare lo scorrere di acqua) e cioè che lontano dal connubio suono e forma canzone, esplosa, contratta, rimasticata, esternata in innumerevoli varianti, tanto il duo, ma in particolare Mr Hammill nel tentativo di “compositore”, o meglio di “non compositore”, proprio non regga neanche vagamente il confronto con la folta schiera della sua generazione che dal Wyatt di The End of an Ear, è transitata per Fripp, Eno, Harold Budd, Moebius, Rodelius e l’intera propaggine kraut più space.

Con This is Showbiz, Hammill torna invece in forma smagliante a disegnare, complice non solo una fortunata linea melodica, ma bellissime e mai stucchevoli trascolorazioni armoniche, un brano tra i più belli della sua carriera recente.

Con Reboot si ha la sensazione di essere in presenza ancora di uno strumentale, ma la maggiore presenza di dinamiche, prepara alla partecipazione di una linea vocale, probabilmente non memorabile ma mesmerizzante. E’ il delirio sonico che ne consegue ben stratificato e disegnato come in un arazzo variopinto di soluzioni per chitarre che si dipanano in un ossessivo riff ed estetica glitch, a rendere il brano nel suo complesso, di gran fascino.

La forma canzone pura di Black Ice con venature blues folk abrasive centra ancora il segno grazie ad armonizzazioni di tutto rispetto una melodia ficcante e intrecci sonori efficacissimi, con il ritorno di suoni glitch in una sorta di riattualizzazione dei deliri dei primissimi Velvet Underground. Eccellente. Altro brano perfettamente a fuoco e probabilmente la cosa più nuova alle orecchie di chi conosce i percorsi di entrambi i firmatari del disco.

Il virtuoso intreccio di arpeggi di Lucas, che rimanda ai lavori con Buckley Jr., non è adeguatamente supportato da una prestazione vocale di Hammill in The Kid per quanto la linea melodica presenti anche spunti di interesse, rimandato alle esibizioni dal vivo del duo.

Direttamente nella Loggia Nera con Glass, assai meno presuntuosa degli episodi strumentali che la precedono. Fascino e anche un pò di sostanza, ma soprattutto, sintesi.

Hammill trova puro lirismo con 2 Views ma l’estrema dilatazione delle trame sonore a tratti stimola, ad altri annoia (come era già successo con l’episodio conclusivo di This, The Light Continent).

Torna lo splendido riff di Cash con Means to an End, questa volta in chiave strumentale, praticamente un outtake, di cui in tutta onestà non si sentiva particolare bisogno.

A chiudere, l’unico brano strumentale di autentica sostanza, Slippery Slope, memore di certo krautrock e soprattutto del connubio berlinese tra Bowie e Eno in Low, con i fantasma di Hugh Banton all’organo in più sezioni. Un bel viaggetto.

In conclusione, un disco che sarebbe stato bellissimo se ben più corto e avesse rinunciato a sbiadite scenografie senza l’attore principe del racconto vocale. Il tutto, sarebbe stato a favore della presenza dello straordinario legame tra suono, poesia (anche se in questo disco le liriche appaiono un po’ meno interessanti del solito nel ricercare un approccio diretto) e canzone colta che rende Hammill compositore tra i più grandi del nostro tempo e Lucas chitarrista tra i più straordinari che il rock abbia mai conosciuto sin dall’indimenticata collaborazione con Captain Beefheart.

In attesa del meditatissimo album solista hammilliano in uscita a fine anno, che ha richiesto più di due anni di lavoro, cosa assai rara per il prolifico autore britannico, qui, un altro segno della fervida vena ispirativa che qualche live di troppo a parte e il brutto Alt del gruppo di cui è leader, lo accompagna senza alcuna caduta di tono dal 2002, anno di pubblicazione di quel Clutch, di cui come detto, questo Other World è degno epigone di continuità evolutiva.

Assolutamente da vedere dal vivo.

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