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Archive for aprile 2011

FRATELLI D’ITALIA.
NON SI SA MAI CHE DELLE VOLTE SCOPRIATE QUALCOSA DI BUONO.
TRA LE TANTE BAND, VEDIAMO: CHE NE PENSATE DI QUESTI 3 DISCHI? ECCO QUELLO CHE NE PENSO IO.

DANIELE SCARSELLA – Con l’Olio nell’Acqua (Autoproduzione, 2010)
Tredici anni dopo la sua vittoria del premio Ciampi che è toccato dopo ad artisti di levatura pari o inferiore alla sua, Scarsella propone un doppio disco di pregevole fattura: quindici brani di lunghezza variabile, che attestano una maturità, perlomeno a livello di songwriting, che non teme rivali. A metà tra Ivano Fossati, la finezza lirica di Sergio Cammariere, accenti di Pino Daniele e un’enfasi pseudo-decadente à-la-De André, il prodotto si attesta nel livello medio del cantautorato d’oggi, senza le connotazioni intellettualoidi dei songwriter più modaioli d’oggi giorno. Quelli che firmano con La Tempesta e offendono i recensori che li criticano, per intenderci. L’onestà intellettuale di Scarsella si sente, dal primo all’ultimo pezzo, dove le tematiche più classiche del passare del tempo, del panta rei e della libertà sono sviscerate con grande capacità e duttilità letteraria. Se manca di presa, è solo perché non siete abituati al genere. Un buon disco.
VOTO: 4 SU 5

KALEVALA – Musicanti di Brema (Moonlight Studios, 2011)
Pop, folk, tradizione popolare: perdare un tono, se vogliamo, più tradizionale e “pomposo” ad un lavoro di per sé particolarmente grandiloquente. E dopotutto il termine “epico” è perfetto per il nome della band, Kalevala, principale testo epico finlandese. E dopo che avete letto queste righe non direste mai che piovono riff heavy e power metal lungo tutto Musicanti di Brema. Mancano brani che possano lasciare il segno in maniera definitiva, ma questo contribuisce a dare al disco una patina di “opera unica”, forse miracoloso nel risultare fresco in una scena che calamita tutte le realtà internazionali per poi farle soffocare nelle imitazioni (in questo caso la voce aumenta la sensazione di già sentito, anche se in maniera non letale come può essere per altre metal band). I Kalevala sopravvivono, vedremo cosa porta, per loro, il futuro.
VOTO: 4 su 5

THE SECRET TAPE – Archive 1 (Moonlight Studios, 2011)
Revival power. Un disco in pieno periodo “ritorno all’antico”, dove la parola vintage è più modaiola dell’etichetta più odiata degli ultimi tempi: indie. Il progetto è di per sé MOLTO interessante, dall’aspetto grafico a quello musicale, con rimandi molto buoni all’indie pop più celebre dei momenti scelleratamente melodici di Archive, Pavement e Wire, forse anche ritornando indietro agli Smiths e a certe scelte meno contorsionistiche dei Joy Division: nel senso che sono sempre stati tanto diretti e in quei momenti in cui hanno tentato di osare un minimo, sembrano questi The Secret Tape. Da un lato cavalcano le mode dei tempi, dall’alto dimostrano uno stato d’essere che riescono ad incarnare, musicalmente, in maniera perfetta. Archive 1 è un perfetto disco indie-alternative, molto raffinato, cazzone solo quando serve. Sparatevelo.
VOTO: 4 su 5 

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CONTINUATO IRREGOLARE DEL PRIMO APPUNTAMENTO DI IERI.
TAGLI DEI FONDI ALLA CULTURA? C’E’ THE WEBZINE CHE CONTINUA A CONSIGLIARVI I DISCHI GIUSTI.

ELBOW – Build a Rocket Boy (Friction, 2011)
Il ritiro a Manchester, l’accesso a sonorità progressive ottenuto tramite copiose concessioni strumentali (“The Bird”), il pop coldplayiano che è solo di contorno quando si notano corrugamenti radioheadiani, sprazzi new wave d’atmosfere decadenti (“Lippy Kids”), dove regna la nostalgia dell’infanzia, del tempo passato. A noi che ne canta sempre Guccini, una lezione che piace molto. Cinque dischi, i primi quattro tutti molto belli, che lasciano a questo Build A Rocket Boy la necessità di dare risposte a chi chiede conferme circa l’abilità della band: beh, la conferma arriva, con una forma-canzone meno rispettata, tentativi di perseguire tante strade differenti che diventano troppe, e se i dubbi esistono, si sa anche che le potenzialità della band sono molto superiori a questo disco, che è comunque molto MOLTO bello. Consigliato.
VOTO: 3.5 SU 5

THE STROKES – Angles (Rough Trade, 2011)
Problemi di droga durante le registrazioni a parte, gli Strokes sono da anni sulla cresta dell’onda: dal fulminante esordio di Is This It? al più sperimentale e “maturo” First Impressions Of Earth, la band ha avuto bisogno di un po’ di tempo prima di questo Angles, che si presenta così: niente fronzoli, chitarre come sempre molto originali nel genere, virate indie e post-punk di fattura più che pregevole, con grandi inserti eighties (la bellissima e, finalmente, diversa, “Macchu Picchu”). Il singolo “Undercover of Darkness” funziona TANTISSIMO, ma il resto del disco è abbastanza carente in quanto ad inventiva e probabile “resa live”: sembra che manchi della freschezza che ha reso grande la band con tre ottimi dischi, nonostante la beatlesiana “Call Me Back” che porta gli americani verso nuovi lidi. Tante possibilità di espandersi, un insieme di bei brani che disperdono potenzialità ad ogni nota, dando comunque l’impressione di avere a che fare con una band ulteriormente maturata. Un disco molto equilibrato, ma niente di più.
VOTO: 3 su 5

EXPLOSIONS IN THE SKY – Take Care, Take Care, Take Care (Bella Union, 2011)
Poco da dire: un altro disco post-rock. C’è un lato positivo nel prendere un genere e portarlo avanti all’infinito: si può dimostrare di saperlo fare bene, si può concretizzare una fan base a volte molto solida (mo guarda gli Ac/DC?), si ottiene un’etichetta che ci si porta dietro tutta la vita; la lista delle cose negativa inizia con l’ultimo punto di quella positiva e continua con: si scade nella banalità, ci si rinchiude in linguaggi estremamente codificati che non presumono né dimostrano nessuna evoluzione o maturazione nel sound. Gli EitS hanno questo problema: sono solo ed esclusivamente post-rock vecchia maniera, come tanti, come tutti questi gruppi. I Mogwai si evolvono, gli Explosions restano lì. Per il resto, nel post-rock è fatto BENISSIMO, ma chi è disposto a valutare “criticamente” un disco che non ha veramente niente da offrire se non una copia del precedente?
VOTO: 2.5 SU 5  

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http://videodrome-xl.blogautore.repubblica.it/2011/04/25/ofeliadorme/

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UNA SERIE DI PICCOLE RECENSIONI. UNA SERIE DI USCITE RECENTI CHE VI CONSIGLIAMO DI ASCOLTARE O NON ASCOLTARE. UNA SERIE DI FRASI E UNA VALUTAZIONE SU 5

TEN STORY APARTMENT – Popup Inferno (Autoproduzione, 2011)
Da Rovigo, una formazione post-rock impegnata a sfuggire a questa sempre meno cervellotica e sempre più stereotipata categoria. Nel loro caso i cliché si riducono ad una parte centrale molto moscia in “Aftermath of Peace”, mentre per il resto le strutture dei brani, tese ad una dialettica ed un’evoluzione più originale possibile, si presentano come venerabili icone di un’onestà intellettuale che si traduce nell’ammissione di una cultura musicale visibile, canzoni mature e sfuggevoli alle etichette, e piccoli momenti catchy impossibili da levarsi di testa (il riff di “Cutthroat Bastard”). Nello sterminato universo di band post-qualcosa, in Italia poche hanno capito che è meglio scegliere una strada “personale”, se vogliamo “antimogwaiana”, e i TSA sono tra questi. Il momento migliore? “Farewell Stars”. VOTO: 4 SU 5

REM –  Collapse Into Now (Warner Bros., 2011)
Questa recensione dovrebbe iniziare e finire in una frase: i REM hanno fatto l’ennesimo disco alla REM. Possono aver stancato, così come possono sembrare ormai sbiadite copie di sè stessi, ma ciò non toglie che la classe di Stipe e soci, evidente non solo nell’ottimo singolo “UBerlin” ma anche in “It Happened Today”, un brano che da solo avrebbe reso belli anche CD più deboli come “Around the Sun” e il penultimo “Accelerate”, non ha smesso di produrre album di mediocre apertura mentale ma ottima fattura dal punto di vista della “vendibilità”. Semplicemente non ci si può aspettare che cambino: questo pop/rock palesemente statunitense ha ancora molto da dare alle classifiche, e i REM lo sanno. E lo sanno, con classe.
VOTO: 3 SU 5

MARIPOSA – Semmai Semiplay (Trovarobato, 2011)
Ma tu mi metti insieme dei musicisti come Fiori, Gabrielli, Giusti e tutti gli altri e pretendi che non venga fuori un disco strafigo ogni volta? Le uscite dei Mariposa sono tantissime e variegate, ma stavolta hanno provato, con risultati discreti, a superarsi di nuovo: tra percussioni latineggianti, groove disco che risuonano di western, funky e acid jazz (ma come se i Tortoise fossero stati italiani in un crocevia tra Diaframma, Elio e Le Storie Tese e uno stormo di “Pterodattili). L’originalità continua di questa band non trova molte definizioni: nessuna recensione concisa potrà descrivere l’immensità del songwriting di questa gente. Palesemente pazzoidi, tendenti alla schizofrenia, coniugano ogni possibile genere che la nostra cultura musicale europea possieda nel suo campionario: un inventario di suoni ed immagini che non troverà mai fine. Perfetto e malato.
VOTO: 5 SU 5 

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sui binari del videoclip italiano: seguendo le tracce della nostra musica quando è tradotta in immagini: dando alla vista il piacere di assecondare l’udito: percezioni sensoriali distinte: indie-microsistemi-diorama di vario genere – e non disperare, che il giudizio spetta a voi

tematiche: pennarello, scrittura, apprezzare le font, il foglio di carta, la lavagna di Lavagna
personalità: Dente, Marta sui Tubi, Le Luci della Centrale Elettrica (ok, per partire col mainstream)




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ETICHETTA: Autoprodotto
GENERE: Elettronica, indietronica

TRACKLIST:
1. Fill Every Corner
2. Nuclear Sand
3. Magnets
4. Law

Non è che individuando un filo conduttore semantico nei titoli delle canzoni si risolva tutto, però devo ammettere che, senza nemmeno rifletterci tanto, ascoltando il disco e poi leggendo il retro del CD, ho avuto, per un momento, questa impressione. E poi un nuovo ascolto, e l’impressione ha iniziato a svanire, mentre divampava il calore new wave da una Verona dove il genere è quasi inedito, soffocato dall’onda metallara che fatica a spegnersi (e dal poco interesse dei locali). Antenna Trash è un progetto molto interessante, che già visivamente, per l’artwork, richiama i bei momenti della carriera dei Joy Division; ma, una volta analizzate le quattro tracce, dischiude un mondo infinito di possibilità interpretative che neanche la Divina Commedia. Nel senso che i riferimenti sono molti e il songwriting della band è senz’altro abbastanza complesso e maturo da non lasciar adito a dubbi circa la preparazione storico-musicale, strumentale e forse anche letteraria della band.
Le atmosfere, dense di anni ottanta e derivati, almeno nell’elettronica moderna (vedi glitch, hop, indietronica), pullulano di costanti “electro” come pochi artisti della scena internazionale hanno saputo fare; motivi fortemente devoti ad una causa dance che ricordano i disturbi dei Justice quando sono più orecchiabili,  i The Glitch Mob nei momenti di incontenibile soffocamento industriale (“Nuclear Sand”), anche un po’ post-punk nel modus operandi, nel comporre un pezzo e nel dargli sostanza e credibilità. La tendenza a rumori e suoni che catapultano il tutto in un universo più noise, e quindi più moderno, come in “Magnets”, svolge la funzione catalizzatrice più importante per l’espressione “di genere” di Ded Comes For Ded, come dire che il ponte tra passato e presente è rappresentato da inserimenti elettronici che desumono dal groove ballabile un contesto più ampio di ricerca del suono. Non è una frase astrusa come può sembrare, il succo è tutto lì, la cura negli arrangiamenti e nella scelta del sound, così come si palesa man mano che si ripete l’ascolto del breve disco una forzata strizzata d’occhio alle tre decadi passate come biglietto d’ingresso per tracciare le regole per il futuro della musica elettronica, perlomeno in ambito europeo: italiani o non italiani, potrebbero anche sfondare all’estero, se solo qualcuno prendesse in mano l’idea di esportarli.

Una band assolutamente geniale, nel modo di presentarsi, nella loro opposizione all’acerbo manierismo di certa elettronica imbizzarrita e priva di stimoli che si frappone tra tutto ciò che di serio ancora esce dalla nostra penisola; l’exploit positivo di questi ragazzi veneti potrà senz’altro fungere da sprone o da leva d’avviamento per altre approfondite esplorazioni dell’universo tutto moderno della indietronica più studiata, tranquilla nelle pose ma intensamente nebulosa nel processo di costruzione che nasconde. Grandissima prova, davvero.

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contenuto pasquale inutile – perché noi la pasqua non la festeggiamo – un bel disco in uscita che non vi dovete assolutamente perdere

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