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Archive for the ‘ARTISTA: My Chemical Romance’ Category

Sonisphere. Per parlarne ci dobbiamo dividere il lavoro in capitoli perché le cose da dire non sono poche.
Il divertimento, stavolta, non è stato smorzato da sviste organizzative che hanno alterato il buonumore a molti fan dei Foo Fighters o dei System of A Down, per citare alcuni degli appuntamenti più attesi e criticati (in primis per i prezzi). Vediamo nel dettaglio cos’è toccato a noi di The Webzine nella trasferta imolese.

LA MUSICA
– Il cartellone
Le band che si sono alternate sul palco del Sonisphere sono state molte, tutte straniere, ma meno di quante si era annunciato. A pochi giorni dall’inizio dei concerti i gruppi che si sarebbero dovuti esibire sullo stage secondario sono stati spostati al main o tolti dal calendario, con conseguente sdegno di alcuni che lamentavano la necessità di diminuire il prezzo del biglietto. In realtà era ovvio che a biglietti già venduti in grandi cifre non si poteva fare granché, ma la strategia di cancellazione dell’Apollo Stage si può senz’altro spiegare come un taglio delle spese per arginare i pochi guadagni. Meno personale e meno consumi. Ma ne parleremo poi.
Nella distribuzione delle band si nota una concentrazione metal il primo giorno, con Apocalyptica, Rob Zombie, Motorhead, Slipknot e Iron Maiden, mentre gli Alter Bridge, esibitisi nel giorno successivo, potevano essere la ciliegina sulla torta che è invece rimasta inserita altrove come una specie di macchia nera. In generale però il pubblico era abbastanza omogeneo così come si poteva apprezzare la “vicinanza di genere” delle band del primo giorno, e quella di “target” del secondo.

– Le esibizioni
Quasi tutte le band hanno fatto la loro porca figura. Non si può parlare di grandi errori o performance scarse: dagli headliner fino alle band del mattino, sul palco si sono alternati grandi professionisti e bestie da palco d’ogni sorta. Iron Maiden, Motorhead, Rob Zombie, Mastodon e The Cult hanno fatto registrare le esibizioni tecnicamente più buone, e ovviamente Linkin Park, Slipknot e Maiden si sono anche goduti il calore del pubblico che era lì quasi solo per loro. In scaletta per tutti e tre i singoli storici, e brani più nuovi dei recenti lavori (per gli Iron si denota la buona scelta di inserire in setlist solo i pezzi migliori del mediocre The Final Frontier, in particolare “The Talisman”, ottima dal vivo). Chester Bennington si è reso protagonista di una performance vocale spettacolare che recupera lo screaming perduto negli ultimi anni per restituire uno show unico: anche la loro scaletta è stata molto buona, riprendendo anche rarità come “From The Inside”; decenti anche le canzoni più recenti, che all’interno di un concerto abbastanza breve sono riuscite a ricavarsi uno spazietto intermedio che ha giovato alla loro buona resa. Deboli invece le esibizioni di Funeral For A Friend e i Guano Apes.
Anche i Sum 41 si sono guadagnati il rispetto di molti presenti, tra i quali non mancavano i detrattori; lo show è stato piuttosto debole dal punto di vista tecnico, ma il coinvolgimento ha spostato l’ago della bilancia in posizione favorevole. “In Too Deep”, “Still Waiting” e “The Hell Song”, da singoloni quali sono, hanno anche scatenato un pogo notevole, trascinando la folla anche nel momento del “metal medley”, con ovvia presenza di “Master of Puppets” (lo avevano fatto anche gli Apocalyptica il giorno prima, insieme all’inno di Mameli).
I My Chemical Romance, che avevo parzialmente gradito al loro live al Palasharp di qualche mese fa, hanno invece patito il tipico comportamento deleterio da pubblico italiano: fischi e oggetti lanciati, principalmente per pregiudizi, perché la performance è stata intensa e carica. Gerard e soci hanno così lasciato il palco prima di terminare il set in maniera piuttosto sbrigativa e indelicata, ma comprensibile.
La perfezione di Motorhead e Mastodon, invece, non si tocca. Classe allo stato puro, specialmente per i rispettivi batteristi.
Slipknot interessanti, con il basso nascosto (com’era prevedibile), ma non più carichi come un tempo: Joey Jordison si è reso protagonista di un concerto pessimo, incapace di sostenere ritmi precisi con la doppia cassa. Gli anni passano per tutti, ma la gente sembra ancora amarli. Eccellenti “The Heretic Anthem” e “People=Shit”.
Assolutamente da sottolineare l’impianto pessimo, che cambiava di volume ogni metro di spostamento, non arrivando a “colpire” appieno chi si trovava a 100 metri dal palco. Da notare come anche Bruce Dickinson abbia maledetto l’impianto pubblicamente, con grande felicità degli organizzatori. O anche questa volta se ne fregheranno?

L’ORGANIZZAZIONE
Sicuramente sopra il livello di chi ha organizzato Rock in Idrho e altri festival. La location era abbastanza ben gestita, nelle sue dimensioni ridotte: i prezzi di parcheggio e consumazioni erano nella media, anche se continuo a definire delinquenti tutte le situazioni in cui l’acqua costa più di un euro e il parcheggio più di due euro. Questione di umanità e buonsenso, no?
Il prezzo del biglietto è stato parzialmente ripagato dalla qualità delle band e dal campeggio gratuito, mentre la fontanella per rinfrescarsi e la distribuzione gratuita d’acqua davanti alle transenne sotto il palco erano davvero necessarie per non morire sotto la cappa d’afa creatasi su questa enorme distesa di cemento. L’autodromo di Imola non è certo la location perfetta, ma del resto individuare posti migliori in zona non doveva essere facile, e quindi non criticheremo questa scelta. Una nota di colore s’ha da fare: i preservativi distribuiti gratis dalle promoter di Control sono finiti per volare gonfiati a palloncino sopra le teste della gente, con un simpatico siparietto del cantante dei Papa Roach che ne ha “catturato” uno giunto sul palco.

PUBBLICO E CIFRE
Le cifre sono contorte: 25.000 il primo giorno, dato condiviso da molte fonti, mentre per il giorno successivo si oscilla insicuramente tra 8.000 e 15.000. Non solo non sono grandi numeri, ma non sfiorano minimamente le affluenze record dei festival internazionali e sono due le cause prime: la concomitanza con molti eventi importanti, molto costosi, in tutta Italia e per tutto l’anno, e il prezzo del biglietto. Un festival italiano, con il regime di vita che abbiamo qui, può costare MASSIMO 40 euro per valere quello che viene speso. In caso contrario sarà impossibile.
In ogni caso il pubblico è stato molto caloroso, dimostrandosi freddo solo con alcuni nomi (MCR, Mastodon, certi momenti dei Bring Me The Horizon), seguendo con voce e corpo quasi tutte le performance: i big erano ovviamente i più attesi, nonostante alcuni abbiamo mostrato disinteresse andandosene dopo Slipknot e Sum 41. Kyuss Lives! in grande spolvero con il recupero della loro tradizione desert, ma il nocciolo meno duro dei fans (il 90%) non ha gradito.

Sostanzialmente un edizione sottotono rispetto a quanto poteva essere. Spazi poco utilizzati, artisti alla rinfusa, pubblico dei piccoli eventi (c’era più gente a vedere Jovanotti a Casalecchio di Reno che a vedere i Linkin Park, ad esempio). Poteva andar meglio, ma l’autodromo più rock d’Italia è stato comunque un importante teatro di vera musica in questo caldo giugno, e ancora una volta c’è stata la dimostrazione palese di quanto inarrestabili siano Lemmy e Bruce Dickinson. Up the irons e ci vediamo alle prossime edizioni del Sonisphere italiano, di nuovo all’Enzo Ferrari.

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Ci sono due cose che bisogna dire quando si assiste a concerti come questi: la prima è che ci sono band, chiamiamole emo (per tradizione), che su disco sono ottime e dal vivo fanno schifo, e altre per cui il risultato è proprio l’opposto; la seconda è che spesso la qualità della band si desume dalla qualità dei fans.
Questi due punti si applicano perfettamente a band come i 30 Seconds to Mars che con gli MCR hanno in comune solitamente alcuni aspetti del timbro vocale dei frontmen e la media dell’età dei fans (che sono soprattutto donne). Contrariamente a questi ultimi però, la band di Jersey City sul palco si fa rispettare come o più di molte band storiche della scena punk (si perché se sui dischi si lavora a livelli più pop, possiamo senz’altro dire che in concerto è più l’etichetta punk ad essere appropriata), con una tecnica notevole, aspetto che sottolinea una crescita notevole se guardate i video live di qualche anno fa, il coinvolgimento necessario (e palesemente facile da ottenere) del pubblico, e una setlist che cresce in intensità fino alla fine dell’encore, per poi planare in una sorta di decoroso anticlimax che ne spegne la luminosa lanterna dando ai fans un buon motivo per dire “è finito”. Non è una critica, sia chiaro.
Abbiamo riassunto in poche righe quello che gli MCR hanno proposto sul palco del Palasharp di Milano, palazzetto di medie dimensioni (che conterrà all’incirca 5.000 persone ed era pieno al 60% lunedì), che comunque si presta bene a live di questo tipo con un’acustica abbastanza buona laddove ci sono fonici che sanno lavorare. La differenza si è sentita con i LostAlone, con un sound molto meno preciso. Ma di loro, parleremo tra poco.
Nella setlist, che trovate in fondo, tutti i singoli più celebri della band, molti estratti dall’ultimo disco (meno del previsto, fortunatamente) e una sorpresa, agli inizi, “Thank You For The Venom”, che il sottoscritto si aspettava avendo letto le setlists dei giorni scorsi ma che eventualmente si può considerare tale poiché non si attesta tra le più famose ed apprezzate della band, pur venendo dal loro miglior disco.
La band propone quindi novanta minuti di set tiratissimo, con pochissimi momenti melodici, scatenando un continuativo ed efficace intervento orale e fisico del gruppo che, soprattutto in “I’m Not Okay”, l’iniziale “Na Na Na” (Na Na Na Na Na Na Na) e “Teenagers” spreca fiato a non finire. Si sa, alle band piace vedere che il proprio pubblico sa tutte le canzoni, ma penso che saranno più che soddisfatti di questa reazione (che comunque conoscono molto bene, visto il successo oltremanica ed oltreoceano).
In forma tutti i componenti, dal batterista continuamente in ascesa, a Gerard Way, che sta visibilmente migliorando sia come tenuta di palco che come esecuzione dei brani; impeccabili i due chitarristi, ma questo si sa da sempre.
Facendo un bilancio, il concerto è stato senz’altro notevole, soprattutto se analizzato dagli occhi di una persona che non ha mai sopportato questa band (e che ora, a rigor del vero, la apprezza molto di più). Bypassiamo l’attaccamento morboso di alcuni fans, il pop esagerato dei dischi e dell’apparato visivo che promuovono tramite i videoclip e la bruttezza di un paio di brani (che fortunatamente non hanno proposto), ed avremo una pop-punk/emo band di tutto rispetto, forse tra le migliori in circolazione, e che si merita i bagni di folla a cui si sta progressivamente abituando. Ma, sia chiaro, non i soldi del biglietto, troppo caro. Fanculo.

Prima del set degli MCR sul palco sono saliti i LostAlone, formazione inglese che sta facendo molto successo soprattutto tra il pubblico di band come 3STM, Paramore e analoghi. Il genere di riferimento è sempre un pop/punk molto melodico, soprattutto a livello vocale, ma questa volta le influenze sono più complesse: qualcosa di hard rock, di punk storico e di heavy metal, con particolari note di merito da dare alla chitarra (suonata dall’egocentricissimo frontman Steven Battelle). Una band comunque apprezzabile, anche se non propone sicuramente nulla di nuovo: sul palco precisa, carica, senza sbavature se non per alcune imprecisioni sul mixaggio ad opera dei tecnici del suono che affossano spesso basso e batteria, regalando una patina di aggressività in più alle chitarre ma annacquando il sound in generale.

SETLIST:
1. Na Na Na (Na Na Na Na Na Na Na Na Na)
2. Thank You For The Venom
3. Planetary (GO!)
4. Hang ‘em High
5. SING
6. Vampire Money
7. Mama
8. The Only Hope For Me Is You
9. House of Wolves
10. Summertime
11. I’m Not Okay (I Promise)
12. Famous Last Words
13. The World Is Ugly
14. DESTROYA
15. Welcome to the Black Parade
16. Teenagers
17. Helena
18. Cancer
19. Vampires Will Never Hurt You
encore
20. Give ‘em Hell Kid
21. Bulletproof Heart

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2002: I BROUGHT YOU MY BULLETS, YOU BROUGHT ME YOUR LOVE (Eyeball)

Il primo disco degli MCR, forse il vero disco degli MCR. Dark-emo punk che si può anche definire emo-core, adrenalina, energia, tanto punk, tante distorsioni. Il disco che piace meno ai fans e per questo piace di più a noi, non certo per questo motivo, ma perché si stanno ritagliando lo spazio sbagliato nel genere sbagliato lasciando queste intense atmosfere di graffiante armonia rock anni ’90. Sentite perle come “Headfirst for Halos” e “Vampires Will Never Hurt You”, veri punti fermi di un Gerard “pre-stadiomelenso”, con una produzione più imprecisa e garage che gli garantiva la giusta cattiveria. Senza originalità, che non avranno mai.

2004: THREE CHEERS FOR SWEET REVENGE (Reprise/Eyeball)

E qui si virava verso i nuovi orizzonti della melodia alternative rock che ne ha devastato il futuro discografico. Il bello è che, facendolo, hanno creato il loro disco migliore, un miscuglio tanto omogeneo quanto ben riuscito di emo, punk, alternative e pop che ne ha consacrato la fama sia tra i fans della prima ora che tra i fanecchi ciechi che si ritrovano ora. “Thank You For The Venom”, “It’s Not A Fashion Statement, It’s A Fucking Deathwish” e, perché no, anche “Helena” sono le chiavi di lettura dell’intero disco: roboanti distorsioni con un forte legame con la tradizione punk più recente, testi che affondano i denti nell’emo più radicale per trarne la giusta linfa vitale, un comparto ritmico assolutamente di tutto rispetto. Senza tanto volerlo, una piccola perla.

2006: THE BLACK PARADE (Reprise)

Lo avete ascoltato? Davvero? Allora unitevi al mio coro: no, no, no. Il modo più sbagliato di (voler per forza) uscire dall’anonimato. L’estetica dark ridicola di copertina e video si unisce al singolo “Welcome To The Black Parade” nel dichiarare il fallimento della loro evoluzione discografica. Salvano la faccia gli altri due estratti, “Teenagers” e “Famous Last Words”, il giusto modo di fare soldi con brani melodici e contemporaneamente carichi ed originali, nel momento in cui l’esaurirsi del significato di questa parola diventa determinante per capire di cosa stiamo parlando. Momenti melensi a parte, raggiunge quasi la sufficienza: si salva la carica di certi brani che diventeranno cult in concerto, ma niente di troppo esagerato, con una virata pop che non si può far altro che condannare.

2010: DANGER DAYS: THE TRUE LIVES OF THE FABULOUS KILLJOYS (Reprise)

Forse è vero che questa band, tra quelle più commerciali del settore, è la migliore. Avete presente i Paramore, i 30 Seconds to Mars, i LostAlone e molti altri? Nessuno potrà durare più di tanto senza rinnovarsi, ma gli MCR, forse, si. DD (ecc.) è un disco fresco, melodico al punto giusto che dona nuova linfa al loro percorso sia dal punto di vista musicale che da quello grafico. Mancano brani particolarmente aggressivi e carichi, ma resta la cultura punk in un sottobosco che si mantiene in tutti i brani eccetto “SING”, secondo singolo estratto e, se permettete, il peggiore dell’intero disco. Riuscire a commercializzarsi senza scadere esageratamente nel banale è un merito che non si può non riconoscergli, però li attendiamo al varco per dirgli sempre in faccia che li preferivamo prima. Disco riuscito solo perché manca qualcosa che ne definisca concretamente il fallimento, che in realtà è avvenuto. Ottimo, comunque, da proporre live.

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