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Posts Tagged ‘elettronica’

Ho compilato queste tracklist per i mixtape dei We Are Not Afraid, suonati live o composti in esclusiva per etichette, collettivi artistici, locali. Il campo d’azione non si discosta molto da quello della bass music, comprendendo in questa definizione trap, techno, deep house, tech house, tinte dubstep, EDMdrum’n’bass, ma sempre con un approccio sperimentale e inerente alla produzione We Are Not Afraid.
In fondo la lista di tutti i brani contenuti nelle playlist in ordine alfabetico.

A proposito, potete acquistare il nuovo disco HOLES, uscito cinque mesi fa su Irma Records, a questo link in digitale e qui in copia fisica.

2015

AprilePUNK VANGUARD MAGAZINE
Qui il mixtape originale

FebbraioBASS ISLAND RADIO
Qui il mixtape originale

2014

OttobreFREQUENZE SUBURBANE
Qui il mixtape originale

AgostoMICRO CLUB
Qui il mixtape originale

GiugnoWOULD HAVE BEEN COLLECTIVE
Qui il mixtape originale


COSA AVETE ASCOLTATO?

Lo so, avete tutto già su Spotify, ma se interessa a qualcuno ho ordinato in ordine alfabetico tutte le tracce che avete sentito, in maniera da potervele procurare facilmente. Ovviamente, in maniera legale.

2 Chainz – Birthday Song (feat. Kanye West)
Aazar – Rundat
Ace Hood – Bugatti (feat. Future & Rick Ross)
Alix Perez – Move Aside (feat. Foreign Beggars)
Arnaud Rebotini – All You Need Is Techno (Gesaffelstein Remix)
Atom – Ich Bin Meine Maschine (Boys Noize Remix)
Baauer – One Touch (feat. AlunaGeorge)
BLVCK – Shangri-La
Boys Noize – Got It (feat. Snoop Dogg)
Bro Safari – Spooked (feat. Dj Craze)
Brodinski – Can’t Help Myself (feat. SD)
Busy P – Still Busy (feat. Thunderbird Gerard)
Canblaster – Chicken Run (Panteros666 Remix)
Canblaster – I See You
Carnage – Krakatoa (feat. Junkie Kid)
Chief Keef – Love Sosa (Rl Grime Remix)
Club Cheval – Decisions
Creepy Autograph – Back Ally
D.I.M. – Roket
Danny Brown – Kush Coma (feat. A$AP Rocky & Zelooperz)
Dark Sky – Gaddagive
David Carretta – Crash 1
David Carretta & Workerpoor – The Intruders
Dimeuhduzen & Erick Solo – Secret Society (Aucan Remix)
Diplo – Express Yourself (feat. Nicky Da B)
Diskord – Go Hard
DOCO & Janpier – Spin It Back (G-Buck Remix)
Drumcell – Disturbance
Foreign Beggars – Goon Bags (UZ Remix)
GENER8ION – The New International Sound
Gent & Jawns – TurnUp
Gesaffelstein – Obsession
Gesaffelstein – Pursuit
Goldie – Kemistry (Justin Martin Remake)
GTA & Juyen Sebulba – Hard House
Hudson Mohawke – Chimes
Interpol – Obstacle 1 (Glass Teeth Remix)
Juyen Sebulba – Kaanga
Karel Goldbaum – Addiction (Analphabeth Remix)
Liar – Tzimisce
Minor Rain – Thunderbird
Molecule – 8 Zl 40
Monsieur Monsieur – Arym
Myd – Same Old Brand New You (feat. Boston Bun)
Oblast – Revolution
Perspects – 13 in 2 Parts
Poirier – The Realness (feat. Face-T)
Prosdo – Attack Warning (Futureplays Attacking Remix)
Radical G – Here Comes the Storm (The Hacker Remix)
Ramzoid – Mechanism
Raving George – Submerse (Blatta & Inesha Remix)
Richelle – Belee Dat
RL Grime – Shells
Rob De Large – Jacques NH2
Sharooz – 90907
The Hacker – Flesh and Bone
The McMash Clan – Shadow Dance
The Outside Agency – Forest Children
The Partysquad – Oh My / Club Mix (feat. Boaz)
The Subs – Mitsubitchi
These Hidden Hands – Kheium (SHXCXCHCXSH Remix)
Venice Calypso – Drifting
We Are Not Afraid – Apraxia
We Are Not Afraid – Darksun
We Are Not Afraid – Desholenation
We Are Not Afraid – Faded
We Are Not Afraid – Sharks

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ETICHETTA: MyPlace Records

Human Machine dei nostrani NODe viene spiegato dal quintetto come un prodotto “electro-punk” e “electro-pop”, per citare le definizioni presenti nel loro profilo Facebook. Di fatto, sono etichette calzanti, che descrivono, se non la polpa, lo smalto del disco. Si tratta di un viaggio elettronico che trova però nelle sfumature più dark del rock e della new wave anni ’80 la sua strada verso una smaliziata riproposizione di materiale invero non così originale. Novità non sono senz’altro l’uso del vocoder e dei sequencer, che, prendendo a piene mani dai Kraftwerk e dai Daft Punk, fanno rintracciare in una parte dei pezzi l’evidenza di una tendenza esterofila un po’ forzata. Risulta invece estremamente piacevole l’atmosfera da club di alcuni brani – che richiamano anche qualche elemento techno tedesco, come Paul Kalkbrenner, Anthony Rother, ma non solo – dove il ballo e l’accompagnamento fisico sono suggeriti da cantati catchy, cassa dritta e suoni gonfiati al punto giusto grazie da un mastering equilibrato, caldo e tagliente.
La composizione presenta caratteristiche latenti che si scoprono solo con l’ascolto ripetuto, come la progressione dei brani con echi e rimandi anni ’90, sporcata di synth-pop alla Depeche Mode, sebbene sia il più banale dei paragoni che possiamo fare. Il pantheon dei NODe ci mostra anche l’influenza di Autechre, Front 242, l’album Looking for St. Tropez dei Telex e gli esordi dei Nine Inch Nails, rendendo l’album radiofonico e leggero. A suo modo, questa rilettura italiana non stona, facendo proprie tematiche noir e un’estetica industrial che un sound moderno nei synth e nelle ritmiche rende attuali.
I riferimenti psicanalitici, religiosi e filosofici, quali una pretesa di indagine esistenziale attraverso le tracce di questo disco, non risultano così evidenti e lampanti, e scegliamo così di tralasciare questa particolarità di cui comunque la band restituisce già una chiara descrizione in tutti i vari link online.

Come molti dischi “di derivazione” ha perlomeno la qualità di collocarsi in maniera chiara dentro un filone, quello della nuova musica elettronica italiana, che sta scalzando il rock dal podio dei generi più ascoltati, o forse l’ha già fatto. Dai NODe ci possiamo aspettare, in ogni caso, una scalata e un miglioramento che già si possono intravedere considerando come songwriting e produzione siano in linea con le più recenti e criticamente apprezzate uscite nel genere.

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Recensione a cura di CLAUDIO MILANO

Etichetta: dEN
Genere: Avant/elettronica/ricerca vocale

Tracklist:
Kayros
Hor Kar Vudur
Hacab
Tzerpiusu
Sardonios Ghelos
Strix
Arxia

VOTO: 9

Kayros è una nuova divinità italiana e tale è destinata a rimanere.
Tracce come questa lasciano il segno in maniera permanente.
Pubblicato da pochi mesi, NUHK, si è ricavato uno spazio grande nell’avanguardia italiana che conta.
Dalila è, per chi scrive, la più grande ricercatrice e performer vocale italiana di sempre (e si sa, l’Italia in questo territorio, rimane da sempre, apripista per sviluppi globali) assieme a Giuni Russo di “Energie”/ “A Casa di Ida Rubinstein 2011” / “Signorina Romeo live” e alla prima Katya Sanna (quella di “Il chiarore sorge due volte”, coi Dunwich e le collaborazioni col collettivo romano Epsilon Indi). Un disco come questo, nonostante le poetiche differenti, porta un passo oltre, quanto fin qui prodotto da Romina Daniele e Antonella Ruggiero, Petra Magoni, Cristina Zavalloni e supera, di slancio, Lili Refrain e Stefania Pedretti.
La sua dimensione è dichiaratamente in opposizione ad un sistema “popolare”, inteso come “pop”, ma alla tradizione popolare vera, quella sarda (la lingua usata per il canto), attinge, creando un legame solidissimo e ultra (null’affatto “post”) moderno, tra arcaico e moderno, aprendo a nuovi scenari possibili e auspicabili.
Ciò che di primo acchito sorprende è il gran livello di produzione, cosa null’affatto scontata tra le mura dEN Records, nobilissima etichetta che ha preso in carico l’opera, spesso più avvezza ad un instant composing con mixing ottenuti in tempo reale, a segnare la “crudità” delle poetiche. Qui il suono annichilisce, panpot che rimbalzano da un orecchio all’altro e una cura nell’estremizzazione delle frequenze che rende gloria al contenuto.
Come sempre per dEN, preziosissimo l’artwork a cura di Soldarini.
La voce, trattata elettronicamente o pura, si muove da subarmonici gutturali e aritenoidei, prossimi al growl (“Tzerpiusu” – eccezionale nella sua miriade di rifrazioni, pari a un coro di vespe – , “Hor Kar Vudur”) per raggiungere suoni da soprano leggero di una delicatezza e una purezza immacolata (“Sardonios Ghelos”) ed esplodere in whistle raccapriccianti (“Strix” – per chi scrive, il brano più bello ascoltato da un annetto a questa parte – “Hacab”), talvolta in screaming, in altri casi in modulazione da soprano di coloritura a spostare l’estensione del pianoforte, a destra, di mezza ottava. Spesso corde vere e false sono usate assieme, rendendo la voce della cantatrice come quella della più violenta tempesta punk immaginabile (“Arxia”). Pre-vocale e profonda ricerca sulla phonè si legano a definire la più profonda sintesi tra alcune delle voci femminili estese più importanti e radicali che hanno attraversato il ‘900 nel rock e nella musica di confine (Yma Sumac, Meredith Monk, Nina Hagen, Diamanda Galas, Yoko Ono, Meira Asher, Carla Bozulich, Iva Bittova), ma qui è soprattutto permeata fino all’inverosimile la lezione del Scelsi di “I Canti del Capricorno” e la ricerca delle indimenticate Joan La Barbara e Cathy Berberian (“Stripsody”). Non solo, ogni possibile paragone unilaterale espone al ridicolo chi ha scritto di NUHK, testimoniando la profonda ignoranza della critica (italiana in particolare) appresso all’estetica delle “voci estese”, erroneamente chiamate ancora “voci strumento”, per le quali i metri di paragone Stratos e Galàs, sono ormai superati (certamente nella tecnica) da almeno due decenni, ma rimangono gli unici conosciuti, a discapito delle ricerche di Jaap Blonk, Koichi Makigami, Paul Dutton, Phil Minton, David Moss, Viviane Houle, John De Leo, Stefano Luigi Mangia, Mike Patton, Albert Kuvezin, Tran Quang Hai, Gisela Rohmert, Amelia Cuni, solo per citare pochissimi esempi. Che razza di affermazione è quella della “voce strumento”? Se una voce come quella di Sylvian (o Waits) canta su di un’ottava non è forse uno strumento magnifico? Bisogna ammazzare i propri padri putativi per essere sé stessi e Dalila questo, lo ha fatto, pur essendo questo, appena un (magnifico) disco d’esordio.
In lei c’è la lezione di chi, non solo non ha dimenticato il ‘900, ma dà soffio al proprio tempo e lo proietta avanti definendo nuove strade. Ma ciò che importa è che qui, la tecnica (più registri, più colori, più estensione = più possibilità a disposizione per far muovere apparato fonatorio appresso alla mente senza troppi limiti), è esclusivamente funzionale all’espressione, profondamente viscerale, sciamanica, da chi è in preda a convulsioni da allucinogeno pre rituale. Ancor meglio, tutto qui è “composizione”. Perché Dalila, compositrice rimane, anche nell’improvvisazione più radicale. Le tracce, multi-strutturate e ripartite in tante micro-sezioni (“Hacab” in particolare), sono autentiche composizioni di musica contemporanea che attinge all’elettronica figlia di Karlheinz Stockhausen, quanto dei Nine Inch Nails, Foetus e i Neubaten, dell’estetica glitch che frammenta come a definire miriadi di metamorfosi “ovidiane” e quella dei drones più minimali e tempestosi.
Dalila è schianto e carezza, un fiore che riemerge dalla liberazione di sovrastrutture socio-culturali, a cui pure attinge, per trasformarle in medicina, come nell’immergersi in un catino di ortiche per curare una malattia di Psiche intesa come sensibile cordone olistico tra anima e corporeità e rinascere giglio immacolato, nel mese di Maggio.
Fatelo ascoltare ai vostri bambini, rideranno, giocheranno e canteranno assieme a Dalila, loro, non hanno bisogno delle vostre sovrastrutture, o, se un bambino interiore siete riusciti a conservarlo, senza farlo diventare tiranno e obeso, ascoltatelo, non riuscirete a liberarvene.
A questa forma di dipendenza, al pari di quella di un “The Drift” di Scott Walker, non potrete che esprimere profonda gratitudine.

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Recensione scritta per il circuito Music Opinion Network

ETICHETTA: Ice Records
GENERE: Electro, hip-hop, miscellanea

TRACKLIST:
Cani Bionici (feat. Dargen d’Amico)
Alla Corte del Pazzo
Manitù
L’Amaca (feat. Seppiah)
Modo Nuovo
Thor e Fatima
Il Secchio e il Mare
Rosa Quantica (feat. Danti)
Dopo Il Patto Rise
Libero Caotico

Per parlare di questo disco una parola chiave è “miscellanea”, termine usato per la prima volta dal celebre umanista di Montepulciano Angelo Poliziano molti secoli fa per raccogliere alcuni suoi scritti filologici di varia natura. Il succo del termine è la raccolta di diversi elementi eterogenei, ma visto che il lemma in sé non racchiude un giudizio qualitativo sulle differenti componenti di questa unione di singole parti individuali che non sembrano legare bene insieme, interverrà l’articolo che si sta leggendo.
Pico Rama è un rapper milanese, ventitreenne, forse già sentito nominare da molti in quanto figlio di Enrico Ruggeri, artista che da qualche tempo ha iniziato a bazzicare anche in scene underground come quella trentina, sia come produttore che come musicista. L’esperienza di Pico forse arriva anche da un clima familiare recentemente più aperto a ciò che sta fuori il mainstream, ma la ricerca sembra essere ostacolata da un’eccessiva urgenza comunicativa, una voglia immensa di dire tutto e subito, che in questo disco si traduce in uno sterile, per quanto riguarda il mero accostamento di diversi linguaggi, pot-pourri di reggae, dub, hip hop, rap, elettronica, condendo tutto con liriche d’autore che, e questa è una fortuna, hanno invece una maggiore coerenza rispetto a ciò che a queste sottostà. Zangirolami garantisce una produzione di qualità, agli stessi livelli dei grandi nomi con cui ha già lavorato in passato (Fabri Fibra in primis), e le diverse atmosfere che popolano questo lavoro fanno il resto. E’ un viaggio iperattivo (“Cani Bionici”, con l’onnipresente D’Amico, che aiuta nel rivestire il brano di una maggiore immediatezza), scientifico-futuristico (“Libero Caotico”, “Rosa Quantica”, altro bel featuring, stavolta con Danti, uno dei rapper brianzoli più accreditati nell’ultimo biennio, ovvero i giovani Two Fingerz), storico-religioso (“Dopo Il Patto Rise”). E’ una trasumanazione continua, un trasporto incessante tra tempi e luoghi, uno spostamento svincolato, in realtà, da ogni ragionamento, tra linguaggi e sistemi di comunicazione diversissimi, come nell’ironia quasi da Bagaglino di alcune frasi della bella title-track o l’alienazione paranoica di alcuni schizzi di frenetica distopia, ovvero la follia, nel senso più alto del termine, di “Alla Corte del Pazzo”.  Bastava cambiare una lettera nel nome del disco per accorgersi la vicinanza con il romanzo di Hemingway, Il Vecchio e il Mare, anche se occorre uno sforzo di pensiero ulteriore per rendersi conto che il tema del “viaggio”, visto sotto luci differenti, è condiviso tra le due opere.

Lo ricapitoliamo: non c’è ricerca in questo disco, perlomeno se ricerca nel duemilatredici significa anche dare collante ideologico ad un prodotto artistico. A tenerlo in vita, però, interviene una bramosia di dire qualcosa, di fare qualcosa, forse di farsi notare, o ancor di più di fare successo, che riesce a potenziare le tracce fino a penetrare nelle pieghe della loro essenza e renderle valide, di certo non coese, ma pur sempre valide. E’ forse questa tendenza che porterà il giovane figlio d’arte alla ribalta, dove molti altri, pur con il supporto di una figura di spicco in famiglia, hanno fallito (Marco Morandi, ad esempio, esiste però gli si accredita ben poco di ciò che ha fatto, ad esempio la celeberrima sigla di Chi Vuol Essere Milionario). La prova di talento raggiunge comunque la sua massima espressione con i testi, strani però non complessi, con lo sguardo rivolto ad alcune tematiche proprie dell’hip-hop il quale, tra i tanti generi toccati nel disco, è quello in cui Pico può emergere con una maggiore rapidità (non solo per il terreno fertile su cui la scena lombarda poggia da tempo nella discografia dei grossi numeri). Uno sforzo più che discreto.

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Recensione a cura di Andrea Marigo

ETICHETTA: Mute
GENERE: Elettronica, colonne sonore, ambient

TRACKLIST:
1. 44
2. 44 (Noise Version)
3. Lighton
4. Tod
5. Blank Page
6. PV
7. K & F Thema (Pizzicato)
8. K & F Thema
9. Austerlitz
10. A Violent Sky

Voto: 3.5/5

La pagina italiana di Wikipedia alla voce Apparat, nome dʼ arte del berlinese Sascha Ring dice: “ Si occupa di musica elettronica, sebbene nella sua musica unisca vari generi”. E dice bene. Dopo lʼ ultima fatica, The Devilʼs Walk del 2011, ci consegna questo Krieg Und Frieden, che in tedesco significa guerra e pace, esattamente come il celebre scritto di Tolstoj. Music For Theatre scritto tra parentesi, non è mica messo a caso perchè questo disco altro non è che la raccolta di musiche che Ring ha composto per lʼ ultima opera del direttore teatrale Sebastian Hartmann, unʼ opera che appunto è unʼ interpretazione del romanzo di cui sopra. In questo disco Apparat stupisce e si sposta su lidi a lui sconosciuti, rispetto ai lavori precedenti, mettendo in un cassetto la sua indietronica e approfondendo in gran misura i discorsi appena accennati in The Devilʼs Walk, dove a mio avviso si sentiva già lʼ affievolirsi del beat in favore di sonorità più ambientali ed atmosferiche (guardatevi il trailer del film-documentario Few Words musicato con la sua Black Water e andrete avanti giorni a premere replay). Krieg Und Frieden è un quadro composto da colori inediti: archi, chitarre classiche, pianoforti e percussioni, suonati in chiave classica e posti su tappeti ambient, percorrono atmosfere a tratti inquiete, a volte quasi soffocanti ed altre ancora maestose come in Austerlitz. Chiude lʼ opera A Violent Sky, scelta come singolo, che con le musiche per lʼ opera teatrale credo non cʼ entri assolutamente niente ed in effetti, nellʼ insieme dellʼ album sa proprio di puttanata, ma glielo perdoniamo visto che è un gran brano

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ETICHETTA: Baffo Music
GENERE: Elettronica

Open Ending è il titolo del nuovo lavoro in studio degli Holiday in Arabia, duo elettronico (all’anagrafe Marco Ghidelli e Sebastiano Confetta) che pubblica per Baffo Music, etichetta francese, questo nuovo lavoro, sperimentazione in salsa post-electro che meriterebbe più di qualche parola per essere descritto: meriterebbe un ascolto. Una dichiarazione, questa, che esprime sinceramente la difficoltà di rendere con delle semplici lettere la bellezza di un disco, un po’ come Dante Alighieri che davanti alla visione celestiale del Paradiso nella Divina Commedia iniziò ad aver paura di non saperne descrivere lo splendore. Non siamo a livelli così trascendentali, ma la diversità di influenze che sono state inserite dentro questa calamita di generi richiede un’attenzione descrittiva che passa per vie difficilmente percorribili.
Ci si prova così, a dire che il disco inizia con uno space rock rivisitato con dell’elettronica vecchio stile, tra Kraftwerk e ambient più moderno, con “1960”, per poi piombare nella malinconica “Around Me”, perla del disco, tetra rappresentazione di un synth-pop aggiornato e riproposto secondo visioni più progressive. “Petrolio” riprende forme ambient, si pesca da linguaggi trip-hop in “Tegel”, che ha anche del post-rock, e gli Aucan degli esordi non sembrano così distanti, pur con una qualità maggiore della composizione. Che sostanzialmente si ruota dentro un contesto dark, new wave, post-punk, però senza le chitarre graffianti e banali della nuova scena revival.
L’ontologia, ovvero la scienza dell’essere in quanto essere, ci porta a speculare su cosa siano gli Holiday in Arabia, oltre ad un duo elettronico italiano. Sono un raffinato collage di ciò che l’elettronica è stata dalla sua invenzione, di cosa si può fare con degli strumenti veri filtrati attraverso l’immaginazione, la tecnologia, le idee più contorte. Sono l’evoluzione di un concetto di musica tecnica che diventa anche un sorprendente percorso artistico, limitato solo dalla difficoltà a comprendere alcune scelte, non per errori di songwriting ma per l’ignoranza dell’ascoltatore medio. Il metodo degli HiA non li farà mai uscire da un angolino, ma la qualità, si sa, non si trova in cima alle classifiche di vendite. Top.

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ETICHETTA: New Model Label
GENERE: Elettronica

L’imprescindibile traiettoria artistica degli Strip in Midi Side riceve, con Non Ti Amo Più, Amore, il suo punto fermo. Retrocedere non sembra un’azione rientrante nelle corde di questo progetto, rivoluzionario perché riesce a destrutturare e ricostruire un decennio, quello degli anni ottanta, senza farlo sembrare né decontestualizzato né anacronistico. Siamo quasi nel duemilatredici e, ammettiamolo, questo non è cosa facile, nonostante gli inevitabilmente noiosi continui tentativi di revival. Il percorso di questa band è personale, caratterizzato da continue scissioni che, una volta dipinto il quadro del loro percorso artistico, lo distruggono separandolo in innumerevoli schegge. E’ elettronica fatta con il cuore e la testa, due parti del corpo che difficilmente il musicista usa insieme di questi tempi, che riesce nel nobile intento di risultare al contempo maliziosa ed easy-listening, ma anche impegnata e di spessore, facendo anche scivolare l’anca (“Viagra in Tasca”). Non pochi, comunque, i momenti più elaborati e nervosi, quasi nevrotici, che vomitano schizofrenia in grado di deviare il tragitto eighties della band: è il caso del noise di “Resistenza” e della pazzia blandamente sintetica di “Dinosauri”, capace di unire scientemente Garbo, i Depeche Mode (forse, meglio, Hourglass di Gahan solista) e momenti di beat tardo à la Krisma.

E’ un disco colorato ma che attinge a tonalità grigie nei suoi testi, per questo antitetico, fatto di ossimori, di sineddoche, di vuoti e di pieni. Lo ricorderemo meglio tra qualche anno. Non ti amo più, musica italiana, ma lo rifarò.

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