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Archive for the ‘ETICHETTA: Foolica Records’ Category

ETICHETTA: Foolica Records
GENERE: Indie rock, post-punk

TRACKLIST:
1. I Wish I Was Cool
2. Dear Fear
3. Breakfast
4. M. Gondry
5. Crowd Surfing
6. Next Time
7. Repetitive Parts
8. Time Waster
9. Blabla
10. We All
11. I Don’t Know

A parte la provenienza geografica, cosa possono avere in comune una band come gli Heike Has The Giggles, per altro giovanissimi, e Laura Pausini? L’idea di musica come una linea retta che prosegue unidirezionalmente senza svoltare mai, portando avanti un progetto così com’è nato senza nessuna evoluzione di sorta. L’indie rock magnetico e poderoso degli HHTG, in Crowd Surfing, è identico a tutto ciò da loro proposto finora: tipico di formazioni di questo tipo, che si esprimono in un linguaggio quantomai clonato ma continuano ad avere, chissà perché, una notevole presa su una grossa fascia di pubblico, soprattutto quando sono artisti anglosassoni. Dalla sua parte Crowd Surfing, rispetto a Sh!, ha qualche momento più disteso come “Next Time”, che accarezza sonorità post-punk dal piglio soft, edulcorando lo stile sgraziato di punk band commerciali degli ultimi due decenni (Blink 182, Green Day, Offspring) in una sorta di ballad à-la-Cure che si apprezza molto, nel contesto. Anche “Breakfast” si ammira per la sua varietà di toni e una diversità notevole rispetto le atmosfere ipertese del disco, i cui punti più brillanti sono senz’altro la veemenza scoordinata ma imprescindibilmente appealing di “M. Gondry” e dell’opener “I Wish I Was Cool”, con killer riffs iper-orecchiabili che si fatica a scordare. “Repetitive Parts” è un’altra delle schegge tipiche della band e sono i Devo e i Talking Heads ad essere annoverati sul piano delle influenze: il brano è colorato, sostenuto, privo di momenti morti. Live lo si apprezzerà senz’altro.
Tutto il disco è trascinato con facilità dalla potenza delle tracce più propriamente indie, che non si discostano dal loro sound originario, che li ha avvicinati ai grandi nomi dell’olimpo British degli ultimi anni: Arctic Monkeys del primo periodo, Franz Ferdinand, The Kooks su tutti, ma anche The Vaccines e The Wombats; il loro asso nella manica è giocare in una nazione con pochi rivali, con una voce femminile che stupisce e un’età anagrafica che li aiuterà nell’affermazione lenta a cui tutte queste formazioni, per la scarsa nomea che riescono ad ottenere essendo di per sé imitazioni dalla nascita, sono costrette.
Detto questo Crowd Surfing non è un brutto disco, ma non ha nessun pezzo di particolare rilievo. Efficace per capire la band e le sue abilità distruttive sul palco (“Blabla”), per far emergere capacità tecniche innegabili soprattutto se paragonate alla media nel genere, e anche per comprendere che difficilmente ci sarà un rinnovamento in un genere di questo tipo.
Tutto sommato lo si ascolta volentieri, proprio come tutta la loro produzione. L’importante è non attendersi alcunché di sorprendente.

PROSSIMI CONCERTI:
10.02 ARCI TOM, Mantova
15.02 CAPANNO 17, Prato
15.02 FNAC, Firenze
16.02 TRIBU’, Nocera Inferiore (SA)
17.02 RIFRULLO, Eboli (SA)
18.02 BRONSON, Ravenna
24.02 COVO CLUB, Bologna
25.02 MAGNOLIA, Milano
02.03 ETNOBLOG, Trieste
03.03 VINILE 45, Brescia
09.03 KALINKA, Carpi (MO)
10.03 BLAH BLAH, Torino
10.03 FNAC, Torino
17.03 VINILE, Rosà (VI)
18.03 FNAC, Verona
23.03 BARBARA DISCO LAB, Catania
24.03 TEATRO MONTEVERGINI, Palermo
30.03 CALAMITA, Cavriago (RE)
31.03 AFTERLIFE, Perugia
06.04 CORSARO ROSSO, Viareggio (LU)

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ETICHETTA: Foolica Records
GENERE: Folk pop

TRACKLIST:
1. Wires
2. Sunday Morning Physical Refit
3. Ode to Spring
4. Purple
5. Ride Your Ant
6. Pacific Waters of Mind
7. Midnight
8. Courses

Indicibile quello che può nascere tra un’improbabile jam di componenti di Annie Hall, Pink Holy Days, The Record’s e Ovlov. Aggiungiamoci poi anche Giovanni Ferrario, che già abbiamo visto al lavoro come jolly insieme a Morgan, Scisma, Estra e molti molti altri, e il gioco è fatto. Indicibile ok, ma lo possiamo comunque ascoltare, e gradire, of course.
Questo self-titled è sostanzialmente l’esempio di come l’amicizia o semplicemente la vicinanza musicale possa produrre dischi validi al di là del concetto commerciale di superband (perché qui di vendibile c’è ben poco); un disco folk, pienamente pop, con venature psichedeliche spesso però ridotte ad escoriazioni superficiali, mentre è un’anima brit a scavare in profondità i brani e restituirli in una veste sixties/seventies prettamente lennoniana. Organi e fiati impreziosiscono il tutto, evidenziando ulteriormente l’ottimo lavoro strumentistico soprattutto di Dondelli e Marelli. “Wires” e “Courses” tra i pezzi più significativi, forti di un impianto ben costruito e che mai si dimentica di esemplificare l’autoreferenzialità tipica di molti supergruppi.

Non si potrà certo gridare al miracolo, ma il disco è senz’altro interessante, riverberante di toni psichedelici e folk come pochi dischi in Italia nel 2011. Non è necessariamente una cosa positiva, ma i brani validi ci sono: se non sono tutti, non disperate, il futuro di questa formazione sembra roseo.

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ETICHETTA: Foolica Records
GENERE: Indie Rock

TRACKLIST:
1. Etiquette is Useless
2. Wake Up Alone In An Empty Bed
3. Carry On (To Carry On)
4. 6:00 am
5. John Arne
6. Echoes From My Brain
7. Nova Ruda
8. My Wrong Words
9. Caledonian McByrne

Incute quasi timore dover parlare di un disco così. Il primo aggettivo che mi è venuto alla mente dopo gli ascolti necessari a scrivere questo articolo è “viscerale”. Riferito al sound, ovviamente, sound quasi estrapolato con forza dalle interiora di un animale gigante o di un enorme natante lasciato al largo in balìa della tempesta, che deve essere scavato, ricercato, poi interiorizzato e infine lasciato decomprimere. Esplodere.
I Camera 237 sono forse la prima band, tra le centinaia che ho recensito, a stupire per una sorta di “potenza al contrario”. Un languido pulsare interno, cavernoso, che senza tentennare riempie l’udito dell’ascoltatore dandogli una sensazione di intensità priva di manifestazioni sensibili. Come dire che non la si sente, ma esiste.
Piano, è facile stracapire quando si inizia una recensione così ma è anche vero che abbandonarsi alla descrizione delle proprie percezioni sensoriali ascoltando un disco è una delle cose che più aiutano a comprenderne l’impatto emotivo.
Tutto sommato, Alone In An Empty Bed è un disco carino, una collezione di nove tracce di puro indie rock italiano con soffiate elettriche dalla natura veramente rude, forse addirittura rudimentale, nell’approccio (troppo) energico alle chitarre, nel creare una tensione che rischia da un momento all’altro di far implodere il disco stesso. Energia pura, energia negativa, positiva, chimica, fisica: “6:00 am”, “Nova Ruda”, “My Wrong Words” e il loro crescendo di pulsazioni incendiarie possono da sole spiegarvi cos’è questo disco. Ma in questo caso varrebbe solo sei, e sarebbe un misero EP: accostateci tutte le altre sei perle ed avrete un vero prodotto di qualità.
Poi vogliamo per forza trovarci una pecca? Vabbene. Dopo un capolavoro come Inspiration Is Not Here c’era il rischio che calcassero troppo la mano con l’autoreferenzialità ed effettivamente è così, però siamo già giunti ad un punto in cui l’indie si fonde con le sperimentazioni più estemporanee ed anti-canoniche che una band italiana possa nel 2011 cavare fuori.
Allora, diciamoci la verità: un sorprendente masterpiece che dimenticheremo difficilmente.

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ETICHETTA: Foolica Records
GENERE: Indie rock

RECENSIONE:
Loro si presentano così: Fine for now. E noi gli rispondiamo, si vede. Sarà che la copertina ti fa vedere due personaggi particolarmente soddisfatti, sarà che la musica è comunque serena (più che altro rasserenante), ma i The Vickers, sfondando la porta aperta del brit-pop con un possente ariete che gli da in mano le chiavi del successo. Almeno sulla carta.
Il disco si compone più o meno di undici perle di alternative rock dalle influenze chiaramente inglesi, anche senza ascoltarle interamente: piano, questo non significa che chi scrive non ha ascoltato il disco e neppure che voi siete esentati dal seguirlo secondo per secondo, perché comunque il contenuto c’è; strutture semplici (e per questo d’impatto) ma che, con un’impronta molto personale, riescono ad assumere una patina quasi “dorata” che gli garantisce una profondità di prospettiva notevole, nonostante alcuni guazzabugli nei suoni che si potevano sistemare meglio. Una produzione, ottima, comunque pulitissima e che garantisce ai brani potenzialità radiofoniche non da poco (vedasi “Baby G” e “A Big Decision”), grazie alle livellature di personaggi del calibro di Steven Orchard e Jon Astley, che importa quelle venature (ultra)brit che hanno reso celebri i Stereophonics anche nel sound dei Vickers. Le ballad più indie rock, più spedite e danzabili, corrispondono più o meno all’apogeo del disco, per intensità, presa, e dimostrazione di sicurezza e capacità compositiva (“Wait Me Out”, “They Need To Dance”, canzone che è una dichiarazione d’intenti notevole, perché la gente ha davvero bisogno di ballare e forse questa band ha capito che questo è il modo giusto di presentarsi).
Curati nel modo in cui si pongono a noi povere bestie della critica e nel modo in cui si pongono ai sbiaditi fan dell’indie, riescono a stringere un forte legame con una cultura brit che senz’altro è nel suo momento storico più alto, se parliamo di un fenomeno che molti si impegnano a resuscitare ad ogni pié sospinto.
Se parliamo di originalità, torniamo indietro di venti o trent’anni, quando ancora chi imitava i Beatles o i vari emuli, aveva un minimo di credibilità. O almeno facevano un lavoro “d’antologia”. Ma bando alle ciance, per i The Vickers la strada è rosea, però bisogna ascoltare bene questo disco per capirlo, non fatevi fregare dai momenti più melodici o dalle impressioni meno vivaci che potrebbero seguire ai primi approcci all’album, perché è tutto da scoprire.

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