Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘GENERE: Crossover’ Category

Recensione di GIACOMO “JACK” CASILE
ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Crossover

TRACKLIST:
1. Rasa
2. Vega
3. Mast
4. Cata

Voto: 5.5

Primo EP autoprodotto per i Buena Madera, giovane band nata nella bassa padovana intorno al 2006. Il trio ha già ben chiare le proprie idee e l’obiettivo da raggiungere, ovvero ottenere un sound personale districandosi tra i generi più disparati, partendo da una base di rock pesante; praticamente il tipo di mix che in passato ha reso grandi act quali Faith No More e Dillinger Escape Plan.
Le quattro tracce presentate sembrano più il risultato di una jam session che vere e proprie canzoni, poichè la band non bada per niente alla forma ma solo all’istintività. Le strutture variano continuamente passando da un genere all’altro a seconda dell’intuizione del momento, generando un sound schizofrenico e caotico. Ad aprire l’EP è “Rasa”, pezzo dalle sonorità acide ed alienanti. La traccia si presenta con dei riff contorti accompagnati da una voce stridente a cavallo tra Mastodon e Dillinger Escape Plan; dopo pochi minuti invece cominciano ad insinuarsi divagazioni strumentali dal vago sapore sabbathiano.
Il brano è discreto ma non riesce a destare più di tanto l’attenzione dell’ascoltatore.
Ottima invece la successiva “Vega” che miscela generi all’opposto come la nwobhm e lo stoner sfoggiando dei riff melodici molto accattivanti, la migliore del lavoro. La noisy “Must” e la strumentale “Cata” chiudono il cerchio ma risultano meno compiute delle precedenti.

In conclusione possiamo dire che i Buena Madera potrebbero dare soddisfazioni visto che la basi per sviluppare uno stile originale ci sono tutte. Per progredire hanno assolutamente bisogno di trovare il compromesso tra una struttura musicale più ragionata e la furia che hanno espresso in questo EP, dopodichè potremmo vederne delle belle.

Annunci

Read Full Post »

Recensione scritta per INDIE FOR BUNNIES
ETICHETTA: Shinseiki
GENERE: Grunge, crossover

TRACKLIST:
1. Prigione
2. Oro
3. Giustizia
4. Io Nessuno
5. Soldi
6. Scrivilo
7. Fottuta Politica
8. Videoverità
9. Inutile
10. Nuvola

Ascoltando i Minio Indelebile si riaprono le porte del mio, e forse anche del vostro, passato. Diciamo che per buona parte delle persone che hanno già compiuto i 20 anni adesso ma sono nate tra l’80 e il 94 è impossibile essere cresciuti senza passare per le tappe del grunge, del rock italiano anni ’90 e poi del crossover/nu-metal (chiamatelo come volete). E’ altrettanto naturale e palese che una band che si propone nel 2010 a rimescolare tutti questi ingredienti crea una duplice impressione: assenza di fantasia, incredibile capacità di rievocare nostalgia. I bei tempi passati di quando ancora si inventava qualcosa, che vengono rimembrati da questo tipo di dischi, perché comunque il loro unico scopo è quello di un revival, o di un tributo più o meno sincero. Se poi consideriamo che sono attivi da inizio anni ’90 e quindi quegli anni li hanno vissuti in maniera veramente coinvolta e radicale, allora capiamo da dove viene questa verve comunicativa che è una attitude aggressiva di imprescindibile valenza nineties.
Persecuzioni critiche a parte, i Minio Indelebile vengono da Brescia, una zona geograficamente esclusa da questo tipo di contaminazioni musicali, con una scena focalizzata verso altri orizzonti: per questo già il merito di perseguire un obiettivo del genere in una Terra dove molti locali sono in mano a mafiette alternative locali, significa andare controcorrente. Farlo, inoltre, con la capacità compositiva e una smaccata tendenza a personalizzare il prodotto come fanno loro, è altresì il modo migliore di lasciare il proprio biglietto da visita. Ci sono brani che, complice anche qualche sassata aforistica all’interno dei testi che li rende piccanti al punto giusto (e ben vengano i testi in italiano, con le doverose impennate politico-sociali che non guastano mai seppur nel loro qualunquismo a cui siamo abituati da tempo), come “Prigione”, “Scrivilo” e “Videoverità”, si potrebbero benissimo definire post-soundgardeniane, per la presenza di elementi melodici che senz’altro fanno capo più ai periodi più commerciali del panorama di Seattle.
In realtà i riferimenti materiali (e certificati) della band sono i soliti: Nirvana, Soundgarden, Rage Against The Machine, probabilmente anche il panorama più recente capeggiato da Korn e System Of A Down (ma sono a livello di anima, perché a livello di sound c’è tutt’altro), e poi giù indietro di nuovo a Pearl Jam, Alice In Chains e qualche capatina nella discografia dei primi validi Jane’s Addiction. E allora, perché no, anche il periodo funk dei Red Hot Chili Peppers degli eighties.
E’ naturale che esibire questa sequenza infinita di band può far pensare ad un album vuoto, ma quello che in realtà possiamo notare è la sua essenza encomiastica, quasi fosse un panegirico della loro cultura musicale, componimento efficace nel dimostrare e chiarificare tutta la loro formazione musicale.
Le chitarre, il basso, i giri di voce, i passaggi di batteria: tutto quadra in senso grunge/crossover; è un rock tagliente, viscerale, con i suoi accenni di banalità recrudescente, certo, ma senza evitare mai di uscire dal vicolo cieco dell’assenza di originalità con qualche trovata interessante concentrata soprattutto sui refrain e gli stacchi di chitarra.
Tecnicamente la band non risulta infallibile, ma non sfigura in un songwriting maturo in cui emergono anche un ottimo affiatamento tra i componenti e la giusta scelta dei suoni. Giusta per il genere proposto, perché si poteva senz’altro aggiustare qualche dettaglio sulle dinamiche e l’intensità di alcuni passaggi. Ottimo anche il timbro vocale, che crea la giusta attenzione in certe porzioni dei cantati.
Un po’ per simpatia verso chi vuole ancora fare questo genere, un po’ perché veramente la critica soggettiva che stiamo facendo vuole che questo disco piaccia, possiamo dire che il tentativo è riuscito, però attenzione, la sincerità espressiva e la voglia di comunicare qualcosa che vada al di fuori delle logiche di mercato imposte da media, pubblico ed etichette, a volte può essere anche un’arma a doppio taglio. Per una band che già ha saputo individualizzare il genere più abusato degli ultimi due secoli, crescono le aspettative. Perlomeno le mie. Vi aspettiamo al varco.

Read Full Post »