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Archive for the ‘ETICHETTA: Esoteric’ Category

Recensione a cura di CLAUDIO MILANO

Etichetta: Esoteric Antenna
Genere: Avant Rock
Durata: 60’42”

Tracklist:
1. Earlybird
2. Extractus
3. Sackbutt
4. Colossus
5. Batty Loop
6. Splendid
7. Repeat After Me
8. Elsewhere
9. Here’s One I Made Earlier
10. Midnite Or So
11. D’Accord
12. Mackerel Ate Them
13. Tuesday, The Riff
14. Dronus

Voto: 4,5/10

Solo un pretesto per  dare senso ad una tournée, dove in alcuni momenti improvvisativi questa esperienza ha trovato un’effettiva e gradita collocazione (“Lemmings”, meravigliosa come non mai nella data di Sellersville, l’inedita “Fligth”, da “A Black Box”, disco cardine nell’enorme repertorio hammilliano, splendida nella serata al Nearfest). Diversi gli spunti di interesse (la coesione strutturale e sonora di “Colossus”, le analogie con armonie ed architetture sonore ligetiane in “D’Accord”) ma poco di  davvero conclusivo, tantomeno di  interesse paragonato con quanto in circolazione in ambito “avant”, per quanto possa essere salutato con interesse il frequente abbandono dell’organo di Banton a favore di suoni più contemporanei e il ritorno di Guy Evans in alcuni momenti ad alcune sonorità percussive che grandi hanno fatto il K Group di “The Margin”.

Hammill parla nella cartella stampa di “musique concrete”, ma in queste tracce non c’è nulla che possa essere paragonato al percorso di Schaeffer (per questo rimandiamo a “Magog” da “In Camera” del cantante/autore). Che la band abbia capacità improvvisative lo si sa da sempre, basti ricordare le virulente performance degli anni ’70 e alcuni momenti del capolavoro assoluto “Pawn Hearts” (o dagli outtakes pubblicati sui remaster dello stesso disco, “W” su tutti e da quelli pubblicati sul remaster di “H to He”), ma che in questo disco si segua una direzione anche soltanto vaga, NO. Hammill non è il Wyatt di “The End of An Ear”. Non c’è mezzo disco di suoni prodotto da lui e dai VDGG, dalla lontana ed inedita colonna sonora (rigettata dal regista John Hough, perchè ritenuta “autenticamente inquietante”) di “Sudden Terror” (in italiano “Il ragazzo ha visto l’assassino e deve morire”… ) ad oggi, che meriti interesse, eccetto forse per qualche momento di “Loops and Reels” e “Sonix” dal repertorio solista del leader della band.

Hammill e soci sono una branca di grandi, impagabili, innovatori del suono associato alla forma canzone, paurosamente espressionista, un suono che a sé non è mai riuscito ad affascinare, come band al completo, se non per qualche breve momento del secondo cd di “Present” (escludendo, a ragione, i diversi episodi “canterburiani” della serie “The Long Hello”).

Inutile è la definizione più propria per un album come questo, che certo incontrerà il favore più diretto di chi, da sempre, ha identificato nei VDGG il verbo dell’innovazione e non a torto. Unica contestazione… qui di nuovo, non c’è un beato accidente, solo aria fritta, cose già sentite e riproposte in una forma incompiuta, priva di ogni interesse e incapace di lasciare alcuna traccia nella memoria. Un disco a pari merito di insignificanti opere della discografia hammilliana, come “Unsung”, “The Appointed Hour”, “Spur of The Moment”. Un peccato dopo lavori di gran rilievo come il recente “Consequences” dello stesso Hammill, “A Grounding In Numbers” dei VDGG e l’affascinante “Live at Metropolis”, ancora della band, in versione doppio cd + dvd, a prezzo “quasi” scandaloso, che, a pochi giorni dall’uscita di questo album, fotografa in maniera diretta il nuovo percorso della band, con scarsa indulgenza nei riguardi di un passato mai rinnegato, ma tantomeno condotto a sterili celebrazioni, a fronte di un’ispirazione compositiva e sonora eccezionale per dei signori che mostrano orgogliosamente le proprie rughe (esteriori ed interiori) con la consapevolezza di chi ha fatto la storia di un rock che, ancora oggi, non trova alcuna definizione e continua ad offrire motivi di accese discussioni.

Il peggior album nella discografia dei Van Der Graaf Generator.

Ci si augura di contro che allo scorso eccezionale “Plague Tour 2013”, segua un live capace di porre un focus autentico sul meglio della band, quello capace di violenza inaudita e un’attimo dopo di dolcezza infantile e spaurita, espresso in date di assoluta eccezione come quelle a Bilston, Amsterdam, Trezzo sull’Adda, Londra e in parte, Berlino. Un modo per rendere giustizia al meglio della loro produzione che possa allontanare il ricordo della celebrazione fine a sé stessa di Real Time (2007) e di un live completamente fuori fuoco come il Live at the Paradiso (2009).

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Recensione scritta da CLAUDIO MILANO
ETICHETTA: Esoteric/Cherry Red
GENERE: Progressive

TRACKLIST:
1. Your Time Starts Now
2. Mathematics
3. Highly Strung
4. Red Baron
5. Bunsho
6. Snake Oil
7. Splink
8. Embarassing Kid
9. Medusa
10. Mr. Sands
11. Smoke
12. 5533
13. All Over The Place

Dopo un album dal vivo slabbrato come Live at the Paradiso, i Van Der Graaf ritornano con il loro migliore disco dopo la reunion del 2005. Eppure, chi ama il nuovo stia pure lontano da “A Grounding In Numbers” e si rivolga agli ultimi due album solisti di Hammill, questo è un gran bel disco ma tanto nel suono che nella sostanza non ha alcuna urgenza di contemporaneità, se non nel dono della sintesi e nella felice varietà di temi proposti. L’album nella sua interezza suona come una versione condensata di buona parte del repertorio della band e della produzione del leader, che poi qui tanto leader non è, perchè il disco, per la prima volta ed è questa forse l’unica novità sostanziale di “A Grounding in Numbers” assieme alle articolatissime ritmiche, è stato scritto ed arrangiato a sei mani. La forma ne giova e tutto sommato anche il contenuto che viene rinvigorito negli arrangiamenti, da un’energica sferzata di “good vibrations” a sfavore delle atmosfere più cupe che hanno fatto la storia della band. Non c’è un solo episodio che abbia le stimmate del classico autentico, eppure il livello di scrittura ed esecuzione è elevato e compatto quanto la produzione, che vede al mixing Hugh Padgham.

Il disco si apre con i fraseggi d’organo di Banton, seguiti dal cantato di Hammill che si libera in una ispirata romanza a cui l’autore ci ha abituato tanto nella produzione del gruppo madre che nei dischi solisti. Siamo dalle parti di “Undone” che luce aveva dato a Thin Air. Quello che cambia è la tavolozza, qui più ricca e fluida nell’esecuzione, meno naif e creativa ma più misurata e capace di dare un senso di permanenza alle tracce. La produzione aiuta notevolmente. Assolutamente bilanciata, riesce a dare profondità al suono di una band che in trio sembra un’orchestra. La leggerezza di alcune soluzioni armoniche, le aperture di “Mathematics” ad esempio, ci portano indietro persino a Fool’s Mate di Hammill, nonostante il timbro baritonale del leader della band, ben poco abbia a che spartire qui con le frequenze da tenore leggero agile e timbricamente duttilissimo degli anni ’70.“Highly strung” ha un incedere iniziale turbolento che sembra uscire direttamente da Nadir’s big chance, per poi risolvere in un brano dalla strofa in tempi dispari e aprire in un ritornello linearissimo, praticamente AOR. Buono il contributo chitarristico di Hammill che trova un timbro caldo. Come detto, i brani si distinguono per una profonda divergenza d’atmosfera, lo strumentale “Red Baron” apre a un suono ambient insidioso, che riporta a Sonix e a Spur of the Moment, non a caso il contributo di Evans alla batteria sul loop di chitarra è la soluzione più interessante del pezzo. “Bunsho” è una ballata per chitarra elettrica dalla struttura variegata e nervosa, in realtà non molto diversa nel primo incedere dagli episodi di Clutch, non fosse che le contorsioni del pezzo rimandano direttamente al primo repertorio della band. Un connubio intrigante per il brano fin qui più bello. “Snake Oil” si muove su tempi dispari e riporta indietro ancora una volta a Fool’s Mate. A fare la differenza, il lavoro di Evans alla batteria, davvero eccellente sull’intero disco, è lui il motore de “le fondamenta numeriche” di questo disco. Il pezzo si prepara da un momento all’altro a continue variazioni dal sapore progressive, su riff ossessivi e psicotropi, dissonanze e aperture che sono il tratto distintivo della band. Il condensato di una suite in poco più di cinque minuti, incredibile quanto un po’ autoindulgente e privo del naturale senso di dramma che ha caratterizzato le pagine migliori della band a favore di una brillantezza più pragmatica. Ancora uno strumentale, “Splink” riporta invece e con grazia d’ispirazione, indietro a sonorità acide. Da uno slide ci si dirige lenti verso una danse macabre che introduce il tema che sarà di “Medusa”, con sovraincisioni isteriche figlie della psichedelia barrettiana condotta al teatro degli orrori che il trio ha saputo delineare come nessuno nei primi anni ’70. “Embarassing Kid” si appoggia a un riff di chitarra non proprio memorabile per snodarsi ancora una volta in contorsioni ritmiche che in questo caso sembrano rimandare all’urgenza wave del K Group di Enter K e Patience. “Medusa” è un brano eccellente, la melodia da subito introduce all’anima ossianica, gotica dell’Hammill più ispirato, qui sostenuto da un arrangiamento superlativo, in appena due minuti, i migliori Van Der Graaf, non è un caso che questo sia il pezzo del disco che più riesce a risultare al passo coi tempi. Con la bella “Mr. Sands”, ritorna l’organo movimentato del Banton di Godbluff, qui sostenuto anche da un mellotron, per un brano nella migliore tradizione prog. Agili e jazzy come non mai, i VDGG suonano in questa traccia molto vicini alla lezione canterburiana. Il finale pirotecnico, le modulazioni armoniche continue non incontrano tra questi solchi alcun senso di pesantezza. “Smoke”, torna alla leggerezza del primo album di Hammill quanto a Nadir’s. Fa quasi senso quanto la banalità del riff di partenza non solo non annoi, ma possa persino suonare intelligente dopo qualche secondo e farci capire da dove abbia mosso i suoi passi il Bowie di Lodger. “5533” trova in articolazioni ritmiche parossistiche una cifra stilistica non particolarmente convincente. Conclude questo disco di una freschezza disarmante per una band così poco giovane “All Over the Place”, brano che raccoglie in sé tutte le caratteristiche dell’album. La frammentazione ritmica, l’agilità delle soluzioni armoniche, aperture melodrammatiche con intrecci vocali (qui davvero superlativi) che trascinano in un densissimo magma nero, arrangiamenti variegati e curatissimi. La coda che conduce al finale è da pelle d’oca.

Un lavoro corale, cesellato con grande maestria, fatto di strutture elaborate geometricamente ad arte e in qualche caso, anche gonfie di emozione. Tracce che possiedono il dono della sintesi quanto della costruzione impervia eppure, solo per chi ama il progressive rock.

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