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Archive for the ‘ARTISTA: The Strokes’ Category

Recensione a cura di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: RCA
GENERE: Rock, pop, revival

TRACKLIST:
1. Tap Out
2.All The Time
3. One Way Trigger
4. Welcome to Japan
5. 80ʼs Comedown Machine
6. 50 50
7.Slow Animals
8.Partners in Crime
9. Chances
10.Happy Ending
11.Call It Fate Call It Karma

Voto: 4/5

Dopo essere stati forse lʼunica band ad aver segnato gli ʼ00 con qualcosa di “autentico” nel panorama rock mondiale e, dopo aver cercato di ripetere forse troppo forzatamente il tanto amato esordio, gli Strokes a sto giro devono aver avuto due palle così per aprire il loro nuovo lavoro con Tap Out.
La prima volta che la ascolti rimani basito e non sai ancora se in modo positivo o negativo; la seconda o butti via il disco o la ascolti per tre giorni di fila.

Io lʼho ascoltata per tre giorni, e badate bene che gli anni ʼ80 e il loro sound mi hanno sempre fatto vomitare.
Eʼ questo il nuovo corso della band: Casablancas in falsetto e sonorità anni ʼ80 mescolate al loro garage lo-fi di sempre, come nel primo singolo rilasciato One Way Trigger.
Poi, non sempre la sintesi riesce nel modo migliore come nella trasognante Partners in Crime, o in Slow Animals o in Happy Ending ma il risultato è comunque accettabile per le ultime due.
Eʼ bene cambiare ma non troppo e All The Time, Welcome To Japan e 80’s Comedown Machine ricordano che in mano abbiamo un disco degli Strokes (per fortuna sʼintende). Chiude la notturna Call It Fate Call It Karma che tenta di emulare Iʼll Try Anything inserita in Somewhere di Sofia Coppola, ma il risultato non è alto come in precedenza. Comedown Machine è un disco che gode di unʼottima produzione ma sopratutto è un disco che spiazza, nel bene o nel male, e sinceramente se paragonato ai lavori post Room On Fire io dico: era ora.

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comunque c’han classe, eh…

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CONTINUATO IRREGOLARE DEL PRIMO APPUNTAMENTO DI IERI.
TAGLI DEI FONDI ALLA CULTURA? C’E’ THE WEBZINE CHE CONTINUA A CONSIGLIARVI I DISCHI GIUSTI.

ELBOW – Build a Rocket Boy (Friction, 2011)
Il ritiro a Manchester, l’accesso a sonorità progressive ottenuto tramite copiose concessioni strumentali (“The Bird”), il pop coldplayiano che è solo di contorno quando si notano corrugamenti radioheadiani, sprazzi new wave d’atmosfere decadenti (“Lippy Kids”), dove regna la nostalgia dell’infanzia, del tempo passato. A noi che ne canta sempre Guccini, una lezione che piace molto. Cinque dischi, i primi quattro tutti molto belli, che lasciano a questo Build A Rocket Boy la necessità di dare risposte a chi chiede conferme circa l’abilità della band: beh, la conferma arriva, con una forma-canzone meno rispettata, tentativi di perseguire tante strade differenti che diventano troppe, e se i dubbi esistono, si sa anche che le potenzialità della band sono molto superiori a questo disco, che è comunque molto MOLTO bello. Consigliato.
VOTO: 3.5 SU 5

THE STROKES – Angles (Rough Trade, 2011)
Problemi di droga durante le registrazioni a parte, gli Strokes sono da anni sulla cresta dell’onda: dal fulminante esordio di Is This It? al più sperimentale e “maturo” First Impressions Of Earth, la band ha avuto bisogno di un po’ di tempo prima di questo Angles, che si presenta così: niente fronzoli, chitarre come sempre molto originali nel genere, virate indie e post-punk di fattura più che pregevole, con grandi inserti eighties (la bellissima e, finalmente, diversa, “Macchu Picchu”). Il singolo “Undercover of Darkness” funziona TANTISSIMO, ma il resto del disco è abbastanza carente in quanto ad inventiva e probabile “resa live”: sembra che manchi della freschezza che ha reso grande la band con tre ottimi dischi, nonostante la beatlesiana “Call Me Back” che porta gli americani verso nuovi lidi. Tante possibilità di espandersi, un insieme di bei brani che disperdono potenzialità ad ogni nota, dando comunque l’impressione di avere a che fare con una band ulteriormente maturata. Un disco molto equilibrato, ma niente di più.
VOTO: 3 su 5

EXPLOSIONS IN THE SKY – Take Care, Take Care, Take Care (Bella Union, 2011)
Poco da dire: un altro disco post-rock. C’è un lato positivo nel prendere un genere e portarlo avanti all’infinito: si può dimostrare di saperlo fare bene, si può concretizzare una fan base a volte molto solida (mo guarda gli Ac/DC?), si ottiene un’etichetta che ci si porta dietro tutta la vita; la lista delle cose negativa inizia con l’ultimo punto di quella positiva e continua con: si scade nella banalità, ci si rinchiude in linguaggi estremamente codificati che non presumono né dimostrano nessuna evoluzione o maturazione nel sound. Gli EitS hanno questo problema: sono solo ed esclusivamente post-rock vecchia maniera, come tanti, come tutti questi gruppi. I Mogwai si evolvono, gli Explosions restano lì. Per il resto, nel post-rock è fatto BENISSIMO, ma chi è disposto a valutare “criticamente” un disco che non ha veramente niente da offrire se non una copia del precedente?
VOTO: 2.5 SU 5  

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