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Archive for the ‘GENERE: Alternative Rock’ Category

Recensione scritta per il circuito Music Opinion Network

ETICHETTA: Altipiani, Audioglobe
GENERE: Alternative

“Panico” è il secondo sforzo discografico dei romani La Malareputazione, un trio alternative rock compatto e convincente, di chiara matrice indie. I testi in italiano regalano al tutto un pregio maggiore, andando ad innalzare l’asticella della qualità. Piccole perle come Conosco il tuo SegretoLa Parte Più Sana possiedono molta di quella liricità anni novanta che ha reso celebri Emidio Clementi, Manuel Agnelli, Cesare Malfatti ma anche Piero Pelù, Francesco Renga e Stefano Edda Rampoldi. Il tuffo in quel periodo continua anche con Ora Che E’ Semplice e la title-track, dove invece le chitarre e la ritmica pescano anche in ambiti più moderni, quelli appunto dell’alternative e dell’indie d’oltreoceano e oltremanica. Laddove l’album non arriva in freschezza e originalità, riguadagna terreno con l’aggressività e l’incisività di alcune aperture ma anche con un impeto di fondo che erutta come una colata lavica di punk, grunge e hard rock. Di certo più di qualche pezzo si distingue per un impatto maggiore, anche se tendenzialmente parlando non ci sono picchi di qualità o di prepotenza tra questi brani.

Nulla di sconveniente per La Malareputazione. Se non è chiaramente possibile strapparsi i capelli per l’avvento di una nuova band destinata a scrivere la storia del rock italiano, al cuore arriva un gradevole afflusso di sangue nostrano, pregno di quella cultura che ha investito come una valanga tutta la produzione degli ultimi quindici anni, nel bene o nel male. In questo caso, più nel bene. Si attende una futura uscita per dare un giudizio più completo riguardo le capacità compositive di questa band, finora attestatasi su un buon livello, più o meno corrispondente allo standard degli ultimi anni.

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Recensione a cura di Andrea Marigo

ETICHETTA: To Lose La Track
GENERE: Hardcore, punk

TRACKLIST:
Finito il Caffè
Casa dei Miei
Difetto
Domani è Gennaio
Ogni Scelta E’ In Perdita
Correggio
Trasloco
Mio Nonno
Non Morirò
Piuttosto Bene

Voto: 4/5

Io ho visto i Gazebo Penguins live e sono un gruppo pazzesco perchè:
1.Spaccano il culo;
2. hanno un sound che poche band possono vantare.
Non ho mai comprato un disco dei Pinguini perchè:
3.Scarichi tutti i loro dischi in fri daunlò dal loro sito;
4. Ho comunque voluto contribuire alla causa con lʼacquisto di una loro t-shirt che mi fa vantare di ascoltarli.

Dovreste ascoltarli tutti perchè:
5. I pezzi sono ben studiati ed hanno un energia da urlo;
6. I testi sono piccole verità quotidiane di chi non si prende troppo sul serio e vede il lato migliore in ogni occasione;
7. In certi momenti potrebbero migliorare la vostra giornata;

Questo disco becca 4/5 che è un votone alla fine, perchè:
8.Eʼ vero che certi diranno che non offre nulla di nuovo musicalmente parlando ma dico io chissenefrega e soprattutto che piuttosto di fare cazzate sperimentali è meglio fare buoni brani;
9. Raudo contiene 10 brani ottimi;
10. vedi sopra gli altri 9.

SITO UFFICIALE
FACEBOOK

TOUR (by Pentagon Booking):
08.11 Arci Tom, Mantova
15.11 Ex Caserma, Livorno
16.11 Vibra, Modena
29.11 Officine Corsare, Torino
30.11 Marasma 51, Codisotto (RE)
14.12 Boulevard, Misano Adriatico (RN)

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Alternative

TRACKLIST:
Ci Stiamo Sbagliando
Mi Sto Ammalando
Fefè
Un Giorno di Festa
Cip Cip

Ritornano a pubblicare materiale i pugliesi Lapest3, formazione alternative rock con influenze anche sperimentali che con cinque nuovi pezzi conta di riaffermare la propria presenza sulla scena nazionale. Il quintetto di brani qui incluso, ad essere sinceri, non presenta senz’altro una visione innovativa nel percorso della band e non fa altro che confermare tutto quanto già si sapeva. La cosa positiva è che il risultato è molto buono, allontanando le prime avvisaglie di banalità per lasciare spazio ad un decorosissimo quadretto di squisita musica italiana come se ne fa poca ormai.
Ci Stiamo Sbagliando, Un Giorno di Festa e Cip Cip, in particolare, racchiudono tutta l’anima di una band che si è sempre distinta per un’ottima abilità compositiva, se possibile ulteriormente maturata in questo nuovo sforzo. Si distingue dal resto sicuramente il contributo della chitarra, che sembra seguire il filo del discorso delle canzoni anche in maniera emotiva, riuscendo a ricreare suggestioni e sfumature che i testi, anch’essi già di per sé molto evocativi, enfatizzavano comunque. Nonostante le liriche, inoltre, si accostino in diversi segmenti al turpiloquio, riescono comunque a imporre un messaggio diverso che non rende nulla di tutto ciò stupido e volgare. Ne consegue che non abbiamo a che fare con cinque semplici schizzetti rock, ma la costruzione, se non virtuosa, è senz’altro ben ponderata, onesta, secca, diretta. La produzione a livello dei suoni può in alcuni momenti deviare l’attenzione dal nucleo tematico delle canzoni ai suoni, sottolineando molto bene l’impeto degli attimi più ruvidi, ma al terzo/quarto ascolto è inevitabile notare che i testi iniziano a rimanere in testa, così come alcuni cambi di tempo e passaggi particolari, fatto che rende questo EP l’incontro perfetto tra un disco potente (di conseguenza non per tutti i palati) e un lavoro ben confezionato, dove nei suoi episodi più tranquilli e trasportati riesce anche a comunicare inquietudine. Bello.

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ETICHETTA: Frenchkiss
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
So He Begins to Lie
3×3
Octopus
Real Talk
Kettling
Day Four
Coliseum
V.A.L.I.S.
Team A
Truth
The Healing
We Are Not Good People
Mean
Left Skeleton

Esiste una sindrome non scientificamente riconosciuta che si aggira tetra tra gli ascoltatori di musica mainstream: l’ansia da cambiamento. Ne esiste un’altra, diametralmente opposta, l’applauso cieco al cambiamento. Si parla, in sostanza, di cambio di direzione, quel salto improvviso di una band da un linguaggio all’altro che viene talvolta additato al pubblico ludibrio, altre volte osannato senza discernimento. Cercando di giudicare con estrema sincerità, pur partendo da un presupposto di apprezzamento più che onesto dei primi due dischi (saltando la mezza catastrofe para-elettronica che fu Intimacy), si giunge facilmente a separare la bellezza di alcune parti di questo disco dalla sua qualità di “nuovo” nella discografia dei londinesi. L’indie rock degli esordi, una fraseologia per certi versi ormai classica, in particolare, nella scena britannica, permea solo alcuni passaggi delle dodici (quattordici comprese le due bonus track) canzoni di questo Four, con riferimento alla loro tradizionale chitarra soft punk e ad alcune scelte di batteria (e il momento principale a ricollegarli al loro passato è il primo singolo estratto “Octopus”, che è anche il brano migliore del disco). Per il resto Kele Okereke e soci intraprendono un percorso di scoperta verso codici più propriamente punk, con inserti grunge, un lessico più generalmente hard rock e una produzione, se vogliamo, più piena e “grossa”. Il sound non differisce molto da quello di prima, ma un senso generale di suono iperpompato si sente nella potente “So He Begins to Lie” iniziale e in “Kettling”, che ricorda band alt-pop come i My Chemical Romance e i Fall Out Boy, voce, naturalmente, esclusa. In “Real Talk” ci si avvicina a scelte funk ma senza lo stile dei Red Hot dei bei tempi, producendo quindi un pezzo che scorre piuttosto insipido, così come “Coliseum”, un salto negli anni settanta senza troppo stile con un riff quasi metal che si è sentito in decine di altre canzoni, ma che si apprezza possibilmente al primo ascolto per la diversità da tutto ciò che mai è stato fatto dai Bloc Party (basta ascoltare il bizzarro screaming finale). “3×3” è la consacrazione della volontà inespressa di elevarsi a band da stadio, ma il risultato è commercialmente solo parziale. In sintesi, nessun anthem come ne ricordiamo in Silent Alarm o A Weekend In The City.

La prima sensazione che si avverte all’ascolto di questo disco, senz’altro ben suonato (vedasi un Matt Thong come sempre originalissimo dietro le pelli), è che manchi di una direzione ben precisa. Tante le strade esplorate, ma senza addentrarsi mai a fondo in nessuna. L’amaro in bocca è lasciato in particolare dalla mancanza di presa delle canzoni. Timbro vocale a parte, nessuno si è mai azzardato (a ragione) a giudicare i Bloc Party una band originale, ma è risultata sempre fondamentale in contesto indie/alternative per la bellezza quantomeno radiofonica di molti brani, vezzo che in questo disco non ricompare, pur senza una svolta intellettuale. L’impressione, dunque, è che si sia voluto fare una scelta di cambiamento ammiccante senza riuscirci. Tolto questo velo polemico, lo si ascolta facilmente, forse troppo, in particolare in virtù del dubbio, fortunatamente sventato, che le derive dance/electro di Kele Okereke (qualcuno ricorda Tenderoni?) non portassero nel baratro anche i suoi BP. E speriamo quindi in un Five, se esisterà, più convinto e convincente del predecessore.

ascolta qui:

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ETICHETTA: New Model Label
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
Caro Tornado
Per Favore Dillo Tu al Diavolo
Dosati Meglio
Clima
Nagasaki Blues
Per Un Attimo Mi Avresti Voluto Morto
In Piena
Ercole
F

Gli anni novanta sono duri a morire nella regione che fu la culla del migliore alternative rock.
Il trio pavese degli Iceberg, smanioso di dare il proprio contributo ad una scena ipersatura ma in ogni caso sempre molto prolifica e di buona qualità, se si considera la stupefacente eterogeneità delle sue interminabili e tentacolari propaggini. Lo fanno, infatti, con un’interessante presa di posizione, un coraggioso ripercorrere della storia del migliore alt italico, con echi che ci ricordano dei primi Afterhours, Marlene, Estra, Ritmo Tribale, CCCP e, perché no, anche i Verdena del Suicidio dei Samurai. Manca forse un po’ della graffiante ironia di certi testi delle band sopracitate, nonché la corpulenza delle chitarre quasi grunge che contraddistinsero gli esordi di quasi tutte queste band: qui l’approccio melodico e ritmico è molto più macilento, quasi minimalista, e l’assenza di fronzoli, dall’altro lato, svolge un ruolo fondamentale nel definire la poesia di alcune liriche e nel creare quei momenti di svolta che alternano in maniera prevedibile ma sempre ben realizzata arpeggi e aperture più massicce.

Tutto sommato se non si ricerca un disco particolarmente originale, Caro Tornado è un buon punto di partenza per una rielaborazione moderna di quegli stili che resero famose molte delle band che ancora oggi riempiono le nostre playlist. Tanti i margini di crescita, e per questo lo apprezziamo ulteriormente. Da non ignorare.

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
1. Spessi Muri di Plastica
2. Giorno Grigio
3. Profonde Tracce
4. Pioverà
5. In Duello Libero
6. Le Mie Mani

Gli Hacienda se ne vanno e lasciano spazio agli Huno. Il garage rock anni sessanta/settanta di prima fa un balzo in avanti di qualche decennio per assestarsi intorno all’universo litfibiano meno new wave, con tanto di distorsioni più legnose che ricordano sia i Timoria che, un gradino sopra, gli Estra e i Ritmo Tribale. Attualizzando un po’ il discorso possiamo parlare dell’ennesimo revival, degli anni novanta che sono i nuovi ottanta nella classifica dei periodi più imitati, ma il progetto degli Huno più che di copia è di revisione, cercando uno stile personale che riesce addirittura a connettersi con quello dell’esperienza precedente, i già citati Hacienda. Non mancano infatti alcune chitarre a cavallo tra Iggy Pop, Husker Du e Rolling Stones. Migliore del lotto è “Pioverà”, con un’intensità degna del Renga dei migliori tempi e liriche spettacolari. “In Duello Libero” è uno dei brani più spinti, una marcia violenta in sospensione tra i primi Afterhours e i Marlene Kuntz più ruvidi, che mette in mostra la voce intensa, piena ma comunque limpida di un Giacomo Oro in grande spolvero. La title-track sta nel mezzo, tra energia e melodia, a simboleggiare le due anime del disco, pur mantenendo quel nervosismo di base che lo associa di diritto alle band sopracitate.

Niente di nuovo sotto il sole, ma si intravede una decisa volontà di oltrepassare la citazione per andare verso qualcosa di più personale. Un Ep che lascia intendere svolte più che interessanti, mentre alla sua mancanza di originalità fa da contraltare l’immancabile presa che l’alternative rock italiano fa sui fan delle vecchie glorie menzionate nell’articolo: una scena che prospera grazie anche al suo continuo e puntuale ripresentarsi negli annali. Debutto di qualità.

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ETICHETTA: Dangerbid
GENERE: Alternative rock, shoegaze

TRACKLIST:
1. Skin Graph
2. Make Believe
3.  Bloody Mary (Nerve Endings)
4. Busy Bees
5. Here We Are (Chancer)
6. Mean Spirits
7. Simmer
8. The Pit
9. Dots And Dashes (Enough Already)
10. Gun-Shy Sunshine
11. Out of Breath

La creatura Silversun Pickups è in continua evoluzione. Trasformista e camaleontico, il quartetto losangelino ormai alla ribalta dal duemilasei raggiunge un punto di svolta con un disco (il terzo, più cinque EP di cui un paio di live e uno di remix) che rappresenta il loro asso nella manica. Iniziati ad interessare per derivazioni pressoché noise e grunge, a cavallo tra Sonic Youth e Smashing Pumpkins, sono discesi verso stanze dalle metrature più ampie e scure, intrise di dark wave e costruite su fondamenta anni ottanta. Senza lasciar perdere la vena malinconica che qui emerge in una sorta di dream-pop dalle forti tentazioni shoegaze e da qualche elegante frangia melodica à la Einsturzende Neubaten. Di tutto e di più, ma in una confezione nitidamente forbita, a rappresentare la poliedricità di un fenomeno del marketing sommerso, con una pubblicità fatta sull’equivoco e sul dire tutto e niente.
Neck Of The Woods sguazza nelle tonalità disciolte di undici acquerelli dalle tinte forti, vibrazioni rock più effimere (“Skin Graph”, “Make Believe”), frequentazioni cantautorali dall’aria new wave (“Out of Breath”, “Bloody Mary”) e gli svolazzamenti vocali leggiadri e volatili di “Here We Are (Chancer)”, unico pezzo a ricordare molti dei brani più ghiotti del pre-capolavoro che era Swoon. In “Busy Bees” spuntano anche venature depressive di un Curtis rinato nel duemila, ma sopravvive in tutto il disco (“Dots and Dashes”, “Simmer”, “The Pit”) l’idea di un sound chitarristico molto intenso ma disteso, senza particolari tensioni e nervosismi, lasciando spazio a radi momenti d’impeto studiato e contenuto per lasciarlo esplodere nei momenti più adeguati.

I quattro troveranno certo modo di affermare nuovamente la loro superba capacità di scrivere, di rinnovarsi, di presentarsi affinando sempre più i loro linguaggi già approfonditissimi. E’ un disco, questo, che non tutti potranno digerire al primo colpo ma che si fa senz’altro apprezzare in virtù anche di una connessione logica compatta e omnicomprensibile tra orecchiabilità e ricercatezza, tra genuinità e un songwriting mai contraffatto da esagerazioni fuorvianti. Tutto ciò che serve per essere un bel disco del duemiladodici si trova in questo splendido Neck Of The Woods.

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
1. Calamite (Per Pazzi)
2. Le Noie
3. La Linea di B.
4. Sfintere

Quattro pezzi in questo EP dei bresciani, esordio dalla piccola confezione come ormai è cattivo costume di un po’ tutti nel paese del mancato ascolto dei dischi. Si naviga dalle parti di un alternative rock di derivazione grunge, con evidenti legami, affettivi e storici, agli anni novanta. Tra Alice In Chains e Smashing Pumpkins (“Sfintere”), con laconiche boutades hard rock stile The Wildhearts (“Le Noie”, “La Linea di B.”), i Samsara sbandano tra diverse direzioni, in sovrannumero rispetto a quanto si può aspettare da un EP compatto e rappresentativo, non palesando la vera anima della loro musica. Dalla loro una capacità tecnica e una carica degna delle migliori formazioni di Seattle, rara in Italia, e un intrigante quesito sul primo full-length che potrebbe bocciarli ma, stando alla qualità di alcune composizioni (in particolare la opener “Calamite”) anche recuperarli e consacrarli come una band fondamentale. Staremo a vedere.

http://www.samsaraband.it

TOUR ESTIVO:
29.06 – Capannone Rock Festival, Gardone Valtrompia (BS)
30.06 – Summersize Festival, Rezzato (BS)
14.07 – Vinile 45, Brescia

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Dopo Serj Tankian un’altra doppia recensione per i lettori di The Webzine. La recensione numero 1, di Marco Bergami, è tratta da Metallized e gentilmente concessa dall’autore per The Webzine. La seconda è mia e la scrissi nel 2010 per il mio vecchio blog Good Times Bad Times.

ETICHETTA: Domus Vega
GENERE: Alternative prog rock

TRACKLIST:
1. Ondanomala
2. La Prova del Vuoto
3. Nel Mezzo
4. Sfere
5. Sinestesia
6. Dal Rosso Al Blu
7. Opus
8. Magnum Opus
9. Dal Nero Al Bianco

Recensione n° 1 – a cura di Marco Bergami

… guardo intorno fra milioni di variabili
e riconosco la stessa sostanza – ENERGIA
nel propagarsi di onde di scambio
che confondo nel SuonoColore
e in simultanea percezione
comprendo le trasposizioni
nella simbolica universale
l’interagire delle cose
in comuni vibrazioni
sempre più alte
sinestesi in aumento …

Queste alcune delle parole racchiuse nella quinta traccia, Sinestesia; non potevo rubare parole migliori per definire
sinteticamente il vigore e la complessità che lascia filtrare l’ascolto di Nel Mezzo.
Primo full-lenght per i Mano-Vega, band del basso Lazio dotata di elevato talento, capace di fondere la complessità
strutturale del progressive-rock con la massività di una profonda filopoesia concettuale.

Rabbiosi nei confronti di un sistema opprimente, Nel Mezzo contrappone una forte disamina sulla claustrofobicità di una
vetusta dottrina legata ai fondamenti di Materia-Lavoro-Famiglia, lasciando respiro e speranza grazie al profondo ed
intimo idealismo di libertà ed umiltà nell’affrontare la vita.

Un platter dinamico, spesso dissonante, intelligentemente articolato tra vaste e morbide ambientazioni sull’orlo della
psichedelia, eleganti passaggi costruiti grazie all’aiuto di synth, handsonic e programmazioni, squarciando le spirituali
ricostruzioni con irrequiete scodate prog-rock, il tutto legato da un’adeguatissimo canto-parlato.

Un Valerio D’Anna straordinario, ideatore e produttore di se stesso, abile musicista che è riuscito ad azzeccare
perfettamente la formula Mano-Vega proprio grazie al particolare espressività dello strumento voce, utilizzato per
recitare e non per cantare, che orna accuratamente la compessità del sound, evitando intelligentemente una probabile
saturazione di suoni.

Sto ascoltando Nel Mezzo da quasi 2 mesi perchè ho subito intuito il valore aggiunto contenuto al suo interno e non mi
sarei mai permesso di criticare frettolosamente un platter così prezioso.
Lo volevo fare mio, lo volevo assaporare fino alle viscere per capirne la vera essenza, studiarlo cercando di viaggiare
parallelamente agli esecutori, succhiando ogni sfumatura possibile per poter esprimere un giudizio depurato degli
entusiasmi dei primi passaggi.

Dopo decine di ascolti, l’interesse nei confronti di Nel Mezzo non accenna a calare; la vasta articolazione tangente a tanti
mondi trasforma la mia attrazione in puro magnetismo denso di curiosità; un platter privo di noia che mette sullo stesso
piano d’importanza tutte le tracce presenti, in quanto in ognuna di esse non emerge una struttura portante che porta ad
una precisa identificazione della traccia, ma tutto sembra mutare e cambiare ascolto dopo ascolto.
I Mano-Vega non sono un concertato di novità, il prog-rock veleggia su di noi da più di 30 anni ma il combo Frusinate vi
farà provare una piacevolissima sensazione di freschezza, troverete ossigeno per i vostri polmoni e se fossi un potente
discografico non esiterei un secondo nell’investire tutto quello in mio possesso per sostenere una band di questo calibro.

Che termine usare per definirli utlizzando una sola parola? … geniali.
Recensione n° 2 – a cura di Emanuele Brizzante 

I Mano-Vega sono l’ennesimo capitolo della storia progressive italiana. Siamo arrivati nel 2010 e questa scena non smette di proliferare, anche se, ovviamente, le particolarità e le caratteristiche originali continuano a diminuire, scusatemi il gioco di parole, progressivamente. Piano però, qui non si parla di prog storico influenzato dai magnifici seventies del nostro paese, ma di un prodotto che guarda con occhio piuttosto malizioso agli USA e al prog metal più moderno ed elettronico. In questo genere, tanto di cappello a chi riesce a non essere pallosamente ridondante, ma quando si parla di questo, nel duemiladieci vengono per forza in mente i DreamTheater, band che, è risaputo, sta veramente scoppiando nella continua ricerca di ghirlande e ghirlandine per abbellire un pacchetto ormai squarciato dagli anni. I Mano-Vega, per fortuna, non sono tra quelle band e producono un disco simpatico, nel senso che i fan del prog (più metal che rock, ma anche rock) potranno ascoltarlo e gradirlo senza troppi problemi, soprattutto se non hanno pretese.
Funzionano gli arrangiamenti, i modi in cui si dimostra con palese indifferenza un’abilità tecnica ottima in tutti gli strumenti, le scelte nei suoni (quasi tutte) e nei titoli, talvolta criptici, altre volte abbastanza terra terra da allontanare ogni simbolo retorico (invece chiaramente richiamato in “Sinestesia”) che nella loro musica (e siamo alla lista delle cose che Non Funzionano) abbondano, vuoi perchè quando il prog lo vuoi fare ma ascolti troppo le band più moderne ti perdi, vuoi perchè non è cosa da tutti. Sia chiaro, questo disco non è scadente, né banale, anzi contiene degli sprazzi d’ingegno notevoli ed evidenzia un songwriting mai acerbo che questi ragazzi, così talentuosi, sono riusciti a convogliare in nove bellissime tracce. L’attenzione critica è da porre più che altro nella direzione di un’imitazione che qualche volta sconfina nel tributo, vedasi i riferimenti a band come Tool e Porcupine Tree (e perfino la copertina ce li ricorda), abbassando di poco il livello medio di tutto il lavoro. La forte presenza di elettronica richiama alla nostra mente anche alcune sferzate di Trent Reznor, non solo quello dei Nine Inch Nails più celebri ma anche quello del periodo pro-internet che l’ha visto pubblicare la quadrupla release Ghosts, acclamata solo da chi ne capiva davvero qualcosa di quello che lui aveva intenzione di fare. Non diteci che ai Mano-Vega Reznor non piace. Ottimo, in ogni punto, il dosaggio delle componenti elettriche e quelle, invece, elettroniche, con effetti e sintetizzatori, coadiuvati anche da programmazioni, che spuntano improvvisamente senza mai esagerare. Grande presenza anche del theremin, uno strumento difficile da usare ma che viene inserito qui e là tentando di non cadere nel burrone della sovrabbondanza, dal quale ci si salva per poco.

La band compone, in sintesi, un disco fragile ma ricco di spunti, citazioni, riflessioni e segni di un’intelligenza e una maturità artistica che si possono soltanto definire notevoli. Essere già una band “svezzata” al proprio debutto non è cosa da tutti, ma, come dichiarano all’interno del packaging di Nel Mezzo, questo lavoro è stato composto in sei anni. Se è vero, sono troppi. Se non è vero, spiegateci perchè.
Fatto sta che a noi è piaciuto abbastanza. 

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Recensione a cura di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: Santeria
GENERE: Alternative, rock, post-rock

TRACKLIST:
1. Memories
2. Spurious Love
3. Ride
4. There Is a Place
5. Good Luck
6. Rome
7. Time on Time
8. Flat Heart Society

Voto 2/5

Non fatevi ingannare dai generi scritti un pò più in su che tentano di descrivere il quinto lavoro dei Giardini di Mirò, soprattutto per quel che concerne la parola post-rock, perchè del post rock classico questʼ album ha davvero poco.
Eʼ solo che come fai a far capire che certi brani, seppur con una marcata direzione pop, ricordano comunque quel tipo di sonorità soprattutto nel suono delle chitarre?
Preparatevi a salutare i Giardini di Mirò dei precedenti dischi, eccezion fatta per Dividing  Opinions che già aveva fatto intendere che strada avrebbero percorso in futuro i sei di Cavriago. Addio alle code, alle dilatazioni, solo in Rome e in Flat Heart Society ci sono degli
accenni; addio allo strumentale, perchè sette brani su otto sono cantati da un Corrado Nuccini che in varie occasioni sperimenta la strada del cantautore elegante e decadente, come ad esempio in Rome e nella lacerante There Is a Place dove spicca il duetto con
Sara Lov (Devics).
Come già detto, in Good Luck prende ancora più forma quello che si sentiva in Dividing Opinions, peccato però che si sia persa per strada la componente “irrazionale”, per lasciar spazio ad un eccessivo cinismo rappresentabile nelle vesti di un salone arredato in puro stile minimalista, freddo e rassegnato.
Il disco comunque cʼè, gli episodi di alto livello anche, come ad esempio in Ride, la strumentale Good Luck e lʼ indie pop di Time on Time.
Non bastano però questi a ripagar lʼ attesa di cinque anni dove ci si aspettava qualcosa di più da una band che aveva segnato sempre progressi ad ogni ritorno.
Molti comunque potrebbero recepirlo come il disco della maturità, per me invece è un disco che segna un mezzo passo indietro, che lascia lʼamaro in bocca e suscita inoltre qualche sbadiglio.

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Recensione a cura di EMANUELE BRIZZANTE
ETICHETTA: Germi
GENERE: Rock italiano

TRACKLIST:
1. Metamorfosi
2. Terra di Nessuno
3. La Tempesta E’ In Arrivo
4. Costruire per Distruggere
5. Fosforo e Blu
6. Padania
7. Ci Sarà Una Bella Luce
8. Messaggio Promozionale N° 1
9. Spreca Una Vita
10. Nostro Anche Se Ci Fa Male
11. Giù Nei Tuoi Occhi
12. Messaggio Promozionale N° 2
13. Io So Chi Sono
14. Iceberg
15. La Terra Promessa Si Scioglie di Colpo

La verità è che tra l’amore sconsiderato dei fan dell’ultima ora, quello sconsolato di quelli della prima, e quello di coloro che proprio gli Afterhours li detestano senza neppure ascoltare quello che producono da dieci anni a questa parte, questo disco sta nel mezzo. Dà buone ragioni a tutti quanti per essere contenti delle loro posizioni, ma si pavoneggia di una ritrovata qualità nel songwriting che attesta una maturità raggiunta con Ballate per Piccole Iene e poi lasciata decantare troppo a lungo negli ultimi sette lunghi anni di presenza un pochino forzata nella scena nazionale. Il ritorno di Xabier è il modo che Agnelli ha scelto per giocare sporco, per tornare giovane, per distorcere anche le altre chitarre, che altrimenti si sarebbero sentite vecchie e stanche come nell’apprezzabile singolo sanremese di qualche tempo fa. D’Erasmo è finalmente sé stesso, e si abbandona a dissonanze, esperimenti inaspettati di atonalità e linee melodiche di un certo vigore. Un pochino sotto la media la batteria di un Prette caricato a molla, ma che picchia come da tempo non faceva più. Discorso a parte per Manuel Agnelli, in versione edulcorata, come siamo abituati già da Quello Che Non C’è, che tenta di rifarsi a uno dei suoi numi tutelari (Stratos) per poi unire il tutto con Kurt Cobain e Lou Reed. Il risultato, detta così, non sembra neppure troppo strano. Occorre specificare che invece questo disco è fin troppo strano, fuori dal comune, inatteso. Nel suo periodo storico ha un valore testuale che va oltre i sensazionalismi che accompagnano ogni uscita discografica della formazione nelle sue innumerevoli incarnazioni, e il criticatissimo titolo dopo aver spiazzato un po’ chiunque rende giustizia a delle liriche molto più aggressive e politiche che negli ultimi tempi, se vogliamo anche meno ostiche e criptiche da comprendere, e assocerà per sempre questo album non solo all’anno di uscita ma all’era della caduta del berlusconismo dove anche l’identità culturale del cosiddetto popolo padano ha trovato prosperità e poi tragica fine. Nell’album abbiamo tutto, i chitarroni pesanti vecchio stile di “La Tempesta E’ In Arrivo” e “Metamorfosi” come le ballad orecchiabili ma un po’ particolari come la title-track e “Terra di Nessuno”. Verso la conclusione l’album perde di lucidità, ma termina con un brano assolutamente imprescindibile, che con il senno di poi potrebbe diventare un classico della band, ovvero “La Terra Promessa Si Scioglie di Colpo”. “Fosforo e Blu” è di un’atroce cattiveria, ed è facile perdere la bussola nei continui e troppo repentini cambi di registro che sinceramente si potevano appiattire leggermente per rendere il disco meno barocco. Guardando però l’altra faccia della medaglia, è lodevole l’ammirevole tentativo di non risultare autoreferenziali, di non sfondare una porta aperta con la ripetizione, di usare linguaggi che è impossibile associare a qualche altro episodio degli Afterhours.
Padania è diverso, non poteva essere altrimenti, per una band che ha sempre spiazzato, nel bene o nel male, e che ha assunto nell’immaginario collettivo della scena alternativa italiana un’iconografia che comprende sia la loro genialità che la loro tetra discesa verso il basso. Questo lavoro è la parte matura e invecchiata di una band mai nostalgica, che non ripudia né ricorda troppo volentieri il suo passato, e che guarda ancora ad un futuro roseo e prospero, nonostante le battute di una rete sempre più incapace di ascoltare un album nella sua interezza. Troverà un posto nella lista degli album preferiti di poche persone, ed è questo il suo principale merito.

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ETICHETTA: La Tempesta Dischi
GENERE: Alternative rock, grunge

TRACKLIST:
1. Lenta Conquista
2. Melly
3. Sitar
4. Scisma
5. Prima o Poi
6. La Fine del Giorno
7. Calla
8. Per Un Amico
9. Andreini
10. Colonne d’Errore
11. Lo Spavento

Fin dall’inizio quello che propongono i Cosmetic è stato un miscuglio caotico ma ben congeniato di alternative rock all’italiana (Il Teatro degli Orrori, Afterhours, CSI, Verdena), shoegaze (My Bloody Valentine, Sonic Youth, le contaminazioni noise dei primi Marlene) e indie dal sapore post-punk (in Italia ricordano per certi versi i Love in Elevator, o recenti uscite come Gli Ebrei). Questo, e nient’altro, continua ad essere, e la formula ormai ben rodata gli permette, rinsaldato il rapporto con La Tempesta Dischi, di ripetersi senza ristagnare, seguendo un percorso ampiamente battuto anche da altri creando uno stuolo di fans fedeli che anche i Cosmetic stessi possono sfruttare. Il piglio è leggermente più melodico ed è verosimile interpretare questa scelta come una svolta verso l’orecchiabilità più radiofonica di certe alt-rock band italiane stile Ministri, pur mantenendo un carattere personale nella scelta dei titoli e dei testi. La pacca sonora è notevole, il disco è pieno di “rumore” ordinato in piacevoli intrecci punk, dove la semplicità di alcuni impianti ritmici più martellanti si fonde con scorribande psichedeliche dal sapore molto seventies. Curiosa in questo senso è l’alternanza dei diversi linguaggi all’interno di singoli brani, dalla durata molto contenuta e che sicuramente si potranno apprezzare maggiormente nella dimensione dal vivo (vedasi “Per Un Amico”, “Colonne d’Errore”, “Sitar”, “Scisma”).

Lontano dal costituire una succulenta novità nel panorama italiano, questo nuovo sforzo dei Cosmetic è comunque una “conquista”, come recita il titolo al plurale. Conquista un posto fisso al sole, creando e consolidando una nicchia personale nel vasto oceano dell’alternative italico, che non aveva bisogno di ulteriori band ma lascia sempre spazio a formazioni interessanti e dal forte spirito live, come loro. In questo senso, un gran lavoro.

COSMETIC LIVE 2012
14.04 SIDRO CLUB, Savignano sul Rubicone (FC)
18.04 DALLA CIRA, Pesaro
24.04 ROCKET, Milano
27.04 APARTAMENTO HOFFMAN, Conegliano Veneto (TV)
28.04 STUDIO 2, Vigonovo (VE)
08.05 GLUE, Firenze
09.05 DIROCKATO, Monopoli (BA)
10.05 CIRCOLO DEGLI ARTISTI, Roma
11.05 YOUTHLESS, Rieti
12.05 CELLAR THEORY, Napoli

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ETICHETTA: RareNoise
GENERE: Alternative rock, dream-pop

TRACKLIST:
1. Atsmm
2. Heads or Tails
3. Death Baby Chicco
4. The Wolf
5. Trieste
6. Blue Army
7. Harlequin
8. Constellations
9. Slow Motion
10. Fast Forward
11. Manao Tupapau

La formazione dei partenopei è senz’altro notevole: contratto con Arghh! Records, split con i God Is An Astronaut, un acclamatissimo EP (Rooms); oggi arriva un nuovo (il secondo) sensazionale full-length, ed è Ghost Dance, uscito per l’ottima etichetta inglese RareNoise. Neanche a farlo apposta, è una vera e propria sorpresa. A partire dalla voce sottile ma profonda di Adriana Salomone, passando necessariamente per l’ottima preparazione strumentale di ogni altro componente di questa formazione dall’interessantissimo nome, le dodici tracce che compongono questo debutto sono un breve ma coraggioso viaggio sospeso tra dream-pop, synth-pop e il trip-hop, con qualche venatura garage (la prima parte di “Trieste”) che, confondendosi con le caratteristiche più basilari dei generi appena citati, diventa uno spettacolare diversivo per un disco variegato, complesso e sicuramente lontano dal risultare freddo e sterile. Un sound che ricorda vagamente Pj Harvey e Bjork, non solo per la voce della frontwoman, esplode lento ma inesorabile in “The Wolf” e “Death Baby Chicco”. Mentre alcuni caratteristici interludi separano i brani causando lievi cali d’attenzione, il lavoro rimane compatto e non fa stancare, aumentando la percezione di un blocco unico di tracce dove non mancano anche echi post-rock (gli arpeggi di “Blue Army”) e la sognante, ipermalinconica e tranquilla ballad “Harlequin”. Inconfondibili anche gli inserimenti di elettronica che derivano da una discretamente udibile devozione a band come Air (anche del progetto solista di Jean-Benoit Dunckel, uno dei due Air) e Massive Attack. Nonostante ogni singolo strumentista trovi modo di apportare il suo personale contributo al disco, rispetto al passato della band troviamo qui un utilizzo più diffuso della voce, che con melodie molto orecchiabili instaura un rapporto diretto con l’ascoltatore, diventando protagonista soprattutto dei brani più dolci (caratteristica che ben si unisce con il timbro vocale di Adriana).

Il disco non è senz’altro da annoverare tra le uscite sensazionali del periodo, anche a causa di un tipo di promozione più underground che li ha mantenuti parte di un universo che corre lateralmente a quello più patinato dell’alternative italiano. Per loro, questo, è senz’altro una fortuna, potendo così coltivare un sound maturo e particolare, che in Italia pochi fanno, e attirare attenzione dai critici più settoriali. Una band che senz’altro farà strada, se gliene saranno date le possibilità. Ghost Dance è un ottimo disco, non c’è dubbio.

PROSSIMI CONCERTI:
* tutte le date sono in apertura del nuovo tour del TEATRO DEGLI ORRORI tranne quella a Messina
http://www.virusconcerti.it

02 marzo – DEPOSITO GIORDANI, Pordenone
03 marzo – LATTE +, Brescia
17 marzo – ORION CLUB, Ciampino (RM)
23 marzo – ESTRAGON, Bologna
29 marzo – ALCATRAZ, Milano
12 maggio – RETRONOUVEAU, Messina

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Recensione di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: RCA
GENERE: Rock

TRACKLIST:
1. The End
2. Radioactive
3. Pyro
4. Mary
5. The Face
6. The Immortals
7. Back Down South
8. Beach Side
9. No Money
10.Pony Up
11.Birthday
12.Mi Amigo
13.Pickup Truck

Voto 3.5/5

Eʼ necessario precisare che a me dei Kings of Leon faceva impressione il suono della chitarra del leader Caleb Followill, ma impressione nel senso di ribrezzo, allora non li ho mai presi in considerazione. Per informazione è una 325, non dico la marca perchè forse sarebbe pubblicità occulta. Ma che cazzo di chitarra è?! Il mondo usa la 335, lui no.
Allora voi vi starete chiedendo il motivo per il quale recensisco un album dei Kings of Leon.
Eʼ presto detto: successe un fatto nel 2008, il fatto si identifica con lʼ uscita di “Use Somebody”, singolone rock da stadio pieno, ma nulla da fare, me ne sono innamorato.
Per restare comunque fedele alla mia idea di partenza, con estremo fare da ignorante, continuai a rifiutarmi di ascoltarli.
Venne però il giorno che mi ritrovai tra le mani “Come Around Sundown”. Dopo lʼ istinto di liberarmene imprecando, ci riflettei, lo guardai, e la copertina mi convinse. Partendo sempre dal presupposto che lʼ onda di dover riempire gli stadi col rock aleggia qua e là, e non in quanto a somiglianza dei brani con altre band da stadio pieno (esempio U2), ma come idea che trasuda dalla tracklist, ben pensata e programmata per fare lʼocchiolino alle vendite, cʼè qualcosa di più.
Appreso che la gran voce di Followill ce lʼhanno in pochi, i pezzi sono vari tra loro, non stancano e..sono belli. Belli nel senso che hanno la capacità di essere amati dal grande pubblico e allo stesso tempo vengono caratterizzati da un sound generale che non risulta mai banale, quindi vanno a smuovere lʼ orecchio dellʼ ascoltatore più esigente. I brani sono quindi convincenti, la produzione non è così scontata come può sembrare ma va alla ricerca dellʼ essenziale, che non è lo scarno ma è quel livello dove non si sente il bisogno ne di aggiungere ne di togliere nulla. “Back Down South”, “Pony Up” e “Mi Amigo” sono un viaggio nella polvere texana, “Mary” io la
percepisco come una dedica ricca di compassione a una ragazza triste che batte in un saloon, “The End”, “Radioactive”, “The Immortals”, “The Face”, sono tutti potenziali singoli, diversi tra loro.
“Pyro” a mio avviso è il brano migliore, ripaga lʼ attesa di una risposta a “Use Somebody”. Interessante è inoltre il modo di comporre che i tre fratelloni con cugino a volte adottano, estremamente basilare: tre accordi che si ripetono e manco te ne accorgi, portando a risultato compiuto brani che ti si attaccano in testa e non se ne vanno più.
Se volevate una conferma sul proverbio “chi disprezza compra”, io ve lo confermo ed ho comprato.

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ETICHETTA: Psicolabel
GENERE: Alternative rock, rock cantautorale

TRACKLIST:
1. E.C.G.
2. L’Ordine Naturale delle Cose
3. La Routine dei Guanti
4. Grave
5. Torino
6. Fine Marzo
7. Tremore #3
8. Milano
9. Tremore #2
10. La Mia Città E’ Morta

Operaja Criminale, dal nome, sembra una di quelle band iperpoliticizzate che imperversano nel circuito underground ancora piuttosto vivace dei centri sociali, talvolta ottime, altre, purtroppo, gonfie di clichè vergognosi e fuori tempo massimo. Nel loro caso, nonostante la presenza di Giorgio Canali che per i suoi trascorsi ferrettiani è spesso accomunato a visioni politiche estremistiche (e soprattutto per le liriche della sua produzione solista), società e politica sono assolutamente presenti, filtrate da uno sguardo viziato da quella voglia di raccontare in termini semplici ma efficaci tipica del cantautorato, della musica di protesta dell’epoca beat o dal folk polemico e impegnato da essa scaturito. L’impronta generazionale si sente però più che altro negli affondi continui alle città (Roma, Torino e Milano) nominate nei testi, che sono dipinte come dei mondi informi ma contemporaneamente ben delineati, in grado di essere musicati con distratte pennellate di veemenza rock tipicamente italiana. Luoghi/non-luoghi che ci contengono e circondano, ma che morirebbero senza l’uomo. Pur se i toni volgono verso una certa dolcezza, senza mai scadere nel mellifluo, la più energica dal punto di vista espressivo è “Torino”, mentre “La Mia Città E’ Morta”, come il tratto definitivo di un lungo e difficile disegno, o il passo finale di una camminata lungo un sentiero impervio e faticoso, conclude degnamente un viaggio che si può comprendere solo se esaminato come un’unica opera, una sorta di componimento epico che unisce morale didascalica e l’urgenza di dire la propria riguardo alcuni argomenti, come il lavoro, i rapporti umani e il tempo che passa inesorabile. “E.C.G.” apre Roma, Guanti e Argento con la delicatezza decadente di un Canali che manifesta la sua presenza più che altro grazie a quel sentimento di avversità politica che lo accompagna un po’ dovunque, comunicando anche il peso della sua ingombrante figura di importante personaggio musicale, che dona lustro ad un progetto come questo che però, bisogna dirlo, non dev’essere considerato solo in virtù della sua partecipazione ma vive di luce propria. Sentire la ballata coscienziosa e malata, al contempo dorata e sbiadita, dedicata a “Milano” ricrea sicuramente un’atmosfera di affetto, quasi un flebile tremito di coinvolgimento emotivo che chiunque ha visto almeno una volta il capoluogo lombardo riuscirà a sentire proprio. Una riedizione stanca, ineffabilmente caotica ma romantica della Buenos Aires “che non dorme mai”.

La forza di un disco carico, maturo e completo risiede proprio nelle parole, mentre le musiche, altalenanti tra l’accompagnamento cantautorale e l’alternative nostrana, confezionano a dovere un prodotto dove collera e lieve poesia convivono senza stridere. Ed è questo a renderlo (quasi) perfetto.

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ETICHETTA: New Model Label
GENERE: Alternative rock strumentale, sperimentale

TRACKLIST:
1. Crystal Water
2. Red Wine & White Beer
3. Butterfly Hill
4. L’Ombra di Anele
5. Mangiatori di Peccati
6. Preludio 9
7. Sandflower
8. Sei Minuti all’Alba

Misteriosa questa formazione, enigmatico questo disco. E’ complicato maneggiare con sicurezza e consapevolezza le più diverse forme sperimentale di rock che ogni tanto qualche musicista più eclettico tenta di esplorare, e così questo Km 0, primo lavoro del Codice Blu. Spesso è il post-rock il linguaggio più battuto, ma in questo caso solo i generi che in maniera tentacolare sono stati da esso raggiunti dopo averlo prima formato (shoegaze, krautrock, noise rock, prog) sono davvero udibili e distinguibili tra le influenze. L’album è molto bello, nonostante una lunghezza in certi momenti avvertibile come eccessiva; il progredire di alcuni brani è a volte inceppato da alcuni cambi un po’ forzati o semplicemente pesantemente prevedibili, per gli esperti del genere (“L’Ombra di Anele”, “Sandflower”), ma tutto sommato la banalità non è una caratteristica che si può affibbiare a questo lavoro. Difatti è improbabile che questi ragazzi assomiglino davvero a qualche altra formazione analoga, se ne esistono, e il loro diverso e ambizioso modo di comporre gli regala una caratterizzazione multiforme e variopinta, sicuramente capace di rappresentarli come personaggi a sè stante nel nebuloso universo degli sperimentatori d’Italia. “Crystal Water” e “Butterfly Hill” nascondono qualche appiglio lontano ai primi Sonic Youth, mentre è un alternative più sottomesso e semplificato che sottende a “Mangiatori di Peccati”. Il perno centrale è sempre il tentativo di muovere l’animo con un certo minimalismo, evitando il gonfiore barocco di certi orpelli di troppo che spesso scolorano opere post-rock o post-metal, trafficando con gli strumenti in maniera da individuare il sound giusto canzone per canzone, ricercando l’equilibrio adeguato a comunicare questo o quel sentimento.

In sintesi, un viaggio tra distese di luci, suoni ed emozioni, quasi lisergico, ma rilassato al punto giusto da risultare più che altro un tranquillante per le nostre giornate troppo movimentate.

Sito ufficiale

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Recensione di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: Go Down Records, Epic and Fantasy
GENERE: Rock, alternative

TRACKLIST:
1. Camilla’s Theme
2. Il Giorno dell’Assenza
3. Dune
4. Bulletto
5. Mata Hari
6. Il Sesso delle Ciliegie
7. Mancubus
8. *acqua
9. Messalina: la Terza
10. *trombetta
11. Consigli d’un Bruco
12. I Cieli di Munch
13. Honey

Voto: 3/5

La band veneta con Il Giorno dellʼAssenza arriva al quarto lavoro.
Iniziamo con il dire che questo disco è un gran passo in avanti per i Love In Elevator.
Primo: Anna Carazzai sʼè decisa a cantare (anche) in italiano. Secondo: la struttura dei pezzi è molto ricercata ma allo stesso tempo riesce ad essere diretta arrivando a creare una botta di suono che poche band riescono a fare.
Rallegriamoci quindi, abbiamo un altro buon disco italiano da ascoltare e possiamo sperare che lʼunderground made in Italy sia sempre più di valore.

Poco importa se i testi vogliono dire tutto o niente, poco importa se molte parole sono prese dai Verdena, poco importa se anche qualche passaggio musicale, ricorda la band dei fratelli Ferrari.
I Love In Elevator riescono a mischiare una rabbia furiosa dal tocco grunge che si sposta verso lo shoegaze delle migliori band nord europee, “Mancubus”, “Dune”, questʼultima una cavalcata da paura.
Furiosa è “I Cieli di Munch”, dolcissime sono “Camilla’s Theme” e “Honey”.
Semplici ma più che discreti, i due brani scelti come singoli, “Mata Hari” e “Il Giorno dell’Assenza”, con cambi di ritmica, chitarre graffianti e melodiche e la voce mai così bella di Anna.
Rabbia, furia, punk, marcio, dolore, emozione, dolcezza, disperazione, calma.
Il giorno e la notte.
Un trip.
Montagne russe.

Spaccano di brutto i veneziani in questo disco, non sempre riescono a tenere alti tutti i brani, nel senso che qualcuno si perde nellʼinsieme, ma il tiro non cala mai e la voce è una colonna portante.
Aspettiamo il prossimo disco per vedere se i LIE vanno avanti o tornano indietro.
Intanto siamo a buon punto.

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RECENSIONE DI GIACOMO “JACK” CASILE
ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Alternative Rock

TRACKLIST:
1. New York Isn’t Cool Anymore
2. Ai Piedi di Lei
3. Cara Desy
4. Tutto Cambia
5. Isterico (Hai 1000 Modi) – PART 1
6. Isterico (Hai 1000 Modi) – PART 2
7. E’ Ora di Uscire
8. Non E’ Importante
9. Slow
10. Oppio
11. Siete Fatti per Applaudire l’Ovvio
12. Devo Metter Via la Fretta
13. E’ Finita l’Era delle Ragazzine
14. No
15. Londra non Esiste

I Re-verbero sono un trio padovano alternative rock nato nel 2006 per volontà di Andrea Marigo (voce e chitarra), Alberto Lunardi (batteria) e Guido Scapoli (basso). Dopo aver compiuto i primi passi nella scena underground italica con il demo “Salva Quel Che Puoi” del 2008 e il successivo mini album “E’ Finita l’Era delle Ragazzine” del 2009, la band giunge finalmente al fatidico primo full-lenght dal titolo “No”. La musica proposta da questi ragazzi ricorda moltissimo quella dei nostrani Verdena, soprattutto per quanto riguarda la voce e i testi; però all’ascolto di questo “No” si intuisce il desiderio di voler sperimentare e far evolvere il progetto per raggiungere uno stile più personale. Elemento che sin da subito colpisce è la produzione; ho trovato molto interessante l’idea del gruppo di optare per un sonoro ruvido e poco curato, da ripresa live, per poi arricchirlo qua e là con synth atmosferici. In un mare di iper-produzioni scintillanti e curatissime, questa dei Re-verbero risulta una scelta coraggiosa e gradita anche perchè riuscita bene. Per quanto riguarda la tracklist invece se da una parte si possono notare interessanti esperimenti sonori come nelle atmosferiche “Tutto cambia” e “No” dall’altra assistiamo ad episodi piuttosto derivativi o poco incisivi come “Cara Desy” e “Siete fatti per applaudire l’ovvio”.
In alcuni dei momenti più duri la band dimostra buone potenzialità; infatti, il garage rock ad alto voltaggio di “New York Isn’t Cool Anymore”, lo stoner di “E’ Ora di Uscire” e “Londra non Esiste” risultano tra i brani più riusciti anche se l’ombra del già sentito aleggia su tutte queste canzoni. Con “Ai Piedi di Lei”, invece, il gruppo riesce a trovare un’ottima alchimia musicale; la traccia risulta la migliore del lotto e la più rappresentativa visto che miscela i vari tipi di sound presenti nel disco sfoggiando una struttura ben congeniata che va in crescendo. Canzoni come “Non è Importante” e “Devo Metter Via la Fretta” invece sono delle ballate malinconiche che ricalcano in toto sonorità alla Verdena. Per concludere possiamo dire che questo “No” è un’album per metà discreto grazie ad alcuni brani che presentano spunti interessanti, dall’altra metà invece ancora troppo impersonale e anonimo. Però considerando il fatto che la band è ancora molto giovane, si tratta di una prima prova sufficiente e ci si deve soffermare perlopiù sui lati positivi. C’è una discreta base su cui lavorare, spetta solo alla band migliorare di volta in volta sia dal punto di vista tecnico che dell’originalità.

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ETICHETTA: Lo Scafandro, Wondermark
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
1. Mamma E’ Un Brutto Mondo
2. Fuoco
3. Maledetti
4. Meglio Rinunciare
5. Black Jesus
6. Persi
7. Vite Splendide
8. Denti Storti
9. Il Cielo di Super Mario
10. Tempo

Tante le perle nascoste sui fondali dell’underground italiano, da scoprire dopo un’attenta ricerca che passa attraverso i linguaggi più inerenti questo progetto. Si perché per arrivare ai Rashomon bisogna passare tutte le fasi preliminari, digerendo in ordine Black Keys, Dead Weather, Band of Skulls, Nick Cave, The Boys Next Door e Einsturzende Neubaten. In Italia forse dovremo considerare anche CSI, Teatro degli Orrori e Scisma ma non si spiega niente allargandosi troppo. La mente è Kheyre Walamaghe, ex Modena City Ramblers, e per certi versi la voglia di divertirsi dei modenesi non manca neppure in Andrà Tutto Bene, disco senz’altro più scuro e anche lontano dal folk politicizzato della storica banda emiliana. Le finalità sono rivolte ad una perversione escatologica, nel ricercare il destino dell’uomo come conseguenza delle proprie scelte operate sul mondo e sulla società; questo ovviamente tramuta i brani in piccole bozze di quotidianità che vanno svelate e tradotte in termini comprensibili da tutti con un ascolto diligente e preciso. Walamaghe schizza sulla sua tela affreschi di percorsi umani frequenti senza lasciare al caso quelli più derelitti: lo fa dalla dolorosa e catastrofista ammissione di “Mamma E’ Un Brutto Mondo”, da bambino che lascia momentaneamente la sua ingenuità fanciullesca per dichiarare senza circospezione il fallimento di un vivere civile stantìo e deconcentrato rispetto i suoi obiettivi più logici e giusti, passando per la rabbia garage rock di Captain Beefheart e i primi segnali di pre-punk degli Who, grazie alla potenza e alla precisione delle sezioni ritmiche. “Black Jesus” e “Persi” si connettono perfettamente compensando in maniera divisionista il concetto di emotività e intelletto, di astrattezza e concretezza. “Denti Storti” è invece la canzone più terrena, per le tematiche, ma anche una delle più radiofoniche, con concessioni più mainstream che la band affronta a testa alta senza cedere alla banalità dell’orecchiabilità usata in funzione della vendita.

Il disco è compatto, artisticamente e letterariamente di pregevole fattura, rivolto ad un pubblico vasto ma comunque in grado “di intendere e di volere”. Tra aggressività e dolci inflessioni malinconiche, è il buonissimo lato B dell’Emilia Paranoica ferrettiana mai dimenticata, ma con una cattiveria viscerale che fluttua dalle parti del grunge dei primi Smashing Pumpkins. Onesto quanto spettacolare.

SITO UFFICIALE

TOUR
16.12.11 I VIZI DEL PELLICANO, Fosdondo di Correggio (RE)
17.12.11 MOLIN DE PORTEGNACH/SORGENTE 90, Trento
05.01.12 STONES CAFE, Vignola (MO)

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ETICHETTA: BlackWidow Records
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
1. 23.23
2. Habanera
3. Acheronte (featuring Bologna Violenta)
4. Apidistra
5. Gustavo Rol
6. L’Essenza
7. Piombo (featuring Bologna Violenta)
8. Sonata in Re Minore
9. Venere
10. Porpora
11. Vienna Dorme

La prima cosa che si evince da Anamorfosi è che Le Maschere di Clara vogliono sorprendere. Stupire, sbalordire, impressionare, forse addirittura colpire. Cambiare repentinamente l’intensità all’interno di un brano spesso ha un effetto contrario a quello che si vorrebbe ottenere, disorientando l’ascoltatore se non lo si fa con i doverosi accorgimenti. Qui in Italia fare rock alternativo da qualche tempo significa sentirsi obbligati a utilizzare questi espedienti, popolari non solo ma soprattutto grazie al Teatro degli Orrori, che effettivamente sono una delle prime formazioni che vengono in mente ascoltando l’album di questa band veronese. Potrebbero esistere in Italia dei Kyuss prog con la potenza dei Jesus Lizard e la compattezza sonora dei primi Marlene Kuntz? Evidentemente si.
Un sound oscuro, buio, sconcertante perché platealmente cupo, fosco, che non lascia filtrare nemmeno un raggio di luce. I ferraresi Devocka, in questo, gli si avvicinano. Per certi momenti pseudo-progressivi lo sguardo volge al passato degli esordi del genere definito doom che dai Black Sabbath si è involuto nei Candlemass e decine di formazioni spudoratamente copiate l’una dall’altra, ma è qui appannato dalla pesantezza del passo che distorsioni, testi scuri e tetri e un drumming muscolare quanto virulento obbligano ad accettare. Impensierisce parzialmente la presentazione troppo cerebrale di certi arrangiamenti denotanti un songwriting un po’ annebbiato e oppresso da un linguaggio forse troppo impegnato a “sembrare” complesso. Pochi i segni di una certa maturità nella scrittura che però si declinano in una potenza innegabile che riuscirà a donare a tutti questi undici brani una dimensione ipnotizzante soprattutto dal vivo; qualche lontano segno punk sporca e graffia ulteriormente il sound, ma l’effetto “unghie sulla lavagna” è evitato da un’ottima scelta dei suoni. Nessuna distorsione stona, nessun tassello è mal contestualizzato. L’atto di violentare il proprio strumento per eviscerarne tutta la greve malinconia possibile non può che affrescare un’opera veramente grigia, che non lascia scampo a sbagliate interpretazioni. Una nota di colore la dà la presenza di Nicola Manzan ospite in “Acheronte” e “Piombo”, brani già di per sé molto interessanti che risultano valorizzati certo da questa ospitata ma che si spera la schiera d’ascoltatori non fagociterà ciecamente solo per la sua inflazionatissima onnipresenza.

Un disco per certi versi banale ma fortemente evocativo, dove l’assenza di speranza che le sue cupe tonalità rosseggianti dimostrano lo fa avvampare di un coraggioso e pullulante mosaico di diverse scelte estetiche che insieme coesistono perfettamente. Cervelloticità e scarsezza d’originalità a parte, Anamorfosi è davvero bello.

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Alternative rock, rock italiano

TRACKLIST:
1. Big Bonanza
2. Svegliati Enrico
3. UFO
4. Come un Bambino
5. Pseudo Kidney
6. 1999
7. Bananarama
8. La Fine e’ l’Inizio della Fine
9. Zooxantelle
10. In un Attimo
11. #21

E’ un po’ il destino di tantissime formazioni italiane quello che temo toccherà anche ai Maieutica, ovvero finire nel dimenticatoio delle tante band che tentano invano di battere le strade dell’alternative rock nostrano, sebbene alcuni possiedano la cosiddetta “marcia in più”. Non essendo noi qui per fare previsioni, passeremo direttamente a parlare di questo L’Età dell’Oro, e di perché secondo noi di The Webzine semmai le conseguenze fossero quelle nefaste citate sopra, noi saremo i primi a dire che i lametini invece meriterebbero di essere al pari di molte di quelle band che nella loro cartella stampa campeggiano alte.
Afterhours, Marlene Kuntz, Verdena, e compagnia bella vengono, come sempre più spesso accade, innalzate a desiderato metro di paragone per comprendere il disco ma stavolta il tutto risulta una forzatura; con la produzione pulita e nitida di Dario Brunori, forte anche di un’esperienza alternative passata coi celebri ed apprezzabilissimi Blume, quello che ci consegnano è una sorta di frullato degli anni novanta che non sfugge all’influenza di nessuna delle grandi corrente che in quel periodo andavano forte: il post-hardcore dei Fugazi, il post-punk/indie dei Wire e dei Pavement, il neo-grunge italiano dei Verdena, dei Karnea e di tutti i loro imitatori; non mancano neppure il noise di Slint e Sonic Youth, il primo grunge non-nirvaniano di Smashing Pumpkins, Pearl Jam e le rispettive involuzioni in Bush e Silverchair. Rimescolate tutto in una chiave molto più italica, e avrete i Maieutica.
Le chitarre sono tirate, potenti, caustiche, e le plettrate sono abbandonate spesso a rumori istintivi, quasi animaleschi, che se non richiamano Thurston Moore richiamano perlomeno il chitarrismo più possente del primo periodo di Johnny Greenwood e Ed O’ Berien; la batteria sempre molto composta si aggira su tempi semplici ma cambiando spesso registro, accompagnando splendidamente e in maniera indubbiamente originale tanto le parti più melodiche che quelle più violente. La voce, forse l’elemento a cui è concesso rivendicare meno spazio personale, sbandiera con difficoltà le sue capacità, certamente più di quelle che qui si sentono, ma in tutti i brani una certa ristrettezza tematica dei testi è ben bilanciata da linee vocali sempre adeguate al contesto, in grado di dare il giusto tono a tutti i livelli di intensità dell’album. A ricordare veramente gli Afterhours ci pensa la furia di “Big Bonanza”, pezzo d’apertura che è anche uno dei migliori del disco, sicuramente il più adeguato a descrivere i linguaggi scelti dalla band per incidere la loro versione dell’alternative rock all’italiana. Il vero manifesto è però “La Fine E’ L’Inizio della Fine”, che possiede anche l’approccio più radiofonico che dona un’ulteriore chiave di lettura a questo brillantissimo lavoro.

I riflettori sono puntati. Ora che dai Maieutica ci si aspetta un’ulteriore salto di qualità sarà difficile non deludere le aspettative, ma il materiale dato in pasto al pubblico con L’Età dell’Oro ci basterà per lungo tempo, mettendo da parte le centinaia di band d’imitazione che nessuno dovrebbe ascoltare più. Dalla Calabria, un gruppo che ci sa davvero fare. Brunori SAS certified.

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Recensione scritta e pubblicata anche su INDIE FOR BUNNIES
ETICHETTA: Urtovox
GENERE: New wave, alternative rock

TRACKLIST:
1. Paradiso Terrestre
2. Gola
3. Lussuria
4. Accidia
5. Avarizia
6. Ira
7. Invidia
8. Superbia
9. Antipurgatorio

Svolta dantesca per i Piet Mondrian, che tentano un cambio di direzione accompagnato anche da un turnover nei componenti (Baldini ha voluto modificare un po’ le carte in tavola). Misantropicana ha lasciato un’immagine molto intellettualoide della formazione toscana, vicina per ispirazione testuale a quei Baustelle un po’ hipster che hanno fatto la fortuna di un nutrito stuolo di imitatori. Il sound era comunque già imbevuto di new wave rinnovata ai linguaggi di oggi, ma senza l’acidità e l’essere pacchiano di questo Purgatorio. Sostanzialmente dove si arrivava quasi alle fredde atmosfere dei Joy Division, oggi ci si ferma alle linee vocali più insofferenti di Miro Sassolini; dove un minimo di radiofonicità wave elettrica teneva in piedi i brani meno originali, oggi abbiamo un continuo proporsi di radici blues in salsa moderna, attenuato da alcuni momenti più alternative rock di derivazione.
Ma l’evoluzione ha toccato nel profondo l’animo dei Piet Mondrian, che si ritrovano sicuramente nobilitati dalle nuove caratteristiche date al gruppo: i pezzi sono più “pesanti” ma più completi, dove la complessità dona anche senso alle tematiche trattate. Una serietà così ostentata non si poteva sposare bene con le piccole tracce di pop disseminate un po’ dovunque in Misantropicana. “Accidia”, “Gola” e “Ira” si trasformano in un elegante trittico che nel collegare il significato dei tre vizi capitali, inestirpabili dall’uomo come lo sono anche alcune virtù, specificano tutto il campo d’azione del disco. Sembra in alcuni momenti (“Lussuria”, “Superbia”) che riferendosi alle masse si possa disperdere il decoro delle ottime liriche in una sorta di qualunquismo come piace a tutte le nuove band italiane (Ministri, Teatro degli Orrori, ecc.); ma non si tratta di fare la predica, qui si tratta di rintracciare il malessere di un insieme di persone, descrivere come vengono viziate e corrotte le loro vite da queste forze infernali che nelle opere dantesche furono inscenate con tanto vigore. Ci si riesce, grazie appunto anche alla profondità dei testi; più evanescenti invece gli arrangiamenti, un pochino intricati in certi momenti (“Avarizia”), più stilizzati ma comunque vagamente informi (“Paradiso Terrestre”), nei momenti più sostenuti.

Purgatorio è un bel disco, ma nulla di trascendentale. E’ inalterata la passione per i bei testi di Baldini, composti con immensa cura, come la qualità strumentale dei nuovi elementi garantisce ancora quel velo di ansia e cinismo dark wave che li inondava prima. A non tenere banco, in certi frammenti, è proprio l’impalpabilità di alcuni passaggi che tendono ad appesantirsi e a farsi rincorrere da ingiustificate complicazioni nel songwriting. Non siamo fan della semplicità, ma diciamo che in questo disco il suo opposto convince in parte. Comunque un lavoro ben al di sopra della linea della sufficienza.

Se n’è parlato anche qui (recensione di Misantropicana)

TOUR:
18.11 NUOVO CAMARILLO, Prato
19.11 ARCI ORIGAMI, La Spezia
20.11 PANIC JAZZ CLUB, Marostica (VI)
25.11 CIRCOLO AGORA’, Cusano Milanino (MI)
03.12 MAGAZZINO PARALLELO, Cesena (FC)

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ETICHETTA: Ice for Everyone
GENERE: Alternative Rock

TRACKLIST:
1. Nervi
2. Cioccolatino
3. Gusto
4. Lei
5. Copernico
6. Pontefice
7. Collina
8. Lì
9. Mangio
10. Organi
11. Guerra

A volte sembra quasi che questo periodo che si dice vuoto, privo di contenuti e artisticamente sottotono rispetto i decenni precedenti (“senza niente di nuovo”, l’espressione preferita dai critici), sia in realtà molto diverso da come lo si dipinge. Del resto si sa, quando la crisi batte e la rabbia sale gli animi si ridestano e l’arte segue, se vogliamo, gli alti e i bassi dell’umore collettivo. La musica non ne è certo esente e la rabbia generazionale degli anni novanta sta tornando, con forme e modalità diverse, in testi sempre molto intensi, “impegnati” (termine un po’ abusato, bisogna ammetterlo) e arrangiamenti che tendono ad una violenza nervosa che lascia poco spazio alle divagazioni in cambio di un’isteria distruttiva che più di ogni altro elemento descrive cosa si vuole comunicare.
La formazione perugina dei Fast Animals and Slow Kids, lanciata ultimamente soprattutto perché band d’apertura del nuovo tour degli Zen Circus, si separa da tutto il resto delle band alternative contemporanee nonostante prenda a piene mani bene o male dallo stesso panorama, ovvero quello alt-rock precedente, sporco di grunge e di punk defluiti in quel contesto ultradepressivo che Marlene Kuntz, Verdena, Afterhours, Massimo Volume, CSI/PGR, Estra, Il Teatro degli Orrori e tanti altri (più recentemente Ministri, Zen Circus ecc.) hanno reso celebre. I gruppi che da qui attingono per comporre le loro poesie d’ira scomposta sono fin troppi ma qualcuno che ancora prova ad apparire migliore c’è, e sicuramente gli umbri sono tra questi. Lo dice “Lei”, la più punk ma anche una delle più belle, come lo dice la vibrante “Copernico”, nonostante le insufflazioni di pop che non le risparmiano momento radiofonici un po’ più banali rispetto la media del disco. Comunque un bel pezzo, così come troviamo particolarmente interessante l’orecchiabilità non scontata di “Cioccolatino”, “Lì” e “Mangio”, fatte anche di una simpatica ironia che pur non rasentando il demenziale si distacca dai toni un po’ troppo seri che il lessico più spento di altri brani recupera soprattutto da Godano, Appino e Capovilla. Insofferenza ed insoddisfazione, ma anche un soffio di speranza, mentre l’oscurità più nera ispessisce il sound, qui veramente pienissimo, di “Guerre”. Il momento noise perfettamente contestualizzato che tutti vogliono includere. Del resto se lo possono permettere.

La prova del nove la darà l’acclamazione popolare quasi certa, nonostante il numero esagerato di band praticamente identiche. Si vuole scommettere spesso su band così, e anche noi saremo pronti a farlo, perché è questo il genere più tipicamente italiano nel nuovo millennio. Grazie anche a dei testi perfettamente allacciati con la quotidianità e quel senso di perversa e malsana irrequietudine quasi furiosa che ci circonda e ci pervade.
Promosso a pieni voti.

TOUR:
25.11.11 LOCOMOTIV CLUB, Bologna (with ZEN CIRCUS)
03.12.11 CENTRO DI PALMETTA, Terni
10.12.11 KAREMASKI, Arezzo (with ZEN CIRCUS)
16.12.11 HIROSHIMA MON AMOUR, Torino (with ZEN CIRCUS)

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ETICHETTA: La Tempesta Dischi
GENERE: Alternative rock, punk rock

TRACKLIST:
1. In Fondo al Mare
2. La Mia Stanza
3. E So Che Sai Che Un Giorno
4. Finché Tu Sei Qua
5. La Canzone del Rumore
6. Si Muore di AIDS nel 2023
7. Con Le Tue Mani Sporche
8. Magra
9. La Danza
10. La Mia Mano Sola
11. Televisione Pericolosa
12. Aiuto Tamburo

Partiamo da un semplice presupposto: ho sempre reputato i Sick Tamburo una band un po’ forzata, spinta da La Tempesta solo perché una delle poche band, assieme ai Tre Allegri Ragazzi Morti, ad urlare forte l’animo rock di una provincia artisticamente spenta come Pordenone. Il frontman del progetto è Gianmaria Accusani, mente anche dei Prozac +, di cui questo gruppo quasi pretende essere una prosecuzione musicale-concettuale: la voce è affidata, qui non più al cento percento come nel disco d’esordio, alla più monocorde delle cantanti italiane, ovvero Elisabetta Imelio, il cui pregio più evidente è senz’altro quello di cantare in una maniera talmente banale e ripetitiva che sfonda facilmente il muro della memoria. Un tratto distintivo non da poco, che difficilmente si scorda. L’impatto delle canzoni però è ben inferiore, e non è un bene visto che già il primo album non era stato niente di miracoloso. A.I.U.T.O. alza di poco la barra del risultato, con qualche brano più diverso che si distacca dal riff granitico à-la-Borland, mentre per la maggior parte ricalcano in pieno lo stile con i quali si sono affermati nel panorama alternative/pop-punk rock nazionale.
Il massimo si ottiene dall’esperimento tribaleggiante (dagli Hardcore Tamburo) di “La Canzone del Rumore”, mentre la combo d’apertura (“In Fondo al Mare”, “La Mia Stanza”) non è dissimile dal primo lavoro che infatti sembra quasi riecheggiare in tutte queste tracce. Forse anche troppo. A distaccarsi un po’ ci pensa l’esplorazione elettronica di “La Mia Mano Sola”, mentre in generale è un riffing nu metal a farla da padrone (nonostante basi più melodiche rispetto agli inizi). Qualche accenno di critica sociale nelle liriche a volte si spegne però nel cantato e nelle linee vocali, leggermente antiestetiche rispetto il concetto espresso. Ma il contenuto c’è, ed è importante sottolinearlo (“Si Muore di AIDS nel 2023”, “Televisione Pericolosa”).

Lo standard del disco non si è elevato di tanto, ma un ascolto lo merita comunque; una band senz’altro interessante, nonostante un’originalità pari a zero. Ma oggi, nel 2011 dove le avanguardie non esistono più, chi ne ha piu bisogno?

SICK TAMBURO in tour:
25.11.2011 MAGNOLIA, Segrate (MI)
02.12.2011 VOODOO ARCI CLUB, San Giuseppe di Comacchio (FE)

03.12.2011 CSO RIVOLTA, Marghera (VE)
09.12.2011 BARAONDA, Cinquale (MS)
10.12.2011 URBAN, Sant’Andrea delle Fratte (PG)
16.12.2011 DEPOSITO GIORDANI, Pordenone
17.12.2011 RISING LOVE, Roma
23.12.2011 LATTE +, Brescia
24.12.2011 BRONSON, Madonna dell’Albero (RA)
10.02.2012 TPO, Bologna
25.02.2012 APARTAMENTO HOFFMAN, Conegliano Veneto (TV)
01.03.2012 I CANDELAI, Palermo
02.03.2012 MERCATI GENERALI, Catania 

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ETICHETTA: Greybunnyrecords
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
1. I Giochi della Gioventù
2. Proiettili
3. Nulla di Te
4. L’Impotente
5. Quello Che Stiamo per Perdere
6. Novembre a Nord
7. I Coriandoli per Martedì
8. Petrolio Cefis
9. Vic

L’hanno già fatto in tanti, quello di citare il terzo principio della dinamica nelle recensioni di questo disco, ma è logico che lo rifaremo anche noi. “Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”. Sembra quasi chiamare in causa l’effetto che questo album provoca sull’ascoltatore: un muro di suono tiepido, frustrato e violento che suscita un accompagnamento quasi violento di headbanging in certi momenti particolarmente tesi (“Proiettili”, “Novembre a Nord”) e parentesi di riflessione, più distesi, che quasi suscitano un rilascio di endorfine, pacifico e piacevole. Il sound sostanzialmente coniuga quindi due aspetti, come il principio tra loro contrari, quello più raffinato della ricerca anche letteraria (il nome della band già nasconde un significato ovviamente culturale, citando uno scrittore francese di duecento anni fa), che si plasma tramite brani di sapore cantautorale, e la devastazione radicalmente opposta che ricorda soprattutto Il Teatro degli Orrori e i Super Elastic Bubble Plastic. Guarda caso il produttore, Gionata Mirai, milita in entrambe le formazioni; non per questo si può parlare di scopiazzatura, anzi il sound della band è sicuramente imperniato su un linguaggio personale, con riff mai banali e costruzioni intelligenti (“Nulla di Te”, “I Coriandoli per Martedì”, “Petrolio Cefis”), dove anche i testi risultano essere tasselli fondamentali nelle canzoni. “Vic”, con un ospite del calibro di Emidio Clementi, ricorda una sorta di pop rock declinato dalle parti di Negramaro, in bilico tra i defunti Northpole e qualcosa dei primi Baustelle.
Anche strumentalmente il livello è alto e le aspettative per il futuro crescono così ai massimi livelli; Il Terzo Principio della Dinamica è davvero un grandissimo disco, che nel duemilaundici si classifica tra i migliori nel genere, portando l’alternative rock trito e ritrito dell’ultimo decennio ad uno standard più elevato.
Imperdibile in una collezione di dischi del genere, ascoltatelo.

PROSSIMI LIVE
19.11.2011 ARCI LUOGOCOMUNE, Cremona
17.12.2011 IL CIRCOLINO, Brescia

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ETICHETTA: Cavalleria Burlesque, Phowarchia
GENERE: Alternative Rock

TRACKLIST:
1. Nefasta in Festa
2. Io Odio il Mercoledì
3. Cecilia e la Famiglia
4. Toc Toc
5. Bevi
6. Non Ti Chiederò Mai
7. La Mattina di un Nuovo Disastro
8. Chi Rompe Paga
9. Las Vegas
10. Naif
11. Confessa
12. La Vendetta di Praga
13. In Questa Città

La gioventù rock dei nostri tempi è incarnata principalmente da pochissime band che nonostante l’età da qualche anno si qualificano per una grandissima capacità comunicativa e una potenza, quasi solo fisica, a volte anche ideale, che quasi rievoca i fasti degli anni novanta grunge e i loro residui progressivamente sopitisi in melodrammi più o meno melensi. Il primo full-length dei Venus in Furs, da molti lungamente atteso, scuote violentemente questa scena, arrivando come un fulmine a ciel sereno a riportare, ma per l’ennesima volta, l’attenzione sopra un genere battuto e ribattuto da migliaia di band, ad ogni livello e latitudine, ma con l’attitudine sfacciata di Zen Circus (e Appino è infatti ospite nel disco all’interno della traccia “In Questa Città”), Brunori Sas, Le Luci della Centrale Elettrica, Dente, e le liriche dell’ultimo disco dei Marlene Kuntz. Smarcandosi, così, dalle accuse di plagio perché i riferimenti sono più che visibili. Godano & co. tra le ispirazioni più evidenti: “Nefasta in Testa” e “Cecilia e la Famiglia”, gonfie di una veemenza anche verbale che fluttua tra Capovilla, Ferretti e Canali, lo dimostrano e se ne riempiono la pancia; senza politichese, con la semplicità del giovane che vuole cambiare le cose gridando le sue paure e mettendo in campo tutta la sua volgare cattiveria punk. Gli altri ospiti, Motta dei Criminal Jokers e Bartolo del Pan del Diavolo, riportano alla vista altre due band che per certi versi incarnano la loro verve musicale, ma senza tutta quella virulenza che invece riveste questo bellissimo Siamo Pur Sempre Animali. Dagli Afterhours ai Verdena, oggi accomunati da un pubblico praticamente uniformatosi ad entrambi i linguaggi, sono passati dieci anni di evoluzione dell’alternative rock italiano e i Venus in Furs sembrano averlo introdotto nel loro organismo e digerito tutto, rivomitandolo con una grandissima concezione artistica in grado di sorvolare tutti i cliché che hanno invece spinto in basso la qualità nell’ultimo decennio. “Toc Toc” potrebbe essere il loro manifesto, in questo senso.

Un disco terreno, legato alla quotidianità che commette delitti spietati contro la persona che si aspetta troppo dalla sua vita; che si separa dalla ricerca della felicità perché di felicità non se ne trova (“La Mattina di Un Nuovo Disastro”, momento di cronaca paragiornalistica); che ci delude ogni giorno di più. Un lavoro in grado di stregare.

http://www.venusinfurs.it/
tour:
24.11 Teatro Sperimentale, Lari (PI)
29.11 Glue, Firenze
22.12 Ex3, Firenze
27.12 Tago Mago, Marina di Massa (MS)
21.01.12 Auditorium Music Park, Bientina (PI)

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ETICHETTA: La Tempesta
GENERE: Folk rock, alternative rock

TRACKLIST:
1. Nel Paese che Sembra una Scarpa
2. L’Amorale
3. Nati per Subire
4. Atto Secondo
5. I Qualunquisti
6. La Democrazia Semplicemente Non Funziona
7. Il Mattino Ha L’Oro In Bocca
8. Franco
9. Milanesi al Mare
10. Ragazzo Eroe
11. Cattivo Pagatore

Quando si ascoltano gli ultimi due dischi, gli unici interamente in italiano, degli Zen Circus, quasi sembra di essere davanti alla concretizzazione di un piano concepito anzitempo e lungamente studiato, coltivato e realizzato con la lentezza e la precisione di un allevatore. Raggiungere sempre più pubblico per poi sfoggiare tutta l’amarezza di un linguaggio popolaresco e tagliente, meno volgare di prima ma non per questo meno affilato, riuscendo a scendere nel territorio sconfinato della politica, con un pizzico di qualunquismo ma la personalità forte di band che sa comunicare. Le metriche e le linee vocali, le ritmiche incalzanti e sempre molto dritte, i soliti accordi di acustica e alcuni inserimenti extra con melodie paurosamente catchy, sposano benissimo questa nuova caratteristica di band che sa colpire anche con le parole, realizzando sostanzialmente accompagnamenti musicali mai invadenti e che lasciano in primo piano il cantato, abbozzando schizzi di riff orecchiabili solo in parti strumentali tra una strofa e l’altra. Nessun ghiribizzo tecnico fa gridare al miracolo, così come nel disco non troviamo nessuna evoluzione da Andate Tutti Affanculo.
Sopraggiunge sicuramente un pizzico di maturità in più nell’affrontare il tema, un po’ ridondante dopo tante altre canzoni, sempre loro, che lo trattavano, dell’uomo “morto che cammina”, ma anche nelle virate polemiche verso la società in generale (“I Qualunquisti” e “Ragazzo Eroe”, momenti di spiazzante e macabra ironia), verso le forme politiche che reggono in piedi l’Italia (“La Democrazia Semplicemente Non Funziona”, che per altro inizia con un fischiettìo identico alla melodia fondamentale della vecchia “Ciao Mamma” di Jovanotti, rallentata) e verso l’Italia stessa, in “Nel Paese che Sembra una Scarpa”. Quest’ultimo forma forse, insieme a “Il Mattino ha L’Oro In Bocca” e il primo singolo “L’Amorale”, il trittico vincente che si occupa di particolareggiare Nati per Subire, sia dal punto di vista testuale che musicale, con una decisa scelta di protendersi verso una cantabilità quasi da “live anthem”. Alcuni pezzi, come la conclusiva “Cattivo Pagatore” o “Milanesi al Mare” svolgono quasi la funzione della zavorra, appesantendo il disco ma equilibrandolo verso sonorità leggermente diverse. Più tranquilla la prima, alla stregua di “Canzone di Natale” dal disco precedente (sempre in chiusura) e più allegra e serena la seconda, unico momento di gaiezza dell’intero disco.
Presenti peraltro molti ospiti, dai Ministri al Pan del Diavolo, a Enrico Gabrielli, Dente e altri, che, anche qui con una scelta intelligente, sono presenti solamente a “fare nome”, senza eccedere nell’utilizzo dei loro contributi.

L’appeal più commerciale di questo lavoro non toglie smalto ad una band che ha dimostrato di saper crescere attentamente, creando hype attorno al progetto, coltivando il proprio vivaio di fans e la loro ricettività. Ora che possono permettersi (quasi) tutto è evidente che è arrivato il momento di pretendere tanto da loro. Ma sarà per il prossimo disco, perché Nati per Subire è, al pari di Andate Tutti Affanculo e le poche canzoni in italiano di Villa Inferno, il vero manifesto del Circo Zen.

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ETICHETTA: Lactobacillus Records
GENERE: Rock italiano

TRACKLIST:
1. Così Fan Tutti
2. L’Infedele
3. Democratica
4. Non Esisti
5. Lascia Stare Le Parole
6. Finalmente
7. L’Ultima Pietà
8. Vicino

Il cosiddetto “alternative rock” italiano, nato coi CCCP, continuato con le loro evoluzioni e i Marlene Kuntz, i Massimo Volume, tutta la scena degli anni ’80-’90 e le sue inflessioni grunge, hard rock e new wave (Afterhours, Litfiba, Ritmo Tribale, Estra, Timoria e alla fine Verdena e Teatro degli Orrori), non smette di figliare sosia, imitatori ed ispirati di ogni sorta. E’ difficile sostenere che uno qualsiasi dei milioni di dischi che continua ad uscire in questo filone sia originale, ma nel caso delle Pistole alla Tempia faremo un’eccezione.
Potente, disincantato, aggressivo e radiofonico. In quattro parole si può descrivere un disco interessante, forse perché diverso dalle tantissime band che continuano a copiarsi, leggermente più diretto ad una profondità dei testi che sia critica sociale, o semplicemente trascrizione letteraria di una realtà dura da digerire ma abbastanza facile da “musicare”, visti i tempi che corrono. Mancano veri e propri giudizi personali sulle vicende narrate, con la rabbia della violenza distorta (“Così Fan Tutti”), o con l’influsso cantautorale a narrare amori e folk nostrano (“Democratica” e “Lascia Stare Le Parole”). La dimensione, identica in tutti i momenti del lavoro, è quella propria del Teatro degli Orrori, sebbene un rock più classico, di almeno due decenni fa, sottenda ai brani più radio-friendly (“L’Infedele” e “L’Ultima Pietà”), intrisi di un senso religioso assolutamente da non travisare: è negativo, non certo una celebrazione.

Tecnicamente alcune angolature sarebbero da rivedere, forse da smussare. Una levigatina di qua e una di là potrebbero portare questo self-titled nella carreggiata giusta per unirsi ai grandi nomi nella scena contemporanea, ma il salto di qualità, a partire da una composizione leggermente più matura e personale, deve ancora giungere. Consigliati, soprattutto in virtù della provenienza (Verona), una novità nel genere, dopo che tutti i big del settore da anni provengono dalla Lombardia o dalla Toscana.

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Recensione di GIACOMO “JACK” CASILE”

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Rock

TRACKLIST:
1) Supermario
2) Si Signore
3) Vedo Doppio
4) Vecchio
5) Intro

I May Day sono un power trio nostrano dedito ad un pop/rock con influenze alternative. Nati nel 2003 e con un solo EP alle spalle, possono già vantare un’esperienza live di tutto rispetto. Il debutto “Come ieri” li ha portati infatti nel 2006 a condividere il palco con special guest del calibro di Linea 77, Punkreas e Meganoidi. Dopo qualche anno di stop la band riesce finalmente a riorganizzare le idee e mandare avanti il progetto, pubblicando così”Eppì”, lavoro di cinque tracce dal sound orecchiabile tutte rigorosamente cantate in italiano. Già dalle prime note risalta subito l’ottima produzione, non si ha per niente l’impressione di avere a che fare con un gruppo underground. L’opener “Supermario” parte con un riff di chitarra che si rifà a “My Sharona” dei The Knack, sorretto da una base ritmica in stile Queens of the Stone Age; il sound proposto è tra i più abusati negli ultimi anni, ovvero un’indie/pop condito da qualche sonorità alternative. La voce ricorda moltissimo quella dei connazionali Ministri, il testo invece il Caparezza di “Abiura di me” con le sue citazioni ai videogame più famosi. L’operazione è sfacciatamente commerciale e riesce nel suo intento, visto che il pezzo rimane in testa e tutto sommato è simpatico. Meglio con la successiva “Si Signore”, dove il suond si fa più grintoso e il testo graffiante, sicuramente il migliore dell’ep. Si prosegue con “Vedo Doppio”, traccia che sembra essere uscita da un disco dei Biffy Clyro e “Vecchio”, ottimo brano punk/pop.”Eppì” si conclude con “Intro”(che titoli fantasiosi),le chitarre qui ricalcano uno stile vicino a quello dei Placebo mentre il cantato si muove sempre in territori pop/rock. Questa traccia comunque non mi ha convinto più di tanto e risulta un pò anonima se confrontata alle altre.
Infine si può dire che i May Day, nonostante siano ancora poco personali, riescono a costruire dei motivetti accattivanti ed “Eppì” risulta un lavoro abbastanza godibile. Il consiglio che dò a questi tre ragazzi è quello di cercare di far evolvere la propria musica verso una direzione più matura e originale perchè le qualità tecniche ci sono.

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ETICHETTA: Sinusite Records/Pogoselvaggio! Records
GENERE: Post-rock, alternative rock

TRACKLIST:
1. Sagome
2. Evadi
3. Abiti
4. Mosaico
5. Il Sarto
6. Inchiostro Sprecato
7. Orme Sovrapposte

Gravità Inverse è l’unica evoluzione possibile del sound che i Nut avevano delineato nell’Ep Hapax, un anno fa. Prodotto da Giulio Favero, onnipresente sulla scena alternativa italiana, è un disco molto dilatato nonostante contenga solo sette brani, pesante da digerire, ma non per questo acerbo o noioso. Tutte le tracce hanno un importantissimo ruolo nel definire il significato del’intero disco, a partire da “Orme Sovrapposte”, crescendo che si propaga in tantissime direzioni, ricordando i brani più sperimentali del primo del Teatro degli Orrori quanto certe esagerate distensioni dei Motorpsycho di Black Hole/Blank Canvas o Heavy Metal Fruit. Se in quel senso ricordano i Verdena di Requiem (visto che ancor di più loro sembrano i norvegesi de noialtri), come in “Inchiostro Sprecato”, si evidenzia facilmente quella vena alternative rock alla italiana che veleggia tra Karnea, Marlene Kuntz, Afterhours e Ritmo Tribale, sintesi di un panorama che descrive una buona metà della nostra attuale scena (in quanto ad ispirazione). Poteva sembrare velleitario realizzare pezzi così estesi senza fuggire dalle catene del post-rock o della progressiva più americana, ma entrambi gli ambiti sono rivoltati da cima a fondo grazie alla maturità compositiva di una band che ha già raggiunto un acme difficilmente ripetibile. Ospiti a parte (come l’immancabile Manzan), un cupo manifesto di vera musica italiana come in questi anni se ne vedevano pochi. E se il prossimo disco li confermerà “next big thing”, anche questo sarà storico.

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