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Archive for marzo 2011

Salve a tutti.
The Webzine oggi pubblica i comunicati stampa mandati ai siti rispettivamente da DNA Concerti (agenzia di booking che cura tra gli altri anche i Verdena) e l’Associazione Tetris, associazione triestina che avrebbe dovuto portare nel capoluogo del Friuli-Venezia Giulia il trio bergamasco per una data il nove di aprile. La data prevista al Teatro Miela non si farà ed è nata una diatriba online a suon di comunicati stampa per darsi la colpa del problema, con nessuno disposto a prendersi la colpa dell’accaduto davanti ai fans scontenti.
Da sostenitori accaniti dei Verdena noi di The Webzine siamo abbastanza amareggiati, ma sappiamo che la colpa non è della band ma del modo in cui l’attività live è gestita, in generale, in Italia, dalle mafiette delle agenzie, dai favoritismi, dagli amici degli amici degli amici degli amici, che hanno creato un giro incredibile che non stiamo qui a descrivervi salvo evitare proiettili nelle buste e cose analoghe. Perché se non è così, poco ci manca.
A rigor del vero, non mi sto riferendo a DNA Concerti, anche se quanto rivelano questi comunicati stampa non lascia certo tanti dubbi riguardo la serietà del loro operato in questo specifico caso. Fatevi voi un’opinione.

COMUNICATO DI DNA CONCERTI riguardo l’annullamento della data al Teatro Miela
Siamo spiacenti di comunicare che per motivi estranei alla volontà di Verdena e DNA concerti, la data al Teatro Miela di Trieste è stata annullata. I fatti che hanno portato alla cancellazione della data di Trieste riguardano la totale mancanza di comunicazione tra Associazione Tetris (promoter dell’evento) e Teatro Miela nei confronti di Verdena e DNA e l’assoluta indisposizione da parte degli stessi adun qualsivoglia confronto. Nonostante la conferma della data e il recapito del contratto agli interessati risalga rispettivamente al 24 Febbraio e al 10 Marzo, solo due settimane fa l’associazione ha cominciato a lamentare condizioni contrattuali insoddisfacenti e ha preteso di rinegoziare l’accordo. In questo arco di tempo Verdena e DNA hanno cercato in ogni modo di salvare la data già annunciata per rispettare l’impegno preso con i fans, rendendosi disponibili a suonare senza garantito e accollandosi i costi della struttura, nonostante il promoter avesse deciso di rinegoziare l’accordoall’ultimo momento. Nessuna di queste soluzioni è risultata gradita al Teatro Miela, che ha deciso di cancellare la data rifiutando di spiegarcene le ragioni. Cogliamo quindi l’occasione per esprimere il nostro rammarico pernon aver potuto mantenere il nostro impegno nei confronti di chi, il 9 Aprile, avrebbe voluto essere presente al live. Verdena e DNA cercheranno di tornare presto in Friuli certi di trovare un contesto sicuramente più favorevole e congeniale per tutti.

Verdena e DNA Concerti

COMUNICATO PUBBLICATO SU FACEBOOK DA ANDREA RODRIGUEZ DI ASSOCIAZIONE TETRIS
Abbiamo letto con grande amarezza il comunicato emesso dall’agenzia di booking DNA Concerti e dai Verdena riguardo alle presunte cause dell’annullamento della data dei Verdena prevista per il 9 aprile 2011 a Trieste al Teatro Miela. Noi dell’Associazione Tetris avremmo fortemente voluto portare i Verdena a Trieste ed abbiamo fino all’ultimo momento cercato di trovare un accordo per il concerto. Una volta ricevuti da DNA contratto e scheda tecnica dei Verdena abbiamo, dati alla mano, potuto fare dei conti e comunicare all’agenzia di booking ed alla band che non ci saremmo potuti permettere la data a quei costi ed a quelle condizioni. E’ prassi comune che chi intende organizzare un evento chieda all’Artista se è disponibile. Confermata la disponibilità, l’Artista invia all’organizzatore le condizioni e le richieste. A quel punto l’organizzatore verifica se può soddisfare o meno tali richieste. E’ successo per l’appunto questo: esaminate le richieste dell’Artista e fatti i conti con la capienza della struttura (500 posti) abbiamo capito che un concerto con un prezzo imposto di 10 euro ci avrebbe portato (nella più rosea delle previsioni) a una perdita di oltre 3.000 euro.Abbiamo fatto avere all’agenzia una lista dettagliata di spese ed eventuali ricavi chiedendo, invano, di trovare una soluzione.Non abbiamo ricevuto risposta alcuna.Siamo stati costretti perciò, a pochissimo dalla data prevista per il concerto, a scrivere per l’ennesima volta a DNA. Questo è il testo integrale della nostra email del 28.03.2011 con la quale, a meno di 15 giorni dalla data del concerto, rinnovavamo la nostra disponibilità ad un accordo che si rivelasse per noi un po’ meno svantaggioso.

Caro XXXX,
Ho bisogno di una risposta definitiva oggi stesso per quanto riguarda il concerto dei Verdena il 9 aprile a Trieste al Teatro Miela. Come ho scritto la settimana scorsa a YYYY, le possibilità sono queste: Avete la lista delle nostre spese. Diteci se A) volete abbattere voi dei costi in modo da portare il tutto a una condizione che ci permetta di perdere solo 1.000 euro o giù di lì in caso di sold-out. Se decidete di farlo, considerate che il biglietto sarà 10 + 3 (visto che non vi va bene neppure 10 + 5). Altrimenti  lasciate le stesse condizioni e lasciate che mettiamo il biglietto a 18 + 2. Oppure C) se non riceviamo una risposta entro oggi, avviseremo il Teatro che non si è chiuso alcun accordo e la data non si farà: non ci sarebbero più i tempi per poterla promuovere in maniera adeguata. Nel caso decideste di scegliere le opzioni A) o vi preghiamo di inviarci copia del contratto modificato secondo questi ultimi accordi in mododa poter provvedere alla firma dello stesso. Buona giornata.

Né DNA, né i Verdena hanno risposto e quindi è del tutto falso quanto contenuto nel comunicato stampa emesso dagli stessi e cioè che: ”In questo arco di tempo Verdena e DNA hanno cercato in ogni modo di salvare la data già annunciata per rispettare l’impegno preso con i fans, rendendosi disponibili a suonare senza garantito e accollandosi i costi della struttura,nonostante il promoter avesse deciso di rinegoziare l’accordo all’ultimo momento. Nessuna di queste soluzioni è risultata gradita al Teatro Miela, che ha deciso di cancellare la data rifiutando di spiegarcene le ragioni.”. Fino a lunedì 28 c’era da parte nostra e del Teatro Miela tutta la disponibilità a chiudere un accordo: se ciò non è avvenuto, la responsabilità è di DNA e della band.E’ giusto che i fan lo sappiano, e che sappiano che l’annuncio della data a Trieste è stato fatto dall’agenzia e dalla band senza che si fosse mai firmato alcun contratto ed a totale insaputa nostra e del Teatro Miela. Sia chiaro: non esiste alcun contratto firmato da Tetris e dal booking dei Verdena per la data del 9 aprile, questo perché booking ed Artista non hanno ritenuto opportuno cambiare le loro condizioni e trovare un accordo. Tutto ciò è legittimo: quello che non lo è, è affermare che la responsabilità sarebbe nostra e non loro. Restiamo a disposizione di chiunque voglia accedere a tutti i documenti di questa spiacevole vicenda: abbiamo agito con la massima onestà e trasparenza e siamo pronti a dimostrarlo in qualunque sede.Da anni lavoriamo per migliorare l’offerta musicale e culturale a Trieste, abbiamo portato nella nostra città centinaia e centinaia di artisti e non ci era mai successo di dover subire un trattamento così scorretto, che mira a distruggere una credibilità ottenuta sul campo con mille sacrifici.
Massima amarezza.

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ETICHETTA: Island Records
GENERE: Punk rock, alternative rock

TRACKLIST:
1. Reason to Believe
2. Screaming Bloody Murder
3. Skumfuk
4. Time for You To Go
5. Jessica Kill
6. What Am I To Say
7. Holy Image of Lies
8. Sick of Everyone
9. Happiness Machine
10. Crash
11. Blood in My Eyes
12. Baby You Don’t Wanna Know
13. Back Where I Belong
14. Exit Song

L’Ontario come orizzonte invisibile dei Sum 41 si cela dietro una cortina abbattuta in questo disco dalle prominenti visioni lacustri che nella storia sempre affascinarono ed inquietarono poeti ed artisti decadenti. La band del neodivorziato (per fortuna) Deryck Whibley si poteva dire già defunta dopo il primo cambio di formazione, nonostante non si possa certo ignorare la presenza di alcune perle (dal punto visto della vendibilità) in tutti i loro dischi, compreso l’ultimo fortunato ma sopravvalutato “Underclass Hero”. Cosa ci si poteva quindi attendere da un quinto? Beh, la morte della band come prima cosa, ed infatti non è stato così: tra tentativi di evoluzione ed involuzioni involontarie, capogiri punk rock (o punk pop?) che si scontrano con nuovi mood di ispirazione più dark ed inflessioni metal, i Sum si confermano una delle principali band della scena punk commerciale, con tutti i pro e i contro che potete dedurre da questo assunto.
Nel disco almeno tre sorprese: “Reason To Believe”, in apertura, “Skumfuk” e “What Am I To Say”, principali testimonianze di questa virata tanto vigorosa quanto evidente, difficile forse da digerire per chi si stava abituando a quell’ammorbidimento del sound che li ha portati sul filo del tracollo. Certo, la presenza di brani ancora troppo legati alla loro fase negativa coincidente più o meno con i non-singoli del quarto disco (come “Time For You To Go”) potrebbe anche alterare l’assorbimento completo dell’album come entità unica, però c’è anche da dire che il fattore sorpresa gioca un ruolo determinante nello spiegare quanto Screaming Bloody Murder sia utile per la sopravvivenza della band. Il più cattivo e forse anche il più studiato.
La tecnica della band non sarà questa gran cosa, così come la produzione potrà, in alcuni casi, tentennare (nonostante i milioni spesi), ma i Sum 41 resteranno sempre gli alfieri del punk rock commerciale dopo la morte dei Blink 182, l’invecchiamento esagerato del versante californiano Offspring e l’infighettamento un po’ troppo caparbio da sopportare di Billie Joe e soci. Non so, potrei anche ricredermi su questa ultima affermazione, ma su quella che sta per venire no: questo disco mi è piaciuto.

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Pop, indie pop

TRACKLIST:
1. Patrizia
2. Una Vita col Riporto
3. Costa Rica
4. Marco Corre
5. Figli degli Hamburger
6. Ricomincio da Tre
7. Dentro la Foresta
8. Holiday
9. Bar del Corso
10. Gli Ex-Otago e la Jaguar Gialla
11. Dance A.M.
12. The Rhythm of the Night
13. Una Donna

Beh, eccoci di fronte a Mezze Stagioni, nuova fatica di una delle formazioni liguri più celebri degli ultimi tempi. Il loro (indie)pop di seconda mano, solo perché lo volevano tale, ha conquistato molti, grazie anche a coinvolgentissimi live set che non fanno altro che aumentare questa loro fama di scanzonatori dell’ultim’ora. La ricerca del suono, basilare cioè fondamentale, c’è sempre stata molto poco, limitata al rinvenimento della formula perduta del puro pop: un po’ gli Indiana Jones del genere, se vogliamo, ma con i synth al posto del piccone. Un disco fresco come questo non poteva che arrivare ora che la stagione sta cambiando, pronti ad un tour estivo che ha proprio quel tipo di sound che ci vuole per festeggiare insieme l’arsura di agosto ed i tuoni annullafestival. L’ironia, che nonostante oggi vada molto di moda non si occupa di politica, sbeffeggia questo e quello (“Figli degli Hamburger”) e si spiaggia sempre contro l’impavido muro del lessico nerd che se non parla dell’epic fail poco ci manca. Ma lo fa, comunque, proprio come ci piace. “Una vita col riporto” la migliore del lotto. Sintetizzatori in cima alla lista degli strumenti più importanti a livello di melodia, armonia, arrangiamento, atmosferici quanto basta per non sembrare pad che svegliano solo l’aficionado della strumentale. I riff sono sempre solo e soltanto pop tunes di manica larga, facili da ricordare, così come i testi e le linee vocali. La virata verso i testi in italiano è un rigoroso, vigoroso e terminale gesto di disperata autoconferma di quello che si vuole ricercare: di nuovo, la formula popolare. Se vi siete già stufati di sentire parlare di queste cose, probabilmente il disco non vi piacerà. Catchy, catchy, catchy.

Chi l’avrebbe mai detto che anche così ci sarebbero piaciuti? Forse perché non sono cambiati di una virgola, forse perché solo così una band può affermarsi per qualcosa, strapparsi di dosso la camicia di forza delle etichette e andare avanti solo col proprio nome. Allora, Mezze Stagioni, è davvero il disco-conferma degli Ex-Otago, con tutti i loro limiti ed i loro perché.

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Questo articolo è stato scritto da MQX per rovigopost.net e thewebzine.wordpress.com

Sabato 26 Marzo 2011: Fu Manchu in concerto , un giorno che gli amanti dello stoner rock più intenso, presenti al Bronson Club di Ravenna, ricorderanno senz’altro con piacere.
La band proveniente dal sud della California continua a suonare live da più di 20 anni e anche in questa occasione non si è smentita. Hill, Reader e compagni hanno dato vita a un grande show, fatto di distorsioni caldissime, pause mozzafiato e melodie psichedeliche, eseguito con grande carica e ben supportato dall’atmosfera del Bronson Club, rivelatosi location ideale sia per acustica che per impianto luci.
La band ha suonato per più di un’ ora, senza concedersi lunghe pause, rendendo il concerto ancora più incalzante di quanto si potesse immaginare, concedendo alla fine anche il bis ai fans che li acclamavano al termine di un concerto nel quale brani storici della band come “King of the road” “California Crossing” e “Mongoose” sono state delle vere perle.
Fu Manchu ispirati come sempre si sono confermati ancor di più band cardine dello stoner rock mondiale, non solo del passato ma anche del presente e sicuramente del futuro prossimo venturo del desert rock.

LE FOTO – di MQX

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ETICHETTA: Red Birds
GENERE: Folk rock americano

TRACKLIST:
1. My Will To Live
2. A Part of Happiness, Two Parts of Whiskey
3. My Mother
4. She
5. No Borders
6. I’m Walking Alone
7. Sing With Me
8. Summer in Harlem
9. The Deep White Light and the Deep Blue Sea
10. Old Time Music
11. This Is All Right
12. Red River

Nico Greco è un nome che in Italia molte persone dovrebbero conoscere. Dico dovrebbero perché purtroppo siamo il paese di Vasco Rossi e Laura Pausini e tendiamo a dimenticare quando ci piaceva il folk americano d’importazione e andavamo pazzi per i cosiddetti poeti della beat generation. Lasciando stare contesti tipicamente culturali che poi sono diventati anche fucine di associazionismo politico, possiamo discendere con notevole facilità nei meandri della musica del buon Greco (and his band, cioè Claudio Carluccio, Bruno d’Ercole, Davide Marcone e Paolo Messere) e capire una cosa: a lezione, quella volta, tenevano corsi di un certo impatto emotivo, sociale e musicale nomi come Joan Baez, Bob Dylan, i Velvet Underground e Mary and the Byrds. E a frequentarle doveva esserci per forza mister Nico Greco.
Orientativamente, non è poi difficile limitarsi a descrivere questo disco come una buona dozzina di scintillanti brani in tragica veste folk rock americana, però dopotutto pensiamo che un lavoro del calibro di Blue Like Santa Cruz meriti anche qualche considerazione più complessa. Il timbro vocale del buon Greco è senz’altro dylaniano, così come sono dylaniani i rapporti tra lunghezza del brano ed intensità, e i testi. Soprattutto i testi, come evincerete già da alcuni titoli (“I’m Walking Alone”, “Summer in Harlem”). Se vogliamo capire perfettamente cosa propone questo artista, analizziamo un brano semplice ma di notevole impatto come ne troviamo tanti nel disco: il migliore è “No Borders”, brano che si avvicina come tematiche alla roots music e che senz’altro ricorda la vecchia band di Lou Reed in quanto a struttura (per questo sentite anche “She”), semplicità dei riff portanti ed atmosfere generate dall’aggrovigliarsi sempre molto compatto di armonia e ritmica. La chitarra acustica predomina all’interno del disco e questo non può far altro che aiutare a creare momenti più suggestivi e vicini a quel termine che usavamo poco fa, ovvero “folk” (ascoltate la già citata “Summer In Harlem” per comprendere, oppure la malinconica “A Part of Happiness, Two Parts of Whiskey”, uno dei brani più americaneggianti in un disco che deve tutto agli Stati Uniti).

Essenziale, direi. Essenziale per comprendere come il folk in Italia sia radicato come non mai, in tutte le sue diramazioni, pur senza avere il giusto riscontro di pubblico. Nico Greco con la sua band ha saputo esprimere quanto di meglio nello Stivale sappiamo fare per non sembrare dei vecchi cantastorie che vogliono solo imitare lo storico Dylan, riuscendo anche a personalizzare il prodotto in maniera sintetica, semplice e profonda. Se vogliamo, caratteristica. Livellata qualche pecca dal punto di vista strumentale a livello ritmico, Blue Like Santa Cruz è senz’altro un must per aficionados del genere. Strasuperconsigliato.

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Recensione scritta per INDIE FOR BUNNIES
ETICHETTA: Arbutus Records
GENERE: Dream-pop

TRACKLIST:
1. Outer
2. Intor/Flowers
3. Weregild
4. ∆∆∆∆Rasik∆∆∆∆
5. Sagrad Пpekpacный
6. Dragvandil
7. Devon
8. Dream Fortress
9. World Princess
10.  † River †
11. Swan Song
12.  ≈Ω≈Ω≈Ω≈Ω≈Ω≈Ω≈Ω≈Ω≈
13. My Sister Says The Saddest Things
14. Hallways
15. Favriel

Inverosimile accozzaglia di elettronica situata tra gli albori della techno e l’attuale incrociarsi di pop e art music stipulando featuring che non sono altro che ammissioni di colpa. Formulando un giudizio con la tecnica del “rito abbreviato” si potrebbe riassumere questo disco così. Non ci sono featuring, non ci sono veri e propri brani pop, però l’universo da cui attinge è proprio quello: Claire Boucher, in arte Grimes, che tutti pensavano un gruppo fino a qualche tempo fa, si pone così nell’inestricabile bivio che oggi hanno saputo creare tra di loro i termini “dream-pop” e “vintage”, abusatissimi, ma quantomai realistici. Brani come “Hallways” recuperano tradizioni dubstep che Burial e Skream hanno aggiornato in maniera fin troppo imprescindibile, mentre le atmosfere più volutamente eteree di episodi come “Weregild” si confrontano con conterranei come gli Echo Lake, con raffazzonamenti dark che poco temono degli eighties più new wave e dell’ambient melodrammatico d’oggigiorno (di nuovo le stesse formule poco più tardi in “River”). Si balla, ma con un soffocamento garage nelle ritmiche che trasforma una possibile perla techno in un’onirica digressione dubstep, quando si arriva a “Swan Song”, vero momento radiofonico del disco che per il resto si discosta molto dall’orecchiabilità che ci si poteva aspettare vista l’hype creata attorno alla release di Halfaxa.

Che dire, un disco un po’ complesso da descrivere, forse perché lo si è voluto costruire in maniera intricata? Beh, dipanarlo non ha portato ad apprezzarlo di più: in certi momenti sembra che la tecnica vocale e compositiva di Grimes, meritevole di lode perlomeno per la sua innata capacità di sistemare ogni minimo dettaglio (si cura di ogni cosa personalmente, o almeno così dice), sia asservita ad una certa voglia di superare le barriere del già sentito, con risultati che comunque variano dal leggermente scadente al decente, senza mai raggiungere livelli di innovazione tali da spazzare via le pretese.Halfaxa, effettivamente, poteva essere migliore, ma non per questo i techno-fans della musica elettronica più di nicchia devono lasciarlo sullo scaffale: solo per aficionados.

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