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Archive for the ‘GENERE: Blues’ Category

GENERE: Concerto
FORMATO: DVD

Il duo blues rock più in voga del momento, sempre attento a riempire del suo nome tutto ciò che è possibile raggiungere, e farlo sempre con stile, arriva anche su DVD. Il primo live ufficiale esce con il titolo Do It Yourself – Nel Giorno del Signore e contiene un’ora di concerto in cui sono dilatati quanto più possibile dieci brani della band, tra jam, assoli, prolungamenti e riletture. Non mancano i momenti più celebri di “Hamburger” e “Mi Addormenterò”, ma stupisce in particolar modo in questo set l’intimità dell’happening, un concerto in uno piccolo spazio con il pubblico raccolto intorno ai musicisti, creando quell’intesa che giova alla band, già perfetta tecnicamente, riportando l’attenzione anche sul contatto fisico tra strumentista e fan. La divisione in parte elettrica (blues, rock, stoner) e quella acustica (più folk-blues), dando ovviamente più risalto alla prima, è un divertente diversivo per creare più attenzione attorno a questo concerto, che ci piace anche per la sua disinvoltura nell’esibire la perfezione tecnica di una delle realtà più strumentalmente abili, e contemporaneamente originali, degli ultimi anni di stanca scena italiana.
Consigliato anche ai non conoscitori dei BSBE, soprattutto per sentirsi sparata in faccia la splendida “Mi Sento Come Se”.

PROSSIME DATE:
05.10 LOCOMOTIV CLUB, Bologna
06.10 KAREMASKI, Arezzo
12.10 ANGELO MAI, Roma
13.10 AFTERLIFE, Perugia
19.10 HIROSHIMA MON AMOUR, Torino
20.10 APARTAMENTO HOFFMAN, Conegliano Veneto (TV)
26.10 VELVET, Rimini
27.10 BLOOM, Mezzago (MB)

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Recensione a cura di Andrea Marigo
ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Blues rock

TRACKLIST
L’Onda
Dentro il Deserto
Corvi
Sarà Che…
La Nuda Danza del Sesso
Luna

Voto: 3/5

Il muro di suono che crolla a note.
Animo d’impatto.
Ritmo duro spastico e mente leggera

Eʼ questa la definizione che i Treremoto, trio padovano formato da chitarra batteria ed organo, danno di sè su carta e tramutano in note con questo primo Ep.
Il disco parte forte con L’ Onda, brano rabbioso e saturo che fa capire subito lʼ amore della band per il rockʼnʼroll dei ʼ70 ben infetto di blues.
Si passa a Dentro Il Deserto dove vorticosi riff di chitarra sfiorano la psichedelia, brano che  come in quello di apertura, ricorda le sonorità di band come Wolfmother e Black Keys, il tutto viene reso però abbastanza personale dallʼottima voce di Nicola, sempre  impeccabile ed incisiva, che tiene alti tutti i brani.

Arriva poi Corvi, pezzo più introspettivo rispetto ai due precedenti, che ricorda molto nella  sua prima parte gli Afterhours, stravolgendosi poi nel finale.
Sarà che.. e La Nuda Danza Del Sesso sono senza dubbio i brani migliori, molto ben strutturati, decisamente più personali, con interessanti cambi di tempo, dove il blues la fa da padrone.
Il primo lavoro dei Treremoto vede quindi sei brani accomunati tra loro da un filo conduttore, ma vari.
Accuratamente disposti in una tracklist ben strutturata che rende questo mini-album un lavoro ben finito, i tre rockers danno prova di sapersi muovere con una certa eleganza sui generi già sopracitati, arrivando a sfiorare in più di qualche episodio delle sfumature
sperimentali, come nella traccia di chiusura Luna.
Ponendo attenzione ad una migliore fase di produzione e limando qualche parte  dispersiva si può sicuramente arrivare ad un ottimo livello, gia decisamente buono per  quel che concerne questo primo lavoro.

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Recensione a cura di CLAUDIO MILANO
Etichetta: Vintageroots
Genere: etno-blues

Tracklist:
1. All Your Love
2. Motherless Child
3. Spoonful
4. Stroll Out West
5. Airplaine Blues
6. Parchman Farm Blues
7. Crossroads Blues
8. Do The Do
9. Granma’s Hands
10. Minding My Own Business
11. Who’s Been Talking
12. Black Girl

Contatti: http://www.vintageroots.it
Voto: 8

Nei primi del ‘900, il blues urbano, ormai assimilatosi alla cultura occidentale, incontrò il voodoo e la tradizione creola, riacquistando lo spirito rurale originario, la sua abrasività famelica e oscena, il suo spirito trascendente, in un mix contraddittorio e dionisiaco dove religiosità ufficiale e rito pagani si fondevano in un tutt’uno delirante che aveva come teatro le strade.
Il progetto ANMA dai nomi di ANdrea (Murada) e MAx (Pierini), nato come una delle miriadi di propagazioni del laboratorio sonoro e performativo NichelOdeon, si riallaccia a quella tradizione e la recupera con uno spirito autenticamente filologico.
Il risultato è un dischetto sorprendente quanto prezioso.
La voce di Pierini, già nei Mad Tubes, si stenta seriamente a individuarla come “bianca” tanto è nasalizzata, graffiante e immersa nello spirito della tradizione blues primigenia e tale è la sua chitarra ritmica al limite dell’accordatura, con slide in punta di coltello. Murada percuote delle zucche africane come nella più sincera evocazione gioiosa dello spirito della natura. A partire da una manciata di classici della tradizione nera qui riletti, il senso della tradizione animista emerge nella bella invocazione di Parchman Farm Blues.
Non è un caso che il disco sia dedicato al griot Hado Ima, da anni stretto collaboratore di Murada.
Eccellenti davvero Spoonful, Airpliane Blues, Granma’s Hands (quest’ultima semplicemente sensazionale con la sua coda di percussioni a tempo dimezzato e un’interpretazione vocale da brivido). In questi tre episodi l’interazione tra le percussioni i Murada e la chitarra ritmica di Pierini mette in evidenza anche gli aspetti più ritmico/percussivi del progetto e non solo quelli più melodici.
In Crossroads Blues invece la voce di Pierini raggiunge l’apice, accarezzando frequenze acutissime con assoluta naturalezza e padronanza di linguaggio. Splendido il solo di chitarra su Do the Do, capace di strappare un plauso incondizionato; le amate zucche di Murada, colme d’acqua in Minding my Own Business si fanno più cariche di registri gravi e acquistano un valore sonoro aggiunto, acido.
La rilettura dell’ultra classico Black Girl, rende le versioni rock a cui siamo abituati da tempo,una copia sbiadita, mostrando ancora una volta i limiti di un genere che dal blues ha preso incondizionatamente dando molto poco, tanto più negli ultimi decenni. Un disco roots autentico, di una genuinità rara, di quelli per chi ama il linguaggio afroamericano più vero, lontano da qualsiasi contaminazione occidentale tesa all’intrattenimento, ma non per questo poco piacevole, anzi, di una piacevolezza estrema, di quelle che avrebbero meritato una distribuzione seria anche oltreoceano.
Questo, senza dubbio avrebbe reso giustizia a un disco che ha il pregio di essere unico nell’intuizione e nel risultato.
Una richiesta personale: Blind Willie Johnson sul prossimo album.
Che dire se non complimenti vivissimi?

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ETICHETTA: Outside Inside Records, Wild Honey Records
GENERE: Garage, folk

TRACKLIST:
1. Behind the Trees
2. You Are The Reason for My Troubles
3. In The Meanwhile
4. Rain Is Digging My Grave
5. Don’t Talk To Me
6. You Don’t Give a Shit About Me
7. Yesterday is Dead and Gone
8. Feet in the Hole
9. Long and Lonesome Day
10. Ghost Story

Dove la melodia dello storico folk e rock americano (Bob Dylan, Bob Seger e la sua Silver Bullet Band) incontra i the Kinks e trasforma questo miscuglio in un country dal sapore garage e con forti inserimenti blues, nascono i Mojomatics, duo veneziano attivo da anni con numerosissime uscite discografiche qualitativamente molto buone (svariati EP e tre full length). Dentro You Are The Reason of My Troubles c’è tutta la cultura del jingle da cantare, del coro da stadio e del fraseggio facile da ricordare, esportata in questo mondo fatto di linee vocali e di chitarra pesantemente orecchiabili, non disdegnando neppure qualche stomp blues da saltare con tutta la forza che si ha in corpo, come la splendida “Feet in the Hole”. Sixties e seventies tornano alla ribalta con questa band dal sapore vintage, che si ripopola brano dopo brano di elementi dell’immaginario collettivo di quegli anni, dai Beach Boys ai Beatles, dai Byrds agli America. Il gusto per la semplicità dà corpo a brani veramente molto coinvolgenti, da subire in maniera piuttosto fisica sul piano live (“Her Song”), ma anche a ballad più sdolcinate e dotate di una vena malinconica à-la Crosby & Nash (“You Don’t Give A Shit About Me”).
La tendenza generale dell’album è quella di suscitare allegria, di creare l’atmosfera più adatta a divertirsi sotto il palco. Si danza, si canta e si riflette poco, l’importanza dei testi è marginale mentre sono chitarre e ritmiche a farla da padrona.
I Mojomatics non sono e non saranno mai la next big thing  ma con questa quarta uscita si confermano alfieri di questa scena garage rock che se non ha conosciuto un vero revival nei decenni scorsi lo sta senz’altro conoscendo negli ultimi tre. Le band di qualità, però, scarseggiano e a fare da contraltare a questa carenza c’è la sincerità e la genuinità di questi due veneti, che in giro per l’Italia stanno confermando quanto delle buone radici salde nel mondo del folk e del blues d’oltreoceano possano servire anche a creare dischi dove l’anima conta molto più della tecnica e dell’originalità. Ottimo lavoro.

TOUR 2012:
30.03 – AMIGDALA THEATRE, Trezzo sull’Adda (MI)
31.03 – INTERZONA, Verona
05.04 – BACK TO BEAT WEEKENDER AT JACOBS, Bergen (NORVEGIA)
06.04 – SPAZIO 211, Torino
07.04 – SONAR, Siena
12.04 – SURFER JOE’S DINER, Livorno
13.04 – CSO RIVOLTA, Marghera (VE)
20.04 – TIPOGRAFIA, Pescara
21.04 – KAREMASKI, Arezzo
27.04 – LOCOMOTIV, Bologna
28.04 – MAGNOLIA, Segrate (MI)
01.05 – HANDMADE FESTIVAL, Guastalla (RE)
05.05 – LOCANDA ATLANTIDE, Roma
18.05 – HONKY TONKY, Seregno (MB)
19.05 – APARTAMENTO HOFFMAN, Conegliano Veneto (TV)
24.05 – HANCOCK INTERNO 24, Cagliari
08.06 – SOUND VITO, Legnago (VR)
09.06  – VINILE 45, Brescia
21.06 – BACKGROUND NOISE FESTIVAL, Mestre (VE)
22.06 – WHITE TRASH, Berlino (Germania)

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Garrincha Dischi è una delle migliori etichette attive in questo periodo in Italia. Lo dimostrano uscite veramente molto interessanti che stanno innalzando di molto il livello della nostra musica. In questo articolo parleremo di 33 Ore, manzOni e L’Orso, ma non ci sono solo loro: i The Walrus hanno fatto uno dei migliori dischi sentiti ultimamente (e ne abbiamo parlato qui), il Black Album di Le-Li è spettacolare e non è da meno neppure il nuovo Turisti della Democrazia dello Stato Sociale, nuovo fenomeno del momento con quel gran pezzo che è “Mi Sono Rotto Il Cazzo“.

33 ORE – ULTIMI ERRORI DEL NOVECENTO (2011)
Gli ultimi errori del novecento sono il tema di questo disco, firmato Marcello Petruzzi, ovvero 33 ore. Blues dall’inizio alla fine, in questa sorta di aria satura di echi di Tom Waits, Nick Cave e Captain Beefheart (e quindi l’unica band moderna che attinge da qui senza essere banale: i White Stripes). Storie di vita quotidiana come se piovesse in “Il Vecchio Mario” (che ricorda un po’ Il Giovane Mario di Brunori SAS, ma forse non c’entra niente), Adriano Sofri e le sue lettere dal carcere in “Le Donne Belle”, la capacità di dipingere un immaginario naturalistico con un linguaggio poetico non scontato in “Primo Polline”. Gli arrangiamenti e il sound tendono piuttosto spesso agli USA, ma sono le ballad a riportarci verso un folk blues come adesso si fa anche in Europa, come insegna l’onesta e buona “Re di Piume”.
Il disco è ottimo, non perde mai colpi durante i suoi undici brani e riporta l’attenzione su questo garage blues vecchio stile che in troppi dimenticano essere stato principale elemento fondante di molta musica moderna. Non risparmiando neppure il grunge e il punk, quando si facevano ancora bene. Ed ecco i vostri ultimi errori del novecento.

manzOni – L’ASTRONAVE EP (2011)
Ad esempio questo è un bel disco che tutti definiscono post-rock, un’etichetta che, se permettete, è la più sbagliata possibile. L’Astronave EP è un album complesso, un pochino pesante se vogliamo, ma nella sua aria irrespirabile per i meno abituati ad una musica leggermente più colta della media, trova anche il modo di essere orecchiabile. I cinque veneziani ondeggiano tra momenti tranquilli e quasi cantautorali, a rumorismi noise/post-punk che derivano tanto dagli Slint quanto dai Sonic Youth. “A Lei, Di Lei” è perfetta nel racchiudere le due anime, ma il brano che colpisce di più per un effetto certamente caleidoscopico nella variegatezza dei suoi toni è “Anna”. “Ray Moon” si dimena in un campo più radio-friendly in maniera personale, essendo una ballad profondamente fuori dagli standard, senza la forma strofa-ritornello-strofa-ritornello che i manzOni sembrano non conoscere. Fortunatamente. Senza cliché. Un EP interessante che merita più spazio per esplorare meglio le grandi capacità compositive di questi ragazzi veneti.

L’ORSO – LA PROVINCIA EP (2011)
Ascoltare l’EP La Provincia è come fondere insieme qualsiasi indie folk act, Band of Horses/Bon Iver/Grizzly Bear/quellochevolete, con un cantautore di quelli giovani e spensierati, ma non Brondi, quanto più un Max Pezzali, come alcuni critici hanno sottolineato. I testi sono semplici, d’impatto e chiunque ci si può identificare, sono realisti, parlano di quotidianità, di presente. I toni, anche per quel che riguarda il lessico, sono sempre molto coloriti, l’aria è frizzante e sotto un certo punto di vista si respira anche del buonumore (“Quanto Lontano Abiti” e “Invitami Per un Tè” nascondono un’atmosfera anti-malinconica nonostante le tematiche). A fare da contraltare alcune scintillanti ballad dal sapore fortemente autunnale come “Baci dalla Provincia”, che apre l’EP e per certi versi lo chiude, dipingendo in pochi minuti tutto ciò che si ascolterà anche nelle altre quattro tracce.
L’Orso ha tempo per crescere, ma questo EP senz’altro mette in campo tutte le potenzialità, che si potranno esplorare meglio in un full-length che si aspetta senza porsi troppe domande.

 

IN TOUR:
29 febbraio – LO STATO SOCIALE @ TEATRO HOP ALTROVE, Genova
02 marzo – LO STATO SOCIALE @ GROOVE, Potenza Picena (MC)
02 marzo – L’ORSO @  TAMBOURINE, Seregno (MB)
03 marzo – LO STATO SOCIALE @ LA LIMONAIA, Fucecchio (FI)
07 marzo – LO STATO SOCIALE @ DALLA CIRA, Pesaro
08 marzo – L’ORSO @ ALL’UNA E TRENTACINQUE CIRCA, Cantù (CO)
09 marzo – LO STATO SOCIALE @ LOCANDA ATLANTIDE, Roma
10 marzo – LO STATO SOCIALE @ OFFICINE INDIPENDENTI, Teramo
16 marzo – LO STATO SOCIALE @ CLUB ZENA, Campagna (SA)
17 marzo – LO STATO SOCIALE @ ZONA FRANKA, Bari
23 marzo – LO STATO SOCIALE @ CSO PEDRO, Padova
24 marzo – LO STATO SOCIALE @ VOODOO ARCI CLUB, San Giuseppe di Comacchio (FE)
30 marzo – LO STATO SOCIALE @ OFFICINE CORSARE, Torino
31 marzo – LO STATO SOCIALE @ UNIVERSITA’ POLO PORTA NUOVA, Pisa
06 aprile – LO STATO SOCIALE @ KALINKA, Carpi (MO)
07 aprile – LO STATO SOCIALE @ INDIEHOME, San Benedetto del Tronto (AP)
13 aprile – LO STATO SOCIALE @ CASA AUPA, Udine
14 aprile – LO STATO SOCIALE @ GLUE, Firenze
15 aprile – manzOni @ ZUNI, Ferrara
20 aprile – manzOni @ DISCANTO LAB, Chioggia (VE)
21 aprile – LO STATO SOCAILE @ CUBO ROCK, Catanzaro
24 aprile – LO STATO SOCIALE @ LA STAZIONE, San Miniato (PI)
28 aprile – LO STATO SOCIALE @ VINILE 45, Brescia
30 aprile – LO STATO SOCIALE @ OFFICINA 99, Napoli
04 maggio – LO STATO SOCIALE @ RATATOJ, Saluzzo (CN)
18 maggio – LO STATO SOCIALE @ APARTAMENTO HOFFMAN, Conegliano Veneto (TV)
09 giugno – LO STATO SOCIALE @ ETNOBLOG, Trieste

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ETICHETTA: Quasi Mono Records
GENERE: Folk

TRACKLIST:
1. All I Do Is Sing the Blues
2. Disappeared
3. Paso Doble (Flowers and Jails)
4. Oh, What You’ve Done to Me!
5. Jane’s Choice
6. A Rabbit’s Tale
7. Loving U Ku
8. Gentle Way
9. Moonshine Once Betrayed Me
10. Ballad in Plan D

Moonshine Once Betrayed Me è un bel disco. Trotterella galante lungo tutte le sue dieci tracce rimasticando linguaggi triti e ritriti come quelli del folk e del blues, ormai ripasticciati in ogni modo anche dai nostri connazionali, con un’impronta tipicamente italiana e che si fregia di quell’atmosfera festosa che spesso accende jam session del circuito blues rock. Riferimenti si incontrano anche nel country e nel folk più cantautorale, andando dietro a Tom Waits, il Bruce Springsteen di quando non è necessario parlare solo di sogno americano, e l’immancabile Bob Dylan. L’ospitata (comprendente anche componenti degli Scisma, degli Annie Hall, dei Guru Banana e di altre band di spessore come i The Record’s) impreziosisce gradevolmente il già scintillante pacchetto, seppur il contenuto non venga in nessun modo nobilitato dai contributi forniti. Ombretta Ghidini e Laura Mantovi compongono così un disco molto attrattivo, in linea con il nome della band, che con la sua solidità ritmica dona sicurezza e pregio anche ai momenti più nervosi ed elettrici, quelli più party-oriented (“Loving U Ku”, “All I do Is Sing The Blues”, quest’ultimo il loro vero manifesto), mentre ascoltando con attenzione tutto il resto scopriamo che gli elementi più interessanti sono quelli che affondano le radici nel terreno sentimentale-neoromantico in puro stile Waits. Ma c’è anche Cash. “Jane’s Choice”, “Ballad in Plan D” e “Gentle Way” tra le migliori, ricordando anche che l’indie folk americano degli ultimi anni ha partorito tantissimi imitatori ma noi in Italia abbiamo anche saputo dare di più (anche perché gli …A Toys Orchestra, seppur rivolti verso tensioni più mainstream, sono veramente dei fighi).

Le novità non esistono più. Per questo si può essere propositivi, lucidi e solari anche quando si rivanga un territorio impervio ma già interamente scoperto ed esplorato come il folk blues. Le sirene, solitamente, tendono ad ammaliare: a queste basta fare buona musica. Quello di cui abbiamo bisogno.

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Cantautorato

TRACKLIST:
1. Spreco Spazio
2. Depurazione
3. Bangkok Blues
4. Memorie Underground
5. Forme Lese
6. Annullami
7. Capovolti
8. Gelo di Gola
9. Notte d’Inganni
10. Parlami del Mare
11. DogVille

Salvo Ruolo, tra le diverse alternative che la rosa dei giocatori in campo nella squadra del cantautorato italiano ci propone, è la scelta “concettuale”, quella dall’animo malinconico ma riflessivo, che può raccontarci storie di viaggio e di meditazione come Bob Dylan, ma anche come Robert Clark Seger, senza la banalità del nuovo esercito dei qualunquisti e con il giusto spessore sia musicalmente che letterariamente. E in lingua italiana, che non è poco.
Vivere Ci Stanca è un disco che tende all’eccesso, dilungandosi soverchiamente, ma solo dopo ripetuti ascolti di tutti e dodici i suoi bei capitoli se ne coglie quella splendida essenza che malcela anche una semplicità nei linguaggi, una certa orecchiabilità e una distensione nei toni che non è solo estensione, ma anche profondità. Accollandosi anche il rischio di osare. Geometrie sonore a parte, le atmosfere sono scure, nell’orbita del blues personalizzato di certe produzioni di Van Morrison, Johnny Cash e Neil Young, con tutte le venature folk del caso. Gli arrangiamenti sono però gonfiati, nell’ambito di una musica popolare che sia facilmente fruibile pur mantenendo una certa rilevanza, contenutisticamente parlando; a dare colore e tono partecipano anche influenze di stampo psichedelico, come il periodo sydbarrettiano dei Pink Floyd, le schizofrenie meno celebri dei Beatles (alcuni momenti di Magical Mystery Tour e Sgt. Pepper’s) e i novelli Flaming Lips. Ma i condimenti più tangibili vengono dal mondo elettrico, sempre blueseggiante ma con trattamenti americani molto tiepidi e roboanti, sostenuti nelle ritmiche e nel biascicare intrepido del “capobastone” di questo progetto (“Memorie Underground”, “Bangkok Blues”), spingendo l’acceleratore in maniera particolarmente evidente solo in “Depurazione”, mentre si frenano gli istinti più impulsivi della narrazione ferrettiana/godaniana (più concretamente visibile/udibile in “Spreco di Spazio” e nella title-track) in “Parlami del Mare”.

Il valore di questo progetto è già ampiamente percepibile, palpabile anche grazie ad una dinamicità molto corporea che ne tramuta l’indolenza nostalgica in una fisicità complessa e diretta, che raggiunge chiunque anche a pochi istanti dall’ingestione. Dandone anche per scontata l’ulteriore maturazione, non ci resta che darci ad una comoda attesa.
Se “vivere ci stanca”, ascoltare buona musica come questa non lo farà tanto facilmente.

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