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Archive for marzo 2013

Recensione inserita nel circuito Music Opinion Network

ETICHETTA: Edel
GENERE: Musica d’autore, elettronica

Per comprendere Come Se Fossi Dio e, di conseguenza, quello che è Leon, bisogna lasciare momentaneamente a lato il discorso musicale. La chiave di lettura sta nei testi, in ciò che vuole comunicare, non solo con essi ma anche con il modo di porsi, e, prima ancora, nella biografia del musicista stessa. Cita, di sé stesso, una vita isolata nelle montagne della Valle d’Aosta, dove a regnare sulle sue giornate è l’alcol, unico metodo per affogare le riflessioni sul proprio percorso, che prendono sovente una parvenza di mostri in grado di fagocitare la mente e l’inconscio di chi non è in grado di gestirle. L’ebbrezza è, in puro stile bohemién, un elemento ricorrente nei testi (“Nel Gin”), a fare da sottofondo al discorso riguardante temi spesso molto pesanti, vedi l’anoressia, l’immigrazione, il bisogno di uscire dalla solitudine e dalla banalità di una vita troppo rilassata. Musicalmente si attraversa un vasto repertorio di pop (anche synth-pop) anni ’80 e ’90, ricostruito con un’estetica a suo modo decadente, conferendo ai testi un’importanza maggiore laddove sottolineano tematiche più importanti. Nel modo di scrivere sia la musica che le parole si cede talvolta a delle debolezze nell’impianto costruttivo, ad esempio nel creare dei climax di intensità o nella ricerca di rime dall’impatto certo, ma il disco permane sempre su livelli molti alti, in particolar modo con brani come “Immagini”, “Ego Te Absolvo” e “Bellissima”, che non celano neppure un certo approccio radiofonico. Non a caso, la semplicità estrema ricercata nel rendere comprensibile a tutti la pesantezza dei temi crea un pericoloso effetto boomerang, che comunque all’interno dell’opera intesa come intero non apporta problemi così gravi.

Questo disco è una di quelle opere che non tutti possono capire, pur usando termini facili. Anche per questo entra in una lista di possibili rappresentanti della scena italiana in ambito di musica d’autore, quando sarà possibile anche comprendere ciò che Leon voleva dire all’uscita di Come Se Fossi Dio, vero banco di prova per un artista destinato solo a crescere, e che difficilmente mancherà l’occasione di lasciare ulteriori segni nel panorama dello Stivale. Lo attenderemo al varco per nuovi apprezzabili lavori.

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Recensione a cura di ANDREA MARIGO

ETICHETTA: Barsuk Records
GENERE: Indie rock

LIST:
You Can Play These Songs With Chords (1997)
Something About Airplanes (1999)
We Have The Facts And Weʼre Voting Yes (2000)
The Death Cab For Cutie Forbidden Love EP (2000)
The Photo Album (2001)
The Stability Ep (2002)
Transatlanticism (2003)

Voto 4/5

In genere non amo i best of e/o simili, ma i Death Cab negli ultimi anni, da bandiere indierock dʼoltreoceano si sono trasformati in una mega pop rock band che riempie gli stadi ad ogni concerto (anche se è lodevole il fatto che eseguano sempre e comunque brani tratti da tutti i loro dischi) per cui non mi stupirei se prima o poi ne facessero uscire uno. Ma una volta erano una band gloriosa, e qui, la cara Barsuk Records, sforna una raccolta limitata in vinile di 1500 pezzi, singolarmente numerati e firmati dalla band, con i primi album, compresi gli EP.
Questa deluxe box comunque non è un best of, anche se in qualche modo potrebbe sembrare un qualcosa di futile dedicato solo ai fans più assidui, ma è una guida consigliata vivamente a chi non li conosce o non conosce il loro passato, che traccia il percorso musicale della band di Seattle, dagli esordi allʼultimo lavoro, pubblicato sempre per la label indipendente, Transatlanticism.
Si parte dal lo-fi di “You Can Play These Songs With Chords”, passando per “Something About Airplanes” con Bend To Squares e Your Bruise.
Si nota subito una svolta con “We Have The Facts And Weʼre Voting Yes” ma soprattutto con lʼ ep “Forbidden Love” dove emergono brani come Photobooth e Song For Kelly Huckaby.
“The Photo Album”, a detta di molti il loro miglior lavoro, accresce notevolmente la fama della band in tutti gli Stati Uniti e oltre con il brano A movie Script Ending e con “Stability Ep” si sente emergere lʼ esigenza, da parte della band, di salire ancora di qualche gradino.
Ma questʼ ultimo ep è solo il passo che porta a “Transatlanticism”, ed è li che i DCfC raggiungono lʼ apice (e lʼ Europa).
The Barsuk Years è dunque la raccolta dei lavori che Gibbard e soci sfornano durante i primi anni di attività, gli anni di gioventù, ed è risaputo che in genere, sono gli anni migliori.

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Fotoreport a cura di LaMyrtha







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Fotoreport a cura di LaMyrtha






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ETICHETTA: Dischi Soviet Studio
GENERE: Garage, indie rock

TRACKLIST:
Figlio Illegittimo di Kurt Cobain
Apridenti
Retromania
12 Giugno
Il Nostro Paese Diviso in Due
Dr. Lennon
La Partita di Calcetto Infrasettimanale
Tasche Piene
Smaltire tra le Scimmie
Aiutaci Matteo
Scheletri Nascosti

Il primo full-length dei padovani MiSaCheNevica giunge così, di nuovo, come l’ottimo primo EP, per Dischi Soviet Studio, a segnare una svolta nell’ormai immobile scena veneta. Rispetto alla prima produzione, Come Pecore in Mezzo ai Lupi cambia passo e si fregia di un incedere più nineties e di sonorità più taglienti, garage e, in generale, più sporche. Il baricentro si è spostato, evidentemente, dai testi alla confezione intesa come un tutt’uno di ciò che suonano i tre musicisti, non intendendo, con questo, che le liriche non siano di grande qualità. Le parole del frontman Walter Zanon sono, di nuovo, intrise di una vivace ironia, in grado di mettere alla berlina molti dei luoghi comuni delle attuali generazioni sempre troppo impegnate a riconoscere la superiorità di quelle passate, incapaci di astrarre dal particolare e di trovare nuovi percorsi da inseguire. Il risultato, testualmente parlando, è superbo, e cerca la decadenza con spirito costruttivo riuscendo a destrutturare molte delle banalità dette da molti musicisti italiani con una caparbietà nel perseguire un messaggio che rende impossibile non riceverlo (Il Nostro Paese Diviso in Due, Figlio Illegittimo di Kurt Cobain), non tralasciando neppure venature di appariscente critica sociale e attenzione a tematiche più “serie”, come ben nasconde una delle canzoni più riuscite del disco, La Partita di Calcio Infrasettimanale. La nuova direzione, sicuramente più congeniale ad una certa urgenza comunicativa che la band non cela mai, lascia a margine le pur sempre percettibili influenze più brit in salsa alternative di Suede, Belle & Sebastien e Manic Street Preachers, ripescando da Pavement e Wire linguaggi senz’altro più ruvidi, nell’approccio chitarristico, e marziali in quello ritmico. Il livello del songwriting è in linea con il passato, pertanto la qualità è assicurata.

C’è poco da aggiungere quando si ascolta un disco così ben concepito e realizzato. In Veneto la musica coi coglioni esiste ancora, basta solo saperla cercare e ascoltare. Sarà una delle uscite del 2013, perlomeno nell’Italia settentrionale.

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ETICHETTA: Dischi Soviet Studio (distrib. Audioglobe)
GENERE: Pop italiano

TRACKLIST:
Aperitivo?
Assomigliavi a Marte
Lettera ad un Produttore
Proiettile di Lana
Chi Sono Io?
Luce d’Agosto
La Festa di San Menaio
Per Tre
Beatrice
Suo Figlio E’ Pazzo

L’attività dell’etichetta padovana Dischi Soviet Studio continua a stupire, anche stavolta. Limone, nome d’arte di Filippo Fantinato, è prima di tutto un personaggio che interpreta uno stato d’animo del suo creatore nel voler comunicare alcuni dei suoi punti di vista riguardo delle tematiche che non sono senz’altro rare nei discorsi dei giovani italiani di questo periodo. L’urgenza di dire qualcosa è sottolineata, non a caso, da una precisa puntualizzazione dentro il packaging del disco, che vuole chiarire a cosa si riferisce ogni singolo brano, come a non volersi lasciar sfuggire la possibilità di raggiungere direttamente ogni singolo ascoltatore.

Musicalmente, Spazio, Tempo e Circostanze, orbita in una sorta di sospensione tra il pop e la musica d’autore italiana, laddove i due linguaggi si fondono anche con una elettronica sintetica e minimale, quella che non punta né a far ballare con la cassa dritta né a rumoreggiare con istinti shoegaze e sperimentali. Le tinte sono fredde, semplici, i testi molto intimistici, l’atmosfera non è mai tetra ma la voce quasi sussurrata di alcuni cantati riporta sempre ad un contesto che ammicca sia a Bersani che a Silvestri e, d’altro canto, anche a certa musica d’oltremanica di quindici/venti anni fa. Il risultato delle basi è quello di un background originale e pienamente riuscito, che confeziona, insieme a testi semplici che prendono la forma di una favola avventurosa e bambinesca, pur riferendosi talvolta a tematiche più “cresciute” (Aperitivo?, La Festa di San Menaio, Suo Figlio E’ Pazzo), una nuova estetica in bilico tra fiaba, canzone italiana, ironia caricaturale e decadenza, sempre mantenendo centrale l’impianto basilare delle parole scelte. Questo poiché, così come appare il disco, la sua genialità sta tutta nel modo di narrare di questi argomenti, passando senza scatti repentini né sfumature iperboliche da un romanticismo affettato e lezioso (Assomigliavi a Marte) ad una satira non troppo mordace, ma che fa della sua scarsa audacia un punto di estrema forza. In sostanza, buona parte della qualità di questo album proviene dal songwriting inteso meramente come scrittura di parole in musica.

La prima uscita del cantautore bassanese è semplicemente una novità, uno slancio di ottimismo e una boccata d’aria fresca, in particolare per la stantia scena veneta. Questo dovrebbe bastare a renderlo fondamentale per l’attenzione di quei produttori cui la splendida e malinconica Lettera ad un Produttore si rivolge, ma in Italia la qualità è percepita diversamente. Lontano, comunque, dalla rassegnata mestizia di molti artisti italiani dell’ultimo quinquennio, riesce a risultare simpatico, a solleticare un certo entusiasmo per la musica nostrana di stampo immediato e personale, senza mai scadere nel banale. Complessivamente è un esordio senza nessuna sbavatura, perfetto anche nel suo modo di dire cose importanti senza gli arzigogoli barocchi di molti artisti sfavillanti la cui luce si è spenta da tempo (qualcuno ha detto Godano?). Piacevolissima sorpresa d’inizio anno da un’artista e un’etichetta che sono ormai un punto di riferimento nell’underground italiano.

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Fotoreport a cura di LaMyrtha

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