Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for aprile 2011

FRATELLI D’ITALIA.
NON SI SA MAI CHE DELLE VOLTE SCOPRIATE QUALCOSA DI BUONO.
TRA LE TANTE BAND, VEDIAMO: CHE NE PENSATE DI QUESTI 3 DISCHI? ECCO QUELLO CHE NE PENSO IO.

DANIELE SCARSELLA – Con l’Olio nell’Acqua (Autoproduzione, 2010)
Tredici anni dopo la sua vittoria del premio Ciampi che è toccato dopo ad artisti di levatura pari o inferiore alla sua, Scarsella propone un doppio disco di pregevole fattura: quindici brani di lunghezza variabile, che attestano una maturità, perlomeno a livello di songwriting, che non teme rivali. A metà tra Ivano Fossati, la finezza lirica di Sergio Cammariere, accenti di Pino Daniele e un’enfasi pseudo-decadente à-la-De André, il prodotto si attesta nel livello medio del cantautorato d’oggi, senza le connotazioni intellettualoidi dei songwriter più modaioli d’oggi giorno. Quelli che firmano con La Tempesta e offendono i recensori che li criticano, per intenderci. L’onestà intellettuale di Scarsella si sente, dal primo all’ultimo pezzo, dove le tematiche più classiche del passare del tempo, del panta rei e della libertà sono sviscerate con grande capacità e duttilità letteraria. Se manca di presa, è solo perché non siete abituati al genere. Un buon disco.
VOTO: 4 SU 5

KALEVALA – Musicanti di Brema (Moonlight Studios, 2011)
Pop, folk, tradizione popolare: perdare un tono, se vogliamo, più tradizionale e “pomposo” ad un lavoro di per sé particolarmente grandiloquente. E dopotutto il termine “epico” è perfetto per il nome della band, Kalevala, principale testo epico finlandese. E dopo che avete letto queste righe non direste mai che piovono riff heavy e power metal lungo tutto Musicanti di Brema. Mancano brani che possano lasciare il segno in maniera definitiva, ma questo contribuisce a dare al disco una patina di “opera unica”, forse miracoloso nel risultare fresco in una scena che calamita tutte le realtà internazionali per poi farle soffocare nelle imitazioni (in questo caso la voce aumenta la sensazione di già sentito, anche se in maniera non letale come può essere per altre metal band). I Kalevala sopravvivono, vedremo cosa porta, per loro, il futuro.
VOTO: 4 su 5

THE SECRET TAPE – Archive 1 (Moonlight Studios, 2011)
Revival power. Un disco in pieno periodo “ritorno all’antico”, dove la parola vintage è più modaiola dell’etichetta più odiata degli ultimi tempi: indie. Il progetto è di per sé MOLTO interessante, dall’aspetto grafico a quello musicale, con rimandi molto buoni all’indie pop più celebre dei momenti scelleratamente melodici di Archive, Pavement e Wire, forse anche ritornando indietro agli Smiths e a certe scelte meno contorsionistiche dei Joy Division: nel senso che sono sempre stati tanto diretti e in quei momenti in cui hanno tentato di osare un minimo, sembrano questi The Secret Tape. Da un lato cavalcano le mode dei tempi, dall’alto dimostrano uno stato d’essere che riescono ad incarnare, musicalmente, in maniera perfetta. Archive 1 è un perfetto disco indie-alternative, molto raffinato, cazzone solo quando serve. Sparatevelo.
VOTO: 4 su 5 

Read Full Post »

CONTINUATO IRREGOLARE DEL PRIMO APPUNTAMENTO DI IERI.
TAGLI DEI FONDI ALLA CULTURA? C’E’ THE WEBZINE CHE CONTINUA A CONSIGLIARVI I DISCHI GIUSTI.

ELBOW – Build a Rocket Boy (Friction, 2011)
Il ritiro a Manchester, l’accesso a sonorità progressive ottenuto tramite copiose concessioni strumentali (“The Bird”), il pop coldplayiano che è solo di contorno quando si notano corrugamenti radioheadiani, sprazzi new wave d’atmosfere decadenti (“Lippy Kids”), dove regna la nostalgia dell’infanzia, del tempo passato. A noi che ne canta sempre Guccini, una lezione che piace molto. Cinque dischi, i primi quattro tutti molto belli, che lasciano a questo Build A Rocket Boy la necessità di dare risposte a chi chiede conferme circa l’abilità della band: beh, la conferma arriva, con una forma-canzone meno rispettata, tentativi di perseguire tante strade differenti che diventano troppe, e se i dubbi esistono, si sa anche che le potenzialità della band sono molto superiori a questo disco, che è comunque molto MOLTO bello. Consigliato.
VOTO: 3.5 SU 5

THE STROKES – Angles (Rough Trade, 2011)
Problemi di droga durante le registrazioni a parte, gli Strokes sono da anni sulla cresta dell’onda: dal fulminante esordio di Is This It? al più sperimentale e “maturo” First Impressions Of Earth, la band ha avuto bisogno di un po’ di tempo prima di questo Angles, che si presenta così: niente fronzoli, chitarre come sempre molto originali nel genere, virate indie e post-punk di fattura più che pregevole, con grandi inserti eighties (la bellissima e, finalmente, diversa, “Macchu Picchu”). Il singolo “Undercover of Darkness” funziona TANTISSIMO, ma il resto del disco è abbastanza carente in quanto ad inventiva e probabile “resa live”: sembra che manchi della freschezza che ha reso grande la band con tre ottimi dischi, nonostante la beatlesiana “Call Me Back” che porta gli americani verso nuovi lidi. Tante possibilità di espandersi, un insieme di bei brani che disperdono potenzialità ad ogni nota, dando comunque l’impressione di avere a che fare con una band ulteriormente maturata. Un disco molto equilibrato, ma niente di più.
VOTO: 3 su 5

EXPLOSIONS IN THE SKY – Take Care, Take Care, Take Care (Bella Union, 2011)
Poco da dire: un altro disco post-rock. C’è un lato positivo nel prendere un genere e portarlo avanti all’infinito: si può dimostrare di saperlo fare bene, si può concretizzare una fan base a volte molto solida (mo guarda gli Ac/DC?), si ottiene un’etichetta che ci si porta dietro tutta la vita; la lista delle cose negativa inizia con l’ultimo punto di quella positiva e continua con: si scade nella banalità, ci si rinchiude in linguaggi estremamente codificati che non presumono né dimostrano nessuna evoluzione o maturazione nel sound. Gli EitS hanno questo problema: sono solo ed esclusivamente post-rock vecchia maniera, come tanti, come tutti questi gruppi. I Mogwai si evolvono, gli Explosions restano lì. Per il resto, nel post-rock è fatto BENISSIMO, ma chi è disposto a valutare “criticamente” un disco che non ha veramente niente da offrire se non una copia del precedente?
VOTO: 2.5 SU 5  

Read Full Post »

http://videodrome-xl.blogautore.repubblica.it/2011/04/25/ofeliadorme/

Read Full Post »

UNA SERIE DI PICCOLE RECENSIONI. UNA SERIE DI USCITE RECENTI CHE VI CONSIGLIAMO DI ASCOLTARE O NON ASCOLTARE. UNA SERIE DI FRASI E UNA VALUTAZIONE SU 5

TEN STORY APARTMENT – Popup Inferno (Autoproduzione, 2011)
Da Rovigo, una formazione post-rock impegnata a sfuggire a questa sempre meno cervellotica e sempre più stereotipata categoria. Nel loro caso i cliché si riducono ad una parte centrale molto moscia in “Aftermath of Peace”, mentre per il resto le strutture dei brani, tese ad una dialettica ed un’evoluzione più originale possibile, si presentano come venerabili icone di un’onestà intellettuale che si traduce nell’ammissione di una cultura musicale visibile, canzoni mature e sfuggevoli alle etichette, e piccoli momenti catchy impossibili da levarsi di testa (il riff di “Cutthroat Bastard”). Nello sterminato universo di band post-qualcosa, in Italia poche hanno capito che è meglio scegliere una strada “personale”, se vogliamo “antimogwaiana”, e i TSA sono tra questi. Il momento migliore? “Farewell Stars”. VOTO: 4 SU 5

REM –  Collapse Into Now (Warner Bros., 2011)
Questa recensione dovrebbe iniziare e finire in una frase: i REM hanno fatto l’ennesimo disco alla REM. Possono aver stancato, così come possono sembrare ormai sbiadite copie di sè stessi, ma ciò non toglie che la classe di Stipe e soci, evidente non solo nell’ottimo singolo “UBerlin” ma anche in “It Happened Today”, un brano che da solo avrebbe reso belli anche CD più deboli come “Around the Sun” e il penultimo “Accelerate”, non ha smesso di produrre album di mediocre apertura mentale ma ottima fattura dal punto di vista della “vendibilità”. Semplicemente non ci si può aspettare che cambino: questo pop/rock palesemente statunitense ha ancora molto da dare alle classifiche, e i REM lo sanno. E lo sanno, con classe.
VOTO: 3 SU 5

MARIPOSA – Semmai Semiplay (Trovarobato, 2011)
Ma tu mi metti insieme dei musicisti come Fiori, Gabrielli, Giusti e tutti gli altri e pretendi che non venga fuori un disco strafigo ogni volta? Le uscite dei Mariposa sono tantissime e variegate, ma stavolta hanno provato, con risultati discreti, a superarsi di nuovo: tra percussioni latineggianti, groove disco che risuonano di western, funky e acid jazz (ma come se i Tortoise fossero stati italiani in un crocevia tra Diaframma, Elio e Le Storie Tese e uno stormo di “Pterodattili). L’originalità continua di questa band non trova molte definizioni: nessuna recensione concisa potrà descrivere l’immensità del songwriting di questa gente. Palesemente pazzoidi, tendenti alla schizofrenia, coniugano ogni possibile genere che la nostra cultura musicale europea possieda nel suo campionario: un inventario di suoni ed immagini che non troverà mai fine. Perfetto e malato.
VOTO: 5 SU 5 

Read Full Post »

sui binari del videoclip italiano: seguendo le tracce della nostra musica quando è tradotta in immagini: dando alla vista il piacere di assecondare l’udito: percezioni sensoriali distinte: indie-microsistemi-diorama di vario genere – e non disperare, che il giudizio spetta a voi

tematiche: pennarello, scrittura, apprezzare le font, il foglio di carta, la lavagna di Lavagna
personalità: Dente, Marta sui Tubi, Le Luci della Centrale Elettrica (ok, per partire col mainstream)




Read Full Post »

ETICHETTA: Autoprodotto
GENERE: Elettronica, indietronica

TRACKLIST:
1. Fill Every Corner
2. Nuclear Sand
3. Magnets
4. Law

Non è che individuando un filo conduttore semantico nei titoli delle canzoni si risolva tutto, però devo ammettere che, senza nemmeno rifletterci tanto, ascoltando il disco e poi leggendo il retro del CD, ho avuto, per un momento, questa impressione. E poi un nuovo ascolto, e l’impressione ha iniziato a svanire, mentre divampava il calore new wave da una Verona dove il genere è quasi inedito, soffocato dall’onda metallara che fatica a spegnersi (e dal poco interesse dei locali). Antenna Trash è un progetto molto interessante, che già visivamente, per l’artwork, richiama i bei momenti della carriera dei Joy Division; ma, una volta analizzate le quattro tracce, dischiude un mondo infinito di possibilità interpretative che neanche la Divina Commedia. Nel senso che i riferimenti sono molti e il songwriting della band è senz’altro abbastanza complesso e maturo da non lasciar adito a dubbi circa la preparazione storico-musicale, strumentale e forse anche letteraria della band.
Le atmosfere, dense di anni ottanta e derivati, almeno nell’elettronica moderna (vedi glitch, hop, indietronica), pullulano di costanti “electro” come pochi artisti della scena internazionale hanno saputo fare; motivi fortemente devoti ad una causa dance che ricordano i disturbi dei Justice quando sono più orecchiabili,  i The Glitch Mob nei momenti di incontenibile soffocamento industriale (“Nuclear Sand”), anche un po’ post-punk nel modus operandi, nel comporre un pezzo e nel dargli sostanza e credibilità. La tendenza a rumori e suoni che catapultano il tutto in un universo più noise, e quindi più moderno, come in “Magnets”, svolge la funzione catalizzatrice più importante per l’espressione “di genere” di Ded Comes For Ded, come dire che il ponte tra passato e presente è rappresentato da inserimenti elettronici che desumono dal groove ballabile un contesto più ampio di ricerca del suono. Non è una frase astrusa come può sembrare, il succo è tutto lì, la cura negli arrangiamenti e nella scelta del sound, così come si palesa man mano che si ripete l’ascolto del breve disco una forzata strizzata d’occhio alle tre decadi passate come biglietto d’ingresso per tracciare le regole per il futuro della musica elettronica, perlomeno in ambito europeo: italiani o non italiani, potrebbero anche sfondare all’estero, se solo qualcuno prendesse in mano l’idea di esportarli.

Una band assolutamente geniale, nel modo di presentarsi, nella loro opposizione all’acerbo manierismo di certa elettronica imbizzarrita e priva di stimoli che si frappone tra tutto ciò che di serio ancora esce dalla nostra penisola; l’exploit positivo di questi ragazzi veneti potrà senz’altro fungere da sprone o da leva d’avviamento per altre approfondite esplorazioni dell’universo tutto moderno della indietronica più studiata, tranquilla nelle pose ma intensamente nebulosa nel processo di costruzione che nasconde. Grandissima prova, davvero.

Read Full Post »

contenuto pasquale inutile – perché noi la pasqua non la festeggiamo – un bel disco in uscita che non vi dovete assolutamente perdere

Read Full Post »

ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Synth-pop

TRACKLIST:
1. Overture (The Traveller)
Door 1 (grey, yellow, red)
2. Fog
3. Kites (lost in thought)
4. Momentary Visions
Door 2 (violet, blue, black)
5. Before to the Mirrors
6. Talking to Myself
7. September Shock
Door 3 (brown, rose, green)
8. M. Pity
9. Miss Serendipity
10. Kepler (the reflection)

Roberto Bonazzoli degli SHW si inventa Colours Doors Planet e regala un piccolo gioiellino di synth-pop protomoderno a chi ne ha più bisogno: gli italiani. Tra nostalgia depechemodiana, atmosfere pre-new wave dei primi Talking Heads e un tentativo di pulsazione dance sommersa filtrata da pad infiniti, sostanziosi ed eterei per definizione, un piccolo capolavoro di musica pop italiana. O, ancora, synth-pop italiana (che è molto raro a dirsi). Un po’ di SHW, che non potevano non sentirsi. Un po’ di psichedelia. Un po’ di post-punk, ma solo nell’indole. Dieci brani uno più bello dell’altro (eh ma vedi un po’ se l’overture iniziale o “Talking To Myself” non confermano tutto quello che abbiamo appena detto?). Si può ballare o si può solo ascoltare: sia con la distrazione del movimento fisico che con l’attenzione della focalizzazione analitica sulla musica resterà un bel disco. Anche questo, un merito non da poco. Consigliato.

Read Full Post »

ETICHETTA: Massive Arts
GENERE: Alternative rock, musica rovinata

TRACKLIST:
1. Pezzo Giallo
2. Fare Casino
3. Musica Rovinata
4. Disco Tropical
5. Di Testa
6. Bello
7. Pulsantoni
8. Torno Su
9. Loretta
10. Ilfattodeicdincantati

Oddio, sono tornati i Fratelli Calafuria. Le attese, dopo un grandissimo disco di punk rock italiano fatto alla “maniera del nostro alternative”, erano altissime e il rischio di delusione lo era altrettanto, giacché l’EP che ha preceduto Musica Rovinata non giovava particolarmente alle speranze.
Introdurre il concetto di “musica rovinata” in Italia forse è ancora abbastanza innovativo, e quasi fosse un genere i due milanesi lo portano avanti recuperando una tradizione d’intensa sperimentazione al contrario per rappresentare una scelta da loro fatta negli ultimi tempi, che si può interpretare da un lato come un’evoluzione, dall’altra come una voglia di “fare casino”, come dice il singolo (e brano più interessante del disco). Electro rock e punk rock iper-folli (rappresentati dalla già citata “Fare Casino”, “Pezzo Giallo”, la già sentita “Ilfattodeicdincantati” e “Pulsantoni”), sporcati di elettronica, di copiaeincolla fatti male per fare bene il lavoro del “rovinatore di musica”. Si balla, forse anche si poga, ci si crede pazzi, ci si sente fuori di testa: la missione dei Calafuria è compiuta. E’ uscito il disco più folle del 2011, anche se l’inserimento di Dargen D’Amico può sembrare un po’ forzato (non che il brano sia brutto). Sarcasmo e ironia come metri d’analisi di una realtà che un po’ si sporca di dark-malinconia (ma le ricordiamo anche dall’altra volta le frasi tipo “ho perso un treno a quindic’anni e mi ritrovo ad inseguire l’autista”, che non mancano neppure stavolta), chitarre al massimo volume possibile, creando un’esagitante tensione che rischia di far implodere il tutto dentro i nostri timpani. Batterie che scorrazzano ai mille all’ora (soprattutto quando suona Moreno Ussi) e il resto che le sovrasta salassando ogni linfa energetica dalle pelli per trasformarla in furia punk chitarristica.

Un prodotto iperadrenalinico che non ci aspettavamo da una band sempre troppo poco seguita rispetto alle loro reali capacità. Un disco talmente forte da essere quasi un’invettiva, a metà tra l’essere crocevia della loro carriera verso una forma più sostanziosa di “disco calafurio” e conferma di uno status già ottenuto con primo disco e primo EP. Potente, integro, completo, nevrastenico e un po’ surreale: cosa volete di più?

Read Full Post »

Recensione scritta per INDIE FOR BUNNIES
ETICHETTA: Memphis Industries
GENERE: Indie Pop

TRACKLIST:
1. Cadenza
2. Fragrant
3. Sting
4. Dressage
5. Ocduc
6. Dolli
7. X-O
8. Orvil
9. The Rub
10. The Ink
11. Zalo

Manchester si conferma da qualche anno una città molto prolifica in quanto a band di questo tipo: definirle indie è diventata una moda abbastanza difficile da combattere, ma dopotutto se un genere s’ha da citare, è quello. Aggiungiamo, per l’occasione, l’accezione “pop” che perlomeno racchiude dentro di sé un’essenza di orecchiabilità e facilità d’ascolto che è propria di band come quella di cui si sta per parlare.
I Dutch Uncles vengono, appunto, da Manchester. Nel 2009 apparivano per una comparsata momentanea, scomparendo poco dopo. Nel 2011 ritornano in grande stile, con un disco pubblicato da Memphis Industries (che non è poco, visto che lavorano con Banjo or Freakout, The Go! Team e Cymbals Eat Guitars, per citarne alcuni da un nutritissimo roster), che prende il nome di Cadenza: termine che difficilmente può essere accostato alla musica dei DU ma che, a dire il vero, può descrivere in maniera decisa il groove medio dell’album giacché le canzoni, nonostante alcuni innalzamenti di tono che puntano principalmente a ballabilità e radiofonicità, tendono ad incespicare in ritmi piuttosto rallentati e poco “salterini”. Come dire la tendenza a ritmiche quadrate. Un privilegio di quei pochi che lo sanno fare, e poi chi si lamenta? Perché se il disco è bello è anche grazie a questo.
Le undici tracce raccolgono più o meno tutti gli elementi basilari di una band inglese di successo dell’ultimo decennio: qualche traccia melenso-pop (“Dolli”, con qualche coro beatlesiano che non guasta), le impennate più rock tipiche di band più animate (ma anche i Franz Ferdinand, volendo, però voliamo basso che è meglio), come in “Sting” e “Orvil”, che un po’ si connette con esperienze new wave/post-punk di stampo più eighties a ricordare Talking Heads, Devo, Joy Division e Gang of Four (“Dressage” e “The Ink”), in rapida successione, con una mescolanza in realtà molto subdola che si intreccia con un lavoro notevole alle chitarre nascondendone gli aspetti più evidenti e palesi. Niente scopiazzatura, ma un lavoro intenso di riscrittura di stilemi già sentiti che dona alla band una certa personalità, seppur il sound sia una specie di compendio tra Banjo or Freakout, Scouting for Girls e Everything Everything. Una nota positiva per la conclusiva “Zalo”, dove un mood vagamente dark d’anni ottanta si unisce con un cantato che ricorda MOLTO da vicino Thom Yorke, costringendoci a pensare che i Radiohead sono proprio l’influenza principale di quasi tutti i buoni musicisti d’oggi. Ma poi si ascoltano gli arrangiamenti quasi antagonisti rispetto a quelli della band dell’Oxfordshire e ci si accorge che non è vero niente.

La band sa il fatto suo e i ragazzi ci mettono poco a dimostrarlo (le migliori sono effettivamente le tracce d’apertura, “Cadenza” e “Fragrant”, almeno in quanto ad originalità), utilizzando, come dicevamo, linguaggi già collaudati da tempo, limitando al minimo innovazione e sperimentazione, esprimendo solamente uno stato d’essere che ormai si tende a chiamare “indie”. Sarà un termine adatto? Dopotutto non sta a noi giudicare, ma Cadenza non è un brutto disco e la sua freschezza prettamente pop lo classifica in quel limbo di decine di bei dischi che la gente dimenticherà, proprio quelli che pescando casualmente da uno scaffale ci piacerà riascoltare anche tra una decina d’anni. E tra venti, come sarà?

Read Full Post »

ETICHETTA: Moonlight Records
GENERE: Classic rock, rock, psichedelia

TRACKLIST:
1. Means Finding Sunterra?
2. Riders of the Dome of Sagittarius
3. Sleepless/Vetronite
4. Journey Of A Man (live at Moonlight Studios)

Gli Shinin’ Shade, formazione di Parma che da qualche anno imperversa nell’underground emiliano con delle psichedeliche comparsate di notevole caratura, arrivano nel 2011 con un nuovo disco a dimostrare le loro effettive capacità, rischiando di inabissarsi nella mal collaudata moda della band col nome inglese, con le canzoni in inglese, con i soprannomi in inglese, che però, nel loro caso, dà anche dei buoni frutti, vista l‘internazionalità positiva del progetto.
Nelle quattro interessanti tracce che compongono questo ibrido tra un EP e un full-length, troviamo evidenti segni di una sintomatologia progressive rock e psichedelica che fa capo ai linguaggi principali dei grandi anni settanta: voce e chitarre che attingono da stilemi blues, batteria completamente esente da protagonismi e limitata ad accompagnare, un basso che si prende qualche libertà più che altro per dare sostegno al groove dei brani più bisognosi del medesimo (che ne so, pensando a “Sleepless/Vetronite”). Qualche background metal risuona in lontananza anche e soprattutto nelle chitarre, che si ripercorrono nei loro ruoli di ritmica e finta-solista (che infatti viene chiamata ritmica anche nel booklet) a creare delle atmosfere che si interessano ancora di più dell’etichetta “rock psichedelico”, ma con una caratura molto strong, tendente a distorsioni hard rock e che innescano una logica di conferma/negazione delle tag di genere proprio come piace a noi. Tradotto in parole povere, un elemento che caratterizza la band dandogli il pregio di essere inserita in un contesto già battuto da migliaia e migliaia di altri progetti, senza risultare uguale o eccessivamente simile a nessuno di loro. Detto ancora più in breve, questi Shinin’ Shade sanno suonare e hanno uno stile MOLTO personale, aspetto che si sente soprattutto nel dialogo continuo tra sezioni armoniche e sezioni più propriamente ritmiche che avviene all’interno di “Riders of the Dome of Sagittarius”.

L’ineleganza un po’ biker della foto del retro-disco non serve a sminuire un lavoro interessante sotto ogni punto di vista, che rivela una freschezza e una maturità nel songwriting che probabilmente raggiungerà il suo apice con la prossima uscita discografica che vi invitiamo ad attendere pazientemente insieme a noi.

Read Full Post »

ETICHETTA: Roswell/RCA
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
1. Bridge Burning
2. Rope
3. Dear Rosemary
4. White Limo
5. Arlandria
6. These Days
7. Back & Forth
8. A Matter of Time
9. Miss The Misery
10. I Should Have Known
11. Walk

Esistono persone che hanno avuto il coraggio di mettere in discussione qualcosa fatto da Dave Grohl? Se si, presentatemele, sarebbe veramente un onore poter capire dove, e soprattutto se, nella sua carriera ha fatto qualcosa che non andava bene. Per non fraintendere, prima di continuare a leggere ascoltatevi Wasting Light, per non arrivare prevenuti: i Foo Fighters, tra le rock band americane mainstream, sono sempre stati non solo i più famosi ma anche i più sfrontati, geniali e freschi nel mischiare i linguaggi più propriamente commerciali della melodia e del power chord punk rock, rimanendo però una spanna sopra gli altri grazie ad un songwriting energico e muscolare, mai ripetitivo e mai abbandonato a soluzioni discontinue di inversioni di rotta o rinuncia di un percorso concretizzatosi sommariamente dopo la fine dell’esperienza dei Nirvana.
Energico e muscolare, dicevamo, proprio come lo stile di Dave Grohl batterista, e Wasting Light è propriamente l’album in cui la sua essenza di folle picchiatore di pelli più che in ogni altro emerge, nella costruzione delle linee vocali e, ancor di più, in quelle di chitarra. Seguendo due bisettrici che non lo tagliano precisamente a metà, spostando l’asse verso la prima che citerò, questo loro settimo full-length è divisibile in: brani cattivi, meno tradizionali, lontani dal sound a cui siamo abituati, dove prevale lo screaming che Dave aveva abbandonato dopo il self-titled; brani melodici che si preoccupano molto spesso di andare alla deriva creando sensazioni molto simili ad un agrodolce o, trasformandolo in musica, in un piano-forte che non fa altro che generare ulteriore tensione e appeal nei brani. Lo vogliamo tradurre in titoli di canzoni? Alla prima categoria appartengono “Bridge Burning”, “White Limo” e “Arlandria”, quest’ultima, insieme al singolo “Rope” e a “Dear Rosemary” situata in un punto di congiuntura tra le due classificazioni, che portano a “Walk” e “These Days”, nell’altro versante: tutti e sei i brani citati virano verso un sound molto diverso, con le chitarre a graffiare molto più che negli ultimi tre dischi, la batteria a sorreggere un comparto ritmico che non è mai stato così impulsivo e nervoso, un basso poco presente ma che svolge egregiamente la sua funzione un po’ troppo impostata sull’accompagnamento più classico. Stupefacente invece tutto il lavoro alla voce, che riesce a trasformare un timbro fin troppo riconoscibile in un catalizzatore per linee vocali che sfuggono ad ogni definizione, in una convergenza tra orecchiabilità radiofonica e impropria agitazione stoner/metal, con una strizzata d’occhio a Josh Homme e Bob Mould, tra l’altro ospite nel disco (ma c’è anche Novoselic, seppur non pubblicizzato come ogni buon “commerciante di musica” avrebbe fatto, altro punto a favore del disco, che prosegue su quella falsariga di buonismo rock che li ha sempre tenuti lontani dall’essere stadium band in Europa, se escludiamo la Gran Bretagna).
Un punto debole è senz’altro da individuare nella pesantezza dei brani che, ascoltati di fila più di qualche volta, rischiano di far saltare la sensazione di stupore iniziale: dopotutto è sempre stata una caratteristica dei Foo, ma in questo caso l’innalzamento dei toni rischia di minare ulteriormente l’effetto sorpresa sull’ascoltatore, per questo è consigliabile ascoltarlo a piccole dosi, tenendo conto che non tutti i brani sono propriamente “dei singoli” come molti fan si aspettano.

La presenza nel disco di scelte metal (“White Limo”), southern rock (“Back & Forth”, che ricorda vagamente i Kings of Leon meno banali) e, esageriamo con le definizioni, power-pop (“Rope”), trasforma Wasting Light nel vero disco definitivo dei Foo Fighters: nessuno lo definirà mai il migliore, ma un critico onesto dovrà riconoscerne la vocazione di album della conferma, conferma che Dave Grohl non deve più dimostrare niente a nessuno, forte di una personalità che non si realizza solo sul palco ma anche dietro le quinte, nei lavori di composizione di un disco che effettivamente attestano una maturità musicale di cui alcuni ancora dubitavano. Ora non potete più farlo.

Read Full Post »

ELEONORA VERRI per THE WEBZINE ha partecipato al live dei Twilight Singers al Locomotiv Club, dov’era ospite sul palco anche Manuel Agnelli degli Afterhours (visibile in una delle foto). Buona visione.

 

Read Full Post »

Gli America sono una “English-American folk-rock band” secondo la Wikipedia.
Secondo me sono semplicemente una folk-rock band. La privazione della nazionalità sarà anche inspiegabile ai più, ma per me si contestualizza all’interno dell’assenza di “personalità” che forse è l’aspetto che più li connota. Una band storica come gli America ha rappresentato un filone che sia prima che dopo di loro è stato popolato da centinaia di band identiche, ma non per questo la recensione che state per leggere andrà a penalizzare ulteriormente gli ormai settantenni (oh, almeno Beckley canta ancora bene).

Al Gran Teatro Geox, il punto di congiunzione tra la musica live e la musica live commerciale per quel che riguarda Padova, gli America hanno effettivamente fatto un gran spettacolo: precisi, ancora “giovanili” nel portamento e nel modo di suonare, hanno entusiasmato un pubblico molto composito ma generalmente orientato agli over quaranta (com’è giusto che sia), strabiliando anche per la capacità di generare interesse in un tipo di musica di cui, come dicevamo sopra, possiamo fare indigestione accendendo qualsiasi stazione radio online di settore a qualunque ora del giorno. La capacità strumentale della band rimane notevole, eccezion fatta per il batterista Willie Leacox, tecnico ma abbastanza piatto ed impersonale rispetto ai rimanenti cinque America (di cui si contano solo Beckley e Bunnell dal nucleo originale del 1970). Nel tour per il loro quarantesimo anniversario (ora quarantunesimo) propongono tutti i loro successi (e l’intero primo lato del primo LP) scatenando applausi di approvazione ad ogni pié sospinto e una standing ovation finale che si può decisamente definire inaspettata, vista la natura della band. Il set di circa novanta minuti è stato caratterizzato orientativamente da un continuo crescendo, una parabola ascendente spezzata solo dal doppio encore da un solo pezzo che ha rappresentato, se vogliamo, una sorta di anticlimax prima dell’eruzione finale dell’ultimo brano.
Sostanzialmente, tra “A Horse With No Name” e “Lonely People”, solo un paio dei tanti cavalli di battaglia inseriti in setlist, gli America hanno proposto uno show all’altezza dell’esperienza maturata nelle quattro decadi di attività riuscendo anche a mantenere fede ad una tradizione folk che si sta iniziando a perdere, almeno in quanto ad atmosfere e credibilità. Inoltre trovare degli ultracinquantenni che suonano così non è cosa da tutti i giorni, tenendo conto di quante band smettono di suonare per l’avanzare dell’età (ma c’è anche chi non smette mai, non dimentichiamolo).

C’è poco da fare, band come queste si porteranno per sempre sulle spalle il fardello di aver rappresentato molte generazioni, simboleggiando contestualmente anche ambienti, scelte e correnti politiche che spesso vengono appiccicate contro le schiene dei musicisti come etichette di cui non si libereranno mai. Non riguarda propriamente i loro testi, e a noi poi frega molto poco, però a Padova abbiamo assistito ad un ottimo concerto, dove tutti i pezzi del puzzle erano al loro posto (acustica compresa, che non è cosa frequente nei palazzetti d’oggidì). Anche stavolta, cinque euro di parcheggio a parte, s’intende.

Read Full Post »

Foto Report di ELEONORA VERRI al concerto di Massimo Volume e Bachi da Pietra al COVO CLUB di Bologna, tenutasi l’8 aprile 2011

Read Full Post »

16 aprile 2011 – SUBSONICA @ FUTURSHOW STATION, Casalecchio di Reno (BO)
16 aprile 2011 – RIAFFIORA e MISACHENEVICA (unplugged) @ A DISPETTO DELLA DISCREZIONE su RADIO SHERWOOD, Padova
16 aprile 2011 – KOINE @ FAENAS CAFE, Roma

16 aprile 2011 – CABEKI @ NOFUN, Udine
16 aprile 2011 – WORA WORA WASHINGTON, ZABRISKY e DIE DIE TRANSFER @ APARTAMENTO HOFFMANN, Conegliano Veneto (TV)
17 aprile 2011 – THE VILLAINS @ DON MARCO’S, Fontaniva (PD)
17 aprile 2011 – ZOYSIE @ JADORE, Cittadella (PD)

17 aprile 2011 – PENTAGRAM e IN SOLITUDE @ BRONSON, Madonna dell’Albero (RA)
17 aprile 2011 – SIMONA GRETCHEN @ ZUNI, Ferrara
19 aprile 2011 – JOHN GRANT @ CHIESA DI SANT’AMBROGIO, Bologna
20 aprile 2011 – BLOOD CEREMONY e GHOST @ BRONSON, Madonna dell’Albero (RA)
20 aprile 2011 – ALVAREZ KINGS @ TETRIS, Trieste
21 aprile 2011 – CANEMORTO @ STONES CAFE’, Vignola (MO)
21 aprile 2011 – BLACKFIELD @ NEW AGE CLUB, Roncade (TV)
21 aprile 2011 – VERDENA @ BIOMILL, Laufen (SVIZZERA)
22 aprile 2011 – VERDENA @ MOJOTIC FESTIVAL 11, Sestri Levante (GE)
22 aprile 2011 – MISACHENEVICA @ GRINDHOUSE, Padova
22 aprile 2011 – TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI @ APARTAMENTO HOFFMANN, Conegliano Veneto (TV)
22 aprile 2011 – DUM DUM GIRL @ COVO CLUB, Bologna
22 aprile 2011 – DEAD MEADOW e SPINDRIFT @ UNWOUND CLUB, Padova
23 aprile 2011 – CAPAREZZA @ LECCE FIERE, Lecce
23 aprile 2011 – AUCAN @ YOURBAN, Thiene (VI)
23 aprile 2011 – EX-OTAGO @ POP CORN, Marghera (VE)
23 aprile 2011 – GALLOWS @ NEW AGE CLUB, Roncade (TV)
25 aprile 2011 – CANCER BATS @ APARTAMENTO HOFFMANN, Conegliano Veneto (TV)
25 aprile 2011 – VERDENA @ PARCO GONDAR, Gallipoli (LE)
27 aprile 2011 – VERDENA @ FLOG, Firenze
27 aprile 2011 – ONE DIMENSIONAL MAN @ OFF, Modena
27 aprile 2011 – THE SEA @ ETNOBLOG, Trieste
28 aprile 2011 – SMART COPS @ JAMEIKA PUB, Verona
28 aprile 2011 – THE VILLAINS @ BARRETT PUB, Lesina (FG)
28 aprile 2011 – VERDENA @ CASA DELLA MUSICA, Napoli
29 aprile 2011 – VERDENA @ ATLANTICO, Roma
29 aprile 2011 – THE VILLAINS @ PIAZZA CASTELLO, San Severo (FG)
29 aprile 2011 – LEVEL 42 @ ESTRAGON, Bologna
29 aprile 2011 – ZEN CIRCUS @ MATERIALE RESISTENTE, Montebelluna (TV)
29 aprile 2011 – TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI @ TAVAGNASCO ROCK, Tavagnasco (TO)
29 aprile 2011 – EARTH e SABBATH ASSEMBLY @ UNWOUND CLUB, Padova
30 aprile 2011 – MODENA CITY RAMBLERS @ CSO RIVOLTA, Marghera (VE)
30 aprile 2011 – CAPTAIN MANTELL e BOLOGNA VIOLENTA @ MATERIALE RESISTENTE, Montebelluna (TV)
30 aprile 2011 – 24 GRANA @ CSO PEDRO, Padova
30 aprile 2011 – TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI @ LAND OF LIVE, Legnano (MI)

Read Full Post »

Che dire, se Francesco Renga è uno dei migliori cantanti italiani in circolazione? Che dire poi se delle canzoni palesemente fiacche e dall’impianto totalmente pop nell’accezione brutta del termine, rese leggermente meno pallide e più calde dall’orchestra e da una backing band di notevole qualità strumentale e “concettuale”, riescono a suonare bene all’interno dell’ora e quaranta di concerto proposta?

La scaletta ha principalmente toccato tutti i lavori finora dati alle stampe dal cantante di Udine, non scontentando i fan di ogni età giunti al Gran Teatro Geox per l’evento: i soliti cinque euro di parcheggio per un vero e proprio latrocinio legalizzato iniziano a far passare la voglia di vedere ogni spettacolo qui, seppur la location si presti molto bene a questo tipo di live. L’Ensemble Symphony Orchestra diretta da Giacomo Loprieno svolge ovviamente la funzione di catalizzatore, veicolando le atmosfere giuste per compiacere il pubblico più che altro ammaliato dalle qualità vocali del protagonista della serata. Effettivamente, l’ex Timoria non ha sbagliato una nota, e a qualche piccola imprecisione riusciva subito a porre opportuni contraltari con dimostrazioni tecniche notevoli. Dicevamo della scaletta, beh, e qui arrivano anche le note dolenti: nella presentazione del live si parlava di ripercorrere l’intera carriera, e per un fan dei Timoria speranzoso di ascoltare le vecchie glorie dei bresciani sentire solo una versione edulcorata (ma magnifica) di “Sangue Impazzito” nell’encore, è qualcosa di omicida. In ogni caso, anche i brani più pop del repertorio nuovo sono stati rivestiti di una patina da un lato epica (nel primo set con piano e orchestra, più che altro un medley), dall’altro più rock. Una veloce carrellata dei migliori brani suonati sicuramente comprenderebbe “Angelo”, “Regina Triste”, “Dove Il Mondo Non C’è Più”, “La Strada” e la più ballabile “Meravigliosa”, in conclusione con il pubblico che si alza dalle sedie per raggiungere il palco.

Si può essere ancora più critici nel giudicare Francesco Renga, nella parabola discendente del coefficiente artistico della sua carriera, nella scelta di passare dai Timoria ad un periodo solista che non gli ha certo donato più di tanti onori tra i rocker italiani lasciati nelle mani di Pedrini, però si è automaticamente costretti ad esaminare l’altra faccia della medaglia: quest’uomo ha una voce incredibile, e qualsiasi canzone risulta impreziosita da questa sua verve da interprete old style che ricorda i fasti di kermesse canore quali il festival di Sanremo dei primi due decenni di attività, appoggiata anche a qualche “discorsetto” poco comprensibile che sollecita qualche dubbio riguardo l’utilizzo di sostanze stupefacenti. Scherzi a parte, questo ibrido tra “orchestra e voce” (proprio come Francesco aveva titolato l’ultimo disco) riesce nell’incredibile impresa di attrarre l’attenzione anche di chi come me non ha mai apprezzato i nuovi lavori di Renga, e grazie ad una resa live perfetta che ha sollevato un’aura quasi teatrale nel palazzetto-teatro, si può senz’altro una performance di grande spicco. Peccato per l’assenza di altri brani vecchi, sulla falsariga delle delusioni del Giovanni Lindo Ferretti nazionale che periodicamente parla di revival dei CCCP per poi scontentare tutti i fans: Renga, sii sincero, la prossima volta.

Read Full Post »

ETICHETTA: Venus
GENERE: Noise, rock, alternative

TRACKLIST:
1. Intro
2. El Cura
3. Preghiera per Artaud
4. Tornerai
5. No Soi Sante
6. Il Volo della Paloma
7. In Fondo al Mare
8. O Le Pridi
9. Dos Pesos
10. Une Bugade Di Vint

Sono già sette, incredibile.
Gli Arbe Garbe, una band di cui davvero ci sarebbe da chiedersi quanto ami suonare visto che resiste negli anni ad ogni forma d’urto tipicamente italiana riaffermandosi ed evolvendosi in maniera evidente a volte, più subdola in altre, ma sempre preoccupandosi che quest’aspetto sia rilevabile dai più.
In Arbeit Garbeit l’anima “popolare” da banda folk torna prevalente con il mescolare linguistico, e quindi anche d’indole, dell’italiano e dello spagnolo proveniente dal mondo argentino, creando già una sorta di prodotto creolo che si può apprezzare per le sue virtù, perdonatemi il termine, etniche. Aggiungiamoci che a livello musicale stiamo assaggiando un disco perfetto, dove noise, vecchie forme di jazz, alternative rock classico, folk ed elementi più tipici della nostra tradizione cantautorale si fondono senza lasciare poi tante tracce del loro iniziale esprimersi, ed avremo una vera e propria sorpresa.
Percorrendo l’intero disco, dall’intro e il primo brano “El Cura”, arrivando alla conclusione affidata a “Une Bugade Di Vint”, c’è la sensazione che un senso d’inquietudine post-rivoluzionaria sia alla base di alcune scelte stilistiche e lessicali, che sia un po’ anche il tema dei testi (come quello di “Dos Pesos”) il traino di una “maniera” di comporre che si era persa dopo De André e che la band, davvero, ci sappia fare. Serve a poco citare i Figli di Madre Ignota e i Radio Zastava, che hanno impreziosito il disco con le loro ospitate, perché Arbeit Garbeit sarebbe stato perfetto in ogni caso.

Sincerandoci che chi legge questa recensione sia anche un fan di band analoghe, lo consigliamo; non è detto che piaccia a tutti, per questo lo specifichiamo. Che poi ogni disco non è fatto per piacere a tutti, e questo è un bene tenerlo in considerazione, negli anni in cui questo concetto sembra essere scomparso. Gran prova di una band giunta ad un punto di svolta che nonostante non sia mai arrivata davvero ne attesta la maturità.

Read Full Post »

ETICHETTA: Controrecords/New Model Label
GENERE: Cantautorato

TRACKLIST:
1. Articolo 1
2. Le Prigioni del 2000
3. Insanity Show
4. I Pinguini Si Comprano il Cappotto
5. Giochi da Grandi
6. Iside
7. Brace
8. Sorrisi e Balle Varie

Di nuovo una perla di cantautorale italiana. Sembra una maledizione, quando le mode davvero funzionano e causano folli moltiplicazioni artistiche senza capo né coda, ma è in realtà una soddisfazione quando dalle tumultuose masse in caotico e continuo movimento emerge davvero una qualche forma d’arte apprezzabile.
Da Torino, stavolta, è il caso di Mezzafemmina: non so se è la prima volta che da questa regione giunge un cantautore dello stesso spessore di Gianluca Conte, però se la produzione affidata a Giancursi e Lo Mele (Perturbazione) non mente, ci potrebbe essere anche qualcosa sotto. Ma a noi non frega niente, finché le canzoni sono belle, e lo sono tutte e otto.
Storie A Bassa Audience è un unico viaggio dove la durata media delle canzoni, attestata più o meno sui quattro minuti, partecipa insieme alla costruzione dei brani stessi nel concretizzare il tutto, con risultati stupefacenti. Tutti i pezzi scorrono velocemente, senza il senso di pesantezza che spesso il genere rischia di indurre nell’ascoltatore meno abituato, e riascoltandoli si riescono a scoprire anche i lati più intimi del versante letterario, che possono sfuggire al primo incontro. Un manifesto di come si possano evitare i luoghi comuni ed analizzare la propria nazione dal punto di vista, se vogliamo “diversamente patriottico”, di un cantautore senza peli sulla lingua: è una specie di linguaggio folk-pop quello utilizzato per parlare di un’Italia priva di democrazia, dove la Costituzione si paragona più o meno ai rotoloni Regina. Il tutto con una delicatezza notevole, supportato da musicisti molto buoni, un songwriting che in ogni secondo è indice di una maturità già arrivata da tempo e che gli permette, con questo Storie a Bassa Audience, di confermarsi come un cantautore competitivo su scala nazionale.
Non perdetelo di vista, ed ascoltate attentamente soprattutto “Articolo 1”, “Iside” e “I Pinguini Si Comprano il Cappotto”.

Read Full Post »

Qui il comunicato stampa.

ASS. BDC SKATERS presenta COLUMBUS SUMMER MUSIC FESTIVAL 2011
supported by VANS

L’ass. BDC SKATERS annuncia la 4a edizione del COLUMBUS SUMMER MUSIC FESTIVAL 2011

L’evento RIGOROSAMENTE GRATUITO,il 25 e 26 giugno,ospiterà le migliori band della scena internazionale; infatti all’interno del Parco Colombani di Portomaggiore (FE), passerà un “treno” ricco di festa, aggregazione, divertimento e tanta buona musica, che vi farà trascorrere due giorni indimenticabili in puro stile r’n’r!!

  • Sabato 25 giugno, apriranno il festival due band di successo che meglio di chiunque altro interpretano lo spirito “Italian’s do it better”: gli A TOYS ORCHESTRA ed i BUD SPENCER BLUES EXPLOSION, un’esplosione rock targata “Italia” che accenderà questa imperdibile serata!
  • Domenica 26 giugno, saranno due band altrettanto leggendarie a chiudere in bellezza il weekend, infatti si esibiranno sul palco gli AGNOSTIC FRONT ed i U.S. BOMBS !! I primi, paladini incontrastati della scena hardcore mondiale, sbarcheranno direttamente da NY a Portomaggiore, per presentare il loro nuovo album “My life my way”. Preparatevi a scatenarvi e urlare tutti in coro con Roger Miret e soci! I secondi, punk-rock heroes californiani guidati dalla voce di Duane Peters, cantante e skater di indubbio valore mondiale, faranno pogare tutti con il loro live graffiante e rozzo! La serata inizierà intorno alle 20:30 con i local Reinforced Concrete, infatti sarà il gruppo hardcore ferrarese a fare gli onori di casa e rappresentare al meglio la scena locale.

Non perdete questi due giorni unici ed irripetibili all’insegna del rock!

A SEGUIRE LE LINE-UP DEI 2 GIORNI:

SABATO 25 GIUGNO

  • ORE 18.30: APERTURA DEL FESTIVAL CON APERITIVO E DJ SET

DOMENICA 26 GIUGNO

  • ORE 18.30: APERTURA DEL FESTIVAL CON APERITIVO E DJ SET

NELL’AREA SARA’ PRESENTE L’AREA RISTORO CON PIADINERIA E BAR COMPLETI DI TUTTO.

COLUMBUS SUMMER MUSIC FESTIVAL 2011

25/26 GIUGNO, PORTOMAGGIORE (FE) @ PARCO COLOMBANI – INGRESSO GRATUITO

Il Festival è organizzato dall’Ass. BDC SKATERS, con il supporto del Comune di Portomaggiore, della Proloco Portuense, con il patrocinio della Regione Emilia Romagna e della Provincia di Ferrara; e grazie anche al supporto di Vans Italia e al mediapartner Surfnews Magazine.

Read Full Post »

SI parla oggi di alcuni dei festival italiani del 2011 che abbiamo deciso di commentare. E’ ovvio che per commentare una cosa bisogna reputarla positiva o negativa, altrimenti che senso ha? Beh, per certi versi quest’anno la musica live cavalca l’ormai enorme numero di investimenti economici fatti nel settore dai big come Live Nation e i promoter italiani come Zed e Live in Italy e propone spettacoli di ogni tipo che accontenteranno un po’ chiunque. Commentiamo, commentiamo.

HEINEKEN JAMMIN FESTIVAL 2011 (ad oggi le band annunciate sono queste)
09.06.2011 COLDPLAY, BEADY EYE, CESARE CREMONINI, ECHO & THE BUNNYMEN, WE ARE SCIENTISTS
10.06.2011 NEGRAMARO, FABRI FIBRA, VERDENA, INTERPOL, ELBOW
11.06.2011 VASCO ROSSI, ALL TIME LOW, PRETTY RECKLESS

Che dire. Il festival, ormai appuntamento fisso al Parco San Giuliano di Mestre, è una buffonata pazzesca quest’anno: i fans della musica rock, soprattutto, stanno manifestando tonnellate di malcontento riversando commenti cattivissimi sui forum e sui siti che hanno postato le notizie del cast. Diciamo quali sono i problemi? Un cast troppo poco interessante per il prezzo del biglietto (63 euro) che non permette assolutamente di accettare la presenza di big del calibro di Negramaro e Vasco Rossi. Inoltre, per buona pace di artisti di un certo livello come Echo & The Bunnymen, Verdena e Cesare Cremonini, gli organizzatori sembrano veramente aver fatto un pastone fuori d’ogni comprensione, e il motivo lo sapete tutti benissimo: noi italiani siamo degli stupidi idioti e arriviamo sempre all’ultimo minuto, ma saremo stupidi anche in orario se mettiamo i Negramaro headliner di un festival, no?

SONISPHERE FESTIVAL 2011
25.06.2011 IRON MAIDEN, SLIPKNOT, MOTORHEAD, ROB ZOMBIE, APOCALYPTICA, MASTODON, PAPA ROACH, BRING ME THE HORIZON, PARKWAY DRIVE, ESCAPE THE FATE, LABYRINTH, PROTEST THE HERO, SKINDRED, RISE TO REMAIN, BUCKCHERRY, ARCHITECTS
26.06.2011 LINKIN PARK, MY CHEMICAL ROMANCE, THE DWARVES, ALTER BRIDGE, THE CULT, GUANO APES, KIDS IN GLASS HOUSES, THE DAMNED THINGS, KYUSS LIVES!

E ne mancano ancora, si. Beh è un cartellone assurdo. Il prezzo, 150 euro buoni per entrambi i giorni, è accettabile, considerando che il primo giorno ci si può vedere un numero assurdo di band fighe tutte di fila (soprattutto Mastodon, Rob Zombie e Motorhead, ma come si può rifiutare di vedere i Maiden e gli Slipknot, prima che entrambi vadano in pensione?). Il secondo giorno i Linkin Park, ormai morti e sepolti ma che comunque hanno fatto un po’ la storia delle adolescenze di tutti quelli che ora ascoltano musica seria, i My Chemical Romance pessimi sui dischi nuovi, ma ottimi live, e la reunion per soldi dei Guano Apes. Punta di diamante però sono sicuramente gli Alter Bridge.
Assolutamente un festival di tutto rispetto, che pecca forse dell’aggiunta di troppe band, se ne potevano mettere meno e organizzarlo in maniera più organica, però, non lamentiamoci troppo, è una figata atroce.
Da Imola il nostro report il 25 e 26 giugno.

ROCK IN IDRHO
15.06.2011 FOO FIGHTERS, THE HIVES, FLOGGING MOLLY, IGGY POP & THE STOOGES, BAND OF HORSES, SOCIAL DISTORSION, OUTBACK e MINISTRI

Anche questo un ottimo rapporto qualità prezzo (57 euro). I Ministri, sempre più raccomandati, sempre presenti ad occasioni come queste (come fecero come i Coldplay), in caduta libera saranno comunque godibili, così come i Social Distortion nonostante l’età. Foo Fighters attesissimi dopo anni che non venivano, supportati da un trio di band che sicuramente sono adatte all’occasione: The Hives, Flogging Molly e Iggy Pop & The Stooges. C’è poco da fare, tra tutti, è quello che The Webzine si sente di consigliarvi di più. A RHO, non mancate, noi ci saremo.

Ecco, questi tre festival sono i principali ma ci sono tantissime altre rassegne di assoluto interesse anche se mancano ancora molti nomi da annunciare. Date un’occhiata all’Arezzo Wave diventato pugliese (Lou Reed, Paolo Nutini, Kaiser Chiefs, Jimmy Cliff, Sud Sound System e Verdena), al Rock in Roma (lunghissima rassegna di tutto rispetto, con 30 Seconds to Mars, Avenged Sevenfold, Korn, Subsonica, Afterhours, Dream Theater, Chemical Brothers, Fabri Fibra, Franco Battiato, Caparezza, Almamegretta, Ben Harper e Robert Plant, Skunk Anansie, Elio e Le Storie Tese, Jamiroquai, Moby e altri), a Ferrara Sotto Le Stelle (Sufjan Stevens, National, Beirut, Skunk Anansie e PJ Harvey) e le rassegne di Vigevano, Lucca, Piazzola sul Brenta, Codroipo, Azzano Decimo (Moby, Public Image Limited, The Horrors), Voci per La Libertà (a Villadose, Rovigo) e tanti altri.
Beh, vi terremo aggiornati.
Affanculo l’Heineken. Non votate le band che si candidano, fate capire loro che candidarsi in migliaia a contest di un festival così mal organizzato fa male alla musica stessa, e fa male alla musica stessa anche COMPRARE I BIGLIETTI DI FESTIVAL DI QUEL TIPO. Per combattere questo aumento ingiustificato, e continuo, dei prezzi dei biglietti dei concerti non giova agli artisti, non è responsabilità loro, ed è veramente deleterio: per noi, per gli artisti, per la nostra stessa intelligenza umana che non può veramente accettarlo. Bisognerebbe rifiutare di andare ai live delle nostre band preferite per cambiare le cose, ma l’italiano medio non ha le palle per fare rivoluzioni, neppure io. Del resto se c’è ancora Berlusconi al governo, Vasco Rossi è “il rock italiano” e in cima alle classifiche ci sono i vincitori dei talent, significa che abbiamo sbagliato tutto.

Read Full Post »

ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Hard Rock

TRACKLIST:
1. Just A Little Shaboo
2. Set Me Free
3. This Way In
4. Janie
5. Listen Madame
6. Let Me Take You Out Tonight
7. Common People
8. Northern Star
9. Love Revolution
10. Can’t Get Enough
11. Come On Sister
12. The Lovers
13. Someday

Just A Little Shaboo.
Ma ci piace questo nome o no? In attesa di scoprirlo, abbiamo ascoltato il disco tre-quattro volte. Il risultato non è sorprendente, però è godibile. Pur senza rinnovare niente, né presentare interessanti evoluzioni in un genere molto chiuso come è l’hard rock, propongono un prodotto fresco e decentemente costruito, soprattutto dal punto di vista melodico.
Il punto forte dei Good Wines è sicuramente il brano “classico”, la costruzione di un brano senza particolari fronzoli, dove la tecnica è funzionale alla buona riuscita del pezzo: il loro sound è comunque molto leggero, tendente al freddo, al contrario di quanto le band hard rock più tipiche (quelle che tanto piacciono ai motociclisti, per fare un esempio) hanno sempre messo in campo, e proprio per questo motivo si rendono molto più vendibili e “fragili” da un punto di vista commerciale. Brani come “This Way”, ne sono la conferma.
Se si vuole ascoltare qualcosa che sottolinei la vera anima contemporaneamente frivola ed aggressiva della band, è ESSENZIALE il trittico iniziale, e soprattutto momenti come “Northern Star” e “The Lovers”.

La band gioca sul filo della prepotenza vocale e ritmica, appoggia leggermente le ginocchia su di un tappeto fluido su cui galleggiano, rischiando di affondare. Manca quel collante che renda credibili alcuni momenti più melodici, ma è anche vero che il loro modo di comporre, di suonare e di presentarsi, gli conferisce una credibilità che le band hard rock italiane nel 2011 non hanno più. Con un pregio di questo tipo e un album leggermente più personale, o almeno caratteristico, potrebbero diventare dei punti saldi nella discografia italiana del genere.

Read Full Post »

ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Punk Rock

TRACKLIST:
1. Cuore di Cane
2. Autocontrollo
3. Brucia Di Vita
4. Lucas
5. Alta Tensione #2
6. Assetto da Resa
7. Intervallo
8. Colpo Di Stato
9. Intolleranza
10. Con Un Filo di Voce
11. Bunker
12. Disamore #2

In breve, una delle punk rock band italiane più fedeli ai dettami del genere. Senza compromessi, senza vendersi, senza troppe fanfaronate melodiche.
In breve, un disco completo di dodici massacranti punk songs incazzato-politiche, dove i Dead Kennedys incontrano il punk italiano del periodo in cui Pordenone ne era la culla.
In breve, ancora, un paio di hit che quando tu parli di un centro sociale e di un dj set al suo interno, ti dovrebbero uscire anche dalle orecchie: “Con Un Filo Di Voce” e “Intolleranza”. Ma la più bella è “Bunker”.

I Palkosceniko al Neon avevano già dimostrato, con il precedente Disordine Nuovo, che i testi impegnati, sfacciati, o meglio, sfrontati, sopra una coraggiosa costruzione punk vecchia scuola sa solo spaccare. Che l’innovazione, in questo genere, è talmente impossibile da rendere preferibili gli artisti più conservatori: no, non stiamo parlando di politica. Lucas è un disco consigliato a fan di band come i Negazione, insomma quel punk che, cazzo, è punk per davvero.
Dategli una chance.

Read Full Post »

ETICHETTA: Alka Records
GENERE: Pop Rock

TRACKLIST:
1. Indifferente
2. Funerale di Un Automa
3. I Wanna Wake Up

The Bankrobber, formazione di Trento.
Quattro ragazzi, e tutti, almeno una volta, nel disco hanno cantato.
I brani sono tre, meno dei componenti. Beh, del resto è un EP.

Contenuti: Un pop rock italiano fortemente contaminato dai Pulp, un po’ anche dai Suede, e dalla musica vintage di certi seventies, forse anche sixties; un sapiente uso di sintetizzatori e forti guitar tunes dall’animo molto, a volte troppo, radiofonico. Le due voci principali, quelle di Oberti e della chitarrista Lorenza Piccinelli, fanno un ottimo lavoro, si sostengono a vicenda, sono fondamentali nel “colorare” ulteriormente di toni brit i tre brani. La title track, in qualche modo il singolo, è il brano migliore.
Il risultato è un trittico di pezzi semplici, quasi stringati, per questo d’impatto, dove le voci e le chitarre da protagoniste sorreggono, più che essere sorrette, un comparto ritmico, pure questo, decisamente lineare e compatto. Ne guadagnano i brani e quella sensazione di “sicurezza” che quasi ci assicura della capacità di songwriting e di esecuzione strumentale dei quattro trentini. Un disco consigliato a tutti i cultori della buona musica pop fatta senza essere volutamente sbanca-classifiche.
Da sottolineare il ritorno, come in precedenti uscite, di Enrico Ruggeri, che scrive il testo della bella “Funerale di Un Automa” per la band. Il sound, come avrete letto sopra, è molto dissimile da quello a cui ci ha abituati il “rocker “milanese e sapere che queste parole sono state scritte da lui, in qualche modo, ne aumenta l’effetto sorpresa.

Inevitabile concludere questo articolo dicendo che di questa band aspettiamo al varco il disco, per sapere se quanto detto fino a qui con i tre brani del cortissimo EP Indifferente è da confermare o semplicemente da accantonare. Speriamo proprio di no, le premesse, effettivamente, sono piuttosto consistenti.

Read Full Post »

ETICHETTA: Stop! Records
GENERE: Dream-pop, power pop, shoegaze

TRACKLIST:
1. The Boy and the Pokey Town
2. Hope Like There’s No Tomorrow
3. Petrinne Sonne
4. A Lullaby
5. Red Sun/Black Sand

Premettendo che lo shoegaze in Italia lo sappiamo fare solo in parte; premettendo anche che per definire una band power pop nel 2011, dove i parametri di genere sono tutti scompensati, è impossibile; premettendo, infine, pure che gli Shelly Johnson Broke My Heart, ricordano precedenti esprimenti dei medesimi componenti quali Late Guest At The Party, ottimo progetto naufragato presto in un limbo, disposto a non farsi recuperare dai più per rimanere pregiato prodotto di fabbrica d’alto bordo.
Come gli Shelly Johnson Broke My Heart, del resto.

Ascoltando Brighter si percepisce l’atmosfera pesante del dream pop d’altri tempi, il passato che si ripropone in codici shoegaze, seguendo le atmosfere da tunes palesemente radiofonici che a volte si sono soffocati, già da noi, nelle pallide ballad ultralente ed ultrasognanti degli …A Toys Orchestra. Passabile l’esperimento di fondere presente e storia del genere, con quei vortici veramente dream il cui tornaconto può essere anche il raro momento rilassato in uno dei primi dischi dei Sonic Youth. Senza droga. La voce come chiave.
“Petrinne Sonne” vi spiega cos’è il disco, “Hope Like There’s No Tomorrow” nega tutto per dare poi la conferma definitiva di quello che stiamo ascoltando: una rara perla di saggezza pop come solo un italiano nato e cresciuto ascoltando musica londinese e d’oltreoceano può fare. Senza l’originalità di molte altre formazioni, ma con l’incredibile pregio di saper manipolare perfettamente i suoni che mettono in campo. Ottimo supporto ritmico, egregio l’impianto melodico, imprescindibili gli arrangiamenti. Manca comunque qualcosa, ma sapere che a Rimini abbiamo band che ci possono ancora far sognare, non è cosa da poco.

In alto i calici.

Read Full Post »

ETICHETTA: Alka, Shinseiki
GENERE: Noise, post-hardcore

TRACKLIST:
1. Do It Or Let Me Go
2. The Head
3. Sorrysmile
4. Revolt Party
5. Dubby Little Thing Called Dub
6. In-Coming Disaster
7. I’m Ok
8. Won’t You Save Yourself?
9. The Hand
10. Think ‘bout Your Health
11. It’s So Easy

Poooooooooooooooowerful.
Rock’n’roll Head è una piccola perla di noise, fuso con le impennate garage e post-hardcore di certe band nordiche, americane e del nostro territorio peninsulare (anche recenti), che arriva come un’accetta d’acciaio sulla nostra testa proprio quando sembrava che il genere stesse morendo. Prolifici come non mai, sfornano dodici fucilate, furiose, devastanti, al fulmicotone: perdersi nelle loro mitragliate di chitarra (“il mio mitra è un contrabbasso”, stavolta, non presenta nessuna figura retorica), nelle lente tirate che si concludono sempre con impennate noise che stridono, scuotono l’udito, si schiantano contro una batteria abbastanza ingenua ma sempre al passo con il livello degli altri del gruppo. Per la cronaca, un livello alto. I Love in Elevator molto più bravi a suonare, molto più resistenti nel tenere brani di uno certo spessore (e anche loro nell’ultimo disco sono stati ottimi, ma qui non si scherza).
“The Head”, “Sorrysmile”, “In-Coming Disaster” e “The Hand”, sostanzialmente, compongono il quartetto essenziale per definire il sound della band: potente, caldo, post-nirvaniano (soprattutto nel primo dei quattro episodi citati), impegnato ad essere strafottente con tutto e tutti. Le strutture dei brani non sono mai particolarmente complesse, se comparate alla media del genere, ma dimostrano una capacità di songwriting che riesce contemporaneamente ad essere efficace e letale. Dinosaur Jr. e Queens of The Stone Age su tutti quelli che apprezzerebbero l’ascolto di Rock’n’roll Head.

Un enorme lassativo che ci permette di cagare fuori la nostra rabbia. Si sa, tutti ne abbiamo tanta. GRAN DISCO.

Read Full Post »

ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Metal

TRACKLIST:
1. Terror Manifesto Atto I
2. Fuori Produzione
3. Terror Manifesto Atto II
4. Gravità Zero

OK definirli metal, va bene, perché gli orizzonti sono quelli, però non ne sono poi così certo. Potrebbe essere una ritorsione, questa che molte band mettono in campo, di voltarsi dall’altra parte ed ignorare le etichette. Una rivolta nel pieno del successo delle “tag” virtuali diventate anche fisiche tentazioni di tutti. Però i Barnum Freakshow se ne fregano, e suonano, eccome se suonano. Escono dalla sala prove con un EP lacerante, molto distorto, dove i tentativi di ibridare metal e alternative commerciale sfuggono all’udito per quelle deviazioni molto personali che contraddistinguono soprattutto l’impianto chitarristico della combo “Terror Manifesto”, rispettivamente Atto I e II, due tracce non consecutive, che formano una sorta di suite esemplificativa dello stile meccanico, metallico e tagliente, ma in ghingheri, di questa sontuosissima formazione. “Gravità Zero” è invece il compiacimento definitivo, la dimostrazione che il comparto ritmico vale quanto quello melodico della perla “Fuori Produzione”.
Alcune forzature industrial si individuano nelle frequenze meno evidenti di alcuni brani, forse perché l’universo da cui provengono è anche quello. La scelta personale nel sound è quella più sporca e garage, che poi segnala anche la presenza di infiltrazioni thrash e neomelodiche: sbizzarrirsi con l’ibridismo non serve a niente, i brani sono fighi lo stesso. Peccato per la produzione a volte scadente, ma i pezzi sono tutti e quattro molto godibili anche se difficilmente individuabili come (veramente) originali.

Se cercate un prodotto fresco, che non sia troppo innovativo da diventare ingestibile (e che sia quindi digeribile dai più), ascoltate Circuiti|Carne|Metallo, sorprendente e scientifico bivio tra il metal d’ogni giorno e la melodia nera, cupa e pesante del vecchio defunto rock italiano anni novanta.

Read Full Post »

IN BREVE oggi esce col suo quarto numero a cura di Emanuele Brizzante, non più del misterioso A.B. Chi lo sa, se tornerà? Oggi vi parliamo di Corpi Celesti, un ottimo disco direttamente dal cantautore italiano Paolo Rigotto.

ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Cantautorato italiano sperimentale

TRACKLIST:
1. Cronofilia (Canzone per Berta)
2. Integrazione
3. Male che Vada
4. Madama Dore’
5. Il Capo
6. Canzoni d’Amori
7. Scheda Madre
8. Due di Notte
9. Musica con la Cappa
10. La Fine del Mondo

Corpi Celesti, semplicemente questo. Se i “corpi celesti” non sono le dieci tracce, forse lo possono essere i nostri corpi (intesi come organismi), che si lasciano sbattere ai quattro venti dalla fragile emotività che irradia da questi brani.
Paolo Rigotto, da solo, mette in piedi una baracca più che sostanziosa, un parto di innumerevoli idee che si sovrastano, si incagliano l’una sull’altra, tutto per poter portare a termine il proprio task: proporre un disco geniale. Sperimentazioni elettroniche in voci “semi-vocoderizzate” e rumori di computer alla rinfusa (“Scheda Madre”) si fondono con le caratteristiche più classiche del cantautorato della tradizione, come se questo disco fosse una parentesi di tradizione tra il passato ed un futuro ancora da scoprire. Di cui forse, Paolo, ha visto alcune diapositive fluttuare nel cielo, e le ha volute riprodurre in musica, con brani come “La Fine del Mondo” (perché ne parlano tutti? Basta!).
Eccezionale disco che, nel soffocare della voce che spesso ti fa dubitare sulle capacità canore del suddetto, riesce a trovare un suo perché indagando sull’indole docile ma contemporaneamente maestosa di un cantautore che (ascoltate “Integrazione”) ha capito come fare a non farsi mettere in piedi in testa dal mercato.
Consigliato.

Read Full Post »

ETICHETTA: Foolica Records
GENERE: Indie Rock

TRACKLIST:
1. Etiquette is Useless
2. Wake Up Alone In An Empty Bed
3. Carry On (To Carry On)
4. 6:00 am
5. John Arne
6. Echoes From My Brain
7. Nova Ruda
8. My Wrong Words
9. Caledonian McByrne

Incute quasi timore dover parlare di un disco così. Il primo aggettivo che mi è venuto alla mente dopo gli ascolti necessari a scrivere questo articolo è “viscerale”. Riferito al sound, ovviamente, sound quasi estrapolato con forza dalle interiora di un animale gigante o di un enorme natante lasciato al largo in balìa della tempesta, che deve essere scavato, ricercato, poi interiorizzato e infine lasciato decomprimere. Esplodere.
I Camera 237 sono forse la prima band, tra le centinaia che ho recensito, a stupire per una sorta di “potenza al contrario”. Un languido pulsare interno, cavernoso, che senza tentennare riempie l’udito dell’ascoltatore dandogli una sensazione di intensità priva di manifestazioni sensibili. Come dire che non la si sente, ma esiste.
Piano, è facile stracapire quando si inizia una recensione così ma è anche vero che abbandonarsi alla descrizione delle proprie percezioni sensoriali ascoltando un disco è una delle cose che più aiutano a comprenderne l’impatto emotivo.
Tutto sommato, Alone In An Empty Bed è un disco carino, una collezione di nove tracce di puro indie rock italiano con soffiate elettriche dalla natura veramente rude, forse addirittura rudimentale, nell’approccio (troppo) energico alle chitarre, nel creare una tensione che rischia da un momento all’altro di far implodere il disco stesso. Energia pura, energia negativa, positiva, chimica, fisica: “6:00 am”, “Nova Ruda”, “My Wrong Words” e il loro crescendo di pulsazioni incendiarie possono da sole spiegarvi cos’è questo disco. Ma in questo caso varrebbe solo sei, e sarebbe un misero EP: accostateci tutte le altre sei perle ed avrete un vero prodotto di qualità.
Poi vogliamo per forza trovarci una pecca? Vabbene. Dopo un capolavoro come Inspiration Is Not Here c’era il rischio che calcassero troppo la mano con l’autoreferenzialità ed effettivamente è così, però siamo già giunti ad un punto in cui l’indie si fonde con le sperimentazioni più estemporanee ed anti-canoniche che una band italiana possa nel 2011 cavare fuori.
Allora, diciamoci la verità: un sorprendente masterpiece che dimenticheremo difficilmente.

Read Full Post »

Questa recensione è stata scritta per INDIE FOR BUNNIES
ETICHETTA: Urtovox
GENERE: Cantautorale italiana

TRACKLIST:
1. L’ordine del sorvegliante
2. Il sogno della vipera
3. L’impiccata
4. Strofe della guaritrice
5. E Alavò
6. Elon Lan Ler
7. Sette spade
8. Lo scroccone di Cioran
9. La Sicilia havì un patrùni
10. Questa notte l’amore a Catania

Cesare Basile: un instancabile cantautore catanese che periodicamente spezza le sue comparsate nei club per venirci a raccontare cos’è, secondo lui, il mondo oggi. Ogni volta, modernizzandosi nel senso riqualificativo del termine, ma sempre rimanendo fedele ad una filosofia di fondo che è difficile far rinverdire, ma che (e questo è un bene) lo rende inappellabile fonte di giudizi sopra la vita, potremo dire, quotidiana, una neomelodica farcitura talvolta encomiastica altre volte dispregiativa di elementi tipici della nostra società. E non solo, perché non stiamo parlando di uno sputasentenze qualsiasi, ma di un romantico visionario postdeandreiano, molto quotato per altro, che con le parole riesce a dipingere ritratti che neanche Molière, attaccato ad un mondo che si abbevera di blues americano e resta contaminato solo in parte da tutto il resto, pur attraendo in un’orbita folk il cantautorato classico del nostro paese. In fondo, ogni suo disco è una piccola perla, in fondo. In fondo, ogni sua canzone è una perla, in fondo. Però quello che affiora in superficie è soprattutto il suo approccio non polemico ma capace di essere un impegnato e distaccato punto di vista sulle comprensibili vicende umane. Per questo molte sue canzoni, anche del passato, hanno parlato di cose d’ogni giorno, hanno citato luoghi che noi conosciamo bene (soprattutto la sua Sicilia, come di nuovo fa in questo disco), hanno nominato anche persone, facendo spesso riferimento all’universo biblico. Figure come la “guaritrice” della quarta traccia, di rimando, potrebbero essere anche rivestite di una certa sacralità ma non è questo il nucleo della dialettica e della lirica di Basile. La sua fertile, fervente ed effervescente poetica è quasi una politica, una scelta, un semplice e continuo accostamento di termini che logicamente costruiscono un discorso, una storia o un racconto.
Curiosità del disco, la presenza dell’orchestra nazionale macedone in “Enon Lan Ler”, che Basile si è andato a cercare personalmente nella capitale Skopje; la presenza di qualche passaggio in lingua siciliana in “E Alavò”, brano comunque apprezzabile dal punto di vista della tipologia cantautorale, a livello di costruzione melodica ed armonica della canzone; infine, una stesura personalizzata di una cantata tradizionale sicula, “La Sicilia Havi un Patruni”, originariamente scritta da Rosa Balistrieri e Ignazio Buttitta, interessante anche per capire il profondo legame con la sua terra che il buon Cesare non ha mai celato.
Per riuscire a proporre in maniera migliore un prodotto come Sette (o meglio Dieci, come le tracce) Pietre per Tenere il Diavolo a Bada, si è circondato di una manica di scagnozzi, tutti musicisti chiaramente, di notevole levatura: Rodrigo d’Erasmo e Roberto dell’Era degli Afterhours, così come Enrico Gabrielli e Alessandro Fiori, ma anche altri; l’importante è notare come la sua musica non venga alterata dagli stili personali degli ospiti di cui l’album è infarcito, ma come la personalità del cantautore rimanga visibile e riconoscibile in ogni singolo secondo dello stesso.

Questo disco, l’ennesimo della sua carriera, non aggiunge nulla ad una sequenza di veri e propri capolavori della musica italiana come quelli che Cesare Basile ha sfornato negli ultimi anni. Senz’altro il quarantasettenne è riuscito a confermarsi, a dimostrare di non essere ancora ceduto all’intorpidimento dell’età né al qualunquismo che la nostra tradizione pop folk sta facendo proprio in maniera letale. E’ rimasto lui, aggiornandosi appena, riproponendosi, restituendo alla propria musica una vitalità che ancora non ha potuto soffocare la brio e l’esuberanza da sempre intrinseche nelle sue liriche. Nel duemilaundici, qui lo dico, è un disco essenziale.

Read Full Post »

Older Posts »