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Archive for the ‘ARTISTA: Aucan’ Category

The Webzine torna, a breve distanza dalla prima volta in questo tour, a seguire gli Aucan, impegnati nella prima parte del tour di presentazione di un futuro disco ancora non collocato in una situazione ben precisa: non solo la data d’uscita è incerta, ma anche le sue caratteristiche, visto che sia nel tour sia nei social network i bresciani sono scatenati nel disseminare dettagli e anticipazioni che stanno momentaneamente lasciando un disegno vago di quel che verrà. Cosa ben più certa è invece che la resa dal vivo della loro musica è da sempre qualcosa di esplosivo e spettacolare: impianto sempre a volumi altissimi, quasi sempre ben mixati anche se con qualche imprecisione nelle venues più piccole come è il caso della storica Festintenda, set sempre strutturato in maniera da stendere l’ascoltatore. Manca questa volta, probabilmente per motivi logistici, la componente visual che, dopotutto, non era un gran valore aggiunto considerata l’esperienza di questa seconda tappa seguita. Il set non è dissimile da quello di un mese fa, cambia forse in una lieve diminuzione di brani nuovi, ma è difficile a dirsi in quanto l’effetto spaesamento di questo mash-up di vecchio e nuovo rimane come una nube galleggiante che devia i pensieri. Un po’ quello che il genere vuole produrre. Le canzoni che si possono definire, con una forzatura, i “successi” degli Aucan non mancano, vale a dire “Away”, “Sound Pressure Level” e “Storm”. Tra qualche base e invece una componente dal vivo ancora presente nonostante il graduale cambiamento di genere, il livello della performance è notevole; la precisione devastante del batterista Dassenno rimane sempre l’impressione migliore del live, garanzia di un’esecuzione marziale, ben levigata, pesante ma con misurazione. Chiaramente anche le chitarre elettriche fanno il loro gioco, riportando l’attenzione ad un sound più rock che ricorda forse i loro esordi sulle scene musicali italiane che gli hanno portato bene, dopotutto, anche all’estero.

L’apertura è affidata, come da copione in questo tour, ai bresciani Pink Holy Days, duo dalle influenze dance e techno che spinge alti i volumi con la cassa in quattro per far ballare e riscaldare un po’ l’atmosfera che poi gli Aucan contribuiscono a demolire. Prescindibili come opener ma abili nel tenere attenta la gente in un set piuttosto lungo e sostenuto.

Le prossime date del tour degli Aucan sono:
07.06 Urlo Music Festival, Castelfranco Veneto (TV)
08.06 Campania Eco Festival, Nocera Inferiore (SA)
15.06 (solo djset) Inkubo Electronic Xperience, Villa del Conte (PD)
22.06 L’Altra Razza del Rock, Assisi (PG)
06.07 Albizzate Valley Festival, Albizzate (VA)
12.07 Sherwood Festival, Padova
19.07 Magnolia, Segrate (MI)
20.07(solo djset) Suoni Indipendenti, Ruvo di Puglia (BA)
26.07 Festa della Musica, Chianciano Terme (SI)
02.08 Il Traghetto, Pescara
07.08 (solo djset) Fuck Normality Festival, Nardò (LE)
10.08 Point Open Air, Egna (BZ)
16.08 Carrararocknrolla Pollege Festival, Carrara (MS)
20.09 Plaça dels Angels, Barcellona (Spagna)
aggiornamenti qui: http://www.virusconcerti.it/blog/?page_id=527

Video live tratto da un concerto in Francia del 2012

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Il 19 Aprile all’Estragon di Bologna c’era la première del nuovo tour degli Aucan, attesissima anteprima di quello che sarà il nuovo spettacolo con cui gireranno l’Europa nel 2013. Le tag degli eventi ufficiali su Facebook parlano chiaro: #visualize (nome del tour), #basstonate, #clubcore. L’effetto bastonata, obiettivamente, si sente, così come si sentono clubcore. Molti successi di Black Rainbows, con un impianto (per una volta) settato alla perfezione, suonano da dio e nel set completo, di circa un’ora, quasi tutto collegato in una sorta di traccia unica, risultano comunque sempre fresche, nonostante le ventate di novità portate da alcune canzoni del futuro disco. L’obiettivo di questo live, lo si avverte subito, era stupire anche con l’impatto di qualcosa di inaspettato, e mai come in questo concerto ci sono riusciti: sferzate hardcore quasi terrorcore sul finale, roba da Rotterdam Records per intenderci; momenti più ballabili che ti fanno pensare ad una svolta Swedish House Mafia ma ti riportano subito alla più violenta dubstep degli ultimi anni, tra Niveau Zero e Porter Robinson, ma con quelle venature dark ultrapotenti che solo gli Aucan in Europa sanno tirare fuori in maniera così gradevole ed egualmente devastante; techno, ma più rallentata di quella tedesca; dubstep e ancora dubstep. Effettivamente il genere è cambiato solo in maniera relativa e marginale, ma si avvertono già dei linguaggi e degli orientamenti che apparterranno probabilmente al futuro dell’elettronica mondiale, come del resto si intuisce dagli ultimi lavori di molti mostri sacri dei vari generi citati. Gli Aucan non sono alieni a queste logiche evolutive ormai inarrestabili.

L’esecuzione dal vivo, specialmente a livello ritmico, è notevole. Si punta anche sull’intrattenimento scenografico ma i visuals non sono certo all’altezza dell’ottimo livello dei suoni, calibrati nella maniera giusta anche se nelle prime file i bassi sfondano la cassa toracica in maniera abbastanza improponibile. Dire che quando si ascolta un concerto del genere è giusto così, è d’obbligo. 
L’accoglienza del pubblico è molto calorosa, sicuramente più tiepida di quella rifilata ai bresciani Pink Holy Days, band vicina agli Aucan e a ciò che ruota attorno a loro, che sfoggiano un dj set techno con influenze house, ballabile ma nulla più. In ogni caso, divertenti.

La serata, anche per il suo aspetto di debutto del nuovo tour, è sicuramente ben riuscita. L’alto livello dello show proposto ha mantenuto fede alle aspettative permettendo anche di sviluppare ulteriori attese su quello che sarà il nuovo disco in studio che, a questo punto, sarà una riconferma delle capacità degli Aucan, già pienamente dimostrate dai lavori precedenti. E, come sempre, avrà più successo all’estero ma noi non ci faremo troppe domande. 

video tratto dal concerto al Magnolia

prossimi concerti
24 aprile 2013 – URBAN, Perugia
25 aprile 2013 – CIRCOLO DEGLI ARTISTI, Roma
25 maggio 2013 – HALLE 28, Bolzano 

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Otto dicembre duemiladodici. Marghera. E’ il secondo appuntamento celebrativo della celebre etichetta indipendente italiana La Tempesta Dischi di Enrico Molteni a tenersi al CSO Rivolta e, come l’altra volta, le presenze sono state tante.
Interessante il cartellone, interessante la disposizione degli artisti, spalmati su quasi otto ore di musica tra dj e live set sparsi in ben tre padiglioni (Hangar, Nite Park e Sherwood Open Live). Diciamo, per dovere di cronaca, che parleremo di tutti gli artisti che si sono esibiti eccetto Iori’s Eyes e i dj set di Niveau Zero, Dente e Il Genio, non seguiti per motivi logistici.

La giornata si scalda presto con un Hangar già semipieno e la musica tribal-techno degli Hardcore Tamburo, nuova reincarnazione dei Sick Tamburo, che scaldano l’ambiente con ritmiche sospese tra tribale, techno e dance, inserendo anche qualche traccia (come “La Canzone del Rumore”) del repertorio dei Sick. Assolutamente divertenti, particolare l’idea anche scenica dei bidoni di latta che, insieme al tradizionale passamontagna, dona al progetto un approccio più carismatico e originale.
Umberto Maria Giardini, con la sua nuova reincarnazione (dopo Moltheni, Pineda e le innumerevoli collaborazioni), presenta un po’ dei nuovi brani, tranquilli ma con un’evoluzione tipicamente post-rock: parti melodiche particolarmente dilatate che sfociano in finali brutali, qui impreziositi comunque da dei testi molto interessanti (cosa che non accade molto spesso su questi generi).
Un set qualitativamente ottimo, forse poco coinvolgente se posizionato a questo punto della serata.
Il Pan del Diavolo con il loro divertentissimo folk (o alternative folk? come lo vogliamo chiamare?)  sono ormai un’istituzione della musica italiana e già l’accoglienza è più calorosa rispetto alle band precedenti. Il set fila liscio tra i loro principali successi con particolare attenzione agli estratti dall’ultimo lavoro Piombo Polvere e Carbone (la migliore tra queste “Scimmia Urlatore”). Un set dove, per la prima volta nella serata, si può anche saltare (soprattutto con “Pertanto”). Buon lancio per Appino, salto nel nite park uscendo nella parte aperta del Rivolta a sorbirsi un po’ di ghiaccio post-nevicata siberiana e si scopre che il frontman degli Zen Circus sta suonando la prima canzone chitarra e voce, con un sound che ricorda immediatamente le canzoni più tranquille del Circo Zen. Ma dal secondo brano si scopre la formazione che lo accompagnerà nel nuovo disco e nel tour nel corso del 2013, ovvero Giulio Favero e Franz Valente del Teatro degli Orrori. La band si trasfigura completamente in qualcosa di molto più ruvido, con tanto di parti in screaming accennato, tra grunge, post-punk, alternative rock. In questo breve set trova spazio Radio Friendly Unit Shifter dei Nirvana, in finale di set, veramente potentissima. Una piacevolissima sorpresa.
Finito il set di Appino è già l’ora dei Tre Allegri Ragazzi Morti, la band di punta di questo roster, che orienta, per forza di cose, le mode nell’etichetta. Il nuovo disco che uscirà a giorni, Nel Giardino dei Fantasmi, viene presentato con sei tracce, “sei fantasmi”, primi accenni di un lavoro che sembra già molto interessante, riprendendo sempre quel groove reggae che li aveva visti rinnovare dopo così tanto tempo, ma con delle evoluzioni un po’ diverse, che si avrà certo modo di esplorare seguendo il prossimo tour dedicato. Tra i brani recenti (da Primitivi del Futuro) eseguiti i due singoli “La Faccia della Luna” e, in apertura, “Puoi Dirlo a Tutti”, una delle più apprezzate nel pubblico di tutta la setlist. Nel finale, invece, salto indietro nel tempo con “Il Mondo Prima”, “Il Principe in Bicicletta” e “Occhi Bassi”, anche se quest’ultima non è proprio la conclusione perfetta per un live così. La band, proprio come tutte quelle precedenti, ha suonato molto bene, si è contraddistinto anche Toffolo per una voce più intonata della media mentre il sound stranamente ottimale dell’Hangar ha fatto il resto.
Finiscono i pordenonesi e scatta il delirio al Nite Park. I Ninos du Brasil sparano i bassi talmente alti che non si riesce a sentire niente, lo stabile si trasforma in una sorta di rave gigante, forse complice l’acustica terribile che in questo istante più che far sentire il concerto erutta frequenze basse a profusione. La band in realtà è più tranquilla, ballabile, e tutto sommato originale, fondendo dance, techno e musica brasiliana in una miscela che in Italia senz’altro non s’era sentita prima. Divertenti, ma penalizzati dall’acustica. Sul palco principale è ora dei Mellow Mood, con i fari puntati contro ormai da qualche mese grazie ad una presenza sul territorio nordestino notevole, con veramente decine e decine di concerti all’anno che li hanno portati sostanzialmente dovunque. Reggae, reggaeton e accenni ska, un genere che, come si sa, va molto in queste zone e infatti il set è molto gradito. Il complesso, inoltre, tecnicamente se la cava molto bene e tiene alto l’onore del genere con una scelta dei suoni senz’altro azzeccata.
Saltati gli Iori’s Eyes che non siamo riusciti sfortunatamente a seguire, è l’ora degli headliner, il Teatro degli Orrori, il cui set stasera brilla per una potenza inaudita causata soprattutto da un mixing veramente perfetto ad opera del fonico. Solitamente, questa band nei concerti non si ricorda certo per la pulizia dei suoni e la precisione sul palco ma in questa serata l’equilibrio di tutti gli strumenti era tale da schiarire un po’ tutto, spingendo ulteriormente un sound già infernale e evidenziando una bravura tecnica sicuramente accresciuta da Dell’Impero Delle Tenebre a oggi. Un set veramente caldo, con estratti da ogni disco che sono stati, in ordine sparso, tra gli altri, “Non Vedo l’Ora”, “Io Cerco Te”, “Skopje”, “La Canzone di Tom”, “Due”, “E’ Colpa Mia”, “A Sangue Freddo” e “Padre Nostro”. Coinvolgente il frontman Pierpaolo Capovilla come sempre, devastante Franz alla batteria. Il set si è concluso con un paio di minuti strumentali che Favero presenta come “la parte finale di Lezione di Musica, suonata di solito a fine concerto, un pezzo che si chiama Tempesta”.
Parte in questo momento al Nite Park il Dj/Vj set degli Aucan che i bresciani stanno portando in giro ultimamente. Immagini e sound da trip, è techno delle più distruttive, dritta, senza mai decollare mai, martellando lentamente dentro le orecchie dell’ascoltatore. Un’ora di set veramente diretta e che annulla definitivamente i timpani degli astanti, già provati da TDO e Ninos du Brasil.

Una nota di colore da citare è rappresentata dall’utilizzo anche di espedienti pubblicitari e di partecipazione diversi. L’hashtag #tempestarivolta ha permesso di seguire i tweet dei presenti (o di chi non ha potuto partecipare) da uno schermo nell’area espositiva, mentre ai primi mille ingressi è stato regalato un particolare nuovo fumetto di Davide Toffolo intitolato I Cacciatori.

L’evento, in sostanza, ha dimostrato quanto sia in termini di pubblico sia in importanza e qualità della musica questa etichetta pordenonese sia ormai l’unico punto di riferimento per la parte più mainstream della nostra produzione indipendente nazionale, iniziando anche a travalicare i confini con l’esperienza della Tempesta International. Eventi come questo sono imperdibili, quindi, dopo Ferrara 2010 e Marghera 2011, è una promessa, ne recensiremo anche altri.

*video di vari utenti presi da YouTube

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E’ stato davvero “un giorno del tutto differente” quello del 3 luglio a Ferrara? In occasione della celebre manifestazione Ferrara Sotto Le Stelle, al suo primo appuntamento all’aperto dell’edizione duemilaundici, una scaletta d’eccezione, che il sottoscritto quasi legge come una scelta artistica di Alberto Ferrari dei Verdena, band che oltre ad essere headliner ha avuto a che fare alla produzione o come ospite con tutte le formazioni nostrane che si sono esibite: Spread, Sakee Sed, Aucan, Jennifer Gentle e Iosonouncane.
Questo report riguarda però i tre “big”, sul gran palco: Aucan, Dinosaur Jr. e Verdena.

L’elettronica spesso definita math rock degli Aucan apre la serata. Ritmi lenti e quadrati, sintetizzatori e chitarre ipereffettate, sfondano la porta aperta dell’electro rock sempre più di moda, che complici i volumi alti di piccoli locali e grandi festival ha già consacrato gli Aucan a miracolo del genere, almeno in Italia. Basta controllare le centinaia di date che stanno facendo un po’ ovunque, suonando quasi ogni sera.
Coinvolgimento assicurato, seppur manchino ancora di carisma e forse sarebbe opportuno qualche cambio di tempo in più per incentivare la digestione live.

I Dinosaur Jr., invece, sono i più attesi, forse più dei bergamaschi. Mascis e il suo muro di amplificatori spara subito fuori una potenza sonora enorme, che per altro si amalgama male dentro Piazza Castello, celebre per avere un’acustica buona ma certamente non eccezionale. La riproposizione dell’intero “Bug” fila liscia, coronata dalla cover finale dei Cure nell’encore richiesto a gran voce, scatenando anche un decente pogo, che terminerà dall’inizio del (relativamente) calmo set dei Verdena che invece sarà accompagnato da una certa tranquillità del pubblico.
Dopo un’oretta la gran classe degli storici dinosauri lasciano quindi spazio ai beniamini di casa, i Verdena, che con un’ora e venticinque minuti a disposizione si propongono di portare all’attenzione del buon numero di presenti, nuovamente, Wow!, che ormai ha già girato l’Italia in lungo e in largo con un’estenuante tour che non intende cessare. Molti i pezzi da qui estratti, sui quali spiccano per resa live e coinvolgimento “E’ Solo Lunedì”, “Lui Gareggia”, “Loniterp” e “Miglioramento”; belle le versioni accelerate di “Razzi Arpia Inferno e Fiamme” e “Canzone Ostinata” (in realtà quasi tutto il live è stato svolto in maniera molto veloce), mentre invece non si rivela particolarmente vincente la scelta di iniziare il concerto con la combo di “Sorriso in Spiaggia”, molto meglio nel finale come a inizio tournée. Molti anche i brani di Requiem, tra cui ovviamente “Muori Delay”, una versione molto accorata di “Angie” e la grandissima “Don Callisto”. Serviva forse la presenza di “Non Prendere l’Acme, Eugenio” per terminare la sequenza, ma hanno preferito puntare sul banale salto indietro di “Logorrea” e “Valvonauta”, ormai troppo prevedibili in scaletta.

La setlist è stata forse il punto debole di un live in cui precisione, calore e potenza sono state le tre parole d’ordine. Il pubblico sicuramente coinvolto nel cantare ma abbastanza moscio per il resto, si dimostra comunque complice di un gradimento quasi totale delle canzoni suonate. Nota di colore: mezza batteria di Luca crolla durante l’esecuzione di “Nuova Luce”, ma la performance non si arresta.

A fine serata cosa si può dire: la direzione artistica di Ferrara Sotto Le Stelle , nonostante una flessione verso il basso negli ultimi due anni, è comunque sempre all’altezza delle aspettative, combattendo contro i tagli dei fondi che ovviamente continuano a devastare festival di questo tipo in tutto il paese. La serata ha avuto senz’altro successo, complice anche un clima leggermente fresco e la presenza non esagerata di persone, che non hanno quindi innalzato la tipica cappa d’afa che si crea durante l’estate nei live sovraffollati dei grandi festival.
Se questa settimana passate per Ferrara, ricordatevi di Ferrara Sotto Le Stelle: The National e Pj Harvey imperdibili.


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ETICHETTA: La Tempesta Dischi
GENERE: Electro-pop, electro-rock

TRACKLIST:
1. Blurred (ft. Angela Kinczly)
2. Heartless
3. Red Minoga
4. Sound Pressure Level
5. Storm
6. Embarque
7. Save Yourself
8. Underwater Music
9. In A Land
10. Away!
11. Black Rainbow

Ecco una band elettronica come si deve. In Italia, nonostante il suo respiro volutamente internazionale (o semplicemente europeo), furoreggiano da un po’ di tempo con estenuanti tournée e alcune importanti aperture a big di grande livello, vedasi Placebo, tra gli altri, attraendo un sempre crescente numero di fans che aspettava questo Black Rainbow al varco per appurare se effettivamente di questi Aucan ci si può davvero fidare.
Ora che anche noi di The Webzine l’abbiamo letto, i dubbi devono, necessariamente, essere scomparsi. Scherzi a parte, questo disco è davvero qualcosa di essenziale per capire fino a che punto la ricerca di un’elettronica che sia contemporaneamente pop e sperimentale (almeno che non sappia di già sentito) in Italia si possa spingere: non troppo in là, senza abbattere nessuna frontiera, però unendo con saggezza e intrepida consapevolezza creativa i mille orizzonti già raggiunti dal genere oltremanica ed oltreoceano (anche al di là dei Balcani e poi degli Urali) in una nuova miscela che da noi è senz’altro inedita.
Ce lo fa capire fin da subito “Heartless”, con quel suo universo un po’ indie che soffoca la batteria per non rendere il brano troppo dance, eppure profondamente legato ad antenati di un synth-pop che ha messo radici negli anni ’90. Ma nel disco c’è molto altro: witch house, synth-pop anni ’80, new wave, soft dance, dubstep; definizioni a ruota libera che non significano niente, se non ascoltate la dolcezza quasi trip-hop di “Storm” o quella puramente witch di “In A Land”, brano bipolare che si fonda su di un noise molto lento nell’evoluzione della struttura della canzone stessa. E una sorta di spirito dark-decadente aleggia in tutto il disco, quasi se ci fosse un motivo per gioire della caduta dell’elettronica popolare, con noi rimasti soli ad ascoltare gli Aucan che vi fanno ballare però senza godere troppo, un po’ gaudenti ma sempre con i dovuti legacci che ci costringono ad evitare il decollo.
I momenti più esplosivi non si fanno attendere, sobbalzando quasi in preda ad attacchi nevrastenici che durano, quasi sempre, troppo poco (“Red Minoga”) per turbare la sensibilità emotivo-onirica che si crea nelle atmosfere sintetizzate di brani come “Away!”, con quel senso quasi di “allarme” che contribuiscono a creare certi sentori di apnea, semplice amnesia o, addirittura, atarassia. Difficile mandare giù il boccone, forse per l’esagerata congestione di diversi punti di fuga sui quali far convergere l’udito e per questo non consigliati ai fan della minimale o dell’electro-pop sporco di indie di troppo successo. Non solo tonalità scure e un senso di buio (la title-track ma anche “Underwater Music”, esperimento di sommersione sonora affidato al protagonismo poco intelligibile del theremin), ma anche di dispersione, forse perché si vuole alzare il target o semplicemente partire per la tangente senza lasciare punti di riferimento.
Una nota alquanto dolente è quella delle voci, leggermente sotto il livello medio del disco, a metà tra hip-hop di scarsa fattura ed elettronica statunitense, che necessiterebbe di un tocco di classe à-la-Massive Attack per far eliminare i dubbi. A questo penserà, parzialmente, il megaospite Angela Kinczly, in “Blurred”, traccia d’apertura, che rende questo gioiellino del trip-hop una dorata e preziosissima perla che si ricorderà, probabilmente, a molti anni da qui. Sempre che questo disco non finisca dimenticato per quella sua attitudine “sfuggevole” di cui sopra.

Riassumiamo con una formula molto veloce? Personali, autoreferenziali, prodotti benissimo, originali ma un pochino “criptici”, tutto fuorché italiani. Questo sono gli Aucan e non potremo chiedere altro nel duemilaundici-digitale.

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