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Archive for the ‘GENERE: Folk Rock’ Category

Recensione a cura di Cristina Commedini

ETICHETTA: Nessuna (autoproduz.)

copertina (1)

TRACKLIST:
1 Agenzia delle entrate
2 Marlene
3 Buoni propositi (per l’anno nuovo)
4 Don Bastiano
5 Radiosi saluti da Fukushima
6 Linda
7 Centerbe
8 7 titoli

Sul finire del 2014 arriva un disco che fa bene alla musica emergente italiana. Gli artefici sono I PICARI, band umbra che il 29 Novembre 2014 pubblica questo interessantissimo album dal titolo “Radiosi saluti da Fukushima”. Un disco che non vuole sconvolgere nessuno o colpire obbligatoriamente con effetti speciali. No, qui non sentirete nulla di straordinario e credeteci per una volta questo non è per niente un male, anzi. Un disco sincero, onesto, come non se ne sentivano da tanto tempo. Testi comprensibili e mai banali, atmosfere folk-rock e storie in cui tutti si possono rispecchiare. Sono questi gli ingredienti che fanno di questo debutto, un disco degno di nota e da consigliare. Attendiamo quindi fiduciosi gli sviluppi di questa nuova band andandoli a vedere dal vivo alla prima occasione (fatelo anche voi dopo aver ascoltato il disco) e fiduciosi di un secondo disco all’altezza delle premesse.

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Primo numero di microreviews. Per qualche giorno pubblicheremo corte recensioni di nuovi dischi, tutte scritte da Emanuele Brizzante.
Buona lettura.

TONY LA MUERTE – DIMONIOCOLOMBO
Black Nutria Label
Folk

Tony La Muerte è un progetto singolare, anche in senso letterale (è una one-man band). Dimoniocolombo è pregno di quel folk rock dalla carica rivoluzionaria tipicamente punk di band come i Gogol Bordello o gli Ska-P; è un allucinante viaggio nella musica fatta per divertire e divertirsi, completo e sgraziato a causa di tutte quelle pazze ballad schitarrate e piene di incazzatura molesta che hanno reso grandi altri, e che renderanno grande anche lui. “Tramontana” e “John”, brevi e schizofreniche, disegnano il ritmo del disco. L’atmosfera la dà invece “Ho Finito il Sudoku”, sulla quale spicca anche la qualità tecnica del musicista.
Fari puntati su questo progetto.

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ETICHETTA: 42
GENERE: Post-punk

TRACKLIST:
1. Bestie
2. Fango
3. Quando Arriva la Bomba
4. Da Solo Non Basti
5. Cambio la Faccia
6. Lendra
7. Tacchi Alti
8. Adesso Mi Alzo
9. Occhi Bianchi
10. Nel Centro del Mondo

I ventenni pisani più in voga dell’ultimo periodo, ora sotto l’ala dell’ottima etichetta romana 42 Records, fanno, con questo nuovo lavoro intitolato “Bestie”, il vero salto di qualità. Strumentalmente, è un passo in avanti, lungo le strade semplici ma, nel loro caso, intrise di una certa vena personale, del folk rock sporco di new wave e post-punk, e testualmente, con il passaggio alla lingua italiana che senz’altro gioverà al progetto tutto, non solo a livello discografico. Digerire la lingua inglese, in Italia, non è facile, del resto, per un popolo ancora fortemente analfabeta dal punto di vista anglofono.
“Bestie” è più diretto, più melodico, più raffinato e suonato meglio di quello prima, è di un livello senz’altro superiore, colpevole solo di una divisione troppo netta tra le ballate più folk e la new wave sguinzagliata teneramente come un’arma da pista da ballo. La cesura è comunque superata agevolmente dalla grazia con cui in entrambi gli ambiti i due Francesco, Simone e Alice si muovono, dalla splendida “Quando Arriva la Bomba” e le sue aperture da stadio, la perfetta e poetica “Occhi Bianchi”, e “Lendra”, la più joydivisioniana del lotto (ben accompagnata, in questo senso, dalla title-track e “Adesso Mi Alzo”), che vista la diffusione smisurata di un certo tipo di post-punk anni 80, tornato in voga ormai da un decennio, non mancherà di scatenare i fighetti dei dj set indie rock più modaioli.

E’ la fisicità la parte più evidente, mentre la distensione quasi cantautorale di certi cedimenti folk più che completare il disco mette sul tavolo nuovi terreni che andrebbero esplorati più a fondo con un EP acustico, o qualcosa del genere. Le due anime, comunque, ci mostrano una band che, nonostante la giovane età, compone e suona meglio di molte persone di due decenni più vecchie, portando in giro per l’Italia il cuore e la potenza che solo un vero musicista sa convogliare nella sua musica. Pronti a fare il salto, senza dubbio.

TOUR:
04.10 CIRCOLO DEGLI ARTISTI, Roma
06.10 INTERNET FESTIVAL, Pisa
12.10 COVO, Bologna
13.10 BLAH BLAH, Torino
19.10 TAMBOURINE, Seregno (MB)
26.10 LIO BAR, Brescia
03.11 KAREMASKI, Arezzo
01.12 SONAR, Colle Val d’Elsa (SI)

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ETICHETTA: Infecta Suoni&Affini, Venus Dischi, Face Like a Frog Records
GENERE: Indie rock, new wave, alternative rock

TRACKLIST:
1. Helsinki
2. Non Preoccuparti Bambina
3. Vendere i Soldi
4. La Provincia (con Andrea Appino)
5. Dettagli
6. L’Individualismo vi Farà Morire Soli (con Matteo Dainese e Ceskova Midori)
7. Il Figlio Gaio!
8. Padre la Smetta
9. Una Lega di Matti
10. I Pezzi di Merda Non Muoiono Mai
11. Mente Animale

Si potrebbe recensire questo disco citando qualche frase a caso, per comunicare il mood generale. Lo faremo:
E’ lui (il tuo vecchio, ndr) che ti ha detto che tutto sommato è solo una questione di testa. 
Sento di avere qualcosa di rotto in me, mi si son rotte le palle. 
Ed è il più furbo è chi ne sa approfittare e ti consiglia pure di fare uguale.
Tu guardi Helsinki con gli occhi di chi ha gli occhi stanchi di stare qui


L’individualismo-o-o vi farà morire soli
, che è anche il titolo di una delle canzoni più catchy del disco, introduce uno degli argomenti portanti del disco: la stanchezza disillusa di questi giovani ragazzi, i Nu Bohemien, verso l’italiano medio, verso quell’ipocrita egoista che non conosce sentimenti di morale comune, di vero patriottismo equo e altruista, di legalità o perlomeno di coerenza personale. Solidi e chiari i messaggi convogliati, la disgrazia delle nuove generazioni con solo un pezzo di carta igienica come laurea, metafora abusatissima ma in momenti di lucidità come quelli dell’intero spettacolare La Consuetudine del Sentito Dire sempre buona a far capire il pensiero di fondo. Ce n’è per tutti, dal Vaticano ai luoghi comuni di una società sempre più in affanno per il senso di perdita dell’identità nazionale o semplicemente di una società troppo tradizionalista (impeccabile in questo senso la logorrea velatamente politicizzata di “Una Lega di Matti”). La qualità dei testi è mediocre, con espressioni talvolta ridondanti seppur dolcemente macabre, ma l’acerbità è presto ricambiata da un sentimento post-cantautorale tipicamente folk che ricorda molto gli artisti di strada oppure i trovatori, vogliosi di raccontare storie al popolo come veri menestrelli dell’ogni giorno. Una tenuta da buskers, gonfia di chitarre acustiche e ritmi danzerecci, che gli fa certo onore.

Chi se la prende sempre in culo sono gli operai, dicono qui, loro che forse, come tanti giovani italiani, in fabbrica non ci sono andati e non ci andranno mai, ma è facile capire perché questo disco può trovare successo: si infila in una sequenza di dischi socialmente impegnati che dopo aver iniziato a stufare tempo fa sono tornati in voga tra folk rock e cantautorato, dapprima con una nuova linfa, poi con cliché che si sono riverberati fino a qui, fino a questi Nu Bohemién che pur ripetendo gli stessi schemi riescono a rompere la banalità quasi triviale di una scena stagnante. La stessa scena che dopo gli Zen Circus (anch’essi peggiorati ultimamente), il cui Andrea Appino è presente in questo disco alla sei corde, aveva perso la sua carica narrativa di una quotidianità che era stata ormai troppo sviscerata da quell’ironica opacità che li contraddistingueva per permettere nuove imitazioni.
Razionalmente non diremo che è un capolavoro, ma la musica è anche cuore ed energia. Istintivamente è emerso un vero impulso ferino, animale, selvaggio, nell’ascoltare questo disco, quasi un sentimento riottoso di prepotenza ribelle, come a dire “hanno ragione, scendiamo in piazza e spacchiamo la faccia a tutti”. Ma la terribile realtà è che l’errore nostro di italiani sta proprio lì, nel lamentarci sempre, in maniera poco costruttiva, talvolta abbassando troppo i toni fino ai livelli infimi di certa volgare musica di protesta. I Nu Bohemién, fortunatamente, non appartengono a questa categoria, ed è per questo che li apprezziamo.

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ETICHETTA: Outside Inside Records, Wild Honey Records
GENERE: Garage, folk

TRACKLIST:
1. Behind the Trees
2. You Are The Reason for My Troubles
3. In The Meanwhile
4. Rain Is Digging My Grave
5. Don’t Talk To Me
6. You Don’t Give a Shit About Me
7. Yesterday is Dead and Gone
8. Feet in the Hole
9. Long and Lonesome Day
10. Ghost Story

Dove la melodia dello storico folk e rock americano (Bob Dylan, Bob Seger e la sua Silver Bullet Band) incontra i the Kinks e trasforma questo miscuglio in un country dal sapore garage e con forti inserimenti blues, nascono i Mojomatics, duo veneziano attivo da anni con numerosissime uscite discografiche qualitativamente molto buone (svariati EP e tre full length). Dentro You Are The Reason of My Troubles c’è tutta la cultura del jingle da cantare, del coro da stadio e del fraseggio facile da ricordare, esportata in questo mondo fatto di linee vocali e di chitarra pesantemente orecchiabili, non disdegnando neppure qualche stomp blues da saltare con tutta la forza che si ha in corpo, come la splendida “Feet in the Hole”. Sixties e seventies tornano alla ribalta con questa band dal sapore vintage, che si ripopola brano dopo brano di elementi dell’immaginario collettivo di quegli anni, dai Beach Boys ai Beatles, dai Byrds agli America. Il gusto per la semplicità dà corpo a brani veramente molto coinvolgenti, da subire in maniera piuttosto fisica sul piano live (“Her Song”), ma anche a ballad più sdolcinate e dotate di una vena malinconica à-la Crosby & Nash (“You Don’t Give A Shit About Me”).
La tendenza generale dell’album è quella di suscitare allegria, di creare l’atmosfera più adatta a divertirsi sotto il palco. Si danza, si canta e si riflette poco, l’importanza dei testi è marginale mentre sono chitarre e ritmiche a farla da padrona.
I Mojomatics non sono e non saranno mai la next big thing  ma con questa quarta uscita si confermano alfieri di questa scena garage rock che se non ha conosciuto un vero revival nei decenni scorsi lo sta senz’altro conoscendo negli ultimi tre. Le band di qualità, però, scarseggiano e a fare da contraltare a questa carenza c’è la sincerità e la genuinità di questi due veneti, che in giro per l’Italia stanno confermando quanto delle buone radici salde nel mondo del folk e del blues d’oltreoceano possano servire anche a creare dischi dove l’anima conta molto più della tecnica e dell’originalità. Ottimo lavoro.

TOUR 2012:
30.03 – AMIGDALA THEATRE, Trezzo sull’Adda (MI)
31.03 – INTERZONA, Verona
05.04 – BACK TO BEAT WEEKENDER AT JACOBS, Bergen (NORVEGIA)
06.04 – SPAZIO 211, Torino
07.04 – SONAR, Siena
12.04 – SURFER JOE’S DINER, Livorno
13.04 – CSO RIVOLTA, Marghera (VE)
20.04 – TIPOGRAFIA, Pescara
21.04 – KAREMASKI, Arezzo
27.04 – LOCOMOTIV, Bologna
28.04 – MAGNOLIA, Segrate (MI)
01.05 – HANDMADE FESTIVAL, Guastalla (RE)
05.05 – LOCANDA ATLANTIDE, Roma
18.05 – HONKY TONKY, Seregno (MB)
19.05 – APARTAMENTO HOFFMAN, Conegliano Veneto (TV)
24.05 – HANCOCK INTERNO 24, Cagliari
08.06 – SOUND VITO, Legnago (VR)
09.06  – VINILE 45, Brescia
21.06 – BACKGROUND NOISE FESTIVAL, Mestre (VE)
22.06 – WHITE TRASH, Berlino (Germania)

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ETICHETTA: Autonomix, Venus
GENERE: Folk rock, indie rock

TRACKLIST:
1. Ritratto Deforme
2. Pick Up
3. Frutti Tropicali
4. L’Attesa
5. Terra dei Pomodori
6. La Danza di Dioniso
7. Obiettivo Sensibile
8. Madri de Placa de Majo
9. Al Conero
10. Tina
11. Tornerai
12. Serenata Alla Notte
13. Melodia
14. Dietro la Tenda

Obiettivo Sensibile è senz’altro la “boccata di energia” che i Gasparazzo indicavano nella descrizione per la stampa. Iconograficamente pieno di riferimenti (dalla plaça de Mayo di Buenos Aires a Tina Modotti, attrice e fotografa socialista italiana morta in Messico in circostanze sospette), è un ensemble naturalmente denso di concetti e forze fisiche che interagiscono per formare una rete complessa di significanti e significati. Il folk rock rappreso in inquantificabili riferimenti pop, che sono la giusta mazzata al prevedibile, caratteristica sicuramente lontana dall’essere connaturata in questo disco.
Si aprono gli sportelli e si scorgono subito, dal primo colpo che raggiunge vista e udito, “Serenata” e “Pick Up” , i due episodi più veementi e rumorosi, dove la grinta che veleggia fiera dalle parti del rock più spinto serpeggia con delle chitarre iperdistorte e un messaggio di rabbia che sarà controbilanciato lungo tutto il disco dalla più completa promiscuità di elementi malinconici, dolci e sofferti (la title-track, “Dietro La Tenda”), mentre dall’altro lato è la collera sterile e cupa di “Serenata Alla Notte” a evidenziare l’ambiguità dell’anima di una band matura e versatile, per questo anche capace di stupire con del materiale fresco, fuori dalla forsennata banalità che molti lavori di scarso valore obbligano ad accostare ai termini “indie” e “folk” (qui invece esaltati e perfezionati all’ennesima potenza). Dino Olivieri, nel 1937, scrisse “Tornerai”, tenebrosamente rivisitata in un’intensa ballad elettronica dal gusto noir e vintage.

Obiettivo Sensibile è un cerchio chiuso, una figura perfetta. Lo ricorderemo per una compattezza sicuramente degna di nota, mentre tanto folk va alla deriva in insensibili contenitori da classifica. L’orecchiabilità di questo disco, ridotta al minimo indispensabile, fa da base per visualizzare più luminosamente il background della band, riempito dalle più diverse influenze che, però, non compaiono in maniera troppo palese. Omogeneo, ecco la parola giusta. Molti, si spera, lo ameranno. Per gli altri, un’esortazione a digerirlo (e comprenderlo) meglio.

DATE DEL TOUR:
11.02 LAB AQ16, Reggio Emilia
12.02 CHINASKI, Sermide (MN)
30.03 DEJA VU, Teramo
31.03 ROYAL GREEN, Campobasso

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ETICHETTA: Macaco Records
GENERE: Folk rock

TRACKLIST:
1. Les Couleurs De La Vie
2. Souvenirs
3. Monument Aux Déserteurs
4. Draw On My Eyes
5. La Montagne Noire
6. Directions
7. Les Démons Du Passé
8. Tango de Guerre

I Grimoon sono una formazione quantomeno interessante; italo-francesi, hanno già preso la strada dei tour internazionali, girovagando per gli USA, dove hanno registrato insieme a Pall Jenkins dei Black Heart Procession, mentre la produzione a casa gliela cura per la terza volta Giovanni Ferrario. Ospiti l’immancabile Enrico Gabrielli, lo special guest più richiesto dell’ultimo decennio, e un pezzo dei Manuok dietro le pelli (Scott Mercado).
Per immergersi nel loro folk che prende dalle loro esperienze extraitaliane tutta la sua forza e la sua comunicatività, una sorta di vintage rock bucolico che attinge tanto dal blues quanto dal dark tanto in voga nei saloni club della hipsteria de noartri, bisogna ripetere più volte l’ascolto. Fondere tutto ciò in qualcosa di compresso e comprensibile a tutti è difficile, e senz’altro ridurne le innumerevoli influenze all’osso risulta anche un’esercizio di stile inevitabile in queste situazioni. Ecco perché Le Deserteur, esperimento bilingue dai forti approdi anni sessanta, risulta irrecivibile per alcuni dei contenitori più inamovibili del settore indie italiano. Toni quasi da mitologia (l’atmosferica e tiepida ballad prog ’70 “La Montagne Noire”, tra PFM e Balletto di Bronzo) si scontrano con l’elemento danzabile (“Tango de Guerre” e “Souvenirs”, quest’ultima vera icona del disco, con il suo linguaggio popolare e semplice, un gusto per la poesia che se fosse da loro manipolata sembrerebbe una pastorella.

Per tutte le tracce del disco, la band a cavallo tra Rennes e Venezia sta in sospensione tra i toni allegri e dolciastri di un’acustica onnipresente (senza risultare né pesante né ridondante) e quelli più amari da vecchia cantata di troviere (“Les Couleurs De La Vie”), il tutto tamponato da un impalpabile gusto rock che trova in una produzione pulita e in un sound deciso e levigato la sua scorta vitaminica essenziale a riprodursi nella mente dell’ascoltatore senza stancare.
Disco senza fronzoli, schietto e delicato. Forse il loro lavoro più completo.

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