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Archive for agosto 2011

Your Keywords Vol. 1

Giusto per ridere un poco. Le chiavi di ricerca dei lettori che giungono a The Webzine cercando cose improponibili o semplicemente denotando una completa incapacità di utilizzare Google. Eccone una selezione.

incidere il legno
serigrafia Lignano marittima
immagini da disegnare Facili
pittore C. Emiliano
xx twin sisters
dove posso scaricare i Rumatera?
numeri vincenti festissima PD Portomaggiore
fucilate devastanti
cosa significa la V nella canzone dei Rumatera?
Manuel Agnelli droga
cataldo.vena@gmail.com
manifestazioni musicali acqua 1 euro
significato interpretazione Arlandria Foo Fighters
il maltempo Portomaggiore One Dimensional Man
qualcuno mi sa dire la scaletta del tour 2011 di Francesco Renga?
metallaro rapper
Radiohead storie zen
Blugrana Desmael chi è la ragazza del video?
tendiamo una mano estrazione sabato 18 giugno 2011 Napoli
non chirurgico per perdere peso centro @gmail.com or libero.it
posso dire a Francesco Renga
come scrivere una mail privata a Caparezza
canzoni cantate da Taylor Hawkins a Rock in Idrho
Reinzoo Vignola commenti vendita online
madre punk 

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THE WEBZINE in collaborazione con LUNATIK mette in palio per i lettori 2 biglietti per il concerto che i The Members (insieme a Rat Scabies) terranno domenica 11 settembre al Ligera di Milano!
Per partecipare al concorso commentate questo post specificando una mail a cui contattarvi! Dovrete dirci i nomi dei componenti della prima formazione della band!
Un indizio: quella formazione è rimasta attiva solo nel 1976 ed erano in cinque!

Informazioni sulla serata:
prezzo: 6 euro
luogo: Ligera, Milano (via Padova 133)
data: 11 settembre 2011
ora: 21.30
http://www.themembers.co.uk/

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Grido Underground è una rassegna di musica indipendente che da 2 anni si tiene presso l’Enoteca da Luciano di Stanghella (PD). Ora inizia a diventare un progetto più grosso che coinvolge tante band e collabora con festival e agenzie di booking, così noi di The Webzine abbiamo pensato di intervistarne MQX, il fondatore. Ecco la conversazione.

Il progetto Grido Underground scuote le serate della zona di Padova e Rovigo ormai da due anni. Cosa ti ha portato a fondare questo progetto?
Innanzitutto Grido Underground non è partorito esclusivamente da me, nasce grazie alla collaborazione con Federico, cantante e chitarra de L’Abat-Jour e alla disponibilità dei gestori di Enoteca da Luciano, la birreria vicino a casa, quella dove da sempre ci ritroviamo la sera.
L’ idea nasce dal bisogno che sentivamo di riempire le serate con musica vera, stanchi di cloni e cover band e della mancanza di spazi dove le band possano suonare dal vivo i loro pezzi, abbiamo deciso di lanciarci in questa bellissima avventura. Devo ammettere che, se non fosse stato per la delusione del mio ennesimo progetto musicale naufragato, Prison Sense, forse Grido Underground non esisterebbe. Mi piace ricordarlo a me stesso, mi ricorda che anche le cose negative possono darti energia da usare positivamente in altri progetti.

Quali sono i tuoi obiettivi? E’ un progetto destinato a crescere?
Questo è il nostro secondo anno, Federico ha lasciato lo staff per poter seguire meglio i suoi progetti musicali, ma continua comunque a darmi una mano quando può, come altri amici e appassionati che vengono a seguire i concerti, li pubblicizzano, invitano altri amici, e tutto per l’underground. Gli obiettivi rimangono sempre gli stessi, dare spazio ai gruppi indipendenti locali, portando a suonare qualche ospite che viene da un po’ più lontano, promuovere la cultura musicale, combattere il qualunquismo e gli stereotipi che, musicalmente, tribute e cover band propongono da ormai troppo tempo. Per quanto riguarda il discorso crescita la volontà è quella, ma c’è tanto lavoro da fare, un passettino alla volta…

Come pensi sia stata la risposta del pubblico al progetto finora?
Considero la risposta del pubblico buona, altrimenti non ci sarebbe stato un secondo anno. Ci sono state serate da tutto esaurito come qualcuna con un pubblico limitato a pochi appassionati, ma organizzando musica per un sacco di mesi penso sia normale. Grido Underground propone una grande varietà di generi, quindi anche il pubblico è vario e magari non apprezza tutti i generi proposti.

Nell’aria si sente parlare anche di Independent Ground Booking. Di cosa si tratta?
Independent Ground Booking Agency è ancora in fase embrionale, vista l’esperienza maturata e gli artisti conosciuti organizzando Grido Underground, ho deciso di iniziare a seguire alcune band facendogli da booking. E’ un progetto al quale mi sto dedicando con entusiasmo, cercando di seguire poche band in maniera meticolosa. Lo considero un passo fondamentale per organizzare eventi, ovviamente mi avvalgo del supporto fondamentale di 101 Booking e di associazioni come Delta Underground e Stanghella Giovane.

Se dovessi indicare qualche band più famosa che ti piacerebbe portare a Grido Underground ma che ancora non sei riuscito a portare, chi citeresti?
I nomi sono tanti, dagli Ska-J agli Zen Circus, da Sir Oliver Skardy agli Extrema, la lista sarebbe troppo lunga. Speriamo di poter portare qualcuno di questi artisti a Grido Underground prossimamente, intanto godiamoci il programma di Settembre che propone band locali di grande valore e tre ospiti di lusso quali El V & the Garden House, i Betty Poison e i What a Funk.

Ecco il programma di Grido Underground di settembre!

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[umorismo]

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I Radiohead?
Sostanzialmente pronunciare questo nome nel 2011 significa suscitare attenzione, soprattutto negli addetti ai lavori. Una delle band più discusse, in certi momenti anche una di quelle più discutibili; una delle band che più ha tentato di sperimentare fuori da ogni definizione, salvo delineare una serie di stilemi tipicamente Radiohead (non sono nella riconoscibilissima voce dell’imprescindibile Thom Yorke) che iniziano, forse, a ristagnare. Uno di quei progetti che non smetterà mai di evolversi perché il suo scopo sembra essere un polimorfismo incessante, votato, e questo non lo si può negare, ad un profitto che da ogni parte piove sulle loro teste in cifre veramente interessanti (500.000 euro di cachet per un live nel 2008, un milione di euro, si vocifera, nel 2011). Non è nelle nostre corde criticare un gruppo per la sua volontà di incassare: tutti devono vivere, l’arte si paga anche e soprattutto perché è un mestiere e produce emozioni non indifferenti in chi ne fruisce. Ogni band si dà un valore, il compito di giudicare se questo ammontare corrisponde ad effettivo coefficiente d’interesse spetta al pubblico (al limite alla critica).
Questo editoriale puntava inizialmente a sfatare il mito dell’eterna perfezione dei Radiohead, perlomeno sulla carta, per evitare di rinchiudersi nella definizione dei cosiddetti “fanecchi” che spruzzano parole d’elogio su qualunque cosa i loro beniamini facciano. Ma anche qui dobbiamo sgomberare il campo da ogni dubbio: a chi scrive i Radiohead sono sempre piaciuti, dal primo all’ultimo disco, certo con accenti e accenni diversi di volta in volta, ma sempre in maniera molto intensa e sincera. Vediamo meglio questi aspetti.

Una band come i Radiohead ha più volte dimostrato una visionarietà artistica che si è poi tramutata, nei fatti, anche in scelte di marketing e d’immagine assolutamente geniali. Brillante per alcuni, vigliacco ma giustificabile per altri, è stato sottomettersi alle major (la EMI) fin dall’inizio, veicolando inizialmente un rock sporco di pop, buono per i più, strappando consensi tali da rinchiudere una band in una torre d’avorio che gli permettesse, poi, finalmente, di attuare il proprio progetto di esplorazione dei mezzi, cioè degli strumenti (prima), dei meccanismi del mercato (poi). Dopo Ok Computer, perfetta opera rock con iniziali accenni di quell’evoluzione radicale che sarà Kid A, la virata elettronica ridefinirà i Radiohead fino a portarli all’attuale rapporto di amore/odio con stampa e ascoltatori medi, escludendo ovviamente i fan innamorati, anche a scatola chiusa, della loro musica. Da Kid A a In Rainbows l’evoluzione è stata inarrestabile: si sono prodotti due dei dischi più sorprendenti del primo decennio di questo nuovo millennio, regalando al mondo una nuova concezione di elettronica sperimentale, trascendendo ogni schematismo, salvo qualche capatina nel pop (comunque non convenzionale) di singoli come “Idiotheque” e “There There”, o canzoni più easy ma ugualmente strabilianti come “2+2=5”. La parentesi evolutiva, musicalmente, sembra essersi però lievemente impantanata in un altro (sempre splendido, ma meno) disco, che è The King of Limbs, il lavoro che forse meno di tutti segna cambiamenti tra uscite consecutive. I fan sono stati quasi tutti contenti, tranne qualche stortura, la stampa gli si è accodata. La bava alla bocca è stata, ovviamente, amplificata anche dalla dichiarazione di guerra, ormai vecchia di quattro anni, fatta dalla band alle major, rescindendo il contratto con EMI per utilizzare meglio internet come strumento di promozione. In Rainbows esce in formula “it’s up to you”, è il fan che sceglie come procurarselo (aspettando per la copia fisica, che uscì un mese più tardi, oppure scaricandolo, con possibilità anche sul formato) e quanto pagarlo. Un’evidente presa di posizione definita da molti una destabilizzante rottura nella continuità di una morente discografia che lotta per sopravvivere; in realtà la furbizia della band stava nell’approfittare della fedeltà dei fans, giacché chi voleva acquistare il disco evidentemente avrebbe pagato comunque, mentre chi avrebbe approfittato delle cascate di mp3 facili da procurare online avrebbe scaricato gratuitamente l’album (quasi solo) dal loro sito, generando anche un patto di fiducia con i loro beniamini, nonché una raccolta di statistiche interessante per future strategie di marketing appetibili non sono per la band inglese. Però anche stavolta, come in altre, i Radiohead sono stati visti come gli innovatori, i sovversivi, Berlusconi direbbe “i comunisti”. Progressisti, però, solo sulla bocca dei critici meno attenti, perché Trent Reznor aveva adottato la stessa strategia poco prima e tanti altri lo fecero anche all’epoca in cui i dischi si compravano ancora nei negozi di settore, snobbando le etichette grosse per virare verso quelle “indie”.

Cosa ne emerge quindi da questa analisi. Tralasciando l’ovvia e innegabile capacità artistica, strumentale e di tenuta del palco che la band ha sempre dimostrato dal primo giorno ad oggi, e un’astuzia nel vendersi che tanto gli ha portato fama (cosa c’era di meglio per accaparrarsi pagine all’interno di ogni webzine o magazine? Mi ricordo che furono perfino su giornali locali tipo il Gazzettino di Rovigo o il Mattino di Napoli quando uscì In Rainbows), i nostri sono sicuramente vittima di quella rete che usufruisce, troppo in fretta, di ogni passaggio, bruciandone la validità atemporale e trasformandola in un colpo di fulmine su Twitter destinato a durare qualche settimana (che è gia tanto, oggi, no?). Da alfieri di una scena che ha prodotto una schiera di imitatori più o meno devoti, incarnano fieramente l’immagine di artista simbolico, cavallerescamente, senza scendere da un piedistallo che si fa, ogni anno, sempre più alto e dorato.
Gran musicisti, da stimare, ma un giudizio sempre razionale riguardo il loro operato potrebbe senz’altro risparmiarci qualche esagerazione di troppo!

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