Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘GENERE: Alternative Rock’ Category

Recensione scritta per il circuito Music Opinion Network

ETICHETTA: Altipiani, Audioglobe
GENERE: Alternative

“Panico” è il secondo sforzo discografico dei romani La Malareputazione, un trio alternative rock compatto e convincente, di chiara matrice indie. I testi in italiano regalano al tutto un pregio maggiore, andando ad innalzare l’asticella della qualità. Piccole perle come Conosco il tuo SegretoLa Parte Più Sana possiedono molta di quella liricità anni novanta che ha reso celebri Emidio Clementi, Manuel Agnelli, Cesare Malfatti ma anche Piero Pelù, Francesco Renga e Stefano Edda Rampoldi. Il tuffo in quel periodo continua anche con Ora Che E’ Semplice e la title-track, dove invece le chitarre e la ritmica pescano anche in ambiti più moderni, quelli appunto dell’alternative e dell’indie d’oltreoceano e oltremanica. Laddove l’album non arriva in freschezza e originalità, riguadagna terreno con l’aggressività e l’incisività di alcune aperture ma anche con un impeto di fondo che erutta come una colata lavica di punk, grunge e hard rock. Di certo più di qualche pezzo si distingue per un impatto maggiore, anche se tendenzialmente parlando non ci sono picchi di qualità o di prepotenza tra questi brani.

Nulla di sconveniente per La Malareputazione. Se non è chiaramente possibile strapparsi i capelli per l’avvento di una nuova band destinata a scrivere la storia del rock italiano, al cuore arriva un gradevole afflusso di sangue nostrano, pregno di quella cultura che ha investito come una valanga tutta la produzione degli ultimi quindici anni, nel bene o nel male. In questo caso, più nel bene. Si attende una futura uscita per dare un giudizio più completo riguardo le capacità compositive di questa band, finora attestatasi su un buon livello, più o meno corrispondente allo standard degli ultimi anni.

Annunci

Read Full Post »

Recensione a cura di Andrea Marigo

ETICHETTA: To Lose La Track
GENERE: Hardcore, punk

TRACKLIST:
Finito il Caffè
Casa dei Miei
Difetto
Domani è Gennaio
Ogni Scelta E’ In Perdita
Correggio
Trasloco
Mio Nonno
Non Morirò
Piuttosto Bene

Voto: 4/5

Io ho visto i Gazebo Penguins live e sono un gruppo pazzesco perchè:
1.Spaccano il culo;
2. hanno un sound che poche band possono vantare.
Non ho mai comprato un disco dei Pinguini perchè:
3.Scarichi tutti i loro dischi in fri daunlò dal loro sito;
4. Ho comunque voluto contribuire alla causa con lʼacquisto di una loro t-shirt che mi fa vantare di ascoltarli.

Dovreste ascoltarli tutti perchè:
5. I pezzi sono ben studiati ed hanno un energia da urlo;
6. I testi sono piccole verità quotidiane di chi non si prende troppo sul serio e vede il lato migliore in ogni occasione;
7. In certi momenti potrebbero migliorare la vostra giornata;

Questo disco becca 4/5 che è un votone alla fine, perchè:
8.Eʼ vero che certi diranno che non offre nulla di nuovo musicalmente parlando ma dico io chissenefrega e soprattutto che piuttosto di fare cazzate sperimentali è meglio fare buoni brani;
9. Raudo contiene 10 brani ottimi;
10. vedi sopra gli altri 9.

SITO UFFICIALE
FACEBOOK

TOUR (by Pentagon Booking):
08.11 Arci Tom, Mantova
15.11 Ex Caserma, Livorno
16.11 Vibra, Modena
29.11 Officine Corsare, Torino
30.11 Marasma 51, Codisotto (RE)
14.12 Boulevard, Misano Adriatico (RN)

Read Full Post »

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Alternative

TRACKLIST:
Ci Stiamo Sbagliando
Mi Sto Ammalando
Fefè
Un Giorno di Festa
Cip Cip

Ritornano a pubblicare materiale i pugliesi Lapest3, formazione alternative rock con influenze anche sperimentali che con cinque nuovi pezzi conta di riaffermare la propria presenza sulla scena nazionale. Il quintetto di brani qui incluso, ad essere sinceri, non presenta senz’altro una visione innovativa nel percorso della band e non fa altro che confermare tutto quanto già si sapeva. La cosa positiva è che il risultato è molto buono, allontanando le prime avvisaglie di banalità per lasciare spazio ad un decorosissimo quadretto di squisita musica italiana come se ne fa poca ormai.
Ci Stiamo Sbagliando, Un Giorno di Festa e Cip Cip, in particolare, racchiudono tutta l’anima di una band che si è sempre distinta per un’ottima abilità compositiva, se possibile ulteriormente maturata in questo nuovo sforzo. Si distingue dal resto sicuramente il contributo della chitarra, che sembra seguire il filo del discorso delle canzoni anche in maniera emotiva, riuscendo a ricreare suggestioni e sfumature che i testi, anch’essi già di per sé molto evocativi, enfatizzavano comunque. Nonostante le liriche, inoltre, si accostino in diversi segmenti al turpiloquio, riescono comunque a imporre un messaggio diverso che non rende nulla di tutto ciò stupido e volgare. Ne consegue che non abbiamo a che fare con cinque semplici schizzetti rock, ma la costruzione, se non virtuosa, è senz’altro ben ponderata, onesta, secca, diretta. La produzione a livello dei suoni può in alcuni momenti deviare l’attenzione dal nucleo tematico delle canzoni ai suoni, sottolineando molto bene l’impeto degli attimi più ruvidi, ma al terzo/quarto ascolto è inevitabile notare che i testi iniziano a rimanere in testa, così come alcuni cambi di tempo e passaggi particolari, fatto che rende questo EP l’incontro perfetto tra un disco potente (di conseguenza non per tutti i palati) e un lavoro ben confezionato, dove nei suoi episodi più tranquilli e trasportati riesce anche a comunicare inquietudine. Bello.

Read Full Post »

ETICHETTA: Frenchkiss
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
So He Begins to Lie
3×3
Octopus
Real Talk
Kettling
Day Four
Coliseum
V.A.L.I.S.
Team A
Truth
The Healing
We Are Not Good People
Mean
Left Skeleton

Esiste una sindrome non scientificamente riconosciuta che si aggira tetra tra gli ascoltatori di musica mainstream: l’ansia da cambiamento. Ne esiste un’altra, diametralmente opposta, l’applauso cieco al cambiamento. Si parla, in sostanza, di cambio di direzione, quel salto improvviso di una band da un linguaggio all’altro che viene talvolta additato al pubblico ludibrio, altre volte osannato senza discernimento. Cercando di giudicare con estrema sincerità, pur partendo da un presupposto di apprezzamento più che onesto dei primi due dischi (saltando la mezza catastrofe para-elettronica che fu Intimacy), si giunge facilmente a separare la bellezza di alcune parti di questo disco dalla sua qualità di “nuovo” nella discografia dei londinesi. L’indie rock degli esordi, una fraseologia per certi versi ormai classica, in particolare, nella scena britannica, permea solo alcuni passaggi delle dodici (quattordici comprese le due bonus track) canzoni di questo Four, con riferimento alla loro tradizionale chitarra soft punk e ad alcune scelte di batteria (e il momento principale a ricollegarli al loro passato è il primo singolo estratto “Octopus”, che è anche il brano migliore del disco). Per il resto Kele Okereke e soci intraprendono un percorso di scoperta verso codici più propriamente punk, con inserti grunge, un lessico più generalmente hard rock e una produzione, se vogliamo, più piena e “grossa”. Il sound non differisce molto da quello di prima, ma un senso generale di suono iperpompato si sente nella potente “So He Begins to Lie” iniziale e in “Kettling”, che ricorda band alt-pop come i My Chemical Romance e i Fall Out Boy, voce, naturalmente, esclusa. In “Real Talk” ci si avvicina a scelte funk ma senza lo stile dei Red Hot dei bei tempi, producendo quindi un pezzo che scorre piuttosto insipido, così come “Coliseum”, un salto negli anni settanta senza troppo stile con un riff quasi metal che si è sentito in decine di altre canzoni, ma che si apprezza possibilmente al primo ascolto per la diversità da tutto ciò che mai è stato fatto dai Bloc Party (basta ascoltare il bizzarro screaming finale). “3×3” è la consacrazione della volontà inespressa di elevarsi a band da stadio, ma il risultato è commercialmente solo parziale. In sintesi, nessun anthem come ne ricordiamo in Silent Alarm o A Weekend In The City.

La prima sensazione che si avverte all’ascolto di questo disco, senz’altro ben suonato (vedasi un Matt Thong come sempre originalissimo dietro le pelli), è che manchi di una direzione ben precisa. Tante le strade esplorate, ma senza addentrarsi mai a fondo in nessuna. L’amaro in bocca è lasciato in particolare dalla mancanza di presa delle canzoni. Timbro vocale a parte, nessuno si è mai azzardato (a ragione) a giudicare i Bloc Party una band originale, ma è risultata sempre fondamentale in contesto indie/alternative per la bellezza quantomeno radiofonica di molti brani, vezzo che in questo disco non ricompare, pur senza una svolta intellettuale. L’impressione, dunque, è che si sia voluto fare una scelta di cambiamento ammiccante senza riuscirci. Tolto questo velo polemico, lo si ascolta facilmente, forse troppo, in particolare in virtù del dubbio, fortunatamente sventato, che le derive dance/electro di Kele Okereke (qualcuno ricorda Tenderoni?) non portassero nel baratro anche i suoi BP. E speriamo quindi in un Five, se esisterà, più convinto e convincente del predecessore.

ascolta qui:

Read Full Post »

ETICHETTA: New Model Label
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
Caro Tornado
Per Favore Dillo Tu al Diavolo
Dosati Meglio
Clima
Nagasaki Blues
Per Un Attimo Mi Avresti Voluto Morto
In Piena
Ercole
F

Gli anni novanta sono duri a morire nella regione che fu la culla del migliore alternative rock.
Il trio pavese degli Iceberg, smanioso di dare il proprio contributo ad una scena ipersatura ma in ogni caso sempre molto prolifica e di buona qualità, se si considera la stupefacente eterogeneità delle sue interminabili e tentacolari propaggini. Lo fanno, infatti, con un’interessante presa di posizione, un coraggioso ripercorrere della storia del migliore alt italico, con echi che ci ricordano dei primi Afterhours, Marlene, Estra, Ritmo Tribale, CCCP e, perché no, anche i Verdena del Suicidio dei Samurai. Manca forse un po’ della graffiante ironia di certi testi delle band sopracitate, nonché la corpulenza delle chitarre quasi grunge che contraddistinsero gli esordi di quasi tutte queste band: qui l’approccio melodico e ritmico è molto più macilento, quasi minimalista, e l’assenza di fronzoli, dall’altro lato, svolge un ruolo fondamentale nel definire la poesia di alcune liriche e nel creare quei momenti di svolta che alternano in maniera prevedibile ma sempre ben realizzata arpeggi e aperture più massicce.

Tutto sommato se non si ricerca un disco particolarmente originale, Caro Tornado è un buon punto di partenza per una rielaborazione moderna di quegli stili che resero famose molte delle band che ancora oggi riempiono le nostre playlist. Tanti i margini di crescita, e per questo lo apprezziamo ulteriormente. Da non ignorare.

Read Full Post »

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
1. Spessi Muri di Plastica
2. Giorno Grigio
3. Profonde Tracce
4. Pioverà
5. In Duello Libero
6. Le Mie Mani

Gli Hacienda se ne vanno e lasciano spazio agli Huno. Il garage rock anni sessanta/settanta di prima fa un balzo in avanti di qualche decennio per assestarsi intorno all’universo litfibiano meno new wave, con tanto di distorsioni più legnose che ricordano sia i Timoria che, un gradino sopra, gli Estra e i Ritmo Tribale. Attualizzando un po’ il discorso possiamo parlare dell’ennesimo revival, degli anni novanta che sono i nuovi ottanta nella classifica dei periodi più imitati, ma il progetto degli Huno più che di copia è di revisione, cercando uno stile personale che riesce addirittura a connettersi con quello dell’esperienza precedente, i già citati Hacienda. Non mancano infatti alcune chitarre a cavallo tra Iggy Pop, Husker Du e Rolling Stones. Migliore del lotto è “Pioverà”, con un’intensità degna del Renga dei migliori tempi e liriche spettacolari. “In Duello Libero” è uno dei brani più spinti, una marcia violenta in sospensione tra i primi Afterhours e i Marlene Kuntz più ruvidi, che mette in mostra la voce intensa, piena ma comunque limpida di un Giacomo Oro in grande spolvero. La title-track sta nel mezzo, tra energia e melodia, a simboleggiare le due anime del disco, pur mantenendo quel nervosismo di base che lo associa di diritto alle band sopracitate.

Niente di nuovo sotto il sole, ma si intravede una decisa volontà di oltrepassare la citazione per andare verso qualcosa di più personale. Un Ep che lascia intendere svolte più che interessanti, mentre alla sua mancanza di originalità fa da contraltare l’immancabile presa che l’alternative rock italiano fa sui fan delle vecchie glorie menzionate nell’articolo: una scena che prospera grazie anche al suo continuo e puntuale ripresentarsi negli annali. Debutto di qualità.

Read Full Post »

ETICHETTA: Dangerbid
GENERE: Alternative rock, shoegaze

TRACKLIST:
1. Skin Graph
2. Make Believe
3.  Bloody Mary (Nerve Endings)
4. Busy Bees
5. Here We Are (Chancer)
6. Mean Spirits
7. Simmer
8. The Pit
9. Dots And Dashes (Enough Already)
10. Gun-Shy Sunshine
11. Out of Breath

La creatura Silversun Pickups è in continua evoluzione. Trasformista e camaleontico, il quartetto losangelino ormai alla ribalta dal duemilasei raggiunge un punto di svolta con un disco (il terzo, più cinque EP di cui un paio di live e uno di remix) che rappresenta il loro asso nella manica. Iniziati ad interessare per derivazioni pressoché noise e grunge, a cavallo tra Sonic Youth e Smashing Pumpkins, sono discesi verso stanze dalle metrature più ampie e scure, intrise di dark wave e costruite su fondamenta anni ottanta. Senza lasciar perdere la vena malinconica che qui emerge in una sorta di dream-pop dalle forti tentazioni shoegaze e da qualche elegante frangia melodica à la Einsturzende Neubaten. Di tutto e di più, ma in una confezione nitidamente forbita, a rappresentare la poliedricità di un fenomeno del marketing sommerso, con una pubblicità fatta sull’equivoco e sul dire tutto e niente.
Neck Of The Woods sguazza nelle tonalità disciolte di undici acquerelli dalle tinte forti, vibrazioni rock più effimere (“Skin Graph”, “Make Believe”), frequentazioni cantautorali dall’aria new wave (“Out of Breath”, “Bloody Mary”) e gli svolazzamenti vocali leggiadri e volatili di “Here We Are (Chancer)”, unico pezzo a ricordare molti dei brani più ghiotti del pre-capolavoro che era Swoon. In “Busy Bees” spuntano anche venature depressive di un Curtis rinato nel duemila, ma sopravvive in tutto il disco (“Dots and Dashes”, “Simmer”, “The Pit”) l’idea di un sound chitarristico molto intenso ma disteso, senza particolari tensioni e nervosismi, lasciando spazio a radi momenti d’impeto studiato e contenuto per lasciarlo esplodere nei momenti più adeguati.

I quattro troveranno certo modo di affermare nuovamente la loro superba capacità di scrivere, di rinnovarsi, di presentarsi affinando sempre più i loro linguaggi già approfonditissimi. E’ un disco, questo, che non tutti potranno digerire al primo colpo ma che si fa senz’altro apprezzare in virtù anche di una connessione logica compatta e omnicomprensibile tra orecchiabilità e ricercatezza, tra genuinità e un songwriting mai contraffatto da esagerazioni fuorvianti. Tutto ciò che serve per essere un bel disco del duemiladodici si trova in questo splendido Neck Of The Woods.

Read Full Post »

Older Posts »