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Archive for the ‘ETICHETTA: Fie!’ Category

Recensione di CLAUDIO MILANO
Etichetta: Fie!
Genere: Avanguardia

Tracklist:
1. Eat my words, bite my tongue (5’29”)
2. That wasn’t what I said (5’18”)
3. Constantly overheard (4’18”)
4. New Pen-pal (4’04”)
5. Close to me (4’05”)
6. All the tiredness (5’54”)
7. Perfect pose (7’02”)
8. Scissors (5’17”)
9. Bravest face (4’39”)
10. A run of luck (3’55”)

Contatti: http://www.sofasound.com/
Voto: 7’5

“I fell in love with the sound of my own damn voice” da Eat my Words, Bite my Tongue (Peter Hammill)

Per la prima volta, Peter Hammill sorride in una foto, contenuta nel bellissimo booklet di questo album, che è di contro il più inquieto di un autore che ha fatto del dramma, nel senso anche teatrale del termine, la sua cifra stilista più autentica. Più che in Over (1977), ad ascoltarlo sembra si alberghi tutti sull’orlo di un baratro e la cosa non è certo rassicurante.
La progressione artistica e qualitativa di Hammill, sembra non aver conosciuto ostacolo dalla parentesi acustica di Clutch (2002) in poi. Dopo il ripiego creativo attorno ad una canzone d’autore “colta” (più o meno a ragione), ma spesso esangue, degli anni ’90 seguito a Fireships, che ci aveva regalato solo una discreta manciata di brani di autentico rilievo e un live splendido come Typical, l’artista britannico è autenticamente rinato e questo album è l’apice fin qui raggiunto con questo percorso. Questa volta il capolavoro è realmente sfiorato e il consiglio d’acquisto è grande. In Camera del 1974 è l’album che si percepisce più vicino a questo lavoro, per la stessa attitudine al rischio e la stessa autentica ispirazione “dark” (per l’ennesima volta tutti gli strumenti sono suonati da Hammill con nobile fare artigiano, senza alcun contributo esterno e sua è anche la produzione, questa volta di buon livello), ma questo lavoro ha una sua cifra stilistica che non ha autentici precedenti.
La criptica, estrema lentezza, la grande passionalità, la trascolorazione armonica al limite dell’inafferrabile e il dono della sintesi sono sue caratteristiche, assieme all’ estrema prossimità all’ascolto della scarna strumentazione e dell’ autorevolissima Voce. In nessun disco del cantante e autore dei Van Der Graaf Generator oltremodo, le acidissime sovraincisioni vocali, vicine ad un coro delle streghe di Macbeth erano state così presenti e avevano raggiunto un livello così imponente e obliquo, neanche in The Silent Corner and the the Empty Stage, capolavoro assoluto, anch’esso del 1974, né in Everyone you hold (1997) e le sue citazioni madrigaliste della splendida Bubble, nemmeno nel notevole Singularity (2006).
E dire che la falsa partenza con Eat my Words, Bite my Tongue (nonostante la pregnanza del testo, ancora una volta come in Incoherence e nei due successivi brani, ispirato agli inganni del linguaggio, ossessione della filosofia teoretica che trova in Hammill un autentico e dichiarato cultore) non lasciava immaginare nulla di particolarmente positivo.
Il disco prende subito quota infatti con la conturbante That Wasn’t What I Said, un altro classico nella produzione hammilliana, sostenuta da una prestazione canora unica e da una melodia eccellente quanto gonfia di pathos. Gli intrecci di registri estremamente elaborati conducono il vocalist che ha portato alle estreme conseguenze timbriche il linguaggio del Tim Buckley di Lorca e Starsailor, da frequenze spaventosamente gravi ad acuti tenorili mantenuti fino all’inverosimile e falsetti da mezzosoprano ricchi di armonici al punto da suonare autenticamente femminei, il tutto con un supporto di una strumentazione in equilibrio tra acustico ed elettroniche turbolenze. Magnifica.
Constantly Overheard riprende le atmosfere di Clutch e degli episodi acustici per chitarra e voce (qui inferma ma estremamente affascinante) di Chameleon in the shadow of the Night forte di una bella melodia, dalle soluzioni armoniche degne di nota. Bella e destinata a diventare un classico nelle esibizioni dal vivo.
New Pen-pal è un episodio per chitarra e voce poco convincente, che “live” saprà probabilmente acquistare quota, grazie ad un bel riff.
Il ritorno al pianoforte (sempre più minimale) su Close to Me porta buoni frutti per un’altro episodio di grande livello, tra armonie che in un batter d’occhio passano dal maggiore al minore trasformando uno spleen in un abisso, tra cori di sirene (di grande effetto la sospensione vocale nella sezione centrale) che sanno ammaliare quanto disturbare.
Odore di zolfo, All the Tiredness ha il sapore di un inconfessabile segreto, paragonabile alle litanie blues apocalittiche dei primordi, accompagnata da effetti chitarristici macabri e dissonanze corali che penetrano lentamente nell’animo di chi ascolta. Quando a metà brano i fumi lasciano in primo piano un’ossessiva voce su due ottave, si ha impressione che qualcosa di tremendo stia per rapirci per sempre, così come era stato con On the Surface da Out of Water (1990). Splendida.
Un bel basso tondo supporta l’inizio di Perfect Pose, dal suono di grande interesse, vicino ad un’estetica “glitch”, degna del miglior Sylvian, dell’ultimo Scott Walker e di The Marble Index e Desertshore a firma Nico/John Cale. Siamo dalle parti della celebrata White Dot (dal già citato Singularity), un vero e proprio“bad trip”. Dissonanze e melodie luminose si alternano tra i vapori ossianici generati dall’elettrica e dalle tastiere “shiftate” su più ottave. I cori sembrano voler rubare l’anima di chi ascolta e la struttura ritmica del pezzo è quanto di più complesso Hammill abbia prodotto dal ’94 in poi (A Headlong Stretch da Roaring Forties) senza però risultare mai stucchevole o inaccessibile, il tutto in poco più di 7, “organici”, minuti.
Non cala il livello dell’album con Scissors, anzi. Permane ancora un’atmosfera sinistra, tra chitarre in primissimo piano, la sensazione di un ambiente retrostante al suono moltiplicato all’ennesima potenza dai cori inquietanti e inquieti, poi entra un’elettrica incendiaria con il miglior solo della carriera a spargere sangue come coriandoli tra pianoforti elettrici picchiati con insistenza sulle frequenze più acute.
Capolavoro assoluto del disco e l’ombra del miglior Scott Walker, quello di The Drift ancora più vicina. Una delle più belle canzoni dell’anno e una delle più belle intuizioni di Hammill in assoluto. Bravest Face rasserena gli animi e ci riporta all’ Hammill delle ballate per piano e voce che ben abbiamo imparato a conoscere con gli anni, dalla mitica Refugees (da The Least We Can Do Is Wave to Each Other dei Van Der Graaf Generator) in poi. Una bella canzone, ben arrangiata e straordinariamente ben interpretata, ma non paragonabile ai migliori episodi degli ultimi anni in questa direzione, Undone (da Thin Air), A Better Time (da X my Heart) e Gone Ahead (da Incoherence) su tutte.
Di un drammatico talmente contrito e “nero” da risuonare corde funeree la conclusiva A Run of Luck, con l’ambiente ben in evidenza come nel più arruffato dei bootleg, attorno al piano acustico, appena accennato e alla voce (e che voce…). Una canzone che pare non conclusa al suo termine e dunque tanto più inquietante, così come era accaduto con The Top of the World Club da Thin Air, una sorta di nuova In The End (da Chameleon in the Shadow of the Night) in chiave minimale, una dichiarazione d’amore e morte che farebbe impazzire Tom Yorke, se solo l’ascoltasse. Genialità in attesa di ascolti e scoperte, questa volta e finalmente dopo tanti anni, anche come primo ascolto assoluto, per un signore sessantacinquenne arrivato felicemente al trentacinquesimo album della carriera se escludiamo i live e i dischi dei Van Der Graaf Generator, tutti a sua firma, dalla prima canzone all’ultima. Un autentico monumento vivente al cantautorato d’avanguardia privo di manicheismi e luoghi comuni. Un disco che pagherà probabilmente l’assenza di melodie epiche (“prog”, per intenderci), ma che incapsula il valore melodico in una profonda ricerca armonica, emotiva, strutturale, sonora e di mixing. Perfetto con un buon bicchiere ad annebbiare i sensi e la cognizione del tempo, ma anche come ottima alternativa a psicotropi.
Un dovuto inchino. Grazie, grazie, grazie.

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Recensione a cura di CLAUDIO MILANO
ETICHETTA: Fie!
GENERE: Cantautorato progressivo

TRACKLIST:
CD 1 “What If I Forgot my Guitar?”
1. Easy to Slip Away
2. Time Heals
3. Don’t Tell Me
4. Shell
5. Faculty X
6. Nothing Comes
7. Gone Ahead
8. Friday Afternoon
9. Traintime
10. Undone
11. The Mercy
12. Stranger Still
13. Vision

CD2 “What If There Were No Piano?”
1. Comfortable?
2. I Will Find You
3. Driven
4. The Comet, The Course, The Tail
5. Shingle Song
6. Amnesiac
7. What’s it Worth?
8. Ship of Fools
9. Slender Threads
10. Happy Hour
11. Stumbled
12. Central Hotel
13. Modern
14. Ophelia

CD3 “What If I Knew This Was The Last Show I Would Ever Do?”
1. Easy to Slip Away
2. Just Good Friends
3. After the Show
4. The Mercy
5. The Comet, The Course, The Tail
6. If I Could
7. Driven
8. Patient
9. Your Tall Ship
10. Stranger Still
11. A Better Time
12. Undone
13. In The End

CD4 “What if I Played Only VdGG/VdG Songs?”
1. My Room
2. The Siren Song
3. Darkness
4. Every Bloody Emperor
5. Scorched Earth
6. Masks
7. After the Flood
8. The Sphinx In The Face
9. The Habit of the Broken Heart
10. When She Comes
11. House With No Door
12. Still Life

CD5 “What About Songs I Didn’t Play in Japan?”
1. Autumn
2. Unrehearsed
3. Been Alone so Long
4. Primo on the Parapet
5. Our Eyes Give It Shape
6. Like Veronica
7. Time For a Change
8. Last Frame
9. The Lie
10. Meanwhile My Mother
11. A Way Out

CD6 “What About Songs I Dropped From The Setlists?”
1. Labour of Love
2. The Unconscious Life
3. Too Many of My Yesterdays
4. The Mousetrap
5. Sitting Targets
6. The Birds
7. (On Tuesdays She Used to Do) Yoga
8. Four Pails
9. Bubble
10. Time to Burn
11. Afterwards
12. Refugees

CD7 “What About the Best Alternate Versions”?
1. Comfortable
2. I Will Find You
3. The Habit of the Broken Heart
4. Shingle Song
5. Central Hotel
6. The Siren Song
7. Time Heals
8. Shell
9. Stranger Still
10. Traintime

Voto: 7

When my mouth falls slack
and I can’t summon up another tune,
shall I then look back and say
I did it all
too soon
Da In the End (Peter Hammill, 1973)

Si racconta che quando un uomo stia per morire riveda in un lampo tutta la sua vita.
E’ un’esperienza questa che io non conosco ma questo signore 65 enne, magrissimo, canuto, dal viso smunto e dagli occhi toccati da un demonio che lui solo sa di aver visto, con questo Box di ben 7 cd (sorprende in un’epoca in cui il disco di breve durata perde senso davanti alla svalutazione di chi non compra ma scarica soltanto?) ad un costo più che irrisorio pare volerci raccontare. Se Pno Gtr Vox era un monumento, The Box è un mausoleo, ma non è edificato con pietre preziose, lo è con grumi di sangue.
Quanta tristezza tra questi solchi. La memoria spesso tradisce, confonde le pagine di una storia lunghissima e vissuta con un’intensità e un’integrità senza pari, cancella pagine di spartiti, confonde le parole dei testi, per riemergere poi con un’intensità inaudita e spiazzare ancora una volta.
C’è un’intera carriera raccontata in questa collezione, materiale da 35 dei quasi 50 album che portano la firma dell’autore tra la produzione solista e quella dei Van Der Graaf Generator.
La bellezza del materiale proposto emerge come non mai con lucidità anche quando le foto appaiono ormai stropicciate e ingiallite. A scanso di equivoci, la prima sensazione che questo lavoro porta è un senso di profondo fastidio e arriva a deludere non poco. Nessuna produzione del cantastorie inglese che ha edificato il linguaggio della musica progressiva più autentica (non il “prog”, ma quello che oggi chiameremmo “avant rock”) per poi farlo a brandelli tra il rumore e le urla del punk, riemergere lucidamente tra il minimalismo elettronico e glaciale della “dark wave” ed inventare infine (?) un suo linguaggio di canzone d’autore colta, è stato così vicino all’indimenticato Vital dei Van Der Graaf.
Entrambi le produzioni raccontano di vita brutalizzando la forma. Pessime esecuzioni si alternano ad altre formidabili, ma non si incontra un solo momento di noia. Il valore di quest’opera può essere compreso solo lasciandola sedimentare, molto infondo.
Il primo album ci regala una versione semplicemente perfetta di Gone Ahead, un’intensissima Friday Afternoon, una Time Heals che va dritta al cuore, la tensione emotiva spasmodica di Traintime e le incisive e agili invenzioni di Faculty X. Il secondo cd è definibile il manifesto dell’Hammill autore alla chitarra ed è il migliore dei 7 volumi. Ad una I will find you completamente riletta rispetto alla versione in studio e straordinaria per le escursioni vocali, seguono una Shingle Song davvero struggente, la più bella versione di Stumbled che ci sia stato dare d’ascoltare e una Modern matura quanto affascinante. Non da meno una Central Hotel che sembra uscita dal repertorio di un gruppo punk della prima leva. Il terzo cd sorprende per la dedizione interpretativa alla materia sonora. The Mercy è superlativa, Patience una delle più belle che abbia ascoltato, molto sentita e lirica più che mai A Better Time, perfetta Undone, una spanna sopra la versione in studio, Driven è nella versione migliore fin qui ascoltata.
Il quarto cd propone esclusivamente materiale dei Van Der Graaf Generator ed è tratto da una registrazione fatta in sala e dunque di qualità audio inferiore. Hammill in gran forma vocale ma con ammessa scarsa preparazione strumentale, rende in particolar modo sui pezzi tratti da The Quiet Zone/The Pleasure Dome, trasformandosi nel suo infuocato alter ego Rikki Nadir (da Nadir’s Big Chance). Bellissime The Sphinx in the Face, The Habit of the Broken Heart e una magnifica The Siren Song, che neanche qualche acciacco al piano riesce ad oscurare nella sua poesia e nei sorprendenti slanci vocali (sembra quasi di rivedere l’immagine del corpo ad arco dell’autore sulla copertina del disco, anno 1977). Da segnalare anche una notevole Masks da World Record.
Il volume 5 raccoglie esecuzioni non fatte in Giappone e annovera alcuni degli episodi migliori della carriera di Hammill, che è bellissimo riascoltare di seguito, anche se le esecuzioni non sempre risultano abbastanza pulite da non enficiare l’emozione. Meravigliosa Unrehearsed, Primo on the Parapet risulta di gran lunga più affascinante rispetto alle altre pubblicazioni dal vivo ufficiali, Our Eyes give it Shape acquista luce ed energia pur rimanendo abrasiva. A chiudere una versione di A way Out, in ricordo del fratello suicida, che non ho difficoltà a definire, senza alcuna retorica, commovente.
Il sesto volume raccoglie brani scartati dalla selezione, non sempre a ragione, anzi, Bubble riluce come non mai nel suo dramma con cui travolge il finale, la matura e sulfurea versione di (On Tuesday she used to do) Yoga, per quanto imprecisa è molto affascinante e si chiude con dei delay di chitarra davvero inquietanti. Sitting Targets, ci riconsegna un riff “new wave” memorabile, appoggiato a delle modulazioni armoniche inedite nel “refrain”.
L’ultimo volume, è uno dei migliori e ci offre alcune versioni alternative, non di rado superiori a quelle incluse nei capitoli precedenti. Comfortable vede Hammill precipitare negli inferi vocali fino a raggiungere un “kargyraa” tibetano spaventoso, Stranger Still ha un finale trasognato con l’autore che sembra pizzicare le corde del piano mentre improvvisa una nenia con la voce, meraviglia.
Da decenni Hammill ha smesso di mettere in scena la sua musica per mettere in scena sé stesso, la sua persona, non il suo mito, che finora mai è arrivato ad un pubblico realmente vasto, neanche in una nicchia il suo nome appare vagamente popolare.
Già nel 1972, ad un anno dall’avvio della sua carriera solista e dopo il primo scioglimento dei Van Der Graaf Generator, Hammill era considerato finito e tale molti lo considerano tuttora. Questo spostamento del centro dell’attenzione dall’opera all’artista ha fatto e continuerà a fare inorridire molti, tant’è vicino ad un ideale tardo romantico o “pop” nel senso “wharoliano” del termine, di musicista che diventa egli stesso forma d’arte.
Tra tutti i musicisti rock che hanno annunciato la loro morte sul palco per poi ritirarsi dalle scene e godere di soldi e fama accumulati, Hammill è l’unico a non averlo mai fatto, non l’ha fermato nulla, neanche un infarto e oggi lo stiamo vedendo consumarsi lentamente. Le sue corde vocali perdono tono (per quanto estensione e duttilità timbrica rimangano per lo più inalterate), il suo diaframma non riesce più a contenere l’urlo, i suoi muscoli tesi ripiegano spesso in uno spasmo d’abbandono. Eppure questa messa in scena autenticamente popolare nel senso arcaico (musica come rituale catartico) e dai riferimenti culturali colti, come una società postmoderna medio borghese richiede, è ancora viva e credibile e lo sarà fino a quando non si consumerà in un ultimo rantolo.
Grazie vecchio per averci raccontato ancora una volta, ma questa volta tutto d’un fiato, la tua meravigliosa vita, quella dove guardiani dei fari, pesci assassini ed esuli incontrano il tradimento di Alice “La Rossa”, motociclette in Africa e fantasmi di aeroplani che tutti ricordiamo tra torri che non ormai sono solo memoria. Grazie per averci parlato di un tempo che ormai non esiste più e che non può tornare ma che oggi più che mai sentiamo appartenerci.
Grazie per averlo fatto quando eri ancora in grado di restituircelo nel migliore dei modi possibili.
Non ci resta che aspettare il prossimo album, certi che il “cercare diamanti in una miniera di zolfo” prima o poi ci regalerà una luce mai vista, o forse, più semplicemente, ci farà accorgere di averla incontrata e di non essere stati capaci di accoglierla.
A Maggio, Hammill sarà ancora una volta in tour in Italia.

TOUR ITALIANO:
10 maggio 2012 – TEATRO MIELA, Trieste
11 maggio 2012 – TEATRO ASTRA, Schio (VI)
13 maggio 2012 – SALUMERIA DELLA MUSICA, Milano

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RECENSIONE a cura di CLAUDIO MILANO

ETICHETTA: Fie!
GENERE: Art-rock

TRACKLIST:
CD 1: What If I Forgot My Guitar?
1. Easy to Slip Away
2. Time Heals
3. Don’t Tell Me
4. Shell
5. Faculty X
6. Nothing Comes
7. Gone Ahead
8. Friday Afternoon
9. Traintime
10. Undone
11. The Mercy
12. Stranger Still
13. Vision

CD 2:  What If There Were No Piano?
1. Comfortable?
2. I Will Find You
3. Driven
4. The Comet, the Course, the Tail
5. Shingle Song
6. Amnesiac
7. What’s it Worth?
8. Ship of Fools
9. Slender Threads
10. Happy Hour
11. Stumbled
12. Central Hotel
13. Modern
14. Ophelia

Confesso che fa uno strano effetto ascoltare un disco live di Hammill che si apre con degli applausi, non era mai accaduto prima d’ora e il timore che con con loro fosse subentrata una certa autoindulgenza, mi era arrivato come un segnale, l’ascolto ha immediatamente fugato ogni preoccupazione.
La sorpresa maggiore però diventa presto un’altra, l’intensità drammatica, profondamente espressionista e la lucidità vocale con la quale l’autore scorre uno dietro l’altro classici del suo interminabile repertorio, in questo album monumentale registrato nel 2010 tra il Giappone e la Gran Bretagna.
E’ subito da chiarire come i due dischetti si differenziano notevolmente l’uno dall’altro in quanto a precisione esecutiva. Quello alla chitarra, è attualmente il testamento dell’autore allo strumento, per quanto tutto sia possibile dire di Hammill tranne che si tratti di un virtuoso della 6 corde, l’altro è significativamente inferiore alla prova precedente di Typical e del semi official bootleg Tides, sullo stesso livello di Veracious, con Stuart Gordon.
Pur con i consueti acciacchi strumentali dunque, aumentati con gli anni, principalmente al torturatissimo pianoforte, al quale Hammill ha sempre tentato un approccio “creativo” e legato all’improvvisazione tout court e con più di qualche imperfezione vocale prima mai apparsa su disco anche live (se non su Vital dei Van Der Graaf Generator), la foga con cui i brani vengono “attraversati sotto pelle” si rivela ancora una volta capace di coinvolgere e a tratti realmente commuovere. Semplicemente straordinarie Time Heals, Friday afternoon, Central Hotel, ma soprattutto Driven, Gone ahead, Shingle Song, Amnesiac, Stumbled di cui ci vengono consegnate versioni che si potrebbe facilmente definire “definitive”. Belle “Faculty X” e “Happy Hour”, tutto sommato inutili “Shell”, “Nothing Comes”, “Vision”, “Ship of Fools”. E’ piacevole notare come, dove la voce non è più in grado di fare gli autentici miracoli di pochi anni fa , sia subentrata una violenza interpretativa livida di una rabbia mai sentita, come nella sempre emozionante “Traintime” o nel finale di “Stranger Still” (anche se i segni del tempo su questa si fanno sentire eccome). Ci si poteva tutto sommato aspettare un’interpretazione più pulita al piano di uno dei classici per eccellenza dell’autore negli ultimi anni, “The Mercy”, che comunque si distingue per furore interpretativo. Intense “Don’t Tell Me” e “Undone”; superlativa come sempre e forse di più, “Modern” con il suo finale mozzafiato. Come sempre brani non particolarmente significativi nelle incisioni in studio acquistano nelle versioni live una forza comunicativa ben altra, come nel caso di “Comfortable” e “I Will Find You”, che vocalmente ci riportano indietro di qualche anno, facendoci ascoltare un autore che ha saputo sempre modellare la sua voce a piacimento, come creta, nelle interpretazioni dal vivo, dagli abissi più profondi ad acuti estremi e carichi di isteria autentica, facendo di ogni live un’occasione diversa e molto, molto speciale. Non è un caso che la quantità di bootleg che esistono di Hammill abbia ben pochi eguali e che ognuno racconti una storia a sè. Due dischi pieni, dei quali, come già era accaduto per Typical e lo sperimentalissimo Roomtemperature live, ne sarebbe bastato uno e basta, ma “perfetto” si sa, è una parola che non fa parte del vocabolario di Mr. Hammill. Che dire? Se non più uno dei più grandi virtuosi dello strumento voce, senza dubbio uno dei più grandi interpreti viventi e una voce ancora capace di emozionare e sorprendere per duttilità, potenza e timbro. Questo è Peter Hammill, senza alcun compromesso, neanche con sé stesso: intenso, eclettico, vitale e fragilissimo, uno che ha costruito sull’ ostentazione della propria intimità una carriera senza eguali. Un disco che ogni fan e chiunque voglia capire cosa sia la differenza tra un semplice cantante e un interprete vero, deve avere. Per chi invece di Hammill non ha mai sentito parlare, meglio rivolgersi prima ai due live citati poco sopra, allo splendido The Margin e alle Peel sessions, per poi passare comunque a questo ascolto, che rimane caldamente consigliato.

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