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Archive for the ‘GENERE: Noise Rock’ Category

ETICHETTA: Wallace, Phonometak
GENERE: Xabier Iriondo

TRACKLIST:
Elektraren Aurreskua
Irrintzi
Il Cielo Sfondato
Gernika Eta Bermeo
Reason to Believe
Preferirei Piuttosto Gente Per Bene…Gente per Male
The Hammer
Itziar en Semea
Cold Turkey

Xabier Iriondo, l’ex Afterhours poi rientrato per il nuovo Padania (e, prima, nel Summer Tour che li ha rivisti riprendere in mano il vecchio repertorio), dopo aver più volte dimostrato le sue intenzioni di partecipare ad un’avventura solista, non pago degli innumerevoli progetti in cui lo si è visto comparire (Six Minute War Madness, No Guru, A Short Apnea, Uncode Duello e The Shipwreck Bag Show, senza dimenticare le incursioni con Damo Suzuki, gli An Experiment in Navigation, Ovo ed altri), sbarca con un vero e proprio lavoro solista che recupera, in parte le sue origini. Basco da parte di padre, lo vediamo ripescare, nel titolo del disco (in tiratura limitata a cinquecento copie) e di quattro delle nove canzoni che lo compongono, quella tradizione trasmessa dal genitore, utilizzando come nome per il lavoro un termine, Irrintzi, che designa un gruppo nazionalista basco il quale, a sua volta, eredita il nome da un termine in lingua basca tradizionale che rappresenta un urlo alto e prolungato. 
Otto dei nove brani di questo (falso) esordio sono pregni di quella vena noise disturbata e disturbante che lo contraddistingue sostanzialmente in ogni suo contributo, compositivo e non, alle band sopracitate. Dai sibili cacofonici della title-track al sax che distrugge la labile melodia che tendeva all’orecchiabile, stranamente, in “Il Cielo Sfondato”, vediamo uno Xabier in grande spolvero che dipinge su una tela macabre linee di tensione, paura e allucinazione, tra grida, suoni scomposti e taglienti, riverberi e ritmi indiavolati e privi di logica (“Elektraren Aurreskua” su tutte). Ad uscire dallo schema più propriamente sperimentale ci pensa “Cold Turkey”, cover di quel Lennon che si vide rifiutare la canzone da Paul McCartney per i suoi legami con l’esperienza di dipendenza da droghe che toccò allo stesso John, uno dei pochi brandelli più orecchiabili.

Lasciarsi scappare un lavoro così raffinato, pur nella sua fastidiosa virulenza e particolarità, sarebbe un reato. Partecipate alla strana esperienza del suo ascolto. 

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ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Noise Rock

TRACKLIST:
01. La ballata di Belezebù
02. L’illusionista
03. l burattinaio
04. Il nano
05. Il pensatore
06. Il rimorso
07. Le streghe
08. Giuda o la notte della luna vergine

La Ballata di Belzebù è noise dagli inferi. Una tensione violenta, rossa per il fragore dei suoi schiamazzi e delle sue virulente sferzate, vibrante di un nervosismo che la (iper)tende tutta dalla prima all’ultima nota. C’è un’enciclopedia di italianità noise, art-rock, grunge e alternative in questo progetto, un’odissea infinita che parte dai primi Litfiba non new wave, abbraccia l’evoluzione da CCCP ai CSI di Ferretti e Canali e infine si destruttura nei Jesus Lizard plagiati dal Teatro degli Orrori. La cattiveria cruenta e crudele di alcuni testi, visceralmente interpretati, riconduce magistralmente ad un punk teatrale un’originale verve poetica sospesa tra grida, aneliti di liberazione e la voglia di detronizzare i soliti nomi dall’universo noise troppo conosciuto e piegato al post-rock d’oggidì. Banale e stantìo, come questo disco non è. La sua reale presa di posizione contro gli schematismi è evidente in ogni riferimento colto e in ogni nota di originale incazzatura. Non dimentichiamo che parliamo di Luca Martelli.

Lavoro di tutto rispetto, da introdurre cautamente via endovena. Senza pensare prima di agire. Fantastico.

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Recensione a cura di RENATO RANCAN
ETICHETTA: Consorzio Produttori Indipendenti
GENERE: Noise rock

1. 3 di 3
2. Retrattile
3. L’agguato
4. Cenere
5. Come stavamo ieri
6. Overflash
7. Ape Regina
8. L’esangue Deborah
9. Ti giro intorno
10. E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare
11. Il vile

Sto scrivendo nel marzo 2012, dei posati Marlene Kuntz sono appena passati per Sanremo, mostrando la copia sbiadita di se stessi, scusa usata tra l’altro per pubblicare il secondo best of in tre anni… non è un gruppo venduto, ma solo spento, un mozzicone incenerito che nausea da morire, soprattutto per il ricordo di cosa ha saputo regalare.
Scrivono ancora con stile elegante e in parte coerente, ma non ci si riesce più a scaldare alla loro fiamma, così da dieci anni a questa parte ogni nuovo album viene accolto con crescente noia e delusione, “Il Vile” invece fu una sorpresa, un pugno, un amplesso, un miracolo.

Vent’anni fa erano solo dei ragazzi stralunati di Cuneo formati musicalmente a forza di concorsi, a pensarci fa sorridere la loro strumentazione dell’epoca, Ibanez con Floyd Rose e multieffetti della Boss, ma già su quei palchi Cristiano Godano, chitarrista e cantante, sbavava e si contorceva nelle paranoie che caratterizzano i primi tre album, viscido in una tensione oscena che trapassava anche dagli strumenti dei compostissimi Tesio e Bergia.

A forza di demo, influenzati fin troppo dai CCCP, finirono nelle caldi mani di Gianni Maroccolo, fondamentale basso dei primi Litfiba e appunto dei tardi CCCP poi CSI, che curò quel “Catartica” che più di un album era già un best of, una raccolta di canzoni scritte in più di un lustro che, pur pagando dazio in disomogeneità, spazzava via gran parte della fiorente musica indipendente italiana dei primi anni ’90, sia per i testi, densi un lirismo raffinato e verboso praticamente unico nel panorama italiano, che per le trame sonore, una vincente miscela di Sonic Youth e Nick Cave, in numerosi istanti in grado di superare gli stessi maestri.

Dopo un un album di tale bellezza e importanza, vollero fare qualcosa di veramente nuovo: abbandonare del tutto le nostalgie dell’America, e diventare finalmente provinciali, ponendo Cuneo come un mare inquinato da cui non più scappare ma dove strisciare, leccare, vomitare e morire per provare i brividi più caldi degli anni ’90. Nacque un mostro, uno dei mostri più belli della musica italiana: “Il vile” non è una successione di brani, ma un blocco unico quasi a formare una creatura, la caratterizzazione di una persona, un flusso continuo di armonici acidi, distorsioni cullanti e urla lancinanti, che narrano di stupri, overdose e paranoie morbose intrecciati a poesie dedicate a donne intoccabili, come se parlasse Dante o Petrarca della donna angelo, come se fosse la stessa cosa che parlare del marcio dell’uomo, un miracolo appunto.

“Overflash” è l’emblema del mood di questo disco, due storie sovrapposte e difficilmente distinguibili: un uomo disperato in preda ad un’overdose fatale, e un uomo in volo altissimo che deliziato si sogna “fighe blu”, i due si chiamano, il morente lo supplica di non partire ma l’altro non vuole più tornare, noi rimaniamo storditi da tutto questo girare, e si continua a girare per tutto l’album: attorno alla donna metafisica che si può solo sfiorare in un fremito come in “Ti Giro Intorno”, o nella più disordinata delle realtà, urlando nel punk forsennato di “E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare”.

“Cosa importa considerare se è vero amore oppure no? Lasciami leccare quello che piace a te.”
Nel video reportage del tour successivo, “Petali di Candore”, Cristiano Godano legge una lettera di protesta: una loro fan li accusa di giustificare e addirittura godersi storie di stupri e depravazione e che le “fighe blu” sono solo un simbolo di maschilismo della peggiore specie, la lettera non riceve commento, solo un sorriso beffardo, i Marlene sono stati grandi proprio perché esorcizzarono e si immersero nelle contraddizioni umane, quelle che esaltano e corrodono la carne e lo spirito, l’album precedente si chiamava “Catartica”, ossia purificatrice, e l’album successivo “Ho Ucciso Paranoia”, ma in questo incarnarono “Il Vile”.

Poi lentamente arrivarono davvero le nostalgie dell’America, le paranoie furono uccise, la magnifica tensione si dissolse e ad oggi ci troviamo una donna tanto intoccabile quanto noiosa e un ancora rispettabilissimo Godano, ma con la pancia piena per aver ingurgitato il resto del gruppo, sbranati dalla sua autostima e logorrea, e in grado di emozionare solo facendo da spalla a Patti Smith o rivisitando/rovinando vecchi classici, ma forse son preda anch’io di nostalgia, resta il fatto che fa male aver scritto questa recensione usando il passato remoto.

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ETICHETTA: Supernatural Cat
GENERE: Post-rock sperimentale

TRACKLIST:
1. Ultramorth
2. Orkotomb
3. Orbothord
4. Oktrombo
5. MöR
6. Oktomorb
7. Obrom

La schizofrenia è una delle caratteristiche più strane per una band con queste premesse. Dai dischi precedenti li ricordiamo per un’incredibile miscela di post-rock, psichedelia, follia noise e classic metal, furente, violenta, gelida, fonte di continue sperimentazioni che fanno dei due bassi la propria bandiera. Sotto l’ala protettiva di un’etichetta sopra le righe per definizione come la Supernatural Cat, questi pazzoidi arrivano a Morbo dopo un trittico veramente valido (Morkobot, Mostro, Morto), senza retrocedere di un singolo passo. A redivivere in questo album è un po’ di quel funk metal ormai smarritosi dietro le emulazioni degli RHCP più scarichi (“Orkotomb”), che riporta invece l’attenzione su Primus e Oysterhead, ma mescolato con quella vena più psichedelica che, “metallizzata” a dovere (“Oktrombo”, “Obrom”), diventa il marchio di fabbrica dei lodigiani. La bellezza di questo disco sta nel suo approccio continuamente nevrastenico, inarrestabile, sfuggevole; in un’espressione, indefinibile. Rinchiudere in una gabbia le strutture compositive per analizzarle è un’opera impossibile, tanto variegate e sottili sono le tracce del loro maturissimo songwriting. Frequenze basse, rombi, mugolii, rumori di fondo, melodie atonali, tutto è affidato ad una logica superiore difficile da carpire. Quello che rimane evidente è l’incalzante asprezza di alcuni arrangiamenti, capace di scandagliare i territori inesplorati di un neo post-noise che in Italia nessun altro propone con questa qualità.
Morbo è il sigillo definitivo posto ad etichetta di un prodotto veramente DOC. Consigliamo di vederli live, dove sono maggiormente apprezzabili. Un disco fantastico.

http://morkobot.wordpress.com/
PROSSIME DATE:
25.11 Bloom, Mezzago (MB) – con Goran D. Sanchez, Verbal
03.12 Milk, Genova
25.12 Bahnhof, Montagnana (PD) – con Menrovescio, Neither
27.12 Dal Verme, Roma
28.12 Muviments 7, Itri (LT) – con Ovo
29.12 Disfunzioni Sonore, Napoli – con Ovo
20.01.12 Arci Bolognesi, Ferrara

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Recensione di GIACOMO “JACK” CASILE

ETICHETTA:Taxi driver/Dreamingorilla
GENERE:rock/noise

TRACKLIST:
1)Turba n°1
2)Turba n°2
3)Cera
4)C.B.A.M.
5)Torna Vergine

Gli Altri, band savonese attiva dal 2009, giunge quest’anno al secondo EP dal nome “Incipit”. Il disco, dall’impatto sonoro veramente devastante, si pone come punto d’incontro tra la rabbia punk/hardcore, il rock italiano e il noise. Si parte alla grande con “Turba 1”, chitarre iperdistorte e ritmi schizofrenici ci catapultano in un’atmosfera cupa e disturbante. La canzone è quanto di più arrabbiato e potente mi sia capitato di ascoltare in questi ultimi anni, una vera e propria scheggia di punk impazzito che fa subito venir voglia di scuotere la testa. L’elemento che sin dal primo ascolto emerge nel sound della band è il violino elettrico noise, lo strumento infatti si amalgama perfettamente con il resto del gruppo generando il caos. Questa insolita miscela porta una ventata di freschezza ad un genere musicale ormai da troppo tempo standardizzato. Si prosegue piuttosto bene con “Turba II”, canzone che per il testo graffiante e le esplosioni improvvise mi ha ricordato molto i Marlene Kuntz dei primi album. Le restanti tracce, pur riproponendo la stessa formula musicale delle due citate precedentemente, risultano buone canzoni che chiudono al meglio un lavoro onesto e suonato con il giusto piglio. Unico aspetto che ho trovato un po’ altalenante è la prova vocale di Gabriele; risultano ottime le parti urlate e più aggressive mentre un pò monotone quelle in chiaro.
Infine, Gli altri con questo “Incipit” hanno dimostrato di avere grandi potenzialità; se saranno capaci alla prossima prova di dare alle stampe un lavoro più lungo e articolato, mantenendo intatte la grinta e la qualità, si potrà parlare di vera e propria rivelazione per il panorama rock italiano.

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ETICHETTA: Red Birds Records
GENERE: Rock psichedelico

TRACKLIST:
1. Chapter 1: The Death at Twilight of 25 Shattering Pieces of Sharpring Thin Ice
2. Chapter 2: Luna (And The Great Parade of Creatures Tiptoeing Around the Scarecrow)
3. Chapter 3: Gentle Marionette Firflies Lullabying Weavy
4. Chapter 4: The Loony Crowes Hoohaywire In The Shadows Of The Gigantic Moon
5. Chapter 5: At Twilight, Giant Farflies

Unmade Bed. Proprio come può sembrare, al primo ascolto, unmade questo disco. Sfatto, raffazzonato alla bell’e meglio. Ma siete sicuri che non sia solo perché non è di facile ascolto? Già, proprio così. Mornaite Muntide è abbastanza interessante, fin dal nome, per il suo incedere sempre molto difficile da interpretare, un disco funerario, una continua ascesa di toni (e note) di cui si nota soprattutto l’eccessivo stillicidio di rumori e suoni sperimentali, che contribuiscono alla causa del genere proposto. Psichedelia pura, quindi, palese già dal primo “capitolo” (il disco è diviso in chapters, cinque episodi che, si presume, si propongono di raccontare storie), con pochissimo spazio alla voce e il continuo folleggiare di ritmiche soffuse e sincopate, piene di riverberi, che si accompagnano alla melodia di chitarre incentivate dalle scelte nei suoni, ancora una volta concentrate sul delay e l’eco. Effetti che spopolano da sempre nel rock sperimentale, e che senz’altro giocano un ruolo fondamentale nel concretizzarsi di un sound denso e ricco di pervasive delicatezze atmosferiche. Il termine più adatto per queste canzoni così eteree è “spettrali”, un desueto ed intenso modo di definire la capacità evocativa di certi dischi post-rock che Mornaite Muntide tende a ricordare (come avremo fatto nei primi Slint, ma con delle strutture molto più anticonformiste). Certo, si può anche far fatica a dipanare la matassa di questi brani, lunghi, fuorvianti, pieni di confusione, con delle scelte di suono discutibili, ma è altrettanto vero che ogni singolo secondo di questo disco non può far altro che attestare un songwriting maturo che questa band riesce a dimostrare già dal secondo full-length. E non è poco.

Come Unmade Bed è una traccia dei Sonic Youth, questa formazione non si astiene infatti dal tributarli, seppur indirettamente, con manciate di shoegaze e noise rock come quasi nessuno ha saputo fare dopo i newyorkesi. E se in Italia nessuno ha mai provato ad elevarsi a protagonista del nutrito stuolo di adepti del filone, beh, preparatevi alla possibile invasione degli Unmade Bed, che seppur destinati a rimanere sempre di nicchia avranno comunque una lode tendenzialmente post-mortem. Allora, si dia il via all’elogio funebre accompagnato dalla splendida “Luna”.

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ETICHETTA: Venus
GENERE: Noise, rock, alternative

TRACKLIST:
1. Intro
2. El Cura
3. Preghiera per Artaud
4. Tornerai
5. No Soi Sante
6. Il Volo della Paloma
7. In Fondo al Mare
8. O Le Pridi
9. Dos Pesos
10. Une Bugade Di Vint

Sono già sette, incredibile.
Gli Arbe Garbe, una band di cui davvero ci sarebbe da chiedersi quanto ami suonare visto che resiste negli anni ad ogni forma d’urto tipicamente italiana riaffermandosi ed evolvendosi in maniera evidente a volte, più subdola in altre, ma sempre preoccupandosi che quest’aspetto sia rilevabile dai più.
In Arbeit Garbeit l’anima “popolare” da banda folk torna prevalente con il mescolare linguistico, e quindi anche d’indole, dell’italiano e dello spagnolo proveniente dal mondo argentino, creando già una sorta di prodotto creolo che si può apprezzare per le sue virtù, perdonatemi il termine, etniche. Aggiungiamoci che a livello musicale stiamo assaggiando un disco perfetto, dove noise, vecchie forme di jazz, alternative rock classico, folk ed elementi più tipici della nostra tradizione cantautorale si fondono senza lasciare poi tante tracce del loro iniziale esprimersi, ed avremo una vera e propria sorpresa.
Percorrendo l’intero disco, dall’intro e il primo brano “El Cura”, arrivando alla conclusione affidata a “Une Bugade Di Vint”, c’è la sensazione che un senso d’inquietudine post-rivoluzionaria sia alla base di alcune scelte stilistiche e lessicali, che sia un po’ anche il tema dei testi (come quello di “Dos Pesos”) il traino di una “maniera” di comporre che si era persa dopo De André e che la band, davvero, ci sappia fare. Serve a poco citare i Figli di Madre Ignota e i Radio Zastava, che hanno impreziosito il disco con le loro ospitate, perché Arbeit Garbeit sarebbe stato perfetto in ogni caso.

Sincerandoci che chi legge questa recensione sia anche un fan di band analoghe, lo consigliamo; non è detto che piaccia a tutti, per questo lo specifichiamo. Che poi ogni disco non è fatto per piacere a tutti, e questo è un bene tenerlo in considerazione, negli anni in cui questo concetto sembra essere scomparso. Gran prova di una band giunta ad un punto di svolta che nonostante non sia mai arrivata davvero ne attesta la maturità.

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ETICHETTA: Alka, Shinseiki
GENERE: Noise, post-hardcore

TRACKLIST:
1. Do It Or Let Me Go
2. The Head
3. Sorrysmile
4. Revolt Party
5. Dubby Little Thing Called Dub
6. In-Coming Disaster
7. I’m Ok
8. Won’t You Save Yourself?
9. The Hand
10. Think ‘bout Your Health
11. It’s So Easy

Poooooooooooooooowerful.
Rock’n’roll Head è una piccola perla di noise, fuso con le impennate garage e post-hardcore di certe band nordiche, americane e del nostro territorio peninsulare (anche recenti), che arriva come un’accetta d’acciaio sulla nostra testa proprio quando sembrava che il genere stesse morendo. Prolifici come non mai, sfornano dodici fucilate, furiose, devastanti, al fulmicotone: perdersi nelle loro mitragliate di chitarra (“il mio mitra è un contrabbasso”, stavolta, non presenta nessuna figura retorica), nelle lente tirate che si concludono sempre con impennate noise che stridono, scuotono l’udito, si schiantano contro una batteria abbastanza ingenua ma sempre al passo con il livello degli altri del gruppo. Per la cronaca, un livello alto. I Love in Elevator molto più bravi a suonare, molto più resistenti nel tenere brani di uno certo spessore (e anche loro nell’ultimo disco sono stati ottimi, ma qui non si scherza).
“The Head”, “Sorrysmile”, “In-Coming Disaster” e “The Hand”, sostanzialmente, compongono il quartetto essenziale per definire il sound della band: potente, caldo, post-nirvaniano (soprattutto nel primo dei quattro episodi citati), impegnato ad essere strafottente con tutto e tutti. Le strutture dei brani non sono mai particolarmente complesse, se comparate alla media del genere, ma dimostrano una capacità di songwriting che riesce contemporaneamente ad essere efficace e letale. Dinosaur Jr. e Queens of The Stone Age su tutti quelli che apprezzerebbero l’ascolto di Rock’n’roll Head.

Un enorme lassativo che ci permette di cagare fuori la nostra rabbia. Si sa, tutti ne abbiamo tanta. GRAN DISCO.

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ETICHETTA: Black Nutria Independent Label
GENERE: Indie rock, noise rock, alternative rock

TRACKLIST:
1. Consequences
2. Rust
3. Dismembered
4. Sailing Away
5. U.T.W.
6. The Last Man
7. Ignorance
8. Guilty

Black Nutria. Polar For The Masses. Silence.
E silenzio sia in quel di Vicenza per una delle band più celebri del panorama veneto che arriva, con questo Silence, a dare alle stampe il terzo disco, dopo due ottimi lavori: “Blended” e, retrocedendo, “Let Be Me Here”. Si arriva così ad una piccola perla di indie rock dagli influssi fortemente nineties, che attesta la buona salute della scena da cui provengono, promossi da un’etichetta fortemente devota a quest’ultima, soprattutto per un legame territoriale che è piuttosto evidente nella scelta delle band.

L’equazione [indie + punk (molto blando e melodico) + testi in inglese + sound vagamente garage + noise anni novanta] sembra, non solo matematicamente, funzionare. Sulla carta rende questo disco un gioiellino di vaghissima musica rock come tanti, cioè un buon lavoro all’interno di un percorso che stanno battendo un po’ troppe persone. Ideologicamente parlando, una scelta poco convincente. Ma è sul campo, nei loro live, nei ripetuti ascolti del disco sparato a massimo volume che si capisce la sua vera anima rock, un disco puramente rock dove finalmente vengono soppressi quei synth new wave che sporcano tutta la musica indipendente degli ultimi anni, con un sound che si spoglia di tutte le possibili levigature e si presenta sporco come le migliori band statunitensi del settore. E’ la varietà che dimostra a saturare il nostro udito per bene, appagandolo gradualmente con sensazioni ed emozioni sempre diverse, ad esempio quando parte il groove vagamente electro di “U.T.W.”, o nelle linee vocali del ritornello di “Consequences” che sembrano prima un plagio di “I Was Made For Loving You”, ma poi si rivelano una buona trovata al limite dell’orecchiabilità che regala a questo pezzo il titolo di brano più radiofonico.
L’anima del disco è comunque ruvida, graffiante, se vogliamo tagliente, affidando alle chitarre e al basso quasi sempre distorto il compito di abradere, quasi raschiare, la superficie molto piatta che la batteria contribuisce a creare, con ritmi sempre molto semplici, precisi e diretti. Piano contro forte, oppure, semplicemente, compartecipazione, compenetrazione. E’ evidente anche la matrice noise di alcune sezioni che sembrano “troppo lunghe” (es. il finale della già citata “U.T.W.”), ma che svelano la presenza, nel range delle ispirazioni, dei migliori momenti dei Sonic Youth. Tutto ciò è ampiamente ripulito grazie alla presenza di un sound temperato e mite, di stampo britannico, in brani molto carichi ed aggressivi come “The Last Man”, canzone della quale si ricordano soprattutto la melodia vocale, molto easy-to-remember, i forti inserimenti chitarristici, e la batteria tipicamente rock’n’roll.

I pregi di questo disco sono senz’altro un’esterofilia ridotta ai minimi termini nonostante le influenze vengano tutte da lì e i testi siano in inglese, e l’estrema ed efficace personalizzazione di un genere che sta diventando troppo seguito per meritarsi ancora di essere appannaggio di tutti. Com’è possibile quindi che due possibili difetti diventino motivo di gloria per un disco?
Molto semplice, i Polar for the Masses ci sanno fare e miscelano lo straniero al nostrano inserendo nel frullatore il proprio background musicale insieme ad un personale gusto che notiamo essere tipicamente veneto. No, non parliamo di inflessioni dialettali nella voce, perché l’inglese in alcuni tratti è dannatamente perfetto, ma di quell’attitudine rock’n’roll che la (nostra) scena veneta sta ormai facendo proprio, esattamente come la band.
Un disco essenziale per capire lo status dell’underground in questa regione e, più in generale, in Italia. Procuratevelo (anzi, ascoltatelo nell’anteprima qui sotto, finché c’è!).

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ETICHETTA: Mia Cameretta Records
GENERE: Garage, alternative, punk

TRACKLIST:
1. Running Uptown
2. I Need A Psychologist
3. Kettle In The Sun
4. Come With Me
5. Monkey
6. Loser Blues

In puro stile Mia Cameretta, anche i Poptones propongono una devastante ed asimmetrica mistura di punk ed alternative dallo stile molto garage, che alcuni chiamerebbero lo-fi, ma che senz’altro fa riferimento a certi cromatismi grunge che comunque sono più d’attitudine che d’ispirazione. Questa raccolta di sei brani è una interessante combinazione di elementi che condividono solo il termine cazzone, un modo di (auto)interpretarsi che sembra quello delle band da sala prove che però hanno voglia di salire sul palco, suonare tre pezzi e andarsene lasciando l’amplificatore frusciare, fischiare, per poi tornare sul palco fare un bis e spaccare tutta la strumentazione. Magari anche quella degli altri.
Preoccupandosi non poco di disseminare i brani (ad esempio “Monkey”) di piccoli momenti orecchiabili, dove la melodia prende il sopravvento, anche qui, più come attitudine, come portamento, che come modo di rappresentazione. Ciò che rimane è un molotov cocktail di rabbia, aggressività, ira, collera (e voi lo sapete che non sono solo sinonimi, soprattutto in musica), che trova il suo momento massimo nella virulenza inorganica di “I Need A Psychologist”, che potremo senza problemi elevare a gonfalone dell’intero disco (che forse è piu un EP per forma e confezione). Qualche sferzata rock’n’roll si unisce vigorosamente con quel punk rock che citavamo, riportandoci quasi a certe atmosfere dei The Who: i brani corti, la cui brevità senz’altro ha uno scopo “catalitico”: depurazione, purificazione, congiunzione interminabile tra la veemenza e la cultura del catchy tune di vecchia ispirazione seventies.

Questi sei brani dimostrano, nella loro breve durata, la grande capacità di “triturare” un numero di elementi veramente notevole. Lo hanno fatto in molti, è vero, ma non tutti riescono a proporre nel duemiladieci (e nemmeno un anno dopo) un prodotto così ben organizzato nel suo essere puro caos, disordine, entropia. E noi che queste cose le abbiamo sempre apprezzato, non possiamo che parlare di una piccola perla da ascoltare in auto a volume altissimo (ma non se siete milanesi o bolognesi). Noise, noise, noise, ancora noise. La nostra scena si ripopola, alzate i calici.

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ETICHETTA: Mia Cameretta Records
GENERE: Post-punk, Noise rock

TRACKLIST:
1. Romantic Song
3. ChatRoulette
5. Nails and Glue
7. The Guitar Trader
8. Chemtrails

L’universo del post-punk, dell’hardcore e, più in generale, dell’alternative rock, negli ultimi anni, è diventato un (ultra)popoloso ammasso di band più o meno originali che emergono dal mucchio solo di rado, latitando nella ricerca di soluzioni innovative e che sottolineino un minimo di ricerca in più rispetto alla media. I Bandwidth fanno tristemente parte di questa immensa ed inesauribilmente prolifica cerchia, ma Trinitite ha comunque dei buoni contenuti, che necessitano di un minimo di considerazione extra.
Al di là della tracklist non convenzionale, che salta seconda, quarta e sesta traccia (in realtà presenti come interludi che congiungono i vari brani), il prodotto è un intelligente e sapido miscuglio di buon punk neomelodico e furia garage, riversata in un contenitore già sporco di tracce new wave e che, pertanto, risulta essere proprio “post-punk”, un’etichetta tanto abusata quanto verosimile per descrivere il sound di band analoghe. Che non staremo ad enumerare. “Nails and Glue” e “Chemtrails” mettono a nudo la band e si preoccupano di narrarne la genealogia con quelle chitarre così graffianti, adrenaliniche e quasi frenasteniche che esplodono di punto in bianco con dell’ottimo noise di stampo americano. Nineties, ovviamente. La parola d’ordine è “potenza”, un termine che in tutto il disco condivide le sue sorti con quello di “veemenza”, due concetti simili ma che, secondo il dizionario (a voi la ricerca), riuscirebbero ad esprimere quella specie di tracotanza rock che solo ascoltando “ChatRoulette” e i suoi spasmi eccessivamente violenti riuscirete a comprendere.
La band si preoccupa non poco di rendere questo piccolo e breve lavoro variopinto, dimenticandosi si lasciare una traccia personale. La verità è che però il loro punto di forza risiede nella incredibile furia con cui devastano i timpani dell’ascoltatore con un’effervescenza ritmica che riesce a coinvolgere anche i meno abituati al genere. Noise, come parola-chiave, post-punk, come mondo di riferimento. Sottosuolo per band molto produttive, come i Bandwidth, che hanno già dato alle stampe due release prima di questa, sottraendosi, come dicevamo prima, al fallimento degli esperimenti “di scena” che sono un po’ tipici dello Stivale. Una band che deve continuare su questa strada, senza paura, senza limiti, personalizzandosi quanto più possibile in un’ottica custom che non può che diventare beneficio per un loro futuro disco.

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LE SCIMMIE
DROMOMANIA

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Noise rock

TRACKLIST:
1. 0000
2. L’Oblio Mistico
3. Dromomania
4. Athazagorafobia I
5. Athazagorafobia II
6. Frustrazione della Psiche
7. Aurantifolia
8. Frekete
9. Il Filo di Lana
10. Nostofobia

RECENSIONE:
Per recensire un disco come questo dovremo sapere che ormai essere in due in band più casiniste possibile è una moda. Dovremo sapere che il noise in Italia non lo sa fare (quasi) nessuno ed è fuori tempo massimo provare a rendere falsa questa frase. E poi dovremo sapere che anche i Sonic Youth sono diventati un riferimento da evitare se si pensa di fare musica imitando i tuoi beniamini.
Le Scimmie lo sanno e infatti evitano tutti i punti fragili di queste tre affermazioni, per trasformare sia la presenza dei Sonic Youth nel loro duo che le caratteristiche del loro genere in punti a loro favore. In generale, fanno tanto casino, tanto per essere in due, tanto per essere noise, tanto per essere italiani. La cattiveria con cui le distorsioni si infilano nei timpani dell’ascoltatore è quasi crudele, cruda e bollente, non ci sono suoni freddi, se non qualche leggero overdrive nei pochi momenti in cui non si tramuta in graffiante pioggia d’acido o direttamente in veleno per topi. Cattiveria, ancora, che sferza come vento gelido tutto ciò che inconta colpendoci con rasoi di ghiaccio. Il disco infatti si apre con “0000”, che subito mette in campo gli ingredienti basilari di questo mix, che non trascurano neppure la lezione troppo-imparata-a-memoria dei Nirvana e i primi esperimenti di Melvins e Mudhoney. E poi dopo un paio di brani decisamente potenti ma incolori, arriva una doppia sorpresa, che reca due volte il nome di “Athazagorafobia”, rispettivamente parte prima e seconda, una specie di suite puramente noise che, questa si, ricorda i primi lavori di Thurston Moore e soci, ma dove i momenti più lenti e distesi assumono una calma quasi temperata, di una mitezza che condivide con i Kyuss gli attimi di attesa tra un distorto e l’altro. E proprio la band di Homme ricorda proprio quei momenti vagamente stoner che impregnano gran parte dei brani, come “Frustrazione della Psiche”, in realtà una mitragliata psicopunk che non lascia traccia di pietà con quei distorti che porteranno alla mente dei meno esperti anche gli Smashing Pumpkins più tetri e tutti i brani più “scordati” delle band stoner degli ultimi 20 anni. Perché si ritorna sempre a Bleach, dopotutto (basta ascoltare “Frekete” per capirlo). E anche “Nostofobia”, a concludere, lo fa. “Il Filo di Lana” unisce tutto quanto abbiamo appena detto con gli episodi più “gravi” dei Motorpsycho dei bei tempi, e sul finire dell’ispirazione evidentemente la band è anche riuscita a trasformare un paio di simil-citazioni in farina del loro sacco, perché è questo che stupisce in questo Dromomania: l’originalità della band sta tutta nel combinare decine di elementi diversi in sequenze sempre nuove, producendo un miscuglio incredibilmente diversificato e difficile da districare, che risulta, pertanto, innovativo e appannaggio di una band che riesce ad avere tanta personalità nonostante l’assenza di elementi altamente caratterizzanti come i testi, gli assoli e l’aspetto della cura dell’immagine.
Secchi, squallidi e scialbi nel sound (andrebbe molto sgrezzato, nonostante il genere si presti molto a sperimentazioni garage e suoni cazzoni da tipica punk band autoprodotta), si potrebbero liquidare in poche parole ma sono invece meritevoli di un approfondimento molto più lungo di questo articolo, che comunque serve a far capire di che pasta sono fatti: una band che deve crescere ancora molto (sono giovanissimi) e che però ha già posto le basi per un cammino che sarà lungo e pieno di soddisfazioni, se la loro personalità sarà utilizzata in maniera positivamente produttiva.
Probabilmente sarà così, probabilmente.

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