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Archive for agosto 2011

Your Keywords Vol. 1

Giusto per ridere un poco. Le chiavi di ricerca dei lettori che giungono a The Webzine cercando cose improponibili o semplicemente denotando una completa incapacità di utilizzare Google. Eccone una selezione.

incidere il legno
serigrafia Lignano marittima
immagini da disegnare Facili
pittore C. Emiliano
xx twin sisters
dove posso scaricare i Rumatera?
numeri vincenti festissima PD Portomaggiore
fucilate devastanti
cosa significa la V nella canzone dei Rumatera?
Manuel Agnelli droga
cataldo.vena@gmail.com
manifestazioni musicali acqua 1 euro
significato interpretazione Arlandria Foo Fighters
il maltempo Portomaggiore One Dimensional Man
qualcuno mi sa dire la scaletta del tour 2011 di Francesco Renga?
metallaro rapper
Radiohead storie zen
Blugrana Desmael chi è la ragazza del video?
tendiamo una mano estrazione sabato 18 giugno 2011 Napoli
non chirurgico per perdere peso centro @gmail.com or libero.it
posso dire a Francesco Renga
come scrivere una mail privata a Caparezza
canzoni cantate da Taylor Hawkins a Rock in Idrho
Reinzoo Vignola commenti vendita online
madre punk 

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THE WEBZINE in collaborazione con LUNATIK mette in palio per i lettori 2 biglietti per il concerto che i The Members (insieme a Rat Scabies) terranno domenica 11 settembre al Ligera di Milano!
Per partecipare al concorso commentate questo post specificando una mail a cui contattarvi! Dovrete dirci i nomi dei componenti della prima formazione della band!
Un indizio: quella formazione è rimasta attiva solo nel 1976 ed erano in cinque!

Informazioni sulla serata:
prezzo: 6 euro
luogo: Ligera, Milano (via Padova 133)
data: 11 settembre 2011
ora: 21.30
http://www.themembers.co.uk/

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Grido Underground è una rassegna di musica indipendente che da 2 anni si tiene presso l’Enoteca da Luciano di Stanghella (PD). Ora inizia a diventare un progetto più grosso che coinvolge tante band e collabora con festival e agenzie di booking, così noi di The Webzine abbiamo pensato di intervistarne MQX, il fondatore. Ecco la conversazione.

Il progetto Grido Underground scuote le serate della zona di Padova e Rovigo ormai da due anni. Cosa ti ha portato a fondare questo progetto?
Innanzitutto Grido Underground non è partorito esclusivamente da me, nasce grazie alla collaborazione con Federico, cantante e chitarra de L’Abat-Jour e alla disponibilità dei gestori di Enoteca da Luciano, la birreria vicino a casa, quella dove da sempre ci ritroviamo la sera.
L’ idea nasce dal bisogno che sentivamo di riempire le serate con musica vera, stanchi di cloni e cover band e della mancanza di spazi dove le band possano suonare dal vivo i loro pezzi, abbiamo deciso di lanciarci in questa bellissima avventura. Devo ammettere che, se non fosse stato per la delusione del mio ennesimo progetto musicale naufragato, Prison Sense, forse Grido Underground non esisterebbe. Mi piace ricordarlo a me stesso, mi ricorda che anche le cose negative possono darti energia da usare positivamente in altri progetti.

Quali sono i tuoi obiettivi? E’ un progetto destinato a crescere?
Questo è il nostro secondo anno, Federico ha lasciato lo staff per poter seguire meglio i suoi progetti musicali, ma continua comunque a darmi una mano quando può, come altri amici e appassionati che vengono a seguire i concerti, li pubblicizzano, invitano altri amici, e tutto per l’underground. Gli obiettivi rimangono sempre gli stessi, dare spazio ai gruppi indipendenti locali, portando a suonare qualche ospite che viene da un po’ più lontano, promuovere la cultura musicale, combattere il qualunquismo e gli stereotipi che, musicalmente, tribute e cover band propongono da ormai troppo tempo. Per quanto riguarda il discorso crescita la volontà è quella, ma c’è tanto lavoro da fare, un passettino alla volta…

Come pensi sia stata la risposta del pubblico al progetto finora?
Considero la risposta del pubblico buona, altrimenti non ci sarebbe stato un secondo anno. Ci sono state serate da tutto esaurito come qualcuna con un pubblico limitato a pochi appassionati, ma organizzando musica per un sacco di mesi penso sia normale. Grido Underground propone una grande varietà di generi, quindi anche il pubblico è vario e magari non apprezza tutti i generi proposti.

Nell’aria si sente parlare anche di Independent Ground Booking. Di cosa si tratta?
Independent Ground Booking Agency è ancora in fase embrionale, vista l’esperienza maturata e gli artisti conosciuti organizzando Grido Underground, ho deciso di iniziare a seguire alcune band facendogli da booking. E’ un progetto al quale mi sto dedicando con entusiasmo, cercando di seguire poche band in maniera meticolosa. Lo considero un passo fondamentale per organizzare eventi, ovviamente mi avvalgo del supporto fondamentale di 101 Booking e di associazioni come Delta Underground e Stanghella Giovane.

Se dovessi indicare qualche band più famosa che ti piacerebbe portare a Grido Underground ma che ancora non sei riuscito a portare, chi citeresti?
I nomi sono tanti, dagli Ska-J agli Zen Circus, da Sir Oliver Skardy agli Extrema, la lista sarebbe troppo lunga. Speriamo di poter portare qualcuno di questi artisti a Grido Underground prossimamente, intanto godiamoci il programma di Settembre che propone band locali di grande valore e tre ospiti di lusso quali El V & the Garden House, i Betty Poison e i What a Funk.

Ecco il programma di Grido Underground di settembre!

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[umorismo]

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I Radiohead?
Sostanzialmente pronunciare questo nome nel 2011 significa suscitare attenzione, soprattutto negli addetti ai lavori. Una delle band più discusse, in certi momenti anche una di quelle più discutibili; una delle band che più ha tentato di sperimentare fuori da ogni definizione, salvo delineare una serie di stilemi tipicamente Radiohead (non sono nella riconoscibilissima voce dell’imprescindibile Thom Yorke) che iniziano, forse, a ristagnare. Uno di quei progetti che non smetterà mai di evolversi perché il suo scopo sembra essere un polimorfismo incessante, votato, e questo non lo si può negare, ad un profitto che da ogni parte piove sulle loro teste in cifre veramente interessanti (500.000 euro di cachet per un live nel 2008, un milione di euro, si vocifera, nel 2011). Non è nelle nostre corde criticare un gruppo per la sua volontà di incassare: tutti devono vivere, l’arte si paga anche e soprattutto perché è un mestiere e produce emozioni non indifferenti in chi ne fruisce. Ogni band si dà un valore, il compito di giudicare se questo ammontare corrisponde ad effettivo coefficiente d’interesse spetta al pubblico (al limite alla critica).
Questo editoriale puntava inizialmente a sfatare il mito dell’eterna perfezione dei Radiohead, perlomeno sulla carta, per evitare di rinchiudersi nella definizione dei cosiddetti “fanecchi” che spruzzano parole d’elogio su qualunque cosa i loro beniamini facciano. Ma anche qui dobbiamo sgomberare il campo da ogni dubbio: a chi scrive i Radiohead sono sempre piaciuti, dal primo all’ultimo disco, certo con accenti e accenni diversi di volta in volta, ma sempre in maniera molto intensa e sincera. Vediamo meglio questi aspetti.

Una band come i Radiohead ha più volte dimostrato una visionarietà artistica che si è poi tramutata, nei fatti, anche in scelte di marketing e d’immagine assolutamente geniali. Brillante per alcuni, vigliacco ma giustificabile per altri, è stato sottomettersi alle major (la EMI) fin dall’inizio, veicolando inizialmente un rock sporco di pop, buono per i più, strappando consensi tali da rinchiudere una band in una torre d’avorio che gli permettesse, poi, finalmente, di attuare il proprio progetto di esplorazione dei mezzi, cioè degli strumenti (prima), dei meccanismi del mercato (poi). Dopo Ok Computer, perfetta opera rock con iniziali accenni di quell’evoluzione radicale che sarà Kid A, la virata elettronica ridefinirà i Radiohead fino a portarli all’attuale rapporto di amore/odio con stampa e ascoltatori medi, escludendo ovviamente i fan innamorati, anche a scatola chiusa, della loro musica. Da Kid A a In Rainbows l’evoluzione è stata inarrestabile: si sono prodotti due dei dischi più sorprendenti del primo decennio di questo nuovo millennio, regalando al mondo una nuova concezione di elettronica sperimentale, trascendendo ogni schematismo, salvo qualche capatina nel pop (comunque non convenzionale) di singoli come “Idiotheque” e “There There”, o canzoni più easy ma ugualmente strabilianti come “2+2=5”. La parentesi evolutiva, musicalmente, sembra essersi però lievemente impantanata in un altro (sempre splendido, ma meno) disco, che è The King of Limbs, il lavoro che forse meno di tutti segna cambiamenti tra uscite consecutive. I fan sono stati quasi tutti contenti, tranne qualche stortura, la stampa gli si è accodata. La bava alla bocca è stata, ovviamente, amplificata anche dalla dichiarazione di guerra, ormai vecchia di quattro anni, fatta dalla band alle major, rescindendo il contratto con EMI per utilizzare meglio internet come strumento di promozione. In Rainbows esce in formula “it’s up to you”, è il fan che sceglie come procurarselo (aspettando per la copia fisica, che uscì un mese più tardi, oppure scaricandolo, con possibilità anche sul formato) e quanto pagarlo. Un’evidente presa di posizione definita da molti una destabilizzante rottura nella continuità di una morente discografia che lotta per sopravvivere; in realtà la furbizia della band stava nell’approfittare della fedeltà dei fans, giacché chi voleva acquistare il disco evidentemente avrebbe pagato comunque, mentre chi avrebbe approfittato delle cascate di mp3 facili da procurare online avrebbe scaricato gratuitamente l’album (quasi solo) dal loro sito, generando anche un patto di fiducia con i loro beniamini, nonché una raccolta di statistiche interessante per future strategie di marketing appetibili non sono per la band inglese. Però anche stavolta, come in altre, i Radiohead sono stati visti come gli innovatori, i sovversivi, Berlusconi direbbe “i comunisti”. Progressisti, però, solo sulla bocca dei critici meno attenti, perché Trent Reznor aveva adottato la stessa strategia poco prima e tanti altri lo fecero anche all’epoca in cui i dischi si compravano ancora nei negozi di settore, snobbando le etichette grosse per virare verso quelle “indie”.

Cosa ne emerge quindi da questa analisi. Tralasciando l’ovvia e innegabile capacità artistica, strumentale e di tenuta del palco che la band ha sempre dimostrato dal primo giorno ad oggi, e un’astuzia nel vendersi che tanto gli ha portato fama (cosa c’era di meglio per accaparrarsi pagine all’interno di ogni webzine o magazine? Mi ricordo che furono perfino su giornali locali tipo il Gazzettino di Rovigo o il Mattino di Napoli quando uscì In Rainbows), i nostri sono sicuramente vittima di quella rete che usufruisce, troppo in fretta, di ogni passaggio, bruciandone la validità atemporale e trasformandola in un colpo di fulmine su Twitter destinato a durare qualche settimana (che è gia tanto, oggi, no?). Da alfieri di una scena che ha prodotto una schiera di imitatori più o meno devoti, incarnano fieramente l’immagine di artista simbolico, cavallerescamente, senza scendere da un piedistallo che si fa, ogni anno, sempre più alto e dorato.
Gran musicisti, da stimare, ma un giudizio sempre razionale riguardo il loro operato potrebbe senz’altro risparmiarci qualche esagerazione di troppo!

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Fotoreport a cura di ELEONORA VERRI

Al celebre locale ferrarese La Gattola il 19.08.2011 si è tenuto un evento molto particolare, con 10 ore ininterrotte di musica e DJ set. Questa la lista di band che si sono esibite: Caroline and the Treats, Let’s Get Lost, Mace, Discomen, Nu Bohemién, Devocka, Lester and the Landslide Ladies, Dubby Dub, The Tunas.

Nu Bohemién

Devocka

Dubby Dub

The Brokendolls

Let’s Get Lost

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Fotoreport a cura di Eleonora Verri.



Altri articoli su Tre Allegri Ragazzi Morti:
fotoreport live @ Bologna, 01.07.2011
live @ Pordenone, 12.11.2010
fotoreport live @ Bologna, 14.09.2010
recensione Primitivi del Futuro

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ETICHETTA: Conspiracy Records
GENERE: Post rock, ambient

TRACKLIST:
1. As Freedom Rings
2. We Speak in the Dark
3. Blanket of Ash
4. Eating Our Bodies
5. Iron Water

Aaron Turner degli Isis ha sempre avuto un approccio freddo verso la musica. Freddo, ma tanto produttivo quanto eccessivo nel sperimentare e nell’osare. Questa volta, lontano dalle viscerali sonorità post-metal della defunta formazione di Celestial e successive pubblicazioni, appare come semplice strumentista al servizio della compagna in vita Faith Coloccia, in un disco sospeso tra equilibri post rock, pop da camera tipicamente pianistico confuso da sapori shoegaze e musica classica ribaltata in una scatola piena di rumori ambientali random.
Comprendere cosa contiene Mare Decendrii da questa poco limpida introduzione non è certo cosa facile; si tenterà quindi maggiore precisione nelle prossime righe: i cinque brani tentano di raccontare, a loro modo, storie dall’intensa portata prog, nel senso della dilatazione (alcuni momenti, vedasi “We Speak in the Dark”, non sono solo lunghissimi ma anche chilometrici) e delle progressioni puramente atipiche che in ogni pezzo mutano di forma senza un obiettivo o un intreccio definiti. Nulla di preconfezionato, come una sorta di improvvisazione poi cesellata ineccepibilmente fino a trasformarla in una colonna sonora di strane immagini di stanze spiritate occupate da corpi nudi fluttuanti che, per qualche strano motivo, hanno il dono della parola e si chiedono perché si trovano lì. Le vibrazioni neoromantiche tipicamente risalenti ai primi lavori dei Godspeed You Black Emperor, udibili particolarmente nella prima metà di “Eating Our Bodies” così come nella coda di “Blanket of Ash”, trovano la loro collocazione perfetta grazie ad una scelta ineguagliabile a livello di suoni, tra violini, voci che si rincorrono, e soprattutto il pianoforte.

Ascoltare questo disco è l’unico modo per capire fino in fondo lo sconvolgente universo dei Mamiffer, una coppia di musicisti come pochi, che nonostante il ristagno evidente in tutti questi generi post-qualcosa e sedicenti sperimentali riescono a sollevare un minimo di interesse in un progetto pesante per i più, ma abbastanza visionario e brillante da risultare impeccabile.

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Fotoreport a cura di Eleonora Verri

Il programma di What Is Rock è stato anche quest’anno molto interessante.
Eleonora era presente per noi a seguire alcune serate, in particolare quelle del 4 Agosto (Aedi), 10 Agosto (Dubby Dub e New Candys), 12 (Tre Allegri Ragazzi Morti e Nolatzco), e infine 13 agosto (Impact).
Il fotoreport dei Tre Allegri Ragazzi Morti sarà online venerdì 26.

AEDI

DUBBY DUB

NEW CANDYS

NOLATZCO

IMPACT

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E’ un termine (relativamente) nuovo ma diventato d’uso comune quando ancora gli strumenti che da esso sono dominati (iPod, web radio e social network musicali) erano in uno stadio prematuro. La sua valenza è discussa così come il senso delle medesime “raccolte”, tra un’inarrestabile e mistica unione di nostalgia e revisionismo che osa tanto da rilanciare chincaglierie abbandonate (giustamente) come le musicassette. E allora in questa epoca dove la volatilità e la comodità straordinariamente user-friendly degli mp3 ha rivoluzionato sia il significato del fare che dell’ascoltare musica, non ci interessa se in meglio o in peggio, risulterà forse troppo azzardato un post che prenda le difese, almeno in parte, di questo nuovo strumento?
Nel numero di agosto del famigerato Rolling Stone italiano, dove pure si parla (quasi solo) di playlist, un editoriale del Jovanotti nazionale suggerisce (anzi shuggerishe) un’originale interpretazione della vittoria elettorale di Obama del 2008: vinse per aver pubblicato la playlist preferita presa dal suo iPod, altro che programma elettorale! Lorenzo, forse preso da una vena giornalistica un po’ troppo distorta dalla linea editoriale di RS, ha quasi divinizzato le playlist ma rimane qualcosa di innegabile la sorprendente validità extramusicale di questi “elenchi”. Come un libro o un articolo di critica musicale, oltre ai meri contenuti e commenti, comprendono informazioni su chi le compone, visto che nessuno nel duemilaundici può negare quanto della personalità di un individuo si possa carpire dai suoi gusti letterari, artistici e musicali. Ecco che pubblicare una playlist non diventa più solo un vanto o un riempitivo per le nostre pagine Facebook, ma un’esternazione, densissima di significato e quasi autobiografica. Sottolineature ulteriori si possono fare riguardo l’uso “pubblicitario” che un personaggio celebre può fare di una playlist, orpello capace di dare popolarità agli artisti inseriti nella stessa, così come a chi la crea. Se Lady Gaga o Madonna pubblicassero un elenco pregno di artisti emergenti neozelandesi o una collezione di ballad per ukulele composte da Maroni in ritiro sulle Ande dopo l’ennesima figura di merda dei suoi compagni di partito, stampa e fans più morbosi (che non mancano alle due come non mancano ai due Vasco, né a quello di Ferrara né a quello di Zocca, questo per dire che non si parla solo di pop) farebbero a gara per parlarne, i primi, e ascoltarli, magari fingendo e ostentando un’esagerata ondata di apprezzamento verso queste band, i secondi.
Nel terzo millennio cibernetico che regala piogge di popolarità random destinata ad evaporare dopo un paio di giorni di retweet a colpi di #, fare una playlist o un mixtape è quindi anche raccontarsi, quasi un nuovo modo di rappresentare il proprio carattere. Lo può essere anche fare un DJ set, ma i deejay ci piacciono un po’ meno per partito preso (troppo facile fare i soldi così).
Noi di The Webzine che pecchiamo, nel settore, non solo di scarsa diffusione ma anche di mancata presunzione (leggere Rockit, Onda Rock e Rolling Stone Italia per capire che è quella la loro parola d’ordine nonché chiave del successo), volevamo benedire la nostra nuova rubrica di playlist online preannunciata da tempo con questa introduzione, senza chiamare nessuno di famoso a fare da apripista (Ligabue non mi ha risposto alle mail, o forse mi sono dimenticato di inviargliela, tale era il mio interesse verso la cosa). Ovviamente c’è anche l’immancabile preghiera di fare commenti che naturalmente non vedrò mai. Ma chi se ne frega, a noi mancano popolarità e presunzione.
Hasta la primera playlist, web generation!

ps. Qui sotto una playlist casuale trovata su Google Immagini, ma che non troverete mai su The Webzine

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The Webzine Suggests #15

Con il nuovo singolo dei Niagara inauguriamo il feed bisettimanale di Webzine sui concerti, con un ritardo di 7 giorni causa ferie!

Eppoi ecco a voi: L’ultima decina di agosto, vista da noi. Ecco dove non dovete assolutamente mancare!

stassssera
22.08.2011 MINISTRI @ Festa Radio Onda d’Urto, Brescia
da domani in poi
23.08.2011 NADA ft ZEN CIRCUS & CRIMINAL JOKERS, Festa Radio Onda D’Urto, Brescia
23.08.2011 OVO @ DOBIALAB, Staranzano (GO)
25.08.2011 SKA-J @ PARCO DI VILLA BASSI, Abano Terme (PD)
25.08.2011 TALCO @ ZONA ROCK, Tribano (PD)
26.08.2011 ZIGGY MARLEY @ ESTRAGON, Bologna
26.08.2011 TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI e LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA @ MARAROCK, Schio (VI)
26.08.2011 HEIKE HAS THE GIGGLES e THE PANICLES @ HOMEPAGE, Udine
26.08.2011 SMART COPS @ RADAR FESTIVAL, Padova
27.08.2011 MARLENE KUNTZ @ ESTRAGON, Bologna
27.08.2011 AFRICA UNITE @ MARAROCK, Schio (VI)
27.08.2011 ELISA @ PIAZZA DUOMO, Cividale del Friuli (UD)
27.08.2011 PHINX @ CASTEL DAI DE PARAGA, Paraga di Vigonza (PD)
31.08.2011 HIDDEN CAMERAS @ ESTRAGON, Bologna
31.08.2011 TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI, RUMATERA, OJM e KING SIZE @ HOME FESTIVAL, Treviso
31.08.2011 AFTERHOURS @ FRAMMENTI FESTIVAL, Frascati (RM)

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Erano mesi che non facevamo una “pleasant talk” con qualcuno che ci piaceva. In Italia non ce ne sono poi molti e il titolo, inutile, di disco dell’anno se lo stanno cuccando con 6 mesi di anticipo (almeno qui su The Webzine) i LEGNAiuoli di Correggio, ovvero i Gazebo Penguins.
Sollo e Capra in questo fiume di caratteri rigorosamente in font Georgia ci spiegano tante cose, l’origine del disco, l’origine del loro nome, l’origine dei lividi sulla schiena durante i concerti d’estate. E tanto altro.
Buona lettura.

Salve.
Grazie per aver accettato l’intervista di The Webzine.
Una domanda subito: nell’ultimo disco salta subito all’occhio il duplice cambiamento di genere e di lingua. Come si spiegano? Il nome “legna” è già abbastanza indicativo, c’è dell’altro?

Capra: Se dici che abbiamo cambiato genere, è stato un processo di cui non ci siamo coscientemente resi conto. Le canzoni vengon fuori man mano, e alcune canzoni di LEGNA erano  ancora invischiate nell’album prima, le suonavamo assieme alle altre, sono sorelle. Quando proviamo a fare le nostre canzonette, lo facciamo in sala prove. Quel che viene fuori, viene fuori dalla sala prove. E la nostra sala prove è qualcosa di continuativo, di estremamente consequenziale:  non ci sono cambiamenti di genere in sala, solo canzoni una dopo l’altra; e che tante volte non c’entrano nulla l’una con l’altra. L’unico vero cambiamento è stato cantare in italiano, e alla fine l’abbiamo fatto per diversi motivi: per provare, per vedere che risposta avremmo avuto ai concerti, e perché i pezzi ci sembravano più belli cantati così.

Sollo: per quanto riguarda LEGNA (che va sempre scritto in maiuscolo per enfatizzare appunto il senso già implicito nella parola in sé) volevamo un titolo semplice, veloce, che la gente ricordasse ancora prima di Gazebo Penguins, qualcosa a cui poi associ il gruppo magari. Direi infatti che LEGNA ora è il nostro genere musicale.

E’ evidente che un disco del genere trova la dimensione a lui più congeniale nei live. Cosa aspettarsi da un live dei Gazebo Penguins?

Capra: Dall’ultimo concerto che abbiamo fatto (a Varazze il 14 agosto, all’Osteria dell’Amor Cieco di Alessio e compagnia bellissima) io son tornato a casa con una caviglia slogata, i quadricipiti indolenziti e un livido grande come una mano sulla schiena.

Sollo: per quanto mi riguarda ho riportato diverse abrasioni, una totale perdita della voce e qualche segno in più sul basso.

Un disco veloce e diretto, corto ma d’impatto: come mai la scelta di un album con così pochi brani?

Capra: Avevamo quei brani lì già pronti, e ci sembrava che stessero bene assieme, che formassero una simpatica famigliola. Poi i concerti troppo lunghi ci hanno sempre annoiato. Poi 23 minuti è il tempo standard che impiego da casa mia al negozio di Reinzoo a Vignola. Quindi era perfetto.

Sollo: 23 minuti è il tempo che impiego in bagno alla mattina. Sono un fighetto. Sai che bello ascoltarsi un disco che dura giusto il tempo che fai qualcosa? Tipo tagliare il prato, andare da Correggio al Lido Po, ecc.

Interessante anche la scelta di pubblicare sul vostro sito tutti i costi di registrazione dell’album. Pensate che tutte le band dovrebbero farlo?

Capra: Abbiamo voluto dare un’idea di quanto costi fare un album (e un video poi) perché sono storie che spesso la maggior parte delle persone che ascoltano dischi non sospettano nemmeno. La questione dei soldi è quasi sempre un tabù. Per noi ha un significato preciso far sapere quanto si spende in soldi, tempo e impegno per fare quello che ci piace. Perché anche i soldi fanno parte del fare musica. E il discorso nostro era che LEGNA l’avevamo fatto avendo ben presente un disco non ci avrebbe arricchito, e nemmeno impoverito. Ma era qualcosa di così importante per noi, di così invischiato nelle nostre vite, che regalarlo, a dispetto di quanto si era speso per farlo, era la cosa più sensata. Per dire quanto ci tenevamo a questo disco, e quanto ci tenevamo al fatto che chi avesse voluto ascoltarlo avrebbe potuto farlo con un clic. Gli altri facciano quel che più li aggrada. A noi ci aggradava parecchio fare così.

Nel disco compare anche Jacopo dei Fine Before You Came. Come mai la scelta di includerlo nel progetto? Adatto alla musica, o semplicemente amicizia/stima professionale?

Capra: Mi sa tutte e due. Era un pezzo in cui la voce di Jacopo secondo noi calzava a fagiuolo, ed è stato l’inizio di un bellissimo rapporto di amicizia e di lavoro di squadra. Jacopo ha seguito tutta la storia di LEGNA, nonché la sua veste grafica e la stampa in serigrafia assieme al suo socio Stefano di Legno, e per tanti versi è stato un incredibile facilitatore e instancabile team supporter. Non credo immagini neanche quanto gli siamo grati. Carrello circolare. Lacrime. Stacco.

Sollo: poi adesso ci indicano come i Fine Bifore You Came 2.0. Vuoi mettere che onore?

Ultima domanda su LEGNA: il “fri daunlò” è ormai un metodo di distribuzione sempre più in voga. Sarà perché la gente non compra i dischi, sarà perché bisogna tenersi al passo coi tempi, voi come la vedete?

Capra: Sarà perché il valore di un lavoro oramai inerisce molto al quanto questo venga condiviso. Il tasto di facebook, a riguardo, è piuttosto pertinente: CONDIVIDI, ti dice. E se qualcosa che per te ha un valore grande, importante, che ha molto a che fare con la tua vita e con ciò che ritieni sia bello, viene condiviso da tantissime altre persone, allora si crea qualcosa di nuovo. Sei più convinto, e più tranquillo, e più contento. Hai la sensazione che quello che hai fatto non abbia più un valore solo per te, ma sia – per l’appunto – un valore condiviso. Prima non c’era niente. E dopo c’è questa roba qua. Ma non è tutto qui. Perché puoi anche fare qualcosa che pensi sia valido, e poi viene condiviso da migliaia di persone con cui non passeresti neanche quindici minuti alla fermata del tram. La cosa più bella è che tante delle persone che abbiamo incontrato da quando è uscito il disco sono persone belle, persone con cui siamo andati a cena, che sono venute ai concerti, con cui abbiamo bevuto e sparato cazzate. E che vorremmo rivedere. Carrello circolare. Lacrime. Dissolvenza al nero.

Sollo: io piango.

Facendo un passo indietro, come sono nati e perché si chiamano così i Gazebo Penguins?

Capra: I Gazebo Penguins sono nati a Correggio, e abbiamo iniziato a suonare perché volevamo diventare gli endorsment della Fender. Del perché ci chiamiamo così piacerebbe saperlo anche a noi…

Sollo: io poi mi sono venduto all’Ampeg ed è tutto finito. Sì, stento anche io a ricordare la nascita del nome, ma credo fosse una sera in cazzeggio a sparar cazzate che mai avremmo preso seriamente…e infatti non ce lo ricordiamo.

Le recensioni online vi hanno paragonato a decine di nomi diversi, come accade per chiunque. Qual è la vostra opinione sulle webzine e sulle recensioni che vi hanno fatto finora? (Tutte molto entusiastiche peraltro)

Capra: Le webzine, e i ragazzi e le ragazze che hanno il blog, e quelli che ne parlano su facebook, e  quelli che caricano i pezzi su youtube, e quelli che ci scrivono e compagnia bella: ecco la critica musicale importante. Tutta va nella loro direzione. Ed è quella che ci piace.

Sollo: postiamo anche sempre le cattive critiche su face book, magari sfottendole o prendendo un po’ per il culo chi le ha scritte, ma ci sta. Internet è una piazza aperta e ognuno può dire la sua su ogni argomento, così facciamo anche noi. Creiamo discussioni, io personalmente spesso provoco anche, ma per far nascere discussioni. Yo.

Ringraziandovi nuovamente per l’attenzione, vi chiedo se volete indicare quali sono i prossimi eventi a cui i fan possono venirsi a prendere della legna. 

Capra: Ti diciamo dove saremo in settembre, che ci son delle serata veramente a palla di fuoco: il 2 con gli Smart Cops a Vicenza, il 16 a Varese con Verme e Cosmetic, il 17 all’AntiMtvDay10 a Bologna che sarà una cosa da screpolarsi le ascelle, e il 23 a Belluno. Tié. Serenità.

Sollo: in ogni caso sul sito ( HYPERLINK “http://www.gazebopenguins.com” http://www.gazebopenguins.com) ci sono sempre tutte le date in real time. E qui tutto il resto:  HYPERLINK “http://www.facebook.com/gazebopenguins” http://www.facebook.com/gazebopenguins.  Pace.

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Per gli amici nisseni una segnalazione non da poco.
Wild Love Records con la direzione artistica di L’Arsenale saranno oggi 20 agosto 2011 a Niscemi (CL) per una giornata di musica e reading ad alta qualità!

Luoghi dell’evento: Largo Belvedere, Piazza Vittorio Emanuele, biblioteca comunale, Chiesa delle Grazie, Largo Guariglia, Via IV Novembre.
Qualche nome random (gli altri nell’evento ufficiale Facebook): Marlowe, Blu Iride, Le Formiche, Unconditional, Ultravixen, Fondazione Falso


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ETICHETTA: Disco Dada/Mag Music
GENERE: Tributo, post-punk

TRACKLIST:

  •  Simona Gretchen & La mela e Newton – Junkie
  •  Giorgio Canali & Rossofuoco – Luna viola
  •  Ilenia Volpe – Fiction
  •  Tying Tiffany – È aria
  •  Lilies on Mars – Il posto delle cose da non trovare
  •  Zippo – Cuore di puttana
  •  Luminal – Prima della caduta
  •  Veracrash – Generazioni
  •  Marco Campitelli (The Marigold) – Quando?
  •  Spiral69 – Elvira
  •  Nevica su quattropuntozero – Elettricità
  •  Motel 20099 – Angelo nero
  •  Kitsch & Micol Martinez – Divora
  •  C. F. F. e il Nomade Venerabile – Santuario
  •  Katrina Saviors – L’attesa
  •  Devocka – Maelstrom

Umberto Palazzo, figura imprescindibile del panorama post-punk italiano degli ultimi vent’anni, sommerso nell’immaginario dei “veri alternativi” degli anni novanta ma sconosciuto ai più, si ritrova, suo malgrado, vittima di una congiura ordita nei suoi confronti da Disco Dada e dalla Sinusite Records del giovane Marco Gargiulo. Sedici artisti mettono su questa compilation la loro firma per tributare ad uno dei più grandi artisti della scena nostrana, uniti da quel linguaggio post-punk che i Santo Niente ci hanno tramandato con straordinaria effervescenza.

Le band selezionate sono tutte artisticamente di prima scelta, e le loro reinterpretazioni lo attestano: togliendo Giorgio Canali, ospite di spicco, con una possente “Luna Viola”, gli altri artisti si collocano in una fascia medio-alta di notorietà, aspetto che non incide certo sulla loro qualità strumentale e di rivisitazione dei brani del Palazzo nazionale. Più chitarristiche le rese di Veracrash (“Generazioni”), Devocka e Motel 20099 (“Angelo Nero”), più indie/electro quelle degli Spiral69 (“Elvira”, addirittura trasferita in lingua inglese) e “E’ Aria” di Tying Tiffany. Ci sono anche elementi di contatto con la formazione originale del Santo Niente, come accade negli Zippo, che infatti eseguono una versione molto fedele all’originale di “Cuore di Puttana”; abbastanza vicina alle sonorità della band di Umberto, ma comunque riarrangiata, la bella e distesa “Fiction”, ad opera di Ilenia Volpe. Ulteriore apporto femminile è dato da Simona Gretchen e la sua “Junkie”, dov’è visibile lo stile personale della cantautrice, anche questo elemento che gioca a favore della reinterpretazione. Effettivamente l’efficacia di queste cover sta proprio nel coniugare in maniera mai banale l’anima di ogni singolo artista partecipante e il sound originale delle canzoni (i Nevica su Quattropuntozero sono quelli che ci riescono meno, ma la loro “Elettricità” è egualmente entusiasmante). Tra le più equilibrate in questo senso troviamo le canzoni scelte e rifatte da Luminal, CFF e il Nomade Venerabile e Marco Campitelli.
Non esistono pezzi realmente deboli e questo solleva la fruibilità sul lungo periodo di questo virtuoso atto di riverenza discografica.

Questa compilation potrebbe svolgere un importante ruolo di tributo ad un personaggio interessantissimo e a suo modo storico, però non si limita a questo: apre una nuova porta sulla nostra musica, che può essere riscoperta anche tramite un’opera di omaggio che non sia semplicemente una cover band fatta per guadagnare, ma un sincero ossequio nato da un spontaneo attaccamento all’autore in questione o da una scelta editoriale pungente e lungimirante, com’è il caso di questa Generazioni. Datele più di un ascolto, e sentirete turbinare dietro ogni nota la vera anima delle band che hanno interpretato questi stupendi brani consapevoli di contribuire ad un progetto singolare ed avvincente, stimolante e curioso.
Compilation dell’anno.

RECENSIONI DEGLI ARTISTI QUI INCLUSI AD OPERA DEL RECENSORE
Devocka – Perché Sorridere?
Nevica su Quattropuntozero – Lineare
Simona Gretchen – Pensa Troppo Forte

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Terzo mixtape, stavolta da Abeano

Continua il countdown verso i primi mixtape di The Webzine

TRACKLIST:
1. JJ Cale – Wish I Had Not Said That
2. Shuggie Otis – Strawberry Letter 23
3. America – Hrose With No Shame (Todd Terje aka Wade Nicholas edit)
4. Black Sabbath – Planet Caravan (DJ Steef edit)
5. Fleetwood Mac – Everywhere (Psychemagik edit)
6. Alan Parsons Project – I Wouldn’t Want to be Like You (The Twelves reedit)
7. Kate Bush – I’m Not Here (Fred Palakon edit)
8. Bread – Make It With You (Appo edit)
9. Ace – How Long (Discolexia edit)
10. Electric Light Orchestra – Letter from Spain

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ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Stoner rock, punk, space-rock

 

TRACKLIST:
1. Impulses 069
2. Universe Ride
3. Raise Hell
4. Star Messenger
5. Tom
6. Sleepless

Per Star Messenger EP basta una recensione piuttosto breve.
Vi ricordate i Kyuss, i primi Queens of The Stone Age e i Fu Manchu? Immaginateli con gli stessi suoni trasferiti a Palermo, quindi con la nostra capacità (ovviamente inferiore a quella degli americani) di fare del gran casino con distorsioni iperruvide, pezzi veloci e furiosi, suoni caldi e devastanti. I Sergeant Hamster in sei pezzi condensano tutta la loro visione di stoner/desert rock, perfettamente coerente con quella delle band storiche: manca semplicemente una certa coesione, giacché nelle originali derive psichedeliche e space che si attestano su un filone vagamente derivante dai Black Sabbath (quindi dalle incidenze pesantemente doom) perde un minimo di comprensibilità. E’ possibile che nel prossimo full-length questi ingredienti vengano esplorati a dovere e si crei un vero capolavoro.
Fino a lì, un gran EP di desert rock all’americana suonato da italiani, con tutti i crismi.
Acid.

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ETICHETTA: Modern Life
GENERE: Indie, alternative rock

TRACKLIST:
1. La Vita Sognata
2. Regole di Ingaggio
3. Settembre
4. Il Limite
5. Oblio
6. Giorno di Follia
7. L’Estate In Un Giorno
8. Dormi

I Giorni dell’Idrogeno a noi ha già stupito: ha stupito la sua capacità di raccontare storie per niente facili da rendere in musica, con parole che colpiscono in maniera semplice e diretta, ma senza banalità; ha stupito una maturità compositiva evidente nota per nota lungo tutta la sua durata, forte di una mescolanza di ingredienti brit, new wave e pop senza nessuna sbavatura; infine, ha stupito anche per la sua contemporaneità, capace di penetrare l’inconscio dell’ascoltatore in quanto attuale e quotidiano come pochi altri lavori negli ultimi tempi.
Nel tentativo di esulare da ogni definizione, gli ingredienti sopraindicati sono comunque molto evidenti, e questo rende il tutto maggiormente compatto. Le ballate e i brani più aggressivi e danzabili si fondono in un’unica serpentina di emozioni, seguendo una semantica pop quasi decadente/romantica (e, a seguire, anche la parte estetica di queste etichette). I Manic Street Preachers e gli intramontabili Joy Division vengono fusi in un album molto originale che trova forza nei suoi testi in italiano, che lo rendono contestualizzato e moderno. Di prima scelta soprattutto “Regole di Ingaggio”, “Il Limite” e “La Vita Sognata”. Azzeccatissimo anche il primo singolo “Settembre”, mentre i brani meno efficaci (ma egualmente potenti nella propria effervescenza e comunicatività) rimangono, a latere, “L’Estate in Un Giorno” e “Dormi”.

Illusioni, speranze e malinconie, ma anche la voglia di alzare la testa. La sfida dei The Shadow Line era difficile da vincere, ma evidentemente ce l’hanno fatta. Speriamo che i meritati giorni di gloria arrivino anche per loro!

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ETICHETTA: Nessuna
GENERE: New wave, post-punk, electropop

TRACKLIST:
1. Across the Stars
2. Hide & Seek
3. Goodnight
4. Sugar Sandman
5. Anything Inside Me
6. Hey Stranger
7. Metropolitan
8. Love’s A Thing You Can’t Heal From
9. Tonight Can Be Done

Messiah Complex è un disco a suo modo stupefacente. Sorprende, quasi assorda, la sua capacità di essere sintetico e contemporaneamente dire molto sullo status della
new wave italiana, che nonostante il suo essere un continuo riproporsi di stilemi tipicamente British, di derivazione quindi neanche troppo celata, riesce a confermare di
anno in anno la nostra bravura nel personalizzarla e renderla “nostrana”.
E’ così che i Temple of Venus si presentano, forti di ritmiche non utili solo a riempire ma anche a strutturare meglio il brano, lineari quando devono svolgere un ruolo
secondario, più frastagliate e complesse quando si deve sostenere quel tappeto di synth che i New Order avevano portato in campo con sorprendente saggezza
compositiva. Oggi in Italia pochi li sanno riproporre in maniera opportunamente aggiornata, e nella breve lista in cima troviamo proprio i ToV. Sferzate di electro-pop
contemporaneo (“Hey Stranger”, in cui si evidenzia clamorosamente tutta la potenza del basso), intralciato da alcune pulsazioni indietronica nel background dei pezzi
più tranquilli (“Hide & Seek”), colorano di più un disco fortemente devoto prima a Curtis poi a Peter Hook, ma ancorato ad una concezione italica che si deve alle loro
origini bolognesi. Distorsioni e sintetizzatori più cauti e calmi si alternano in un lavoro completo e maturo, che presenta sia momenti da ballare, carichi di una densità
post-punk senza rivali in questo duemilaundici, che ballad più strappalacrime, dove malinconia e un pizzico di ira si uniscono in un crocevia di emozioni difficile da
ignorare.

Tra scelte di suoni veramente azzeccate e impianti compositivi degni dei migliori gruppi anni ’80 e ’90 (nel genere, si intende), la band ha tutte le carte in regola per
rimanere in voga qualche anno, anche all’interno dei Dj set di settore. Il cantato in inglese è funzionale alla causa, anche se qualche brano in italiano poteva rafforzare in
termini di fruibilità l’intero album. Ma del resto, in un disco che di radiofonico non ha niente, non dobbiamo farci queste paranoie…gran lavoro!

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ETICHETTA: Borstal Beat Records
GENERE: Punk rock

TRACKLIST:
1. Don’t Shut ‘em Down
2. Oliver Boy (All of Our Boys)
3. A Prayer for Me In Silence
4. Saints & Sinners
5. Rise Up
6. The Heart of the Sea
7. The Cradle of Human Kind
8. Revolution
9. The Power’s Out
10. Present State of Grace
11. Speed of Darkness
12. So Sail On

Quanti dischi identici faranno ancora i Flogging Molly senza cambiare di una virgola prima di stancarsi e soprattutto prima di stancare?
E’ per questo che spenderemo solo poche parole per Speed of Darkness, un album fotocopia di molti altri dei losangelini, ma che ha l’unica differenza nel clima stantìo che si sente in sottofondo, quasi a percepire l’invecchiamento dei membri della formazione dietro ad un’iperproduzione soprattutto alla batteria. Piano però, perché ci sono dei meriti che bisogna necessariamente dare a questa, ormai, storica band folk punk: è evidente la maturità artistica raggiunta da tempo, in questo caso meno concentrata, sapientemente dosata su ogni brano e quindi senza accumularla su pochi singoli. “Don’t Shut em Down”, come primo estratto, riprende la tradizione folk che si appiccica ormai per luogo comune proprio ai Flogging: una punk ballad molto radio-friendly che non si discosta molto da Drunken Lullabies. La title-track è quella più “irlandese” (così come “So Sail On”, brano di chiusura), mentre si tende, in alcuni momenti, a derivare verso un punk più classico, se vogliamo quello storico, sporco di blues, di alternative e di venature più hardcore.
Nota di merito sicuramente riguarda i testi, politicizzati a dovere, rivolti alla casta di governo americana, e calati nel contesto in maniera sicuramente molto professionale, senza autodefinirsi “riot band” o sollevare putiferi mediatici. Anche in questo caso, artisti che si dimostrano adulti nel loro modo di porsi, e non solo di suonare.

Una band così non la si incontra ogni giorno sui palchi dei festival ed evidentemente hanno ancora molto da dire, visto che anche questo disco si conferma molto colorito e, se vogliamo, leggermente distaccato da quel sound irlandese fatto di motivi folk e mandolini che, in questo caso, vengono sommersi da un abuso di chitarra elettrica che giova al risultato finale.
Un disco per fans che può conquistare anche qualche semplice curioso di passaggio. Niente di nuovo, ma neanche da buttare, del resto chi gli chiede di più di un sano album punk per folleggiare sotto il palco?

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ETICHETTA: XL Recordings
GENERE: Indie rock, alternative rock

TRACKLIST:
1. Changing the Rain
2. You Said
3. I Can See Through You
4. Endless Blue
5. Dive In
6. Still Life
7. Wild Eyed
8. Moving Further Away
9. Monica Gems
10. Oceans Burning

Garage? Macché. Punk? Macché. Indie? Macché.
Nessuna definizione calzerà mai a pennello con l’abbigliamento e soprattutto con la musica degli Horrors. Ma come, direte, non c’è scritto forse “indie rock” nella categoria genere qui sopra? Si è vero, ma come meglio li definireste? Gli Horrors sono in realtà una delle creazioni più geniali dell’Inghilterra del nuovo millennio, figlia ovviamente di quello precedente ma poche volte per davvero (visto che molti sono più occupati a copiarsi a vicenda che a derivare da qualcosa in maniera intelligente), sicuramente in grado di azzoppare, anche solo con i dischi finora prodotti, metà della scena da chart che conosciamo bene.
Sgangherati e oscuri, liquidano con una grazia da persone perbene una decina di brani di tutto rispetto, tutti egualmente belli, tutti egualmente ben composti: gli angolini più nascosti della new wave anni ottanta che prima erano sottobosco della loro produzione ma non terreno fertile, ora sono ben esposti e si tirano in ballo alla luce del sole le atmosfere più synth-pop che però negli Horrors hanno una declinazione se vogliamo molto più energica, grazie all’approccio aggressivo delle chitarre. C’è però molto di più dentro Skying, una deriva psichedelica che quasi citando i Pink Floyd pietrifica l’ascoltatore più attento, dentro a vortici di malinconia e sentimentalismi pseudodark che in “Still Life” come in “Oceans Burning” non possono che ricordare le meravigliose ballad di Gilmour e soci, ma anche di certi Flaming Lips. E si finisce con piccoli frammenti noise che speculano sul futuro della band vista la possibilità di una presa di posizione evidente in favore di questo filone, ma non vogliamo scommetterci. “Dive In” lo conferma. L’anima post-punk dei predecessori di Skying non è morta, ma si è sepolta per bene sotto una coltre di malinconia e pallori à-la Echo and the Bunnymen.
Essenzialmente ci si diverte, in questo disco, a scoprire da che pozzanghera si sono abbeverati per ogni singolo brano, ma a parte i giochi malati da recensore pignolo quale il sottoscritto (non) si vanta di essere, la coesione con cui dieci brani simili ma dissimili contemporaneamente si fanno trovare è veramente qualcosa di sconvolgente. Da eccezionali collanti scorgiamo da un lato le ritmiche di basso e batteria, più soffuse e distese che in passato, ma sempre molto vigorose, e dall’altro il sound, più etereo e sognante in certi punti, lontano da smanie progressive ma vicino ai più intensi delay psichedelici di Slint e Sonic Youth. Che, sia chiaro, non assomigliano per niente a quanto gli Horrors propongono.

Skying poteva essere il primo passo falso nella loro discografia ma non lo è stato. Con gli occhi puntati al dio denaro e gli strumenti puntati al fare musica sul serio, sfornano una piccola perla che in questo duemilaundici era necessaria, perché l’Inghilterra si sta facendo soffiare il suo scettro di vera culla del rock indipendente. Ok, escono con XL, e quindi? Questo disco s’ha da ascoltare, veramente sopra ad ogni mediocre uscita indie di quest’anno. A maturità raggiunta da tempo, e con l’età pensionabile ancora distante, hanno scelto di sbizzarrirsi raggiungendo, per ora, l’apice, artisticamente parlando, della loro carriera musicale.

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Un mixtape, stavolta da Mixcloud.
L’ha fatto oceanicmood, e noi lo condividiamo, sperando che nessuno si offenda.

Presto, i mixtape ufficiali di The Webzine.  

Ecco la tracklist:
1. Washed Out – Soft
2. Toro Y Moi – New Beat
3. Neon Indian – Terminally Chill
4. Gang Gang Dance – House Jam
5. Chad Valley – Fast Challenges
6. Battles – Ice Cream
7. Nite Jewel – It Goes Through Your Head (Dam Funk Remix)
8. Millionyoung – On & On
9. The XX – Vcr (Four Tet remix)
10. K.O.T. – Hot Shout (Instrumental)
11. Daphni – Ye Ye!
12. Goose ft. Peaches – Synrise
13. Memory Tapes – Today Is Our Life
14. Small Black – Photojournalist
15. *Com Truise – Polyhurt
16. Twin Shadow – I Can’t Wait
17. Sun Airway – Oh, Naoko (Houses remix)
18. How To Dress Well – Ready for The World (Twin Sister remix)

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La tradizione dell’ANTIMTVDAY bolognese continua anche ora che l’MTV Day è torinese e si svolge due mesi prima.
In ogni caso, a programma ancora da completare, è già tutto una figata!

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ETICHETTA: Hell Yes!
GENERE: Indie pop

TRACKLIST:
1. Wave Goodbye
2. Blackeye
3. Leather Glove
4. Can’t Be Wrong
5. Skeleton Key
6. Down and Out
7. Too Wild
8. Rock On
9. In My Dreams
10. Too Late

Dall’America che più di tutte ha rimpinguato le fila del cosiddetto indie pop, forse più dei compagni d’Oltremanica (sicuramente più dei nostri conterranei), un act come i Love Inks, un act di cui non c’era bisogno ma che ha bisogno di dire qualcosa, altrimenti non sarebbe qui.
Il mondo sommerso del revival degli eighties e dei nineties già da un decennio ormai riempie classifiche e playlist online, nonché dj set e scalette di cover band ad ogni latitudine, ma nel marasma ipercaotico che si è creato ci sono anche delle realtà interessanti. E’ il loro caso, con quei ritornelli delicati e che quasi non meriterebbero di essere definiti tali, con strutture morbide, sognanti, in tipico stile dream-pop (declinazione ormai naturale per l’indie oltreoceano), in costante avanzamento verso l’universo sperimentale dell’elettronica (spesso impropriamente chiamata “indietronica”), dove pulsano drum machine lente ma che cavalcano un certo senso dance. Le chitarre sono rare ma presenti e svolgono un’ottima funzione catalitica all’interno del principale focolare di interesse in questo disco: “Blackeye” è infatti il brano più complesso, anche se non si dovrebbe parlare di complessità, ma di profondità espressiva, ad essere sinceri. “Rock On” tra i riempitivi, sempre funzionale al resto dell’album, mentre “Can’t Be Wrong” e “Skeleton Key” sono l’anima di tutto il lavoro. Sono questi i contesti e i linguaggi in cui i tre dimostrano di sentirsi più a proprio agio.

E.S.P. è un disco degno di rispetto, un disco che si è voluto far uscire in pieno periodo revival, per approfittarne o semplicemente perché i Love Inks volevano dire la loro in materia. Un esperimento corto (si perché ci siamo dimenticati di dire che è un disco m

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[ma quali ferie – ecco gli eventi che vi consiglia The Webzine!]

AGOSTO:
lunedì 01 – IOSONOUNCANE, PURSUIT GREEN e ARTCORE MACHINE @ SCONCERTANDO, Ceregnano (RO)
lunedì 01 – …A TOYS ORCHESTRA @ BLUE DAHLIA, Marina di Gioiosa Ionica (RC)
lunedì 01 – SCOTT MATTHEW e AGNES OBEL @ SEXTO’NPLUGGED, Sesto al Reghena (PN)
martedì 02 – LOMBROSO @ SUPERNOVA FESTIVAL, San Salvo Marina (CH)
martedì 02 – ELIO E LE STORIE TESE @ BEACH ARENA, Lignano Sabbiadoro (UD)
martedì 02 – VERDENA e TORQUEMADA @ CENTRO ALLENDE, La Spezia
martedì 02 – AFTERHOURS @ PIAZZA DUOMO, Spilimbergo (PN)
mercoledì 03 – THE THERMALS e DIRTY BEACHES @ RADAR FESTIVAL, Padova
mercoledì 03 – COLOUR SWING TRIO ft. ELIO @ PALAZZO MEZZANOTTE, Milano
mercoledì 03 – i PERTURBAZIONE sonorizzano il film “MACISTE” @ PIAZZETTA CALDERARI, Pordenone
giovedì 04 – BRUNORI SAS, EGOFOBICA e SPIF & ACUSTIC SPIRIT @ SCONCERTANDO, Ceregnano (RO)
giovedì 04 – CRIMINAL JOKERS @ BUCOBUM FESTIVAL, Noci (BA)
giovedì 04 – MINISTRI @ LIDO DON PEDRO, Soverato (CZ)
giovedì 04 – THE THERMALS @ BOLOGNETTI ON THE ROCKS, Bologna
giovedì 04 – MARIPOSA @ SUMMER ROCKIN FESTIVAL, Bologna
venerdì 05 – THE DEATH OF ANNA KARINA, DISTANTI e MATADORES @ GOOSE FESTIVAL, Zevio (VR)
venerdì 05 – AUCAN e CAPTAIN MANTELL @ ISOLA DELLA MUSICA, Pasiano (PN)
sabato 06 – ALESSANDRO FIORI @ MAMBO PUB, Piateda (SO)
sabato 06 – LINEA 77 @ FESTA DI LIBERAZIONE, Vasto (CH)
sabato 06 – VIRGINIANA MILLER @ FESTA DEMOCRATICA, Taurianova (RC)
sabato 06 – SIN CIRCUS, RUDE FOREFATHERS e FOLKSTONE @ GOOSE FESTIVAL, Zevio (VR)
sabato 06 – GIORGIO CANALI E I ROSSOFUOCO @ BARLAFUS FEST, Berbenno (BG)
sabato 06 – LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA, HANDSOME FURS e DIRTY BEACHES @ SOUNDLABS FESTIVAL, Roseto degli Abruzzi (TE)
sabato 06 – SUBSONICA @ MAJANO FESTIVAL, Majano (UD)
sabato 06 – SAMUEL KATARRO, TEN STORY APARTMENT e PANICORAMA @ SCONCERTANDO, Ceregnano (RO)
domenica 07 – LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA @ FILAGOSTO FESTIVAL, Filago (BG)
domenica 07 – NADA @ PRIDE VILLAGE FESTIVAL, Padova
domenica 07 – OFFLAGA DISCO PAX, WORA WORA WASHINGTON e LE MASCHERE DI CLARA @ GOOSE FESTIVAL, Zevio (VR)
domenica 07 – MULETA e DONDOLALUVA @ WHAT IS ROCK, Portomaggiore (FE)
lunedì 08 – LORDS OF ALTAMONT e GONZALES @ OUT LOUD MUSICAL FESTIVAL, Zero Branco (TV)
martedì 09 – TOUGH TONE, VEGETABLE G e TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI @ CANTIERE SONORO, Agropoli (SA)
martedì 09 – PERTURBAZIONE @ ARTIGIANATO VIVO, Cison Valmarino (TV)
mercoledì 10 – CASINO ROYALE @ PINETINE MUSICALI, Pineto (TE)
mercoledì 10 – VERDENA @ AREA CONCERTI, Majano (UD)
mercoledì 10 – ONE DIMENSIONAL MAN @ PEOPLE INVOLVEMENT, Frigento (AV)
mercoledì 10 – WOVENHAND e GIRLESS & THE ORPHAN @ RADAR FESTIVAL, Padova
mercoledì 10 – DUBBY DUB e NEW CANDYS @ WHAT IS ROCK, Portomaggiore (FE)
giovedì 11 – SUBSONICA @ ONDA D’URTO FESTIVAL, Brescia
venerdì 12 – SUBSONICA @ CITTADELLA DEL CARNEVALE, Viareggio (LU)
venerdì 12 – ONE DIMENSIONAL MAN @ SA ROCK, Torpé (NU)
venerdì 12 – A PLACE TO BURY STRANGERS, MATADORES e PHINX @ MUSICA W FESTIVAL, Castellina Marittima (PI)
venerdì 12 – AFTERHOURS @ CUBE FESTIVAL, Gallipoli (LE)
venerdì 12 – TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI e NOLATZO @ WHAT IS ROCK, Portomaggiore (FE)
sabato 13 – PAOLO BENVEGNU’, IOSONOUNCANE e LAIKA VENDETTA @ MUSICA W FESTIVAL, Castellina Marittima (PI)
sabato 13 – GURUBANANA @ ROSPI IN LIBERTA’, Noale (VE)
domenica 14 – DEAD ELEPHANT, THE OCEAN, IL CAPRO e WATZLAWICK @ MUSICA W FESTIVAL, Castellina Marittima (PI)

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