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Archive for the ‘ETICHETTA: Shinseiki’ Category

ETICHETTA: Alka, Shinseiki
GENERE: Noise, post-hardcore

TRACKLIST:
1. Do It Or Let Me Go
2. The Head
3. Sorrysmile
4. Revolt Party
5. Dubby Little Thing Called Dub
6. In-Coming Disaster
7. I’m Ok
8. Won’t You Save Yourself?
9. The Hand
10. Think ‘bout Your Health
11. It’s So Easy

Poooooooooooooooowerful.
Rock’n’roll Head è una piccola perla di noise, fuso con le impennate garage e post-hardcore di certe band nordiche, americane e del nostro territorio peninsulare (anche recenti), che arriva come un’accetta d’acciaio sulla nostra testa proprio quando sembrava che il genere stesse morendo. Prolifici come non mai, sfornano dodici fucilate, furiose, devastanti, al fulmicotone: perdersi nelle loro mitragliate di chitarra (“il mio mitra è un contrabbasso”, stavolta, non presenta nessuna figura retorica), nelle lente tirate che si concludono sempre con impennate noise che stridono, scuotono l’udito, si schiantano contro una batteria abbastanza ingenua ma sempre al passo con il livello degli altri del gruppo. Per la cronaca, un livello alto. I Love in Elevator molto più bravi a suonare, molto più resistenti nel tenere brani di uno certo spessore (e anche loro nell’ultimo disco sono stati ottimi, ma qui non si scherza).
“The Head”, “Sorrysmile”, “In-Coming Disaster” e “The Hand”, sostanzialmente, compongono il quartetto essenziale per definire il sound della band: potente, caldo, post-nirvaniano (soprattutto nel primo dei quattro episodi citati), impegnato ad essere strafottente con tutto e tutti. Le strutture dei brani non sono mai particolarmente complesse, se comparate alla media del genere, ma dimostrano una capacità di songwriting che riesce contemporaneamente ad essere efficace e letale. Dinosaur Jr. e Queens of The Stone Age su tutti quelli che apprezzerebbero l’ascolto di Rock’n’roll Head.

Un enorme lassativo che ci permette di cagare fuori la nostra rabbia. Si sa, tutti ne abbiamo tanta. GRAN DISCO.

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Recensione scritta per INDIE FOR BUNNIES
ETICHETTA: Shinseiki
GENERE: Grunge, crossover

TRACKLIST:
1. Prigione
2. Oro
3. Giustizia
4. Io Nessuno
5. Soldi
6. Scrivilo
7. Fottuta Politica
8. Videoverità
9. Inutile
10. Nuvola

Ascoltando i Minio Indelebile si riaprono le porte del mio, e forse anche del vostro, passato. Diciamo che per buona parte delle persone che hanno già compiuto i 20 anni adesso ma sono nate tra l’80 e il 94 è impossibile essere cresciuti senza passare per le tappe del grunge, del rock italiano anni ’90 e poi del crossover/nu-metal (chiamatelo come volete). E’ altrettanto naturale e palese che una band che si propone nel 2010 a rimescolare tutti questi ingredienti crea una duplice impressione: assenza di fantasia, incredibile capacità di rievocare nostalgia. I bei tempi passati di quando ancora si inventava qualcosa, che vengono rimembrati da questo tipo di dischi, perché comunque il loro unico scopo è quello di un revival, o di un tributo più o meno sincero. Se poi consideriamo che sono attivi da inizio anni ’90 e quindi quegli anni li hanno vissuti in maniera veramente coinvolta e radicale, allora capiamo da dove viene questa verve comunicativa che è una attitude aggressiva di imprescindibile valenza nineties.
Persecuzioni critiche a parte, i Minio Indelebile vengono da Brescia, una zona geograficamente esclusa da questo tipo di contaminazioni musicali, con una scena focalizzata verso altri orizzonti: per questo già il merito di perseguire un obiettivo del genere in una Terra dove molti locali sono in mano a mafiette alternative locali, significa andare controcorrente. Farlo, inoltre, con la capacità compositiva e una smaccata tendenza a personalizzare il prodotto come fanno loro, è altresì il modo migliore di lasciare il proprio biglietto da visita. Ci sono brani che, complice anche qualche sassata aforistica all’interno dei testi che li rende piccanti al punto giusto (e ben vengano i testi in italiano, con le doverose impennate politico-sociali che non guastano mai seppur nel loro qualunquismo a cui siamo abituati da tempo), come “Prigione”, “Scrivilo” e “Videoverità”, si potrebbero benissimo definire post-soundgardeniane, per la presenza di elementi melodici che senz’altro fanno capo più ai periodi più commerciali del panorama di Seattle.
In realtà i riferimenti materiali (e certificati) della band sono i soliti: Nirvana, Soundgarden, Rage Against The Machine, probabilmente anche il panorama più recente capeggiato da Korn e System Of A Down (ma sono a livello di anima, perché a livello di sound c’è tutt’altro), e poi giù indietro di nuovo a Pearl Jam, Alice In Chains e qualche capatina nella discografia dei primi validi Jane’s Addiction. E allora, perché no, anche il periodo funk dei Red Hot Chili Peppers degli eighties.
E’ naturale che esibire questa sequenza infinita di band può far pensare ad un album vuoto, ma quello che in realtà possiamo notare è la sua essenza encomiastica, quasi fosse un panegirico della loro cultura musicale, componimento efficace nel dimostrare e chiarificare tutta la loro formazione musicale.
Le chitarre, il basso, i giri di voce, i passaggi di batteria: tutto quadra in senso grunge/crossover; è un rock tagliente, viscerale, con i suoi accenni di banalità recrudescente, certo, ma senza evitare mai di uscire dal vicolo cieco dell’assenza di originalità con qualche trovata interessante concentrata soprattutto sui refrain e gli stacchi di chitarra.
Tecnicamente la band non risulta infallibile, ma non sfigura in un songwriting maturo in cui emergono anche un ottimo affiatamento tra i componenti e la giusta scelta dei suoni. Giusta per il genere proposto, perché si poteva senz’altro aggiustare qualche dettaglio sulle dinamiche e l’intensità di alcuni passaggi. Ottimo anche il timbro vocale, che crea la giusta attenzione in certe porzioni dei cantati.
Un po’ per simpatia verso chi vuole ancora fare questo genere, un po’ perché veramente la critica soggettiva che stiamo facendo vuole che questo disco piaccia, possiamo dire che il tentativo è riuscito, però attenzione, la sincerità espressiva e la voglia di comunicare qualcosa che vada al di fuori delle logiche di mercato imposte da media, pubblico ed etichette, a volte può essere anche un’arma a doppio taglio. Per una band che già ha saputo individualizzare il genere più abusato degli ultimi due secoli, crescono le aspettative. Perlomeno le mie. Vi aspettiamo al varco.

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