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Archive for the ‘ETICHETTA: Sinusite Records’ Category

Recensione a cura di CLAUDIO MILANO

ETICHETTA: Sinusite Records
GENERE: Avant-rock

TRACKLIST:
Tilikum
William Blake
La Marcia dei Triceratopi
Tre Gatti
Twenty-One Thousand Leagues
Nine and Them Some
William Wallace
Duello
Self-Harm

Prologo:
Il disco avant italiano dell’anno? Non solo, se arrivasse alle orecchie di qualche grosso nome dell’entourage internazionale, i Carnenera (diretta citazione al più selvaggio Burroughs) hanno tutte le carte in regola per andare molto, ma molto lontano.

Il disco:
La stratificazione di drones su “William Blake” (chi altri se non lui ad agitare narcolessie psicotrope?), fa balzare dalla sedia. Suono nero pece sommati ad altri atmosferici – fantastico anche il basso distorto di Pissavini qui come su “Duello”, brano che arriverà di qui a poco. Asciugate rispetto al passato le percussioni di Carlo Garof, che comunque si frammentano in poliritmie dal sapore geometrico/esoterico, autenticamente sciamaniche. Il rito che attraversa i pochi minuti di “La Marcia dei Triceratopi” con la dea del canto avant italiano Dalila Kayros, porta in una dimensione autenticamente “altra”.
L’abrasività doom/stoner (Ufomammut e il grande deserto attraversato dai Kyuss) conduce nella macina metallica dei Tool, senza dimenticare i Crimson di “Red” portati in dimensione 2014 alla scuola di Ulver e Sunn O)).
Sempio regala un grandissima solista “surf” sulla prima citata “Duello”, prima di infrangere il suo suono in una tonnellata di diafane rifrazioni soniche, mentre Pissavini irrompe con un solo che manda a casa qualsiasi sadico math rock.
“Twenty One Thousand Leagues” come l’opener “Tilikum” è terreno fertilissimo per le stratificazioni di Sempio che più che soundscapes sarebbero da definire adeguatamente landscapes da quei territori estesi, a tratti magmatici e ad altri acidissimi, che hanno (ri)portato alla ribalta Gary Lucas in “Other World” e dai percorsi trasversali di Elliott Sharp, ma la sua personalità, che emerge come elemento collante del disco, per la ricerca spasmodica e la cura del dettaglio sonico profusa, non ha davvero termini di confronto. Tanta cura si e nonostante chiaramente il trio abbia registrato il tutto in presa diretta, con successivi trattamenti elettronici, come in un gioco di rifrazioni di un diamante grezzo, cosa che permette all’album di avere anche un’energia assolutamente diretta e non “costruita” ad arte, come accade per la maggioranza delle produzioni del genere (“Nine and Then Some” con un solo pirotecnico di chitarra, che non disdegna l’uso di un tapping incendiario, ne è esempio).
“William Wallace”, apre ancora a lande dilatatissime, prima di esplodere con una sezione rirtmica granitica. Il coro “tribal nordico” della sezione centrale, ha un sapore talmente evocativo da condurre dritti in Scandinavia su una nave vichinga pronta a sferrare un qualche attacco.
“Tre Gatti” assieme a “William Blake” è per chi scrive il picco di un album comunque estremamente coeso. Qui i suoni scorticano la pelle e Garof dà prova di creatività nel condurre un mondo di ritmiche dedito all’evocazione e alla potenza, anche quando si muove come a infrangere dozzine di specchi senza mai riflettervici dentro per autocompiacimento. Questo è un altro elemento essenziale dell’opera, che affronta una scrittura creativa anche negli interventi solisti senza suonare mai autoreferenziale.
Carnenera evolve il linguaggio di tanti nomi prima citati quanto di Zu, Ulan Bator (echi nell’intarsio post rock, accarezzato da chitarre in detune nella conclusiva Self Harm – delizioso l’arpeggio conclusivo qui), i Bark Psychosis di “Pendulum” dall’indimenticato “Hex”, Rosolina Mar, Aidoru, ma che soprattutto a tutto guarda tranne che al provincialismo italiano.
Nota di merito anche all’artwork di grande impatto, a cura di Alessandro Torri.

Conclusione:
E’ lecito da questa band aspettarsi un’intensa attività live. Perchè? Questo è un disco che farà impazzire qualsiasi amante dei “field”: stoner, noise, doom, math, avant prog e avant metal, psych, drones, desert, post rock … il che, non solo non è poco, ma garantisce un’identità forte e immediatamente riconoscibile.
Ascoltateli, andateli a vedere, lasciatevi condurre nel perdere il controllo razionale di voi stessi per trovare qualcosa di più profondo che vi appartiene: un buio che odora, pardon, puzza, di luce.

8’5, netto

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ETICHETTA: Sinusite Records/Pogoselvaggio! Records
GENERE: Post-rock, alternative rock

TRACKLIST:
1. Sagome
2. Evadi
3. Abiti
4. Mosaico
5. Il Sarto
6. Inchiostro Sprecato
7. Orme Sovrapposte

Gravità Inverse è l’unica evoluzione possibile del sound che i Nut avevano delineato nell’Ep Hapax, un anno fa. Prodotto da Giulio Favero, onnipresente sulla scena alternativa italiana, è un disco molto dilatato nonostante contenga solo sette brani, pesante da digerire, ma non per questo acerbo o noioso. Tutte le tracce hanno un importantissimo ruolo nel definire il significato del’intero disco, a partire da “Orme Sovrapposte”, crescendo che si propaga in tantissime direzioni, ricordando i brani più sperimentali del primo del Teatro degli Orrori quanto certe esagerate distensioni dei Motorpsycho di Black Hole/Blank Canvas o Heavy Metal Fruit. Se in quel senso ricordano i Verdena di Requiem (visto che ancor di più loro sembrano i norvegesi de noialtri), come in “Inchiostro Sprecato”, si evidenzia facilmente quella vena alternative rock alla italiana che veleggia tra Karnea, Marlene Kuntz, Afterhours e Ritmo Tribale, sintesi di un panorama che descrive una buona metà della nostra attuale scena (in quanto ad ispirazione). Poteva sembrare velleitario realizzare pezzi così estesi senza fuggire dalle catene del post-rock o della progressiva più americana, ma entrambi gli ambiti sono rivoltati da cima a fondo grazie alla maturità compositiva di una band che ha già raggiunto un acme difficilmente ripetibile. Ospiti a parte (come l’immancabile Manzan), un cupo manifesto di vera musica italiana come in questi anni se ne vedevano pochi. E se il prossimo disco li confermerà “next big thing”, anche questo sarà storico.

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ETICHETTA: Sinusite Records
GENERE: Post-punk, alternative rock

TRACKLIST:
1. La Noia
2. 2010 (Anno di Cambiamento)
3. Passato Presente
4. I Ragazzi Sono Stanchi
5. Bottoni
6. La Gaia Scienza
7. SanRemo
8. Di Nuovo Giovani (Live)
9. Nel Bene e nel Male
10. Maratona
11. Da Grande Voglio Avere 40 Anni

RECENSIONE:
Impressioni iniziali: questi si sono mangiati i Love in Elevator e il Teatro degli Orrori in una volta sola, masturbandosi con la loro furia che a volte si piega anche in melodia, elemento che illumina con toni brillanti un disco godibile e divertente, violento, nervoso e vibrante. Pochi dischi possono vantare una durata di diciotto minuti con dodici tracce, ma la veemenza con cui una dopo l’altra vengono spiaccicate fuori dalle casse ne dà comunque una forma concreta, psicotica, quasi forzosa, come se tutto nascesse da un’improvvisazione di un gruppo che ama lo shoegaze tanto quanto il post-rock, però ascolta tutto il punk (con le relative evo- ed involuzioni). “2010 (Anno di Cambiamento)”, nasconde una vena tragica di critica sociale, a dipingere un anno che non ci ha visti per niente migliorare né cambiare, con le sue venature semiacustiche che, nel resto del disco, troviamo veramente poco. In generale, piovono le distorsioni, che lo inondano in lungo e in largo, portandosi via “Passato Presente” nell’esagerazione e “La Gaia Scienza” in un’ondata di collerica frenesia (come “Di Nuovo Giovani”). Non piace tanto il cantato, forse troppo urlato, forse troppo imitazione di sé stesso, ma la verità su questo disco si può riassumere così: bell’album, forse troppo impetuoso ed impulsivo, per una band che dimostra di saper condensare tutta la sua indole in brani estremamente corti. Li attendiamo al varco per un “vero full-length” dove la loro intensa morbosità  potrà davvero provocare un’ecatombe sonica di dimensioni spaventose, e se il senso di questa frase sarà positivo o negativo lo scopriremo solo allora.

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