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Archive for the ‘TIPO: miscellanea’ Category

 

Luci spente a Sanremo
ovvero,
la farsa di chi vuole raccontarci che la bellezza non è un martello ma uno specchio.

C’è passato chiunque. Direttamente da altri lidi e con esibizioni non meno che memorabili, tanto in positivo che in negativo: Louis Armstrong, Ray Charles, Madonna, Peter Gabriel, David Bowie, Antony, Kula Shaker, Skunk Anansie, Rufus Wanwright, Dee Dee Bridgewater, Whitney Houston, Cat Stevens, Placebo, Elton John con Ru Paul (!), Phil Collins, Jamiroquai, Rod Stewart, Bruce Springsteen, i Blur, Jimmy Page & Robert Plant, i R.E.M.. Ma ancora Dire Straits, Queen, Kiss, Van Halen, Depeche Mode, Paul McCartney, Def Leppard, George Harrison, INXS, Joe Cocker, Paul Simon, The Smiths, Barry White, Grace Jones, Asaf Avidan, Caetano Veloso, Marianne Faithfull, Shirley Bassey, Dionne Warwick e qualcuno di loro si è persino prestato al gioco della “gara” (Graham Nash in gara con gli Hollies…).  Contrariamente a quanto si è sempre raccontato, i cantautori, non ne sono stati poi così distanti: Dalla, Battisti, Battiato, Modugno, Paoli, Tenco, Gazzè, Samuele Bersani, Finardi, Avion Travel, Roberto Murolo, Cocciante, Jannacci, Rino Gaetano e laddove non sono arrivati i piedi è arrivato l’inchiostro: De Gregori, Fossati, Conte, solo per fare qualche esempio, oppure la più serena possibilità d’essere ospiti: Bennato, Baglioni, Venditti, Luciano Ligabue.
Ennio Morricone c’è transitato trasversalmente come arrangiatore.
Si sa, ci sono state le grandi voci, soprattutto: Mina, Milva, Mia Martini, Alice, Giuni Russo, Elisa, Petra Magoni, Antonella Ruggiero, Giorgia ma anche i timbri “di carattere”: Carmen Consoli, Patty Pravo, Mannoia, Vanoni, Amalia Grè, Malika Ayane, Loredana Bertè, Rossana Casale.
Platea per il beat nostrano (Ribelli, Equipe 84, Rokes, Giganti), è stato campo di battaglia per urlatori: Al Bano, Claudio Villa, Renga, Anna Oxa, Fausto Leali, ma anche per l’art rock: Elio e le Storie Tese, Quintorigo, Le Orme, Delirium e per il post punk dei Decibel e Denovo.
Certo poi ci sono stati i “fenomeni di massa”: Celentano, Zucchero, Vasco Rossi, Ramazzotti, Pausini (e tra gli ospiti Duran Duran Vs Spandau Ballet, Take That Vs Spice Girls) ma per arrivare a un pubblico più esteso hanno avvicinato quel palco anche Afterhours, Marlene Kuntz, Bluvertigo (assieme a tutta la scena electro pop dei ’90, dai Soerba a La Sintesi ai Subsonica) e poi il jazz con Stefano Di Battista, ma se includiamo anche gli ospiti, Bollani, Danilo Rea…
Cos’è oggi questa mostruosità nei riguardi della quale Enzo Biagi e Pier Paolo Pasolini hanno lanciato anatemi? Cos’è questa cosa attorno a cui girano milioni di euro in tempi in cui “un giorno dopo l’altro” arrivano notizie di suicidi per crolli economici? Questa cosa dove ci si gioca la carriera, dove si va per dimostrare che si sopravvive, in politica, in spettacolo, in qualche modo… Una cosa assai seria. E seriamente ne tratterò.
Sanremo è l’ultimo, disperato avamposto S.I.A.E., una delle poche possibilità per il monopolio di alcune label di tirare i remi in barca in piena crisi, ma anche e proprio per questo, in una nazione così pigra come la nostra e disposta esclusivamente a lasciarsi indottrinare da un suono che attraversa senza (apparentemente) lasciar traccia, un ritrovo voyeurista attorno ai pochi pregi e ai tanti difetti del nostro nevrotico e scoraggiante “essere/apparire/sperare d’essere riconosciuti a guisa di una proiezione ideale di sè”.
Si, perché nulla di nuovo al di fuori di piccoli ricamini attorno ad una forma canzone secolarizzata è stato fin qui possibile, se non, grazie anche ad un signore di nome Fabio Fazio che importanti cortocircuiti rese possibili nelle prime edizioni da lui condotte, portando sul palco gente come i già citati Avion Travel, Quintorigo e il contestatissimo Fabrizio Moro di “La Croce”.
A Sanremo, come nel paese del “che rimanga tra noi”, piccoli cambiamenti sono possibili, purché piccoli siano, ma capaci di sedimentarsi nelle coscienze (ma quel cortocircuito dell’apparizione dell’allora band di John De Leo fu grande e pari la vittoria degli Avion Travel quanto quella “Croce” che si, era out of contest, ma davvero “contro”). Nell’Accademia di canto dove il sottoscritto ha insegnato a Monza negli scorsi anni, Antony e Asaf Avidan erano improvvisamente diventate “le” Voci da seguire e il cui carattere imitare e non certo per via di quello che noi insegnanti “passavamo” come messaggio ai ragazzi, ma come quello che loro portavano a noi. Un miracolo di “mamma TV”, ma di quelli benvenuti.
Mi chiedo dunque, quale peso possa avere un’edizione penosa come quella appena passata.
Per carità, Fazio ha centrato l’obiettivo appieno portando sul palco dell’Ariston un grandissimo Rufus Wainwright, con un’esecuzione da brivido di “Cigarettes and chocolate milk”, ma il pubblico (ridicole contestazioni a parte) non se l’è rifilato di striscio preferendo alla sua classe e a quella della direzione d’orchestra agilissima di Diego Matheuz con la Filarmonica della Fenice, un Renzo Arbore da siparietto, incapace di far ridere, banale, volgare. Ma non era questo Festival un omaggio alla bellezza?
Il monologo della Littizzetto, quanto quello di Crozza han fatto luce sulla questione, facendo sorridere, ridere, riflettere, ma si sa, la commedia imperversa e domina solo laddove gli imperi si sfaldano e non è certo bastato un Cat Stevens, duro e puro, maudit illuminato e commovente a riparare l’imbarazzo, trasformato in autentico terrore, davanti alla performance di una Franca Valeri che grande è stata, un tempo, ma… tant’è e non ci si può far più niente, duole dirlo.
La bellezza può trasformarsi in cenere, che onesta è, ma anche in uno specchio impietoso e vedere la Carrà che balla cantando delle idiozie mai udite prima non è neanche divertente, è terrorismo puro. Saperla a cavallo di una motocicletta a ricevere il testimone da Piero Pelù mi toglie il sonno, per favore fermatela! La RAI chiude (apparentemente) le porte a Mediaset e niente giovani da Amici, per fortuna, ma di fatto X Factor con la presenza del “giudice” Arisa e Noemi a rappresentare “il testimone” passatole a sua volta da donna Raffaella (anche l’appello per i Marò?… E poi?) per The Voice, ha portato un adeguato tasso di autoreferenzialità e di musica davvero vecchia e brutta. Non solo, questo come nessuno, è stato il Festival delle voci che si cantano addosso, imbevute di raucedine come se un cattivo orco fosse passato a seminar polipi sulle corde vocali vere e a lasciar vive solo le false, spinte all’inverosimile nel tentativo di imitare, ad esempio, Mia Martini, mentre le dita si rifiutano di suonare le note giuste di un piano, almeno loro, a dire “Noemi, per carità fermati anche tu, che non basta un viaggio a Londra a farti interprete”. Ma mica solo lei, ah no!  Si è dovuto aspettare Gino Paoli per ascoltare un interprete non vero, di più, con un impagabile Danilo Rea al piano. Per commuoversi, senza urla e merletti appresso ad una secchissima versione di “Vedrai, vedrai” e una ancora più bella di Umberto Bindi, “Il nostro Concerto”. Questa è classe che vive ancora, è bellezza, ma c’è bisogno anche di nuovo, c’è urgenza di nuovo per non affondare nella difesa della memoria anche quando è diventata stantia, maleodorante. E’ invecchiata anche la grande Ruggiero (Battiato scriverà mai qualcosa per lei? Una vacanza dalla penna ingiallita di Colombo non potrebbe che giovarle regalando classe su classe). L’ex Matia Bazar, dopo un’esibizione davvero scadente nella prima serata, terribilmente legata, attenta all’impostazione, si è saputa ricollegare all’anima e regalare una versione incantevole di “Una Miniera” dei New Trolls (come dire, tutto in famiglia, appunto…) assieme ai tablet dei Digiensemble Berlin. Il pezzo che ha portato in finale è cresciuto di sera in sera, ma l’arrangiamento… Tutto in famiglia ancora con Ron e la sua versione superba (davvero uno dei picchi dell’edizione) di “Cara” di Lucio Dalla e ancora tutto in famiglia con Cristiano De Andrè. Nella sua idea di bellezza sempre più chiara in quanto a “specchio”, Fazio, non ha mai negato la sua preferenza per un brano del Festival, quell’ ”Invisibili” di De Andrè Jr, a cui è andato, com’era ovvio, il Premio Sergio Bardotti come miglior testo e anche il Premio Mia Martini, ma che in quanto a musica … (un caso che la sigla del Festival fosse un brano di mamma Dori Ghezzi, con Wess? Tutto in famiglia, appunto). Il meglio che Cristiano ha fatto al Festival è stato cantare, alla stessa maniera del padre, “Verranno a chiederci del nostro Amore”, commovente, certo, ma davvero poco, anche se nessuno credo gli porterà via un Premio Tenco quest’anno, al quale, s’è detto, verranno dati più soldi dopo il rischio chiusura e che ormai dubito questo benedetto specchio di cui continuo a parlare potrà infrangere. Si, perché non basta “fare” i cantautori per esserlo, non basta “fare” i cantanti per esserlo, bisogna prima “essere” e il fare arriva naturalmente e nessuno ci ridarà De Andrè padre, nessuno ci ridarà Tenco, anche se il Premio a lui dedicato viene dato a “Baccini canta Tenco” (bah…), che monumento a quello specchio di cui sopra è e rimane. Ma il nuovo, accidenti, dov’è? Ad ascoltare i cantanti in rassegna sembra di essere ad un programma di Carlo Conti dove ognuno imita qualcuno e Conti imita sé stesso, ebbene, qui i cantanti recitano ciascuno il proprio ruolo senza lasciare trasparire un minimo di emozione vera, questa è imitazione di bellezza, ma la bellezza ha bisogno solo di manifestarsi, anche quando è buio profondo ed è sgradevole a guardarsi come un danzatore (Dergin Tokmak) che sfida il suo handicap volando sulle stampelle, punto. Ma non bastasse, ebbene si, ci sono anche gli imitatori di altri! Raphael Gualazzi che a sentirlo sembra Pino Daniele ad esempio, nonostante il brano portato in finale, sia a mio avviso il più centrato della rassegna (dopo “1969” di The Niro, comunque superiore) grazie all’accoppiata con un divertente e capace The Bloody Beetroots a cui molto auguro in termini di fortuna. Dovendo votare il brano opterei per un sufficienza piena, notevole arrangiamento e gran coro gospel, bel ritornello, quasi un Battisti americano in salsa techno. Curiosa la rilettura di “Nel blù dipinto di Blù” con Beetroots, ohps, “Sir Bob Cornelius Rifo”, questo il suo “non pseudonimo”, (qualcosa mi dice che il ragazzo, di solida formazione classica, possa conoscere Sir Brian Peter George St. John le Baptiste de la Salle Eno ed è un bene), felicemente anche alla voce e un Tommy Lee (!! Da non crederci, ma è Sanremo…) davvero impacciato nel dover tenere uno swing senza dover sfasciare i piatti (e conseguente occhiataccia di Gualazzi ad un bel solo di piano). Ma in quanto ad imitatori, non scherza la band di Rossano Lo Mele, il neo-direttore di Rumore, gloriosa rivista rock (fondata dall’altrettanto glorioso Vittore Baroni), i navigati Perturbazione che in questa chiave, sinceramente inedita, sembra emulare alla perfezione (e non è un merito) l’ironia colta quanto leggera di Max Gazzè, con una voce meno interessante e un violoncello solo a far scena/specchio. Ovviamente, Premio/specchio della Sala Stampa… che dire? Che quantomeno la band poteva fare a meno d’ammazzare De Gregori assieme a Violante Placido. Le band si sciolgono e ci lasciano in eredità i cantanti, perché così, in tempi di crisi si risparmia a fare un tour ed eccoci qui, dopo il crollo di Giovanardi dei La Crus nel 2011, eccoci ancora con l’ex Timoria Renga e il suo birignao (lontani i tempi di “Sangue impazzito” eh?) a massacrare Bennato con Kekko (si, proprio così) dei Modà a colpi di urla, mentre Francesco Sarcina (ex le Vibrazioni) non resiste alla tentazione del “selfie” durante tutte le sue esibizioni… una pippa no? (No non mi riferisco ad Arisa, per carità!) Sarebbe stato più istruttivo. C’è spazio anche per Riccardo Sinigallia, in passato strettamente legato ai Tiromancino che viene eliminato per aver cantato il suo brano in una sagra (ma cos’è? Dietro Sanremo ci sono anche i Servizi Segreti?). Dolcissimo come sempre, l’autore porta brani assai intimi, quasi respingenti, che sarebbe il caso di tornare ad ascoltare anche in merito ad un coraggiosa rielaborazione di “Ho visto anche Zingari Felici” del grande Claudio Lolli, con al seguito Marina Rei e Paola Turci. Ma comunque vi prego, qualcosa di nuovo… E questo qualcosa non è la pur piacevole leggerezza di Giuliano Palma, nè tantomeno il celebrato Renzo Rubino. Un mix tra l’ironia svenevole di Denovo (che probabilmente non sa neanche chi siano), con un cantato nazional popolare desunto dal maestro elettivo Modugno. Comico il mod0 di aggredire pianoforte, corde vocali e brani quasi a voler superare l’inconsistenza dei pezzi. Ecco lui, pur nella mancanza di riferimenti culturali che non siano istituzionali e nell’essere così “povero”, sembra abbastanza vero da poter durare e diventare una star italiota, ma non chiedetemi di riascoltarlo, per favore. Centra appieno e con eleganza assieme a Simona Molinari “Non arrossire” di Gaber. I giovani? Rocco Hunt e “a Gennar cc’ avut ‘o criaturo” e pescivendoli assortiti, mamme e papà in lacrime? Ma vaff… Il premio della critica a Zibba, in virtù di che non s’è capito? C’era, l’ho anticipato prima, un pezzo che ad ascoltarlo davvero, lontano dal carrozzone avrebbe ben figurato, ma che nessuno ha neanche avvicinato. Quel “1969” di The Niro, che ha portato una coraggiosa ventata baroque pop, con arrangiamento di gran classe, per niente scontato (la cosa migliore ascoltata in assoluto e un bel 7’5 pieno), testo d’interesse e bella voce da controtenore appena offuscata da una presenza scenica non felicissima in un mondo dove l’immagine è tutto. Per lui dov’erano la “Giuria di qualità” e la “Sala Stampa”? La struttura davvero semplice dei pezzi di questa edizione, la mancanza di sostanza che li ha accompagnati, l’ossessiva ricerca del “ritornello felice e della personalità rimarcata a pieni sottotitoli” (Stromae incluso), pur con confezioni sonore spesso di gran prestigio ha rimandato agli anni ’60, ma in un periodo storico in cui l’intrattenimento leggero sembra un paradosso.
In qualche caso l’arrangiamento diventa così “nobile” da far sorridere, c’era proprio bisogno di cercare eleganza con un clarinetto ad anticipare le strofe del brano di Arisa?
C’è da dire che quando non sostenuti da ritmi incalzanti non si è distinto un pezzo dall’altro, ma tanto poi saranno le tante radio figlie delle lobby (ormai in misura più o meno maggiore, TUTTE, radiozine a parte) a martellarci per un anno con queste miserie fino a renderle “classici”. Si, perché defunto il Festivalbar, non rimane altro specchio su cui arrampicarsi e le label con denaro da investire ben lo sanno, per la gioia della S.I.A.E., dei suoi massimi contribuenti ed eredi. Si, perché molti lettori non sanno che per ogni disco venduto, per ogni passaggio televisivo e radiofonico, solo una minima percentuale entra nelle tasche di autori e arrangiatori, il resto viene diviso tra quelle dei massimi contribuenti, intesi come “fidelitari” e dunque Celentano, Mina, Ramazzotti, Pausini, Zucchero, Bocelli, gli eredi di Modugno. Ogni volta che acquistate un disco dei Deadburger, dei Massimo Volume, di Kurai, Butcher Mind Collapse, ma anche degli Ulver, di Scott Walker, dei Current 93, i vostri soldi finiscono nelle tasche dei signori prima nominati e così è SEMPRE Sanremo, nei vostri cd dei Metallica c’è un fantasmino della “Signora di Lugano”, sappiatelo!.
Gentile Fazio, perché tale sei, tu che ti lamenti del sentirti dare del “buonista” e reagisci dicendo che ti sei “rotto le palle”, sapessi noi! Vuoi fare un Sanremo che attragga? Fa qualcosa di nuovo e accetta che partecipino al TUO Festival anche (non dico “solo”. Il fenomeno napoletano strappalacrime, la canzone per le casalinghe e quella per i bimbiminchia te li lasciamo) i musicisti che non hanno alle spalle etichette con migliaia di euro a disposizione e che la giuria di “qualità” non sia composta al 50% da starlette e nella sala stampa figurino webzine e radiozine attente alla musica a 360 gradi. Su 20-30 canzoni non potremmo sentirne una di indie non renziano? Una metal (ho detto una bestemmia)? Una avantgarde (solo una, su! Anche tuoi amati Beatles, hanno scritto “Tomorrow Never Knows”)? Una di hip hop non contaminato da populismo da seconda elementare? Una dark, psichedelica, progressive, punk, elettronica, folk, grunge, post rock, di jazz vero, baroque pop (grazie ancora The Niro), dubstep, impro… guarda i generi te li trovi in rete e se hai bisogno di qualcuno che ti passi dei nomi scrivi al caporedattore di una webzine a caso, ti farà uscire dal tuo mondo dorato per farti capire che la bellezza da te tanto decantata è viva e vegeta in Italia quanto nel mondo e può far veramente male.
Non abbiamo nulla da invidiare a nessuno in questa nazione in quanto a creatività, ma quelli come te sono un’offesa a chi ogni giorno fa fatiche indicibili in ambito musicale per pagare l’affitto, perché quello che manca è visibilità e tu hai il POTERE (dichiarato da te stesso a “Che Tempo che fa”) di darla. Perché tu, ne sei consapevole, in tempi come questi, non c’è più spazio per chi fa ricerca vera, quella gente di giorno fa il cameriere e di notte scrive ed è un delitto. Perché anche l’indie è ormai un “vorrei ma non posso” e un faretto puntato addosso alle microlabel e le piattaforme di crowdfunding, certo mostrerebbe che la maggioranza di loro sono associazioni culturali nate per spillar soldi, che aggirano come possono la S.I.A.E., ma che almeno un po’ di freschezza la porterebbero. Perché dunque, è tristissimo dirlo, ma più passa il tempo più si assottiglia il margine tra mainstream e musica “alternativa” in ossequio al Dio Denaro e non si può più relegare il “caso” Sanremo in un angolino, visto che fra un po’ non ci resterà null’altro che omologazione sonica in questo Paese.
Perché a Sanremo c’è scappato il morto e un altro stava per arrivarne nel ’63, lo stesso che tu hai invitato quest’anno a celebrare i trapassati per stento, quel Paoli che scrisse “Ogni suicidio è diverso, e privato. È l’unico modo per scegliere: perché le cose cruciali della vita, l’amore e la morte, non si scelgono; tu non scegli di nascere, né di amare, né di morire. Il suicidio è l’unico, arrogante modo dato all’uomo per decidere di sé. Ma io sono la dimostrazione che neppure così si riesce a decidere davvero.” Beh, quell’uomo poi di scelte ne ha fatte, dimostra tu di poter decidere di far meglio, piantandola di fare il verso a Baudo, dal quale tanto diverso non dimostri di essere. Si può ridere con l’Aria di Leporello cantata (bene, quasi benissimo) da Crozza, ma qui c’è gente che del “Voi/Germania prendete la Maestosa/Italia, a noi rimane la Mafiosa/Italia”, non riesce a ridere con compiacimento e darebbe volentieri indietro l’intero lotto dei presenti all’Ariston, ricchi spettatori/presenzialisti, giuria “di qualità” e “sala stampa” inclusi.
Non basta raccontare la storia dell’“omosessuale” Michelangelo per parlare di bellezza, vogliamo vederla sui palchi, perché la bellezza in arte è una luce che sposta quello che gli altri hanno tracciato, un passo più in là e può dare anche fastidio, ma se non le si dà spazio, muore, punto.
Chi come voi Fazio e Littizzetto, ha lo scettro per decidere a chi dar spazio o no e mostra il vecchio, senza saperlo è complice diretto di un continuo e vergognoso assassinio del quale volente o no DEVE rendere atto.
Così come la bellezza, “l’arte non è uno specchio cui riflettere il mondo, ma un martello con cui scolpirlo” affermò con convinzione Majakovskij e ci ricordarono gli Henry Cow di “In Praise of Learning”.
In attesa che si faccia davvero luce su chi ha passato un lettino di denaro salvagente a proteggere un volo di due operai, che non ci sarebbe mai stato, ogni risposta è gradita, anche quella di una Luciana Littizzetto, che, si, dice cose intelligenti e tiene in piedi da sola baracche, ma ancora non s’è capito da che parte stia.
Ossequi.

Qui la mia e-mail: nichelodeon@gmail.com
Attendo.

Lunedì 24 Febbraio 2014
Claudio Milano

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Big Fish lavora un po’ con chiunque in Italia, spesso gente mediocre (Mondo Marcio, Vacca, Entics) o che è diventata mediocre (Fabri Fibra, Ensi, Emis Killa). Morgan è finito da tempo, ammettendo a X Factor che le critiche iper moraliste seguite alla sua dichiarazione di dipendenza da crack prima della partecipazione a Sanremo qualche anno fa “l’hanno spento”. Insieme, dunque, per motivi non ben spiegabili ma che riescono a tirare fuori del buono da entrambi.
Partiamo da un paio di presupposti.
La musica italiana di solito fa cagare (Emma Marrone e i Modà ne sono, per forza, l’esempio, ma anche le ultime perle di Jovanotti, i sopracitati rapper e molto altro). La musica elettronica italiana di solito fa cagare (gli Eiffel 65, si, simpatici, ma vaffanculo se pensi che quella sia musica o anche solo che sia europop fatto bene), specie se un artista che non ha mai cagato il genere si mette a farla costretto ad usare il vocoder. La dubstep fatta dagli italiani di solito fa cagare. I rapper che rivendicano di fare una cosa “nuova” se mischiano hip hop e dubstep (definita “techno” impropriamente) di solito fanno cagare. Big Fish ha fatto anche basi di merda, Morgan ha fatto anche canzoni di merda, ma in questa canzone insieme non si capisce bene cosa siano riusciti a fare. Testo impalpabilmente mediocre, ma che tenta di comunicare qualcosa, riuscendoci recapitando messaggio non ben contestualizzabili attorno al personaggio che ha scritto le medesime cose. “Dentro di me il peccato non c’è”, dice Morgan, e tant’è. Il tentativo di aggiornamento di un artista come Morgan, di ispirazione classica o perlomeno “vecchia”, risulta piacevole, per nulla scontato, anche per l’effetto “l’elettronica ormai la fanno tutti, ma Morgan, con questa elettronica, che cazzo c’entra?”. La sua voce effettata, si era già sentita, dunque non stona troppo. Il testo è carino, va analizzato a dovere, diventa un suo viaggio interiore o una dimostrazione di voler lottare contro l’inazione (“io faccio”, nel senso che “io produco”, “io che sono artista creo”, o forse “mi faccio”, o forse “io esisto”, in ogni caso è presente, vivo e condivide pensieri, cosa che Marco Mengoni, pur essendo stato un suo pupillo, inizialmente, con i suoi testi NON SAPEVA e NON SA, se esiste ancora, fare).

Questo brano è, in definitiva, una pugnalata alle spalle, musicalmente. Ti fa capire come le mode abbiano sempre un ruolo determinante nella svolta di ogni artista, che voglia esso salire alle stelle, riconfermarsi una star, o semplicemente risorgere dalle sue ceneri. L’elettronica è la moda di questi tempi e Tensione Evolutiva di Jovanotti è talmente tanto passata in radio che ne abbiamo due coglioni così, tanto da dire “Morgan e Big Fish, il pezzo è bello, non sarà un capolavoro, ma se sentissimo solo questo in radio varrebbe ancora la pena avere un autoradio senza penna USB”.
Passabile tentativo di rinnovamento.

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The Webzine seguirà con un report, come l’anno scorso, la serata della Tempesta Dischi al Rivolta di Marghera (VE) di sabato prossimo (8 Dicembre 2012). Quasi tutto il roster si esibirà in concerti e dj set dalle 18.00 alle 04.00 nelle due sale live riscaldate del Rivolta, l’Hangar e il Nite Park, e nello spazio Sherwood Open Live. Ingresso: 15€
Ecco il trailer della serata dal profilo di Enrico Molteni, fondatore della Tempesta nonché bassista dei Tre Allegri Ragazzi Morti, e la lista delle band con relativi orari di esibizione.

Ai primi mille ingressi verrà regalato questo fumetto di Davide Toffolo

Ecco le band che si esibiranno, i rispettivi orari e la location
19.00 – 19.35 – HARDCORE TAMBURO (Hangar)
19.35 – 20.05 – PUBBLICO TEATRO (Nite Park)
20.05 – 20.45 – UMBERTO MARIA GIARDINI (Hangar)
20.45 – 21.20 – PUBBLICO TEATRO (Nite Park)
21.20 – 22.00 – IL PAN DEL DIAVOLO (Hangar)
22.00 – 22.30 – APPINO (Nite Park)
22.30 – 23.15 – TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI (Hangar)
23.00 – 00.00 – IL GENIO DJSET (Sherwood Open Live)
23.15 – 23.45 – NINOS DU BRASIL (Hangar)
23.45 – 00.30 – MELLOW MOOD (Hangar)
00.00 – 01.15 – DENTE DJ SET (Sherwood Open Live)
00.30 – 01.15 – IORI’S EYES (Nite Park)
01.15 – 02.00 – IL TEATRO DEGLI ORRORI (Hangar)
02.00 – 03.00 AUCAN DJ SET (Nite Park)
03.00 – 04.00 – NIVEAU ZERO (Nite Park)

Prevendita €15
al Rivolta da mercoledí 10 ottobre:
mercoledí e giovedí dalle 18.00 alle 20.00
venerdí dalle 20.00 alle 24.00 e sabato dalle 17.00 alle 24.00
oppure
Online €15,00 + €1,00 costo del servizio 
su Sherwood.it
oppure
Al botteghino €15
dalle ore 17.00 l’8 dicembre 2012

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OBA DI CLASSE BONUS TRACKS

Torna all’Agorà la rassegna dedicata alla musica di qualità.

Come per le ristampe dei dischi più belli di sempre, quest’anno anche il Circolo Agorà di Cusano Milanino (MI) ha deciso di festeggiare la riedizione della propria rassegna Roba Di Classe, dedicata ai progetti musicali più ricercati, con l’aggiunta di una serie di splendidi concerti bonus. Una domenica al mese, infatti, passeranno dal Circolo artisti italiani ed internazionali di grande qualità, con generi che spaziano dal cantautorato, al folk, al gospel. I live saranno preceduti, come sempre, da un pantagruelico aperitivo, preparato con gusto e sapienza dai ragazzi del Circolo.

Di seguito i primi tre imperdibili nomi (ingresso ad offerta libera con tessera arci):

Domenica 21 ottobre – ORATIO
Flower power sdrucito su canzone italiana anni Sessanta-Settanta, accompagnato da una chitarra acustica sfrontata e una naturalezza per nulla retorica. Tra Bugo e Lucio Battisti, con qualche accento barrettiano. Arriva da noi fresco di uno split-ep con Nicolò Carnesi.
http://www.oratioband.it/

domenica 25 novembre – THE DAD HORSE EXPERIENCE
Torna in Italia il mistico cantautore-predicatore tedesco post punk country gospel, questa volta in versione extra large. Lo accompagna alla batteria Anto Macaroni, membro della band australiana “The Puta Madre Brothers”.
http://www.dad-horse-experience.com/

domenica 2 dicembre – NICOLAS J. RONCEA w/ CARMELO PIPITONE (MARTA SUI TUBI)
Con l’ultimo album “Old Toys”, il giovane cantautore piemontese ha confermato il suo talento compositivo a metà tra Iron & Wine e Elliott Smih. Tra gli ospiti del disco Luca Ferrari (Verdena) e Carmelo Pipitone (Marta Sui Tubi), che lo accompagnerà anche per questa data.
http://www.nicolasjroncea.com/

Circolo Arci Agorà

Via Monte Grappa, 27

Cusano Milanino

web: http://www.agoracircolo.it/

mail: info@agoracircolo.it

facebook: https://www.facebook.com/pages/Circolo-Agor%C3%A0/224486880940270

Ufficio Stampa:

Costello’s

web: http://www.costellos.it/

mail: costebooking@gmail.com

facebook: https://www.facebook.com/costebooking

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QUIET IS THE NEW LOUD: SUONI NUOVI DAL VECCHIO CONTINENTE

AL CIRCOLO AGORA’


Parte ad ottobre, dal Circolo Agorà di Cusano Milanino (MI), un interrail sonoro che attraverserà il continente per scoprire le realtà più interessanti del nuovo indie-folk europeo.
Un giovedì al mese il Circolo avrà infatti il piacere di ospitare sul palco artisti provenienti da Inghilterra, Germania, Olanda e ogni altro Paese in cui questo treno sonico farà tappa.

Le serate saranno caratterizzate da suggestive sonorità acustiche, capaci di dipingere paesaggi lontani con il giusto equilibrio tra tradizione folk e pop di qualità.
Quiet is the new loud si pone l’obiettivo di portare in Italia progetti internazionali, che difficilmente si riescono ad ascoltare dalle nostre parti, al fine di accorciare la distanza tra provincia ed Europa.

Di seguito i primi tre imperdibili appuntamenti della rassegna

(ingresso ad offerta libera con tessera arci):

18 OTTOBRE – ALASCA (indie folk from Netherlands)
Direttamente dall’Olanda una band che trae ispirazione dal folk e dalle sonorità dei ’60 e ’70, regalandoci una musica in grado di trascendere il proprio tempo. Un’occasione unica per ascoltare i brani tratti dall’album debutto “Actors&Liars”.
http://www.alascamusic.com/

22 NOVEMBRE – SEA + AIR (indie pop / folk from Germany)
Cosa ci fanno insieme una ballerina greca che da piccola doveva cantare di nascosto e un compositore tedesco che non sa leggere la musica? Venite a scoprirlo, tra clavicembali, campanelli e mandolini, nelle sonorità eteree di “Do Animals Cry?”.
http://www.facebook.com/SeaandAir

20 DICEMBRE – RUE ROYALE (dream pop / folk from UK)
Lasciatevi avvolgere dalle atmosfere malinconiche e sognanti di questo duo inglese, che con il proprio disco d’esordio “Guide To Escape” si è già ritagliato un posto d’onore tra le nuove promesse dell’indie-pop anglosassone.
http://rueroyalemusic.com/

Circolo Arci Agorà

Via Monte Grappa, 27

Cusano Milanino

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Tiene banco ormai da giorni la notizia che la SIAE potrebbe perdere il monopolio dei diritti d’autore.
Chi si fosse perso questa chicca la può trovare qui:
http://www.laleggepertutti.it/15888_addio-siae-ue-e-decreto-liberalizzazione-contro-il-monopolio-sull%E2%80%99intermediazione-dei-diritti-d%E2%80%99autore
Gente che canta vittoria e che inneggia alla fanfaronaggine del ‘grigio baraccone’ SIAE e che professa un odio che nemmeno negli anni di piombo abbiamo avuto modo di vedere.
Parliamo però delle stesse persone che sono iscritte alla SIAE e che quando compilano il bordereau dopo un concerto pregustano già i due spiccioli che gli arriveranno…sempre che gli arrivino.
Altra notizia recente è che la SIAE ha un debito di un miliardo di euro con i propri clienti, quindi con i musicisti stessi, per i più distratti eccone qui un estratto:
http://news.cloudhak.it/siae-nei-guai-debiti-fino-a-un-miliardo-di-euro-e-sanzioni-dallue/
Insomma è chiaro che continuare a finanziare un pozzo senza fondo come questo è pura idiozia e che aspettare che il diritto d’autore venga liberalizzato, non sapendo tra l’altro se le nuove società a cui ci si affiderà saranno migliori di quanto esiste adesso, può portare a lunghe ed infruttuose attese.
Ci sono un sacco di gruppi e autori che hanno già deciso di affidarsi al creative commons e al cosiddetto ‘copyleft’. E’ semplice, veloce, economico e tutela al 100% il diritto d’autore dei musicisti (e non solo).
Se volete qualche esempio dedicate cinque minuti a Utopicmusic:
http://www.utopicmusic.com
E voi cosa state aspettando?

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Il festival METAL del mese a Bologna!
NON MANCATE!!!

Sabato 20 ottobre @ Blogos
Via dei mille 26, 40033 Casalecchio di Reno (BO)

ore 20.00
Ingresso 5€

DISEASE ILLUSION
MOURN IN SILENCE
THE BURNING DOGMA
NEMORALIS
NECANDI HOMINES

Link all’evento facebook:
https://www.facebook.com/events/427150574008332

Ecco i dettagli dei gruppi della serata:

DISEASE ILLUSION – Melodic Death Metal – Bologna
https://www.facebook.com/diseaseillusion
Di ritorno dal tour in Repubblica Ceca e Croazia i Disease Illusion presentano per la prima volta in Italia la loro nuova formazione colpendo i vostri timpani con il loro moderno melodic death metal!

MOURN IN SILENCE – Symphonic Gothic Death Metal – Imola
https://www.facebook.com/pages/Mourn-in-Silence/76194071763
Band Symphonic Gothic Death Metal in attività dal 1997, ritorna in scena in grande stile presentando in anteprima il nuovo album in uscita: “Until the Stars won’t Fall”

THE BURNING DOGMA – Death Doom Metal – Bologna
https://www.facebook.com/theburningdogma
The Burning Dogma nascono nell’autunno del 2006 a Bologna, e dopo numerosi cambi di formazione e svariate esibizioni live in provincia e dintorni, arrivano ad incidere, nel 2012, il primo EP dal titolo “Cold Shade Burning”, che vede in formazione Joy Lazari (voice/lyrics), Maurizio Cremonini (guitar/songwriting, ex-Suspended in Dusk), Diego Luccarini (guitar), Davide Laugelli (bass, ex-373°K), Giovanni Esposito (keys) e Marco DeCrescenzo (drums, ex-Regna).
Dopo la finale regionale del contest Emergenza Festival 2012, DeCrescenzo lascia il gruppo per far spazio ad Antero Villaverde (Hate In Silence, ex-Obsession, ex-Microcode), con cui il gruppo inizia il tour di promozione dell’EP.

NEMORALIS – Symphonic Gothic Metal – Bologna
https://www.facebook.com/pages/Nemoralis/119966134740914
La loro musica richiama il sound del nord-europeo Gothic Symphonic Metal, con molta enfasi nell’alternarsi delle atmosfere più oscure e sognanti alle più aggressive e potenti, in una costante “armonia degli opposti”. Le loro canzoni sono una fine trama, che spaziano dalle intrecciata di influenze dal power, al progressive, al gothic metal. La melodiosa voce della front woman è sempre sostenuta da potenti parti strumentali, creando un notevole impatto.

NECANDI HOMINES – Black Doom Metal – Jesi
https://www.facebook.com/NecandiHomines
I Necandi Homines propongono un Black Metal caratterizzato da influenze Doom le cui sonorità accentuano il senso di alienazione ed inferiorità dell’uomo nei confronti di ogni dimensione che lo circonda, tramite elementi cadenzati e atmosferici che richiamano l’abissale profondità della morte, dello spazio e del tempo.

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