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Archive for the ‘ARTISTA: Radiohead’ Category

I Radiohead?
Sostanzialmente pronunciare questo nome nel 2011 significa suscitare attenzione, soprattutto negli addetti ai lavori. Una delle band più discusse, in certi momenti anche una di quelle più discutibili; una delle band che più ha tentato di sperimentare fuori da ogni definizione, salvo delineare una serie di stilemi tipicamente Radiohead (non sono nella riconoscibilissima voce dell’imprescindibile Thom Yorke) che iniziano, forse, a ristagnare. Uno di quei progetti che non smetterà mai di evolversi perché il suo scopo sembra essere un polimorfismo incessante, votato, e questo non lo si può negare, ad un profitto che da ogni parte piove sulle loro teste in cifre veramente interessanti (500.000 euro di cachet per un live nel 2008, un milione di euro, si vocifera, nel 2011). Non è nelle nostre corde criticare un gruppo per la sua volontà di incassare: tutti devono vivere, l’arte si paga anche e soprattutto perché è un mestiere e produce emozioni non indifferenti in chi ne fruisce. Ogni band si dà un valore, il compito di giudicare se questo ammontare corrisponde ad effettivo coefficiente d’interesse spetta al pubblico (al limite alla critica).
Questo editoriale puntava inizialmente a sfatare il mito dell’eterna perfezione dei Radiohead, perlomeno sulla carta, per evitare di rinchiudersi nella definizione dei cosiddetti “fanecchi” che spruzzano parole d’elogio su qualunque cosa i loro beniamini facciano. Ma anche qui dobbiamo sgomberare il campo da ogni dubbio: a chi scrive i Radiohead sono sempre piaciuti, dal primo all’ultimo disco, certo con accenti e accenni diversi di volta in volta, ma sempre in maniera molto intensa e sincera. Vediamo meglio questi aspetti.

Una band come i Radiohead ha più volte dimostrato una visionarietà artistica che si è poi tramutata, nei fatti, anche in scelte di marketing e d’immagine assolutamente geniali. Brillante per alcuni, vigliacco ma giustificabile per altri, è stato sottomettersi alle major (la EMI) fin dall’inizio, veicolando inizialmente un rock sporco di pop, buono per i più, strappando consensi tali da rinchiudere una band in una torre d’avorio che gli permettesse, poi, finalmente, di attuare il proprio progetto di esplorazione dei mezzi, cioè degli strumenti (prima), dei meccanismi del mercato (poi). Dopo Ok Computer, perfetta opera rock con iniziali accenni di quell’evoluzione radicale che sarà Kid A, la virata elettronica ridefinirà i Radiohead fino a portarli all’attuale rapporto di amore/odio con stampa e ascoltatori medi, escludendo ovviamente i fan innamorati, anche a scatola chiusa, della loro musica. Da Kid A a In Rainbows l’evoluzione è stata inarrestabile: si sono prodotti due dei dischi più sorprendenti del primo decennio di questo nuovo millennio, regalando al mondo una nuova concezione di elettronica sperimentale, trascendendo ogni schematismo, salvo qualche capatina nel pop (comunque non convenzionale) di singoli come “Idiotheque” e “There There”, o canzoni più easy ma ugualmente strabilianti come “2+2=5”. La parentesi evolutiva, musicalmente, sembra essersi però lievemente impantanata in un altro (sempre splendido, ma meno) disco, che è The King of Limbs, il lavoro che forse meno di tutti segna cambiamenti tra uscite consecutive. I fan sono stati quasi tutti contenti, tranne qualche stortura, la stampa gli si è accodata. La bava alla bocca è stata, ovviamente, amplificata anche dalla dichiarazione di guerra, ormai vecchia di quattro anni, fatta dalla band alle major, rescindendo il contratto con EMI per utilizzare meglio internet come strumento di promozione. In Rainbows esce in formula “it’s up to you”, è il fan che sceglie come procurarselo (aspettando per la copia fisica, che uscì un mese più tardi, oppure scaricandolo, con possibilità anche sul formato) e quanto pagarlo. Un’evidente presa di posizione definita da molti una destabilizzante rottura nella continuità di una morente discografia che lotta per sopravvivere; in realtà la furbizia della band stava nell’approfittare della fedeltà dei fans, giacché chi voleva acquistare il disco evidentemente avrebbe pagato comunque, mentre chi avrebbe approfittato delle cascate di mp3 facili da procurare online avrebbe scaricato gratuitamente l’album (quasi solo) dal loro sito, generando anche un patto di fiducia con i loro beniamini, nonché una raccolta di statistiche interessante per future strategie di marketing appetibili non sono per la band inglese. Però anche stavolta, come in altre, i Radiohead sono stati visti come gli innovatori, i sovversivi, Berlusconi direbbe “i comunisti”. Progressisti, però, solo sulla bocca dei critici meno attenti, perché Trent Reznor aveva adottato la stessa strategia poco prima e tanti altri lo fecero anche all’epoca in cui i dischi si compravano ancora nei negozi di settore, snobbando le etichette grosse per virare verso quelle “indie”.

Cosa ne emerge quindi da questa analisi. Tralasciando l’ovvia e innegabile capacità artistica, strumentale e di tenuta del palco che la band ha sempre dimostrato dal primo giorno ad oggi, e un’astuzia nel vendersi che tanto gli ha portato fama (cosa c’era di meglio per accaparrarsi pagine all’interno di ogni webzine o magazine? Mi ricordo che furono perfino su giornali locali tipo il Gazzettino di Rovigo o il Mattino di Napoli quando uscì In Rainbows), i nostri sono sicuramente vittima di quella rete che usufruisce, troppo in fretta, di ogni passaggio, bruciandone la validità atemporale e trasformandola in un colpo di fulmine su Twitter destinato a durare qualche settimana (che è gia tanto, oggi, no?). Da alfieri di una scena che ha prodotto una schiera di imitatori più o meno devoti, incarnano fieramente l’immagine di artista simbolico, cavallerescamente, senza scendere da un piedistallo che si fa, ogni anno, sempre più alto e dorato.
Gran musicisti, da stimare, ma un giudizio sempre razionale riguardo il loro operato potrebbe senz’altro risparmiarci qualche esagerazione di troppo!

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