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Archive for the ‘ARTISTA: Dalila Kayros’ Category

Recensione a cura di CLAUDIO MILANO

Etichetta: dEN
Genere: Avant/elettronica/ricerca vocale

Tracklist:
Kayros
Hor Kar Vudur
Hacab
Tzerpiusu
Sardonios Ghelos
Strix
Arxia

VOTO: 9

Kayros è una nuova divinità italiana e tale è destinata a rimanere.
Tracce come questa lasciano il segno in maniera permanente.
Pubblicato da pochi mesi, NUHK, si è ricavato uno spazio grande nell’avanguardia italiana che conta.
Dalila è, per chi scrive, la più grande ricercatrice e performer vocale italiana di sempre (e si sa, l’Italia in questo territorio, rimane da sempre, apripista per sviluppi globali) assieme a Giuni Russo di “Energie”/ “A Casa di Ida Rubinstein 2011” / “Signorina Romeo live” e alla prima Katya Sanna (quella di “Il chiarore sorge due volte”, coi Dunwich e le collaborazioni col collettivo romano Epsilon Indi). Un disco come questo, nonostante le poetiche differenti, porta un passo oltre, quanto fin qui prodotto da Romina Daniele e Antonella Ruggiero, Petra Magoni, Cristina Zavalloni e supera, di slancio, Lili Refrain e Stefania Pedretti.
La sua dimensione è dichiaratamente in opposizione ad un sistema “popolare”, inteso come “pop”, ma alla tradizione popolare vera, quella sarda (la lingua usata per il canto), attinge, creando un legame solidissimo e ultra (null’affatto “post”) moderno, tra arcaico e moderno, aprendo a nuovi scenari possibili e auspicabili.
Ciò che di primo acchito sorprende è il gran livello di produzione, cosa null’affatto scontata tra le mura dEN Records, nobilissima etichetta che ha preso in carico l’opera, spesso più avvezza ad un instant composing con mixing ottenuti in tempo reale, a segnare la “crudità” delle poetiche. Qui il suono annichilisce, panpot che rimbalzano da un orecchio all’altro e una cura nell’estremizzazione delle frequenze che rende gloria al contenuto.
Come sempre per dEN, preziosissimo l’artwork a cura di Soldarini.
La voce, trattata elettronicamente o pura, si muove da subarmonici gutturali e aritenoidei, prossimi al growl (“Tzerpiusu” – eccezionale nella sua miriade di rifrazioni, pari a un coro di vespe – , “Hor Kar Vudur”) per raggiungere suoni da soprano leggero di una delicatezza e una purezza immacolata (“Sardonios Ghelos”) ed esplodere in whistle raccapriccianti (“Strix” – per chi scrive, il brano più bello ascoltato da un annetto a questa parte – “Hacab”), talvolta in screaming, in altri casi in modulazione da soprano di coloritura a spostare l’estensione del pianoforte, a destra, di mezza ottava. Spesso corde vere e false sono usate assieme, rendendo la voce della cantatrice come quella della più violenta tempesta punk immaginabile (“Arxia”). Pre-vocale e profonda ricerca sulla phonè si legano a definire la più profonda sintesi tra alcune delle voci femminili estese più importanti e radicali che hanno attraversato il ‘900 nel rock e nella musica di confine (Yma Sumac, Meredith Monk, Nina Hagen, Diamanda Galas, Yoko Ono, Meira Asher, Carla Bozulich, Iva Bittova), ma qui è soprattutto permeata fino all’inverosimile la lezione del Scelsi di “I Canti del Capricorno” e la ricerca delle indimenticate Joan La Barbara e Cathy Berberian (“Stripsody”). Non solo, ogni possibile paragone unilaterale espone al ridicolo chi ha scritto di NUHK, testimoniando la profonda ignoranza della critica (italiana in particolare) appresso all’estetica delle “voci estese”, erroneamente chiamate ancora “voci strumento”, per le quali i metri di paragone Stratos e Galàs, sono ormai superati (certamente nella tecnica) da almeno due decenni, ma rimangono gli unici conosciuti, a discapito delle ricerche di Jaap Blonk, Koichi Makigami, Paul Dutton, Phil Minton, David Moss, Viviane Houle, John De Leo, Stefano Luigi Mangia, Mike Patton, Albert Kuvezin, Tran Quang Hai, Gisela Rohmert, Amelia Cuni, solo per citare pochissimi esempi. Che razza di affermazione è quella della “voce strumento”? Se una voce come quella di Sylvian (o Waits) canta su di un’ottava non è forse uno strumento magnifico? Bisogna ammazzare i propri padri putativi per essere sé stessi e Dalila questo, lo ha fatto, pur essendo questo, appena un (magnifico) disco d’esordio.
In lei c’è la lezione di chi, non solo non ha dimenticato il ‘900, ma dà soffio al proprio tempo e lo proietta avanti definendo nuove strade. Ma ciò che importa è che qui, la tecnica (più registri, più colori, più estensione = più possibilità a disposizione per far muovere apparato fonatorio appresso alla mente senza troppi limiti), è esclusivamente funzionale all’espressione, profondamente viscerale, sciamanica, da chi è in preda a convulsioni da allucinogeno pre rituale. Ancor meglio, tutto qui è “composizione”. Perché Dalila, compositrice rimane, anche nell’improvvisazione più radicale. Le tracce, multi-strutturate e ripartite in tante micro-sezioni (“Hacab” in particolare), sono autentiche composizioni di musica contemporanea che attinge all’elettronica figlia di Karlheinz Stockhausen, quanto dei Nine Inch Nails, Foetus e i Neubaten, dell’estetica glitch che frammenta come a definire miriadi di metamorfosi “ovidiane” e quella dei drones più minimali e tempestosi.
Dalila è schianto e carezza, un fiore che riemerge dalla liberazione di sovrastrutture socio-culturali, a cui pure attinge, per trasformarle in medicina, come nell’immergersi in un catino di ortiche per curare una malattia di Psiche intesa come sensibile cordone olistico tra anima e corporeità e rinascere giglio immacolato, nel mese di Maggio.
Fatelo ascoltare ai vostri bambini, rideranno, giocheranno e canteranno assieme a Dalila, loro, non hanno bisogno delle vostre sovrastrutture, o, se un bambino interiore siete riusciti a conservarlo, senza farlo diventare tiranno e obeso, ascoltatelo, non riuscirete a liberarvene.
A questa forma di dipendenza, al pari di quella di un “The Drift” di Scott Walker, non potrete che esprimere profonda gratitudine.

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