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Archive for the ‘TIPO: intervista’ Category

Carissimi Push Button Gently, benvenuti! The Webzine continua la sua serie di “pleasant talks” (piacevoli conversazioni) intervistando anche voi. Raccontateci un po’, come parte la vostra avventura?
Abbiamo cominciato nel 2006; Io (Giulio) e Nicolo’ ci trovavamo nella nostra saletta e giocavamo con qualsiasi strumento ci capitasse sottomano. Da li abbiamo continuato a trovarci e registrare canzoni, idee, rumori, e con il tempo e’ nata l’idea di cominciare a suonare anche dal vivo, di formare una vera e propria band.

Sono diverse le uscite discografiche che risultano dal vostro Bandcamp. Che tipo di evoluzione sonora vi ha portato dall’esordio alla pubblicazione di URU EP?
Fin dall’inizio abbiamo sempre dato molta importanza all’aspetto di improvvisazione, di spontaneita’ della musica, quindi la musica e’ cambiata molto col passare del tempo, col cambiare degli strumenti usati e soprattutto dei membri del gruppo. URU Ep per noi e’ un lavoro di transizione, ci stiamo staccando dalle composizioni del passato ( con A.DePoi alla batteria e L.Monti al basso, da due anni sostituiti da Natale De Leo e Francesco Ruggiero) e ora abbiamo trovato un nuovo equilibrio, che ci permette di sperimentare e osare di piu.

“Kinnonai” è il titolo di un vostro pezzo recente. Un termine che da una ricerca Google non dà altri risultati se non la vostra canzone. Ci volete parlare di questo brano e di cosa significa?
E’ una parola giapponese che significa indifferenza, e la canzone parla di bellezza, di come si possa essere colpiti nel profondo da qualcosa che in realta’ e’ totalmente indifferente a noi.

Anche voi, come moltissime band, state iniziando ad usare sempre più synth ma non per una banale svolta elettronica, direi più psichedelica. Delle varie definizioni musicali che vi sono state affibbiate (indie, alternative, ecc.) qual è quella che vi sta più stretta e che non vorreste sentirvi attribuita?
Finche nessuno si fissa su una etichetta in particolare direi che siamo contenti!

Si evince dalla vostra storia discografica che avete un sacco di materiale vecchio mai pubblicato. Pensate che in futuro queste perle nascoste possano essere sfruttate in qualche modo?
Non si sa mai, ogni tanto e’ bello rispolverare qualcuno di quei vecchi esperimenti, pero’ di sicuro siamo piu interessati ad andare avanti e scoprire cose nuove, non e’ ancora il momento di fare un “best of”

Qual è il rapporto tra i Push Button Gently e i social? Pensate possano aiutare un musicista a dare diffusione alla sua musica oppure che abbiano influenzato negativamente l’andamento della scena?
Non siamo proprio innamorati dei social, ma e’ innegabile che siano un ottimo mezzo per tenersi in contatto e darsi visibilita’

Oggi per suonare ed imporsi bisogna perlopiù pagare. Booking, uffici stampa, etichette, non investono nulla (anche giustamente) e chiedono che le band acquistino dei servizi. Come vedete la scena musicale alla luce dei nuovi meccanismi che stanno regolando il mercato?
Cambiano i modi ed i mezzi, ma il succo e’ sempre quello, e’ difficile farsi vedere, tutto quello che puoi fare e’ darci dentro e divertirti.

Cosa si deve aspettare il pubblico da un concerto dei Push Button Gently? Se volete ricordare prossime date o prossime uscite, avete tutto lo spazio necessario.
Un sacco di rumore e un bel viaggio per chissaddove, il prossimo e’ a Como con i Bud Spencer Blues Explosion il 30 Agosto (NDR: causa ferie questo riferimento è ormai vecchio, ma lo lasciamo comunque a titolo informativo)

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Ciao ai MasCara. Grazie per aver preso parte a questa intervista con The Webzine. Da vecchi contatti risalenti all’EP “L’Amore e la Filosofia”, conosciamo già il progetto, ma vi chiediamo di riassumere un po’ di punti chiave per chi invece vi stesse scoprendo solo ora. Dove, quando e perché nascono i MasCara?
 
Sarò breve , per quanto mi sarà possibile, (parla Lucantonio Fusaro cantante chitarrista dei MasCara) siamo una band della provincia di Varese nata nel 2007 . Da una piccola idea iniziale (poco a fuoco ad essere sinceri) ne è nata un’avventura che ci ha visti crescere passo dopo passo pubblicazione dopo pubblicazione. Partendo da quel “l’amore e la filosofia” del 2009 che ha fatto da apripista, in termini di recensioni, ci siamo ritrovati a scrivere e pubblicare il nostro primo disco, datato 2012, “Tutti Usciamo di Casa” che oltre a numerosi consensi ci ha permesso di portare in giro la nostra musica per la prima volta con un tour vero e proprio e tante belle aperture prestigiose (Giorgio Canali , Federico Fiumani, il Triangolo, Cosmo , Paletti etc…). Dopo tutta questa strada non potevamo di certo fermarci e quindi ci siamo rimessi a lavoro,mentre pubblicavamo Guerra un ep che omaggiava l’omonimo brano dei Litfiba, ed oggi siamo qui per raccontarvi il resto della storia. LVPI è il nostro secondo lavoro e segna un passo netto in avanti ,per noi naturalmente, sia in termini di scrittura sia in termini di collaborazioni. In tutta questa avventura siamo passati dall’essere super indipendenti (e assolutamente ingenui) a filtrare attraverso le maglie di una major come Universal per poi nuovamente tornare ad una totale indipendenza sopratutto in termini di produzione (mantenendo una certa ingenuità di fondo ma corazzata da una maggiore padronanza dei mezzi). Facciamo musica che guarda all’estero con riferimenti alla new wave e alla musica rock alternativa ma con radici profonde nel nostro paese, da sempre infatti abbiamo raccontato le nostre storie in Italiano, una scelta naturale e non di comodo. 
 
Un paio d’anni fa su questo blog abbiamo recensito “Tutti Usciamo di Casa”, disco che all’epoca apprezzammo molto. Da ascoltatori, abbiamo notato una certa crescita nel vostro nuovo sforzo “LVPI”. Come si può sintetizzare il percorso che vi ha portato fino a qui, passando anche per l’EP Guerra?
 
Visto che ho riassunto in maniera cronologica i punti salienti della nostra storia accennando già ad un evoluzione, posso dirvi che il cambio di passo è sopratutto nell’attitudine: la velocità ha preso il posto delle lunghe code strumentali, l’epicità è stata sporcata da inserti elettronici e graffianti, c’è una generale tensione espressa in maniera più robusta che in precedenza. Forse prima molti ci credevano mainstream oriented, questa volta credo che quest’aura sia stata smontata completamente. C’è più verità (fedeltà di esecuzione) e meno riempimento. Non ci siamo naturalmente dimenticati della produzione, dei dettagli e della scrittura. Ci sono costanti nel nostro approccio ma sono come pilastri per un nuovo corso, questo è certo. Quindi da un’iniziale approccio del tipo “ok possiamo fare tutto nel 2012 visto che ci sono i mezzi tecnologici per poter simulare una sezione d’archi di 200 elementi” a “raccontiamo una storia con ciò che abbiamo ma facciamo comunque in grande, senza tentare di ridimensionare le ambizioni”. 
 
“Secondo il sistema della metafisica aristotelica, il caos può essere definito soltanto come assenza di ordine”. Chi apre il vostro sito sente subito questa frase. Pensate che la vostra musica sia in definitiva “assenza di ordine”?
 
Credo che questo lavoro abbia preso spunto dalla paura e dal Caos: i due personaggi Isaac e Laica (i personaggi della copertina del lavoro) sono immersi in questa città sull’orlo del collasso, un ambientazione urbana fatta di scontri e lotte continue. Mi piaceva raccontare due modi di affrontare questo panico e di vedere che tipo di impatto avesse sui protagonisti. Un movimento che prima li avvicina e poi li allontana definitivamente. E’ una sorta di step successivo a Tutti Usciamo Di Casa anche nella scelta di un unico mood che rappresenta il lavoro, le tinte scurissime, i rumori, i suoni metallici dovevano creare questo ambiente apprimente in cui il caos è dettato dal passo marziale e imprevedibile della sezione ritmica.
 
Spulciando tra le recensioni che i vari critici musicali vi hanno dedicato, “LVPI” è ricondotto spesso a etichette iperabusate come “post-punk”, “new wave”, “alternative rock”. Vi riconoscete in qualcuna di queste? Vi siete stancati di essere etichettati così?
 
Mi stancherei se lo dicessero 200.000 persone, per una dozzina di mesi continuativi, ad oggi è la stampa che racconta e che ha bisogno di “etichette” o meglio di categorie per chiarire ai lettori dove si posiziona un lavoro. Chi parla della new wave non prende mica un abbaglio, ma chi ci liquida solo con quel tipo di movimento si sbaglia. Dico così perchè ci sono tantissimi aspetti che ci allontanano da quell’estetica e ci avvicina a cosa molte più contemporanee. Io ci sento certi Prodigy ci sento i TV on the Radio i Mew  i Clock Opera. Gente che affronta le tinte scure con atteggiamenti più particolari ed eclettici rispetto alla più consueta attitudine marziale e ripetitiva della stranota cordata new wave del passato e del presente. Ma comprendo quando si tirano in ballo gli Editors per esempio e non perchè pensi che sia fico dire “gli Editors italiani” ma solo per un certo senso epico e una timbrica vocale che per forza di cose richiama quella band. Per ora non abbiamo ancora un vestito così stretto da cui dover fuggire , non lo abbiamo mai avuto. Facciamo qualcosa che non è fedele al seme originale pur richiamandolo in più occasioni. Chi ha buon orecchio e voglia di soffermarsi sui dischi lo sente il resto giustamente prende il nome che più somiglia a quello che proponi. Ma fino a che questo non diventa un limite per noi o che non diventa vero, non mi pongo alcun tipo di problema.
 
Al primo ascolto si percepisce distintamente una certa raffinatezza nelle scelte lessicali. Quanto contano le parole in un brano dei MasCara? 
 
Pesano parecchio per me , pesano perchè voglio evitare la faciloneria ma allo stesso tempo non voglio complicare il tutto. In questo lavoro ho tentato di avvicinarmi di più ai personaggi, non volare troppo alto, vedere perfettamente la situazione, scegliere i colori giusti  e sentire gli odori di una città che cade a pezzi. Non so se sia raffinato, credo che sia pensante più che altro, cioè che pone dei quesiti più che dare risposte, che usa immagini decise senza buttarsi nel più classico degli elenchi (che vanno di moda così tanto da essere lo stile comunicativo di politici e mestieranti vari) Il mio intento è quello di suscitare emozioni e per questo lavoro parecchio sui dettagli del testo dopo una prima stesura.Ho bisogno di una storia, come se non mi bastasse scrivere una canzone, e c’è quindi una forma che forse può sembrare anacronistica alcune volte. Sono così certosino che chiudo i brani a ridosso della registrazione se non in registrazione stessa, con ovvie bestemmie di tutti. 
 
Cosa bisogna aspettarsi da un live dei MasCara? Quali appuntamenti di questa estate pensate permetteranno al vostro sound di essere recepito meglio? 
 
I festival sono i palchi più adatti per noi (siamo in 5 di cui il solo Simone alle tastiere si “ciuccia” metà dello spazio a disposizione). I palchi più grandi permettono ai nostri suoni di avere respiro. Coprire tutti gli spazi come facciamo noi , all’interno di ambienti piccoli, può risultare molto controporducente in termini di intellegibilità. Un conto è l’atmosfera un contro è l’intasamento. Non facendo Shoegaze certe sfumature diventano più disturbanti che altro, ed una cosa che mi è pesato nello scorso tour è che molto spesso ci dicevano che non si sentiva la voce. Se canti e lo fai in italiano è fondamentale che si sentano le parole e quindi dobbiamo sempre tener conto che l’intasamento ci mette in difficoltà sotto questo aspetto. E’anche vero però che l’esperienza ormai ci ha resi elastici e a seconda della situazione siamo abbastanza sicuri di cosa sacrificare e tenere a bada. Dai live dei MasCara oggi vi dovete aspettare un bell’impatto iniziale e una tensione che rimane costante e viva come nel disco, è una corsa in un tunnel e noi vi diamo la caccia senza mai mollare un solo istante.
 
In questi tempi di crisi nera per la discografia e per la cultura in genere, una crisi forse più profonda di quella economica di cui tanto si parla, cosa pensate debba fare un progetto come il vostro per emergere e distinguersi? 
 
In primis stare in piedi. Nonostante le numerose difficoltà e le mancate occasioni devi rimanere ancorato a terra. Se non ce la fai (mi capita spessissimo) mandi all’aria tutto.Io devo anche ammettere che non sono per un lavoro da formichine che piano piano raccolgono le bricioline e ne fanno tesoro , come spesso si sente dire nel nostro ambiente (manco fosse stato scritto sulla Bibbia), sono per i passi giusti e gli azzardi. Ogni tanto per portarti la mano vincente a casa devi provare a fare un salto inaspettato ed imprevedibile. Non puoi sempre lavorare sugli scarti. Mia mamma mi raccontava sempre la storia della cicala e la formica, di tutto quel cantare e rosicare, ecco a me la formica mia stava sul cazzo da sempre, quindi non ce la faccio sempre a fare quel tipo di ragionamento. Per emergere devi osare, che non significa fare l’asino o fare il colpaccio, ma avere il coraggio di rimanere sulla tua idea e dimostrare di stare in piedi e di credere in quello che stai facendo anche se ti dicono che sbagli. 
 
Secondo voi è un problema più grave la sovrabbondanza di band o la poca cultura e predisposizione all’ascolto del pubblico medio italiano? Non avete l’impressione che la musica sia ascoltata più per abitudine che per passione e che a poche persone interessino i testi e il songwriting nel 2014? 
 
Tutti abbiamo perso il valore dell’arte. la musica è intrattenimento ma è anche arte e non si può sempre oscillare tra i due poli a seconda di come ci fa comodo. Provo a spiegarmi meglio: non  è solo ego o espressione di un esigenza personale è anche un dono verso l’arricchimento culturale che fa bene all’artista stesso ma anche alla società in cui vive. Non è essere utopisti è piuttosto il  cercare equilibrio tra campare (fare i soldi) e donare qualcosa che resti dopo di te nel senso più alto del termine. Poi se decidi che le tue cose sono come farfalle che vivono un giorno, libero di farlo, per me è un discorso più grande invece. Credo che quasi tutti si siano rassegnati a guardare all’oggi perchè il futuro è una merda e cose del genere, ma  io personalmente , mi sono stancato della filastrocca e quindi non mi pongo la questione  Troppe band + ascolto passivo = fine della musica. Credo che manchi il concetto di qualità. Se lo chiedi in giro nessuno ti da una risposta ed è abbastanza un problema a mio modo di vedere. Se non hai idea di cosa nel 2014 sia un prodotto di qualità (con tutte le implicazioni e sfumature che può avere un concetto come questo) è un problema grosso poi valutare un progetto. Oggi in Italia si fa quello che si è sempre fatto: ascolti in media la pancia e vai con Dio. Se gli italiani usassero il cervello non saremmo mica il buco del culo del mondo. “lottare” per mettere i puntini sulle i piuttosto che urlarli è un dovere che mi pongo come persona in primis anche se so che alla fine gli ascoltatori italiani in media ragionano con lo stomaco. 
 
Pensate che il mondo della critica musicale sia utile all’affermazione di un progetto come il vostro? Cosa devono imparare i recensori prima di parlare di un disco, secondo voi?
 
Credo che sia un attore indispensabile perché fa parte del gioco:   è come se mi chiedessi se ha senso nel gioco degli scacchi la figura del cavallo. C’è e ha un suo peso specifico a seconda di quanto tu vali come giocatore. Naturalmente poi si possono fare delle considerazioni in merito alla bravura o alla cura che la critica mette in gioco nel recensire un disco, ma siamo su un piano diverso. Se sei una band emergente senza un suo pubblico diventa indispensabile ricevere i giudizi della critica, forse risulta meno indispensabile se puoi permetterti di far valutare al tuo pubblico il tuo operato. 
Ultima domanda: siete soddisfatti di come il pubblico italiano reagisce alla vostra produzione discografica e ai vostri live? Pensate che altrove potrebbero esserci condizioni più o meno favorevoli di quelle che ci sono qui? 
Scrivendo in italiano non ci siamo mai posti il quesito sinceramente. E’ pur vero che se fai un confronto con l’estero siamo indietro chilometri, ma lo siamo in generale su tutto, perché per la musica dovrebbe essere differente? Quello che non capisco in alcuni casi è quando si parla di progetti italiani derivativi. E’ ovvio che tutti ci si ispiri alla cultura dominante, altrimenti non sarebbe Dominante! Mi fa sorridere quando si dice che certi generi non siano adatti in italiano e che così facendo si scimmiottano magari gli inglesi o gli americani. Io trovo che avere per forza un progetto cantato in inglese (perchè suona meglio etc…) così ti confronti con l’estero è solo un ennesimo ed estremo atto di sudditanza, che è peggio che lo scimmiottare. A mio modo di vedere vuol dire che preferiresti essere nato inglese piuttosto che italiano e personalmente lo rifiuto. Un americano ti porterebbe via le conoscenze culinarie ma mai mai e poi mai cambierebbe la propria origine con quella di un francese o un’inglese o un italiano. In definitiva preferisco fare mio il meglio che viene dall’estero , cioè il massimo che posso ricevere da una cultura differente dalla mia , e capire se ci sono i termini per renderla una ricchezza aggiuntiva a ciò che già posseggo. 
 
Ad oggi sono molto contento di quanto raccolto ma la fatica è tanta e a volte la rabbia o la delusione è dietro l’angolo. Devo anche dire che il più delle volte questa fatica è sana e ne veniamo fuori sempre rigenerati e più forti, ricevere tante recensioni e aver avuto subito una buona dose di live ci ha subito dato la giusta dose di fiducia per fare sicuramente una grande stagione. 
 
Grazie per aver preso parte a questa intervista, per noi è sempre un piacere ascoltare la vostra musica e di conseguenza anche poterne parlare con voi. A presto.
 
Grazie mille 

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Il nuovo video della pluripremiata band islandese Hjaltalin, Crack In A Stone, è uscito qualche giorno fa e noi ve lo mostriamo

La cosa più fica è però che abbiamo avuto modo di intervistarli (in lingua inglese, così fate pratica…) e quindi, ecco il risultato.

Hi, thank you for this interview. Let’s start with a bold question: is there a strong connection between the Icelandic climate and the music that you and other bands from there make?
It is probably easier to link our music to our country, the landscape and the climate. We just make music, and we happen to live in Iceland and this is where we grew up. It must have inspired us in a way but we don’t think about that much and it doesn’t affect our work

Is Reykjavik a great place where to explore your creative instinct or do you feel like you need to export your music everywhere bringing other influences to it?
Reykjavik is a wonderful city for artists and creatively thinking people. The size of the city makes it easy for people to connect with others, everything and everybody is easily accessible. There are lots of interesting things happening in music and in arts in general. But on the other hand we live in this little remote island, and going abroad, seeing different places and people, exploring different kinds of music and influences is very important for us. Getting feedback from others, reaching new audience and ears is very healthy and important and that is of course our goal.

Your new record, Enter 4, is coming out these days. What can you tell us about the conception and the recording of this album?
We worked on that album for quite a long time. After a few working sessions in various places outside of the city we felt like there was enough material for us to work with. We took two weeks in October, looked ourselves in a studio, worked long days and nights finishing those nine songs on Enter 4. We somehow managed to finish the album without hardly anyone knowing we were working on new material. So the album came as a surprise to both the public and the press. This intense work, and the fact that we wanted to keep it to ourselves – to keep it a secret – made the making of Enter 4 quite interesting. The atmosphere was tense and mad, but at the same time full of warmth and excitement. What happened in the studio is just between us and those working with us. There was some inexplicable magic in the air.

Yoonha Park directed your last music video, Crack in a Stone. How was this video conceived and how did you get to know this great director?
Yoonha is Rebekka’s boyfriend. Rebekka is our bassoonist. It is a simple as that. An easy task. Yoonha came up with this brilliant but simple idea – and the result is a brilliant but simple video.

You have played live with some orchestras and ensembles too. After this experience, do you think that those performances could belittle your common shows or was it enhancing for your band?
It is just totally different in all respects. Such a fun doing it, but the last year or so, we’ve been focusing on the 7-piece act, which is really the core and heart of Hjaltalin.  I think we could do some more orchestral shows, because that brings a wonderful set of possibilities, but in no way does it belittle the normal Hjaltalin set. The normal set has a kind of intimate energy that is impossible to replicate in a larger setting.

In an interview with The Quietus, when they asked you if the new album was “electronic music”, you answered that it wasn’t. Any suggestion of how should we call it instead? The “clinking” sounds you cited have quite a “glitch” effect in some songs. Do you identify with this definition in some way?
Well, I guess you need to call these things something, but while we are making them, we are not thinking about that at all. With Enter 4, we just wanted to make a record which combines our influences to a whole. On the other hand, it is a normal tendency to categorize and define things. I guess it is a pop/rock album with electronic influences (trip hop for example), but that doesn’t say anything, does it?

In 2011, you’ve been in Italy for a few dates. How was the audience? Would you like to return here soon? (Some spoilers are suggested!)
The Italian audience was great. We felt very much at home in Italy. We played a very memorable gig in Milan, a concert we often refer to when discussing our best gigs. We would love to come back soon, how could we not? We bring ourselves and our music, you supply good people, good vibes and some of your excellent food and wines. OK?

You recorded a cover version of Beyonce’s song, “Halo”. Why did you choose this song? How was your cover received from fans and critics?
We were asked to do a live performance in the national radio station, Ras 2. They asked for three songs, two of our own and a cover. We picked this Beyonce song simply because we had played it a few times for fun in concerts. We wanted to do a traditional well-known hit-song, strip it down and try to make it fit our soundscape. We put it on YouTube few months later. It was very well received and became a hit in Iceland. Honestly, we had not expected that, but it was a nice and pleasant surprise.

A question for reviewers like me: does a band like Hjaltalin find reviews important? Do you read them? Do you ever feel like some critics don’t actually understand your music?
Reviews are important just as the informal reviews you get from your best friend, your mom, that stranger you meet at the bar or that somebody who writes shit about you somewhere on the internet. A good and well written review will though more likely dig into the subject and try, and put it in context with other stuff and music. Negative reviews can be just as good as the positive ones. That is, if you see and feel that the critic has taken some time to really listen and at least tried to understand. You can’t expect everyone to love and admire your work, and you shouldn’t – but getting some feedback must be important. It shows that what you do means something for somebody – whether it pleases them or upsets them.

Thank you for your time. Let’s hope we see you soon in Italy. Bye! 

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L’ormai storica band texana dei Balmorhea sarà di nuovo in Italia nel tour di presentazione dell’ultimo disco, Stranger. Le date in questione sono le seguenti:

02.10.2013 – Raindogs, Savona
03.10.2013 – Init, Roma
04.10.2013 – Cortile d’Onore, Carpi (MO)
05.10.2013 – Bronson, Madonna dell’Albero (RA)
06.10.2013 – Apartamento Hoffmann, Conegliano Veneto (TV)
07.10.2013 – Blah Blah, Torino

In occasione del tour, siamo riusciti ad intervistarli. Ecco la nostra “piacevole conversazione” con i Balmorhea, in inglese, mentre quella in italiano verrà pubblicata tra qualche giorno!

Hello. Thank you for taking part in this interview. I didn’t want to ask you how and when was your band born so I chose to simply ask you WHY did you choose to form it?

Michael and I chose to start the band because we simply wanted to play music together. We had each been working on some simple and quiet music individually and wanted to see if we could help each other fill our songs out.

You are currently touring to promote your latest record, called “Stranger”. Are you satisfied with the reactions you had from reviews and fans? What are the main differences from Stranger and everything you produced before?

We have been very satisfied with the reactions from fans and the media! Stranger is a bit different from some of the previous music we have made. Most notably, it is quite different from the preceding record, Constellations, which is a quiet and somber affair. We have always made it a point to constantly be moving our music in new directions, not allowing ourselves to get stuck doing the same things over and over.

Is Austin, or Texas in general, an area where you could find great influences for your music? Are there any bands, still active maybe, that have been important for your sound?

While there are many great bands from Texas, and Austin in particular, I don’t think there are any specific artists who I could name as being important for our sound. Because that might be misleading. There is music we love from Texas and from all over the world that somehow gets distilled and filtered and mixed and recombined to become our own.

Your genre have been called in so many ways that it’s now impossible not to ask you…what do you think about that? how do you define your music? Is “chamber music” a good definition or not?

The problem is that we continually are making different types of music. Some of our music could be called “chamber music,” but that would be a relatively small percentage of what we have created. Some could comfortable be called folk, some called rock. Someone called our music “music of dreams” which I thought was cool. In the most basic sense, it is pop music, in so much as it is not academic music, not stridently avant-garde and works with popular music instrumentation and structures.

In the past, Balmorhea did a great work with music videos too. One that particularly impressed me was Mike Anderson’s directed one, “Candor”. Do you recall any interesting detail about the concept of that video? Are music videos important for the music you make as they are for pop music or not?

Thanks, we like that video for Candor as well. We had seen some of Mike Anderson’s other work and liked it a lot. We knew we wanted something a bit strange and other-worldly to visually represent Candor and he seemed like the right fit. We discussed a few basic thematic ideas with him and then he did it from there. He created all the sets and costumes and everything himself. It’s pretty fantastic! I’m not sure how important music videos are, but we do like working with other artists to give a visual representation to our music.

In 2011, you recorded a live concert inside a church, and released it as Live at Sint-Elisabethkerk. How did the idea of recording inside a church come to your mind and do you feel that the environment added something more to your music? Is that why you chose to record a live there?

We were asked to play in that church on a tour a few years ago and we decided on a whim to record the show. It is such a cavernous space and the atmosphere was so strange and unusual (it was so cold that we could see our breath) we new that it would be a special night. At the time we had no plans of doing anything with the recording other than listening to it to see how it sounded, but once we heard it we new that we wanted to share it. That show also came at a liminal moment for Balmorhea and represented pretty well where we had come from and where we were headed at that time.

Members of Balmorhea work outside the band too. Do you feel that the external experiences (like Aisha Burns’ solo project) can mean a further exploration for Balmorhea too?

We are super excited for Aisha and her new record! I think any time individual members grow and try new things its bond to have an effect on the band. What that effect will be remains to be seen. For example, as Aisha has grown more comfortable singing in the past few years we have been able to incorporate her beautiful voice into more Balmorhea music.

I’ve seen you tour Italy more often than I could imagine when I first listened to your music. What are your feeling about playing here? The Italian audience often polarizes comments: you get someone who particularly loves it and other totally hates it because it seems to be noisy and maybe not interested in music. Do Balmorhea have their own opinion about this?

We love playing in Italy. There is something so warm and receptive about the audiences there. Pretty much everyone we have met treats us like family, cooking meals for us, sharing the best grappa.

Do you recall any strange, interesting or simply noteworthy fact about your last dates in Italy? You were here last March, right?

We had an amazing concert in Foligno at Auditorio San Dominico. In the US you would very rarely get to play in such an old and beautiful space. It was special. We also are starting to think of Init in Rome as one of our favorite stops in Italy, as well as Bronson in Ravenna, both of which we are excited to play again on this tour!

What is the best country where to play, according to your touring experience by now? And where would you love to bring your music but you didn’t have the occasion yet?

We love playing everywhere. some of our best audiences are in Italy, Spain, Belgium Istanbul and Russia. We would love to perform in Greece, Australia or anywhere in Asia. But truly, we want to perform everywhere!

Thank you for having taken part in this very pleasant conversation. Let’s see you in one of the future Italian dates!

Thank you!

Ecco l’ultimo disco Stranger su YouTube

si ringrazia Ja.La Media Activities per averci messo in contatto con la band

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Recensione  e intervista a cura di Enrika S.A. Scream

LIVE REPORT

Dopo aver visto MTV Spit 2013, non ce lo fai un giro a vedere Shade live? Ovvio. E quindi io e la mia amica alle 20.30 del 7 settembre siamo a Cologne, in provincia di Brescia a vedere se Shade è veramente così bravo come sembra in TV. E la risposta è sì. Ma andiamo per gradi.

Il locale a quell’ora è già pieno, non chiedetemi il motivo. Noi entriamo convinte, chiediamo dell’artista per l’intervista. Ci chiedono se possiamo aspettare una mezz’oretta, sta ordinando da mangiare. Rispondiamo di sì, tranquille, tanto, mica cambia qualcosa. Poi arriva lui e ci dice che vuole aspettare, che intanto ordina, ma prima di cenare vuole fare l’intervista. Ci chiede chi siamo, di dove siamo, e per che rivista scriviamo. E già qui mi fermo e vi dico che in tre anni da giornalista non mi sono mai, e dico mai, sentita chiedere da qualcuno ‘per che rivista scrivi?’ e tanto meno chiedere cose su di me. Mai. Senza contare che esistono anche persone che mangiano tranquillamente mentre tu gli parli o che non ti dicono niente e spariscono, lasciandoti a metà. Vabbè, lasciamo perdere; diciamo solo che il ragazzo ci piace. Comunque, iniziamo, tra battute e scherzi in poco tempo finiamo e lasciamo che Vito possa cenare, ma solo con la promessa che ci rivedremo dopo.
A questo punto abbiamo tempo di guardarci intorno e di analizzare l’ambiente. Questo è un locale dove, quando ci venivo spesso, tipo uno due anni fa, ci giravano le migliori persone. Ci ho visto band bravissime, rock, metal, pop e anche rap. Adesso che mi guardo intorno vedo solo ragazzi e ragazze con massimo 12 anni, con vestiti decisamente molto discutibili e l’immancabile alcolico in mano. Della musica proveniente dall’interno del locale ci salva dal pronunciare ulteriori pareri non ripetibili: la battle freestyle è iniziata e non vogliamo perdercela.

Entriamo, il locale è pieno e i freestylers si passano il microfono l’uno all’altro. Non so dirvi bene come è andata la sfida, in realtà, per il semplice motivo che ho visto solo la prima selezione e su circa dieci che hanno cantato, me ne è piaciuto uno (e neanche tanto), quindi ho abbandonato l’impresa. Sinceramente mi aspettavo di trovare qualche piccolo talento, o boh non lo so. Invece niente. Peccato. Visto che, oltretutto, c’è anche pieno di gente che ci guarda male (?!), usciamo e aspettiamo che prendano posto Rew e Shade. Dopo un tempo interminabile, rientriamo. Il locale è pieno. Ci mettiamo in prima fila, io sul palco a fare le foto. Il concerto non dura molto, circa un’oretta, ma il duo dimostra di aver grinta fin dall’inizio. Il pubblico, confermando la nostra ipotesi di ‘persone senza gusto’, diminuisce, ma chi rimane è in estasi. Rew e Shade non si lasciano scoraggiare e continuano a richiamarlo all’attenzione e a coinvolgere la gente, ora urlando di cantare, ora di alzare le mani. Sono proprio bravi. Decisamente troppo presto, il concerto finisce, ma prima di scendere dallo stage, i torinesi dedicano un po’ di tempo al freestyle. E in realtà, se fino ad adesso sono piaciuti, beh, è in questo momento che ti innamori, perché è nel freestyle che vedi la vera bravura dell’artista. Che Shade avesse una vena comica lo sapevo, che facesse veramente ridere no; e idem Rew. Che piacevole scoperta! I ragazzi si sfidano, prendono oggetti dal pubblico, ci rimano sopra, poi li restituiscono. Come gran finale Rew prende addirittura un ragazzo dal pubblico. Se dovessi dare un voto da uno a dieci, sarebbe undici. Sarà che io magari avevo delle basse aspettative, ma mi hanno proprio sorpreso.

Alla fine del live, i rapper scendono dal palco per fare foto e autografi ai fans. Io passo molto alla svelta a complimentarmi e a salutarli per l’ultima volta, con la promessa di vederli presto in provincia.

INTERVISTA A SHADE

Bene, iniziamo. Come prima cosa ti dico che non voglio farti un’ intervista noiosa, ma preferisco andare a fondo, scoprire il vero Shade. Quindi, presentati.

Sono un coglione, ho 25 anni, sono di Torino. Studio, o almeno mi piace dire che studio recitazione in una accademia. Siccome sono un ragazzo molto egocentrico, il rap non mi bastava e ho incanalato tutto il mio egocentrismo nella recitazione. Ho anche fatto e faccio tutt’ora il comico. Direi che con ‘sono un coglione’ avevo riassunto bene la risposta.

Sappiamo che i tuoi interessi sono molto ampi. Ho sentito che fai anche il comico. Hai iniziato prima a fare quello o hai iniziato prima a fare rap?

No, ho iniziato prima a fare rap. E’ nato abbastanza per caso: ho sempre avuto un’attitudine molto comica, anche nei live, nei pezzi: racconto sempre cazzate, storielle. E’ successo per caso, due o tre anni fa, allo Zelig, mi ero trovato lì, ad un contest, avevo vinto e fatto amicizia con i comici. Quindi, gli ho fatto leggere un po’ di roba che scrivevo io e abbiamo fatto delle serate insieme. E da lì ho iniziato a fare lo stand-up comedian.

Quindi non hai abbandonato quel mondo?

Al momento sono così preso dalle faccende musicali, che non riesco a dedicarci molto tempo, però sto lavorando anche a quello. Vorrei girare una webseries, insieme ad Alessandro Regaldo, il mio sceneggiatore. Lui mette le cose serie, io le cazzate, così esce una cosa decente.

Da Zelig al freestyle però è un bel salto, soprattutto insolito. Come ti sei avvicinato a quel mondo?

Beh, a 16 anni, andando in skateboard, che cosa ascolti? Ascolti rap. Ero fan di Eminem (e lo sono tutt’ora), e avendo visto 8 Mile, ho visto le battle freestyle e mi sono innamorato di quel mondo lì. Anche perché, oltre a essere egocentrico, io sono anche uno stronzo, e mi diverto un mondo a prendere in giro la gente: fare le battle freestyle è stato il passo successivo. E mischiare comicità e rap è stato così spontaneo che non saprei dirti neanche come, è proprio come sono fatto io.

Ora, vero che la musica viene prima di tutto, ma è anche vero che il come con cui ti presenti lascia la prima impronta nella mente dell’ascoltatore. Come hai scelto il tuo nome d’arte?

Mi sono studiato tipo una ventina di spiegazioni strafighe sul mio nome. La realtà è che mi piaceva come suonava. No, vabbè, c’è questo discorso dietro: volevo chiamarmi Fede, ma c’era già uno che si chiamava così a Torino, nei Lyricalz, un gruppo rap storico degli anni ’90, che è stato il periodo d’oro del rap. E io, che comunque ho iniziato a rappare nel 2005, li ascoltavo e avevo grande rispetto, quindi non mi sarei mai permesso di chiamarmi come uno di loro. Poi c’era Yoshi, che era Tormento dei Sottotono. Allora ho fuso Yoshi e Fede ed è uscito Shade.

Cioè tra Yoshi e Fede ti è uscito ‘Shade’?

Sì! Lo so, è una cazzata clamorosa. Però una volta un tipo viene e mi dice ‘Ti chiami Shade perché significa ‘peccato’ in tedesco?’ e io ho detto ‘Sì, mi hai beccato.’ Mi piaceva molto di più.

Una delle più grandi soddisfazioni che tu abbia mai provato immagino sia stata vincere MTV Spit 2013. Come è stato? Te lo aspettavi?

Ti sembrerà da Miss Italia la risposta, ma non me lo aspettavo veramente. E se devo dirti come è stato, la parola che riassume tutto è ‘emozionante’. E’ stata davvero una bella emozione che non ho ancora metabolizzato. Probabilmente se prima di Spit fosse arrivato uno Shade dal futuro, con la Delorean, a dirmi ‘Oh! Guarda che lo vinci tu Spit!’ mi sarei messo a piangere e gli avrei risposto ‘Ma vaffanculo non è vero.” Invece, dopo aver vinto, non ho mai avuto quella roba da dire ‘Minchia, ho vinto.’ Cioè, non mi è mai balzato in mente, non l’ho ancora metabolizzato. Però è stato bello. È stato diverso dalle altre battle, perché quando hai delle telecamere davanti è tutto diverso, hai una pressione differente.

E come è l’ambiente?

Guarda, ti dirò la verità: ti mette nella condizione peggiore. Sei uno che deve improvvisare. Stai lì dalla mattina fino alla sera, non sai su cosa dovrai rappare, cosa dovrai dire e, insomma, stare lì così per otto ore ti spegne un po’ la fantasia. Fortunatamente è un programma con il pubblico, quindi se sei un rapper, il tuo istinto è di prendere il pubblico, far prendere bene la gente. Quello ti aiuta molto. Se non ci fosse il pubblico sarebbe deleterio, quindi diciamo che il fatto che ci fosse molta gente mi ha stimolato molto.

E cosa fate dalla mattina alla sera?

Eh, ti mandavano lì dalla mattina. In realtà poi preparavano lo studio, facevano le prove con i check, arrivavano i guest. Quindi era necessario essere lì dalla mattina.

A dirla tutta, hai vinto un sacco di soldi, 5 mila euro se non erro. In cosa li hai spesi?

Sono ancora lì, illibati, nel forziere di MTV. Non lì ho ancora spesi.

E non hai idee?

Guarda, mi sono ripromesso di fare un regalo a mia madre, ma ancora non le ho preso niente. Sono un pessimo figlio. Non so neanche cosa regalarle, anche perché mia mamma ha dei gusti di merda, quindi per farla felice dovrei regalarle un cd di Gigi D’Alessio e entrare in un negozio a prendere un cd di Gigi D’Alessio per me è una vergogna. Metti che mi vede qualcuno!

Magari ti riconoscono.

Eh sì! No, comunque, pensavo a un viaggio. Magari a Los Angeles a fare un giro agli Actor Studios.

Se ti serve qualcuno che la accompagni mi offro.

Il posto c’è.

Spit non è l’unico concorso che hai vinto. Ci sveli il tuo segreto? E’ tutta farina del tuo sacco o hai degli oggetti o dei riti porta fortuna?

Non ci sono rituali particolari. In realtà quello che secondo me mi fa vincere è il fatto che mi diverto. Quello è il segreto. Tanti rapper con cui mi incontro sono tesi, concentrati sul far prevalere la loro personalità. Io sono tranquillo, sorrido, mi diverto e mi diverto ancora adesso a fare freestyle alle serate. Avendo vinto Spit, arriva sempre il rapper di turno che ti dice ‘ti voglio sfidare’.

Hai detto che c’è sempre qualcuno teso sparaci qualche nome, dai! Fai un po’ di gossip.

(Walter, in parte a Shade): Emis Killa.

Emis Killa?

Mah, io con Emis ho un bel rapporto. Cioè, adesso non ci vediamo da un po’, forse un annetto. Però con lui mi sono sempre trovato bene. E’ un ragazzo che tanti dicono ‘Se la tira’ eccetera, ma magari lo hanno solo conosciuto in certe situazioni dove c’è la pressione del tour manager, della data e tutto. In realtà è un ragazzo molto tranquillo, con lui ti diverti anche a fare freestyle.

E gli altri di Spit invece? Tipo, non so, Ensi, Nitro..

Io quando sono arrivato a Spit loro li conoscevo già tutti. L’unico che non conoscevo con cui mi sono sfidato era Debbit, e tra l’altro, è stato una piacevole scoperta, perché mi sono trovato bene a fare freestyle con lui, è simpatico, ironico, eccetera. Ti dirò, ovviamente, il miglior freestyler di quelli che sono stati a Spit è Ensi, abbastanza scontato. Un gradino, ma proprio un briciolo sotto Ensi, ci metto Kiave.

Quindi, Ensi sopra tutti?

Ensi sopra tutti. Subito sotto, Kiave.

Stai riscuotendo un successone. Quali sono i prossimi progetti? Qualcosa riguardo il freestyle, undisco da solista, un tour o che altro?

Ci sono tutte e tre queste cose. Ho un disco da solista in lavorazione: l’ho scritto tutto, lo devo solo registrare. Ovviamente non posso svelare quali sono i featuring, quali sono le produzioni.

Ci speravamo.

No (ride). Sono tutti artisti che stimo tantissimo, mi sono tolto i miei sogni di quando ero un ragazzino.

Dai su, dicci qualcosa! Abbiamo tutte e due sedici anni. Vabbè la mia amica un po’ di più.

(ride) Diciamo che uno di questi è il mio rapper preferito. Gli altri sono rapper che stimo tantissimo, che mi hanno sempre emozionato. Invece, per quanto riguarda il freestyle: se va in porto questa web series, in ogni puntata ci sarà il mio momento freestyle. Poi ho in programma anche dei video virali, in cui farò cazzate in giro. Quello che mi riesce meglio.

Per ultimo, ti faccio una domanda diretta al concerto di oggi. Che cosa ti aspetti dai fan bresciani? E dai freestylers?

Mi aspetto un livello abbastanza alto dei freestylers, anche perché quelli del nord sono tutti molto improntati sulle punch-line e difficilmente sono come quelli deil sud, che fanno freestyle più tranquilli, più chillin’, usando un termine tecnico. Mi aspetto una battle in cui ci si scanni abbastanza, mi voglio divertire. Per quanto riguarda la gente, sono sicuro che saranno caldi.

Grazie mille per il tuo tempo! Ci vediamo più tardi.

Figurati, grazie mille a voi.

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Ciao Niksox e grazie per aver accettato di prendere parte a questa intervista. A The Webzine vogliamo realizzare qualche intervista un po’ diversa su artisti emergenti del territorio, lasciando perdere discorsi relativi a singole canzoni o a singoli dischi della band, focalizzandosi magari sulla visione della musica e della scena che la band ha. Per questo le domande saranno un po’ generiche.
Partirei subito chiedendovi questo…perché pensate di essere una band valida?

Intanto grazie a te per l’occasione fornitaci. Pensiamo di meritarci del pubblico fondamentalmente perché ci divertiamo. Credo che chi suona divertendosi e non prendendosi troppo sul serio risulti anche più comunicativo verso chi ascolta. Ogni tanto mi capita di assistere a serate in cui band che venderanno sì e no 100 copie del loro cd e principalmente ad amici si atteggiano come fossero i Tool e magari riescono pure ad essere scortesi nel dopo concerto se gli fai una domanda o un’osservazione. Credo che data l’attuale scena musicale italiana(?) sia giusto considerare tutto nella giusta ottica: divertirsi, offrire un buon spettacolo, metterci il massimo dell’impegno, essere professionali e sentirsi un po’ meno delle rockstar.

Sicuramente la scena italiana pecca in molti aspetti. Poca gente va ai concerti, quando le band iniziano ad essere affermati chiedono cachet esorbitanti e chi sta dietro le quinte per guadagnarci tanto spinge per avere prezzi altissimi ai concerti, la Siae (ricordiamolo, deve un miliardo di euro tondo ai suoi iscritti…) fa di tutto per impedire a locali e band di concorrere a migliorare la situazione, limitandosi a salassarli, e le cover band spopolano. Problemi di natura economica, di natura socio-culturale (poca educazione del pubblico) e molto altro. Secondo voi perché la situazione è questa? Cosa si può fare per cambiarla? Pensate di soffrire in prima persona di questi problemi a livello di band?

Mi ripeto: la situazione è quella che è. Sicuramente è giusto ‘boicottare’ i locali che pretendono di non pagare i gruppi e non riconoscono tutto il lavoro e le spese che ci stanno dietro.
Dall’altra sarebbe ora di svincolarsi dal carrozzone SIAE e da tutti quegli oboli inutili che affliggono il diritto d’autore. Le scelte alternative (creative commons, copyzero…) esistono e danno le stesse garanzie dell’agognato bollino SIAE. La cosa che fa male è vedere come un gruppo che prima lotta per tutto questo, appena trova un’etichetta che lo produce, se ne sbatte di quale siano le condizioni al contorno e si dimentica di tutti gli altri. Ovvio che il problema culturale è forte: quando riusciremo a far capire che chi suona non è solamente uno scapestrato che non ha voglia di lavorare, ma un vero e proprio professionista dell’intrattenimento buona parte degli attuali problemi saranno risolvibili.
Noi facciamo poche date all’anno(circa una ventina), ma cerchiamo di sceglierle con cura. Suoniamo cioè in locali o contesti in cui siamo sicuri di essere a nostro agio e in cui ci venga riconosciuto quello che facciamo.

Sono anni che musicisti e lavoratori del settore un po’ più svegli (o perlomeno un po’ più altruisti) decidono di coalizzarsi in piccole associazioni radicate sul territorio per provare ad aiutarsi. Che ne pensate di questo tipo di associazionismo tra amici? Produttivo o autodistruttivo? E come mai secondo voi molte esperienze finiscono dopo poco tempo senza tanti risultati?

L’idea è ottima. Partecipiamo anche noi con grande entusiasmo ad alcuni gruppi e cerchiamo sempre di dividere la serata con almeno un’altra band. Al di là di differenziare la proposta ed attirare più gente questo aiuta anche a creare delle vere e proprie amicizie che poi durano negli anni e danno vita anche ad altre collaborazioni (nel nostro caso penso a gruppi amici come Treremoto o L’abat-jour piuttosto che The Great Northern X).
Il problema nel dividere le date è che succede che qualcuno voglia sempre fare l’headliner o abbia atteggiamenti poco costruttivi e questo contribuisce ad affossare quanto di buono si cerca di fare assieme.
Ci tengo a dire che da parte dei Niksox c’è sempre massima disponibilità a condividere e portare avanti buone idee.

I Niksox prediligono suonare su un palco o focalizzarsi sulla composizione? Quale dei due lati pensate venga più apprezzato dal pubblico e perché?

Come la maggior parte dei gruppi il live è quello che ci dà la carica e prediligiamo situazioni dal vivo. E’ palese che per fare una buona figura dal punto di vista live c’è molto molto lavoro in sala prove nella parte compositiva. Il pubblico è molto meno ‘pecorone’ di come spesso viene disegnato e se il lavoro dietro è scadente o approssimativo fa molto presto ad accorgersene e, di conseguenza, non ti segue più.
Motivo per cui i due aspetti (live e compositivo) sono indissolubilmente legati.

Cosa c’è nel futuro dei Niksox?

In questo momento siamo ‘fermi’ dal punto di vista live per dedicarci più alla parte compositiva, in quanto entro l’anno vorremmo fare uscire il nostro primo LP. Abbiamo all’attivo due EP, ma pensiamo sia ora di muoverci sulla lunga distanza, per cui stiamo finendo di arrangiare alcune nuove tracce che verranno registrate.
Appena finito tutto ciò torneremo a suonare in giro con maggior entusiasmo per proporre la nostra musica.

Qual è la vostra posizione riguardo l’impegno dei testi? Il punk istigava a un certo tipo di ribellione sociale, la scena cantautorale odierna tenta di raccontare l’attualità dei giovani, artisti reggae e hip hop continuano la battaglia decennale per la legalizzazione della cannabis o altri temi di questo stampo. Vi innestate in qualche modo su questo filone di band oppure date un’altra importanza alle liriche?

Il fatto che tutti e tre scriviamo testi porta ad una certa varietà del tema trattato. Credo che le liriche abbiano un’importanza fondamentale e spesso tocchino la parte più intima di ciascuno. Detto ciò abbiamo delle tracce che sono solamente musicali perché spesso gli strumenti sanno parlare come e più delle parole stesse.

Se avete concerti o progetti in uscita prossimamente vi lascio tutto lo spazio che volete per comunicarli ai nostri lettori. Grazie ancora di aver preso parte all’intervista.

Come ti dicevo stiamo approntando la registrazione del nostro nuovo cd, ma per tutte le news e seguire gli eventi potete trovarci su vari social network:

http://www.facebook.com/Niksox
http://www.utopicmusic.com/main/Main.html#!artist/it/Niksox
http://www.reverbnation.com/niksox
https://twitter.com/niksox

 

Grazie a te per la disponibilità, rock ‘n roll a tutti!!!

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Intervista e foto a cura di Cesare Veronesi (LaMyrtha)

INTERVISTA
1- Songs of a lifetime, il tuo spettacolo, presenta un forte legame con il passato, ed in particolare con il prog-rock degli anni 70?
Sicuramente, è la storia della mia vita in musica, quindi del mio passato con KC e ELP, ma anche delle canzoni che mi hanno fatto crescere, proprio come quelle dei Beatles. Il progressive rock è stato un capitolo fondamentale per la mia vicenda artistica, ma io sono anche un songwriter, la canzone – che il progressive aveva abbattuto – è molto nelle mie corde e i miei album solisti lo testimoniano. Lo show sarà proprio una rassegna di canzoni, e mi sta piacendo molto il raccontarle a voi amici italiani.

2- Che ricordi hai del periodo di King Crimson e di Emerson Lake and Palmer? Sei rimasto in buoni rapporti con i colleghi di quel tempo? E’ possibile ipotizzare delle future collaborazioni?
I ricordi sono straordinari, con i KC c’era qualcosa di magico, eravamo una band straordinariamente democratica ma quel primo line-up del 1969, che ricordo con gioia, finì troppo presto. Giles e McDonald erano stanchi della vita on the road in United States, quella formazione finì rapidamente e nacque per me una nuova occasione con Keith. Con gli ELP ci fu un successo planetario, straordinario, eravamo diventati molto ricchi con una musica originale e innovativa, fu una cosa eccezionale. I rapporti in generale sono molto buoni, le future collaborazioni? Chi può dirlo… Mai dire mai!
3- Negli anni 70 ricordo che c’era una grande rivalità tra Keith Emerson e Rick Wakeman, per te che suonavi il basso chi era, se c’era, un ipotetico rivale? Chris Squire?
Bella domanda! Noi bassisti – anche se io mi considero anche un chitarrista acustico! – abbiamo sempre lavorato nell’ombra e le rivalità erano più nascoste… Chris è stato ed è ancora un favoloso bassista, ma ricordo con grande piacere anche altri colleghi come Mike Rutherford, John Wetton, Hugh Hopper, tutti con la propria personalità, con la propria originalità. Oggi purtroppo si inseguono molto le note più veloci e le scale incredibili ma senza creatività. Rimpiango molto quel modo di suonare il basso, melodico e peculiare, funzionale ai pezzi ma con spazi solisti eccitanti!
4- In Italia c’è sempre molto interesse per il progressive; si assiste anche in Inghilterra ad un ritorno verso questo tipo di musica?
E’ un interesse molto di nicchia, vedo che si muove molto attraverso internet, una versione aggiornata del passaparola che si faceva negli anni ’60 e ’70. In Inghilterra non c’è molto spazio per chi propone questa musica, ma credo anche altrove: si tratta di un rock che parlava un altro linguaggio, che muoveva masse di giovani interessati a queste novità. Oggi la musica è un affare poco importante, che non ha alcun impatto sulla società. Pensa a un concerto come quello di Hyde Park del 69 quando debuttarono i KC: ebbe una risonanza incredibile, oggi ci sono tanti festival ma nessuno ha quell’impatto sulla società.
5- Secondo la tua opinione, a distanza di tempo, il progressive ha avuto molta influenza sulla musica degli anni successivi?
Certo, ne sono convinto. Ha avuto influenza nella scrittura: abbiamo dimostrato che si poteva superare la forma canzone, ma che anche la canzone poteva essere ricca di variazioni, pensa alla mia Lucky Man, scritta in gioventù con i primi accordi che conoscevo, poi arricchita dall’estro di Keith. Un’altra influenza c’è stata nel modo di suonare: si doveva saper suonare bene e questa cosa ancora oggi, se vuoi fare un disco importante, risale al prog-rock.
6- Come sta procedendo questo tour italiano? Ti sta regalando emozioni e soddisfazioni?
Eccezionale. Desideravo da tempo tornare da voi, mi avete sempre riservato grandi applausi e non sono cose che si dimenticano. A Piacenza, la starting gig, il teatro era stracolmo, la serata romana è stata eccellente e caldissima, ieri a Bologna altrettanto piacevole con un pubblico attento, preparato ma anche molto disinvolto nell’apprezzare le mie canzoni. Grazie amici italiani!







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