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Archive for the ‘ARTISTA: Bring Me The Horizon’ Category

Recensione a cura di ALESSANDRO ZAVATTIERO

ETICHETTA: RCA
GENERE: Metalcore

TRACKLIST
Can You Feel My Heart
The House of Wolves
Empire (Let Them Sing)
Sleepwalking
Go to Hell, for Heaven’s Sake
Shadow Moses
And the Snakes Start to Sing
Seen It All Before
Antivist
Crooked Young
Hospital for Souls
bonus tracks
Join The Club
Chasing Rainbows
Deathbeds

Lo ammetto, in testa echeggiano nomi noti mentre scorrono i nuovi suoni di Sempiternal, l’ultima fatica dei ragazzi di Sheffield, ma prima di confessare tutto andiamo con ordine! Sì, i BMTH sono usciti con questo nuovo album, un gran bel lavoro, sono sempre stati bravi questi giovani: nati dal liquido amniotico del death metal di fine inizi anni 2000, personalmente non ho mai distinto chiaramente se considerabili più vicino alla sfera deathcore che screamo, ma quanto è vero che le etichette non servono più a niente al giorno d’oggi, bando a lezioni sui generi e sotto con questo disco. Come sempre lascio che sia la musica a scrivere per me e la prima cosa che Can You Feel My Heart butta giù è una novità elettrica nella tastiera, il nuovo turnista entrato nella band, Jordan Fish all’anagrafe, incide con un contributo più che evidente nelle sonorità; cosa vuol dire questa frase? Che troverete sicuramente Sempiternal meno heavy del precedente There is Hell….(ecc.) così come a sua volta lo era meno di Suicide Season. Qui ci troviamo davanti a qualcosa molto più stilisticamente ampio, fatto per abbracciare molte più orecchie di un tempo (comprese quelle del sottoscritto), ma non per questo meno complesso. Ed ecco che mi appare in testa subito un paio di nomi quando scorrono tracce come  The House of Wolves e Sleepwalking:  ve la ricordate la voce di Chester Bennington ai tempi di Papercut? Ecco, mi sono spiegato, il rimando a quei tempi da parte del frontman Oliver Sykes è costante! Non fraintendetemi, i BMTH non hanno copiato o rovinato niente, anzi penso che il risultato finale sia qualcosa di veramente concreto e interessante, sicuramente diverso da quello a cui i fan più tradizionalisti si erano abituati, ma forse la bravura di questa band sta proprio qua. Chitarre in mid-tempo piuttosto che su riff veloci, maggiori parti melodiche, uso massiccio di suoni elettronici ad abbracciare ritornelli evocativi, malinconici, gonfi di rabbia, come nella terza traccia Empire. Tutto questo si nota ancora nelle buone Go to Hell, for Heaven’s Sake che intinge a pieno dall’idea poco sopra descritta, e  Shadow Moses, saldamente heavy.  And the Snakes Start to Sing ci accoglie portandoci indietro nel tempo con un suono elettrico dall’eco lontano, dalle chitarre tormentate quanto la lirica, quasi parlata, un crescendo costante che esplode nell’ultimo ritornello urlato da una gola incandescente. Ottimo pezzo, tipicamente BMTH. Come se non fosse sufficiente capire la direzione presa da questo disco c’è Seen it All Before, che ribadisce il lavoro di apertura sonora con evidenti richiami nelle chitarre e alle percussioni dei 30 Seconds To Mars ai tempi di A Beautiful Lie. Non mancano comunque pezzi “vecchio stile” come  Antivist o  Crooked Young, anche se quest’ultimo ha un ritornello spudoratamente Linkin; avranno sicuramente fatto scuola a Sykes e soci. L’ultima traccia prima delle bonus track, sente ancora molto l’influenza della tastiera, quasi in arpeggio negli intermezzi per poi lasciare il posto alle chitarre urlanti nel ritornello sofferente. Così eccoci infine al gran finale delle bonus track: Join the Club e Chasing Rainbows sono due gran bei pezzi veloci che ricordano da dove vengono questi ragazzi; Deathbeds è un duetto con Hannah Snowdon (ammetto la mia ignoranza, non so chi sia!) estremamente lento e malinconico sin dal titolo che conclude la tripletta di chiusura. Ed io concludo ritenendo Sempiternal un album riuscito, concreto, qualitivamente e tecnicamente perfetto, ma allo stesso tempo anche in perfetta dissincronia con i lavori precedenti della band britannica, il che lo porta probabilmente ad essere il loro miglior disco!

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Sonisphere. Per parlarne ci dobbiamo dividere il lavoro in capitoli perché le cose da dire non sono poche.
Il divertimento, stavolta, non è stato smorzato da sviste organizzative che hanno alterato il buonumore a molti fan dei Foo Fighters o dei System of A Down, per citare alcuni degli appuntamenti più attesi e criticati (in primis per i prezzi). Vediamo nel dettaglio cos’è toccato a noi di The Webzine nella trasferta imolese.

LA MUSICA
– Il cartellone
Le band che si sono alternate sul palco del Sonisphere sono state molte, tutte straniere, ma meno di quante si era annunciato. A pochi giorni dall’inizio dei concerti i gruppi che si sarebbero dovuti esibire sullo stage secondario sono stati spostati al main o tolti dal calendario, con conseguente sdegno di alcuni che lamentavano la necessità di diminuire il prezzo del biglietto. In realtà era ovvio che a biglietti già venduti in grandi cifre non si poteva fare granché, ma la strategia di cancellazione dell’Apollo Stage si può senz’altro spiegare come un taglio delle spese per arginare i pochi guadagni. Meno personale e meno consumi. Ma ne parleremo poi.
Nella distribuzione delle band si nota una concentrazione metal il primo giorno, con Apocalyptica, Rob Zombie, Motorhead, Slipknot e Iron Maiden, mentre gli Alter Bridge, esibitisi nel giorno successivo, potevano essere la ciliegina sulla torta che è invece rimasta inserita altrove come una specie di macchia nera. In generale però il pubblico era abbastanza omogeneo così come si poteva apprezzare la “vicinanza di genere” delle band del primo giorno, e quella di “target” del secondo.

– Le esibizioni
Quasi tutte le band hanno fatto la loro porca figura. Non si può parlare di grandi errori o performance scarse: dagli headliner fino alle band del mattino, sul palco si sono alternati grandi professionisti e bestie da palco d’ogni sorta. Iron Maiden, Motorhead, Rob Zombie, Mastodon e The Cult hanno fatto registrare le esibizioni tecnicamente più buone, e ovviamente Linkin Park, Slipknot e Maiden si sono anche goduti il calore del pubblico che era lì quasi solo per loro. In scaletta per tutti e tre i singoli storici, e brani più nuovi dei recenti lavori (per gli Iron si denota la buona scelta di inserire in setlist solo i pezzi migliori del mediocre The Final Frontier, in particolare “The Talisman”, ottima dal vivo). Chester Bennington si è reso protagonista di una performance vocale spettacolare che recupera lo screaming perduto negli ultimi anni per restituire uno show unico: anche la loro scaletta è stata molto buona, riprendendo anche rarità come “From The Inside”; decenti anche le canzoni più recenti, che all’interno di un concerto abbastanza breve sono riuscite a ricavarsi uno spazietto intermedio che ha giovato alla loro buona resa. Deboli invece le esibizioni di Funeral For A Friend e i Guano Apes.
Anche i Sum 41 si sono guadagnati il rispetto di molti presenti, tra i quali non mancavano i detrattori; lo show è stato piuttosto debole dal punto di vista tecnico, ma il coinvolgimento ha spostato l’ago della bilancia in posizione favorevole. “In Too Deep”, “Still Waiting” e “The Hell Song”, da singoloni quali sono, hanno anche scatenato un pogo notevole, trascinando la folla anche nel momento del “metal medley”, con ovvia presenza di “Master of Puppets” (lo avevano fatto anche gli Apocalyptica il giorno prima, insieme all’inno di Mameli).
I My Chemical Romance, che avevo parzialmente gradito al loro live al Palasharp di qualche mese fa, hanno invece patito il tipico comportamento deleterio da pubblico italiano: fischi e oggetti lanciati, principalmente per pregiudizi, perché la performance è stata intensa e carica. Gerard e soci hanno così lasciato il palco prima di terminare il set in maniera piuttosto sbrigativa e indelicata, ma comprensibile.
La perfezione di Motorhead e Mastodon, invece, non si tocca. Classe allo stato puro, specialmente per i rispettivi batteristi.
Slipknot interessanti, con il basso nascosto (com’era prevedibile), ma non più carichi come un tempo: Joey Jordison si è reso protagonista di un concerto pessimo, incapace di sostenere ritmi precisi con la doppia cassa. Gli anni passano per tutti, ma la gente sembra ancora amarli. Eccellenti “The Heretic Anthem” e “People=Shit”.
Assolutamente da sottolineare l’impianto pessimo, che cambiava di volume ogni metro di spostamento, non arrivando a “colpire” appieno chi si trovava a 100 metri dal palco. Da notare come anche Bruce Dickinson abbia maledetto l’impianto pubblicamente, con grande felicità degli organizzatori. O anche questa volta se ne fregheranno?

L’ORGANIZZAZIONE
Sicuramente sopra il livello di chi ha organizzato Rock in Idrho e altri festival. La location era abbastanza ben gestita, nelle sue dimensioni ridotte: i prezzi di parcheggio e consumazioni erano nella media, anche se continuo a definire delinquenti tutte le situazioni in cui l’acqua costa più di un euro e il parcheggio più di due euro. Questione di umanità e buonsenso, no?
Il prezzo del biglietto è stato parzialmente ripagato dalla qualità delle band e dal campeggio gratuito, mentre la fontanella per rinfrescarsi e la distribuzione gratuita d’acqua davanti alle transenne sotto il palco erano davvero necessarie per non morire sotto la cappa d’afa creatasi su questa enorme distesa di cemento. L’autodromo di Imola non è certo la location perfetta, ma del resto individuare posti migliori in zona non doveva essere facile, e quindi non criticheremo questa scelta. Una nota di colore s’ha da fare: i preservativi distribuiti gratis dalle promoter di Control sono finiti per volare gonfiati a palloncino sopra le teste della gente, con un simpatico siparietto del cantante dei Papa Roach che ne ha “catturato” uno giunto sul palco.

PUBBLICO E CIFRE
Le cifre sono contorte: 25.000 il primo giorno, dato condiviso da molte fonti, mentre per il giorno successivo si oscilla insicuramente tra 8.000 e 15.000. Non solo non sono grandi numeri, ma non sfiorano minimamente le affluenze record dei festival internazionali e sono due le cause prime: la concomitanza con molti eventi importanti, molto costosi, in tutta Italia e per tutto l’anno, e il prezzo del biglietto. Un festival italiano, con il regime di vita che abbiamo qui, può costare MASSIMO 40 euro per valere quello che viene speso. In caso contrario sarà impossibile.
In ogni caso il pubblico è stato molto caloroso, dimostrandosi freddo solo con alcuni nomi (MCR, Mastodon, certi momenti dei Bring Me The Horizon), seguendo con voce e corpo quasi tutte le performance: i big erano ovviamente i più attesi, nonostante alcuni abbiamo mostrato disinteresse andandosene dopo Slipknot e Sum 41. Kyuss Lives! in grande spolvero con il recupero della loro tradizione desert, ma il nocciolo meno duro dei fans (il 90%) non ha gradito.

Sostanzialmente un edizione sottotono rispetto a quanto poteva essere. Spazi poco utilizzati, artisti alla rinfusa, pubblico dei piccoli eventi (c’era più gente a vedere Jovanotti a Casalecchio di Reno che a vedere i Linkin Park, ad esempio). Poteva andar meglio, ma l’autodromo più rock d’Italia è stato comunque un importante teatro di vera musica in questo caldo giugno, e ancora una volta c’è stata la dimostrazione palese di quanto inarrestabili siano Lemmy e Bruce Dickinson. Up the irons e ci vediamo alle prossime edizioni del Sonisphere italiano, di nuovo all’Enzo Ferrari.

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