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Archive for the ‘GENERE: Synth-pop’ Category

Recensione inserita nel circuito Music Opinion Network

ETICHETTA: Edel
GENERE: Musica d’autore, elettronica

Per comprendere Come Se Fossi Dio e, di conseguenza, quello che è Leon, bisogna lasciare momentaneamente a lato il discorso musicale. La chiave di lettura sta nei testi, in ciò che vuole comunicare, non solo con essi ma anche con il modo di porsi, e, prima ancora, nella biografia del musicista stessa. Cita, di sé stesso, una vita isolata nelle montagne della Valle d’Aosta, dove a regnare sulle sue giornate è l’alcol, unico metodo per affogare le riflessioni sul proprio percorso, che prendono sovente una parvenza di mostri in grado di fagocitare la mente e l’inconscio di chi non è in grado di gestirle. L’ebbrezza è, in puro stile bohemién, un elemento ricorrente nei testi (“Nel Gin”), a fare da sottofondo al discorso riguardante temi spesso molto pesanti, vedi l’anoressia, l’immigrazione, il bisogno di uscire dalla solitudine e dalla banalità di una vita troppo rilassata. Musicalmente si attraversa un vasto repertorio di pop (anche synth-pop) anni ’80 e ’90, ricostruito con un’estetica a suo modo decadente, conferendo ai testi un’importanza maggiore laddove sottolineano tematiche più importanti. Nel modo di scrivere sia la musica che le parole si cede talvolta a delle debolezze nell’impianto costruttivo, ad esempio nel creare dei climax di intensità o nella ricerca di rime dall’impatto certo, ma il disco permane sempre su livelli molti alti, in particolar modo con brani come “Immagini”, “Ego Te Absolvo” e “Bellissima”, che non celano neppure un certo approccio radiofonico. Non a caso, la semplicità estrema ricercata nel rendere comprensibile a tutti la pesantezza dei temi crea un pericoloso effetto boomerang, che comunque all’interno dell’opera intesa come intero non apporta problemi così gravi.

Questo disco è una di quelle opere che non tutti possono capire, pur usando termini facili. Anche per questo entra in una lista di possibili rappresentanti della scena italiana in ambito di musica d’autore, quando sarà possibile anche comprendere ciò che Leon voleva dire all’uscita di Come Se Fossi Dio, vero banco di prova per un artista destinato solo a crescere, e che difficilmente mancherà l’occasione di lasciare ulteriori segni nel panorama dello Stivale. Lo attenderemo al varco per nuovi apprezzabili lavori.

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Recensione a cura di Alessandro Zavattiero

ETICHETTA: RCA Records
GENERE: Synth-pop

TRACKLIST:
Exile
Miracle
Sandman
Blind
Only You
The Road
Cupid
Mercy
The Crow
Somebody To Die For
The Rope
Help
Heaven
Guilt

Gli Hurts, il duo britannico di Theo David Hutchcraft e Adam David Anderson, hanno appena pubblicato il loro secondo album. Sappiamo cosa si dice sui secondi dischi: di solito, buone volte, tendenzialmente, deludono. Se preferite possiamo dire che fanno anche schifo!

Il duo synth-pop dopo il loro esordio più che buono ci riprovano con qualcosa che dovrebbe evolvere la loro musicalità. Per chi già conosce il genere e ha apprezzato il primo Happiness in questo Exile ritroverà lo stesso ambiente raffinato-malinconico che gli contraddistingue, ma cosa è cambiato? Se partiamo dalla prima traccia che da il nome anche all’intero disco, notiamo che gli artisti hanno ricercato di evolvere i suoni spostandosi su generi più ritmici (Muse), ma con Miracle i richiami ai Coldplay ci sono fin dal primo giro d’accordi, piace non piace, allo scrivente ha fatto storcere il naso. Poi arriviamo alla terza traccia Sandman ecco questo pezzo merita qualche parola in più: non è facile riuscire a unire una base puramente hip-hop (abbastanza comune per giunta) con lo stile elettronico-lento degli Hurts. Gli esperimenti nella musica, quando riescono, possono dare risultati veramente entusiasmanti, Sandman è uno di questi casi. Blind è un’altra di quelle che meglio esplicano lo sbilanciamento pop del duo, forse anche troppo! Ma poi c’è Only You che riporta sui vecchi passi di Theo e Adam, la canzone ha un bella base elettronica e un
messaggio scontato per questo genere “Because only you can set me free, so hold me close just like the first time”. La sesta traccia, The Road, il primo singolo scelto per la pubblicizzazione del disco è un piccolo capolavoro, quando le cose vengono bene, inutile dilungarsi con tante parole, un pezzo perfezionato, emotivo, compiuto! E così cambia ancora questo disco, tra nuovo-rifatto e vecchio-nostalgico: Cupid che potrebbe benissimo essere dentro uno dei qualsiasi album dei Depeche Mode e Mercy una ballata sintetizzata tra la l’ansia della strofa, l’elettricità del ritornello e l’escalation del bridge, buona cosa! Abbiamo già superato la metà del disco, Crow è una lenta di archi e arpeggi che scorre via facilmente (bene o male che possa essere questa caratteristica in una canzone), e in scia anche Somebody to Die for e Heaven che ricordano ancora i richiami pop-play. The Rope prosegue l’andamento ondulatorio dell’album riproponendo invece un importante base di sinth che ci accompagna fino alla chiusura con Guilt, una lenta con accompagnamento di piano, quelle che per tradizione vengono sempre lasciate alla fine. É dolce, personale, vocale ed emotiva, Hurts.

Sappiamo cosa si dice sui secondi album, talvolta deludono, tendenzialmente non sono all’altezza del primo d’esordio, davanti ad Exile mi ritrovo combattuto: da una parte la direzione troppo commerciale per più di un paio di tracce testimoniano che alla fine conta venderli i dischi, ma l’altro fronte presenta alcuni tra i pezzi migliori proposti fin d’ora dal duo britannico, sia con l’esperimento Sandman, sia con i pezzi che ci si aspetta come Blind e Only You, ma anche Exile si dimostra assieme a Cupid una valida evoluzione, infine The Road, il pezzo più indovinato. Tutte assieme salvano il lavoro svolto. Concludendo, per chi ha già apprezzato Happiness, piace il genere synth-pop e cerca qualcosa che di diverso, ma non per questo nuovo e rischioso, Exile è un ottimo album. Ai detrattori dei Coldplay consiglio di saltare i pezzi che sapranno sicuramente riconoscere.

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ETICHETTA: Nessuna
GENERE: New wave, post-punk, electropop

TRACKLIST:
1. Across the Stars
2. Hide & Seek
3. Goodnight
4. Sugar Sandman
5. Anything Inside Me
6. Hey Stranger
7. Metropolitan
8. Love’s A Thing You Can’t Heal From
9. Tonight Can Be Done

Messiah Complex è un disco a suo modo stupefacente. Sorprende, quasi assorda, la sua capacità di essere sintetico e contemporaneamente dire molto sullo status della
new wave italiana, che nonostante il suo essere un continuo riproporsi di stilemi tipicamente British, di derivazione quindi neanche troppo celata, riesce a confermare di
anno in anno la nostra bravura nel personalizzarla e renderla “nostrana”.
E’ così che i Temple of Venus si presentano, forti di ritmiche non utili solo a riempire ma anche a strutturare meglio il brano, lineari quando devono svolgere un ruolo
secondario, più frastagliate e complesse quando si deve sostenere quel tappeto di synth che i New Order avevano portato in campo con sorprendente saggezza
compositiva. Oggi in Italia pochi li sanno riproporre in maniera opportunamente aggiornata, e nella breve lista in cima troviamo proprio i ToV. Sferzate di electro-pop
contemporaneo (“Hey Stranger”, in cui si evidenzia clamorosamente tutta la potenza del basso), intralciato da alcune pulsazioni indietronica nel background dei pezzi
più tranquilli (“Hide & Seek”), colorano di più un disco fortemente devoto prima a Curtis poi a Peter Hook, ma ancorato ad una concezione italica che si deve alle loro
origini bolognesi. Distorsioni e sintetizzatori più cauti e calmi si alternano in un lavoro completo e maturo, che presenta sia momenti da ballare, carichi di una densità
post-punk senza rivali in questo duemilaundici, che ballad più strappalacrime, dove malinconia e un pizzico di ira si uniscono in un crocevia di emozioni difficile da
ignorare.

Tra scelte di suoni veramente azzeccate e impianti compositivi degni dei migliori gruppi anni ’80 e ’90 (nel genere, si intende), la band ha tutte le carte in regola per
rimanere in voga qualche anno, anche all’interno dei Dj set di settore. Il cantato in inglese è funzionale alla causa, anche se qualche brano in italiano poteva rafforzare in
termini di fruibilità l’intero album. Ma del resto, in un disco che di radiofonico non ha niente, non dobbiamo farci queste paranoie…gran lavoro!

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Recensione scritta per INDIE FOR BUNNIES
ETICHETTA: K7!
GENERE: Electro, indie, dance

TRACKLIST:
1. Konkylie
2. Church and Law
3. Parix
4. Chestnut
5. The Same Scissors
6. Jets
7. Kelly
8. On The Move
9. Whoever Made You Stand So Still
10. Add Ends

I When Saints Go Machine sono un premiatissimo quartetto danese che da qualche anno attira una crescente attenzione dei media attraendo, ovviamente, anche la nostra. Konkylie è il primo full-length ma segue un bellissimo EP, Fail Forever, che un po’ ci aveva dimostrato il soffice dance pop di una band delicata ma abile a far ballare in quattro quarti con inserimenti sperimentali levigati ma ancora limitati. E’ con questa nuova uscita che il sound si perfeziona, aprendo le porte a sferzate di electro-pop britannico in grado di balzare dagli MGMT ai TV On The Radio, senza disdegnare Talking Heads e Eurythmics, includendo quindi inserti più banali à-la-nuovanewwave. Il songwriting modesto ma originale della band nordeuropea si sente soprattutto nella title-track, in “Parix” e in “Kelly”, dove furoreggiano con un synth pop semplicistico e di facile comprensione, istantaneo nella presa, e di piena ispirazione scandinava. Non mancano incroci con la musica orchestrale più sinfonica (“Church and Law”), così come non si tengono lontani neppure i Depeche Mode, che lasciano un’ingenua ma indelebile traccia in molti dei brani più pop.

Una produzione fresca, intelligente e normodotata ci presenta un disco genuino e pulito, forse un pochino troppo lindo; le sbavature non sono contemplate e questo può piacere, ma un’anima più live poteva giovare ai momenti più (realmente) dance, come ci insegnano Justice e Does It Offend You Yeah!, giusto per accostare nuovamente la band ad orizzonti indie più moderni.
Essenzialmente il disco non eccelle in nessuna sua caratteristica, ma si colloca in quella fascia in cui originalità, precisione chirurgica e un estro creativo profondo e mai acerbo riescono a renderlo interessante. A prescindere. Lo si ascolta volentieri, ma si aspetta il probabile salto di qualità definitivo.

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Nettwerk Music Group ha reso disponibile dal 17 Gennaio un’edizione ristampata (ed estesa con alcune bonus track) dei primi tre dischi della formazione synth-pop di Liverpool. Gli album in questione sono 604, Light&Magic e Witchin Hour, dischi di cui vi proponiamo tre brevi recensioni, giusto per capire se vale la pena appropriarsi di questa ristampa.

LADYTRON – 604
Disco uscito nel 2001 per Emperor Records, rappresentò una svolta per la musica elettronica inglese. Non riuscendo a ricavarsi uno spazio nella storia del genere, ha comunque significato molto per chi ha considerato la rampante evoluzione del synth-pop che, soprattutto negli ambienti indie britannici, ha avuto una spaventosa attenzione mediatica. 604 è un disco quasi ambientale, che si abbandona ai suoi toni diffusi di synth adamantino per riportarci a quella tipica atmosfera eighties che piace tanto ai revivalisti del 2011 (e piaceva tanto anche dieci anni fa). Esempio perfetto è “Cska Sofia”, con quelle basi molto vintage che ricordano se non altro il panorama new wave degli anni ottanta, riferimento che vi servirà assolutamente per digerire un album come questo, orecchiabile ma senza la cadenza troppo pop dei Cure e dei Depeche Mode, a cui i Ladytron aggiungono tanto vocoder che canta testi di assoluta rilevanza progressivo-emozionale; se non che possano strappare qualche lacrima a qualcuno, almeno che gliela possano far immaginare. Un disco essenziale per i fan di questo filone musicale di grande successo.

LADYTRON – LIGHT & MAGIC
Con Light & Magic è bastato poco ai Ladytron: si è partito da dove avevano lasciato il (non-pop)pubblico con il disco precedente.
Stavolta i Cure sono diventati New Order, e i Depeche Mode si sono trasformati nei Kraftwerk, nei riferimenti che la band più o meno direttamente cita. “Evil” e “Cracked LCD” tra i brani più riusciti, che da soli bastano a fagocitare gran parte della new wave moderna che si basa solo sulla rielaborazione dei Joy Division, senza passare dal via. I Ladytron invece sanno il fatto loro e con quel piglio ballabile che campionatori e sequencer contribuiscono a formare, hanno dimostrato di saper crescere anche dove c’era poco di migliorare. Due brani in meno e sarebbe stata una chicca non da poco.

LADYTRON – WITCHIN HOUR
Tre anni dopo, stavolta importato in Italia dalla Sleeping Star di Roma, le due ragazze che compongono la formazione hanno pensato di sintetizzare anche un po’ di distorti, alimentando la foga chitarristica che prima, in gran parte dei brani, mancava, dando un’aria più rock e più europea alla band. Scompaiono le comparsate orientali (asiatiche) e appaiono quelle più britanniche, alcuni riff di synth quasi indie e chorus particolarmente radiofonici, a buon rendere. La melodicità dei ritornelli, come nello splendido estratto “Destroy Everything You Touch”, ne guadagna in maniera assolutamente produttiva e positiva. E poi aggiungeteci anche “International Dateline”. Niente di ineccepibile, forse leggermente inferiore ai primi due dischi, ma con tanto, tanto, da ascoltare ed apprezzare, ancora una volta per i fan del genere, ma con uno sguardo più ampio al mondo delle classifiche e della musica mainstream.

Le ristampe di Nettwerk contengono alcune bonus track e preziosi remix. Su tutti segnaliamo lo Snap Ant remix di Playgirl, riedizione contenuta nella ristampa di 404.
Potete leggere le tracklist dei tre dischi in versione ristampa a questo link. Premendo sui titoli sopra le minirecensioni, vedrete le copertine.

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