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Archive for maggio 2011

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ETICHETTA: ALKA Record Label
GENERE: Rock, alternative rock

TRACKLIST:
1. Carolynn
2. Online Song
3. Hi Senorita
4. Bright Stars

Following Friday, dei Following Friday, è un disco ineccepibile in quanto ad estrazione temporale, collocandosi nel giusto lasso per approfittare delle chart e della congiuntura positiva della momentanea assenza dalle classifiche di band che possono somigliare (All Time Low, Paramore, Panic At The Disco, Simple Plan, qualcosa dei Weezer, ecc.). Essenzialmente stiamo parlando di un disco “da classifica”, che prende a piene mani dai linguaggi pop punk delle band di cui sopra, rimpastandole con tecniche più alternative, con il giusto dosaggio che noi italiani da sempre sappiamo infondere come fondamentale tratto genetico (dai CCCP in avanti). Non si può parlare di post-punk, ma la natura è quella.
“Online Song” è la principale bandiera del genere e del prodotto proposti, con quel ritornello così catchy da rischiare di produrre fastidio ma che trova nella sua struttura semplice ed aggressiva un momento quasi catartico di reinterpretazione di quel pop rock americano che tanto piace agli adolescenti, ma che poco potrebbero apprezzare suonato dai romagnoli.

L’essenza del pensiero italiano applicato a quello americano: un ottimo disco, seppur scarico a livello di originalità, che dimostra come la maturità nella composizione e una gran voglia di suonare (con il giusto sound) possano produrre ottimi risultati anche in generi che hanno già superato la data di scadenza.

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ETICHETTA: Tannen Records
GENERE: Indie pop, power pop

TRACKLIST:
1. Spinning Round The Wheel
2. So Far So Close
3. Sleep It Off
4. Elizabeth
5. Evelyn Town
6. Enemies for Friends
7. The Meaning of Fire
8. One by One
9. Sweetest Lullaby
10. Dirty Tricks

C’est La Vie.
Proprio così. La spensieratezza che si contrappone al senso di disagio che la vita quotidianamente infonde. Questa vita, perlomeno. E’ questo, il nuovo disco dei Radio Days. Essenziale metodo lenitivo per le piaghe della nostra esistenza.
Attenzione, occorre non esagerare: siamo di fronte ad un piccolo, geniale se vogliamo, esperimento indie pop venuto in soccorso della sciatta scena italiana, piena di elementi importanti ma anche di individuali tentativi di riscatto che fungono solo da spartiacque, da insicure barriere prive di succo. Non si collocano in questa categoria i dieci brani dei Radio Days, sospesi tra killer tunes e sferzate à-la-Alex Chilton, dove non ci s’impregna mai di toni eminentemente e prepotentemente rock, ma si strugge nella dolcezza sommessa di molte ballads, spesso intensi episodi nerdacchioni che ricordano parzialmente gli Weezer dei bei tempi (Pinkerton? Ma non solo).

Sostanzialmente si riesce, con C’est La Vie, a delineare lo specchietto informativo di tutta una scena power pop (e indie pop) come piace alla scena attuale. Tra tonalità beach e surf, il punk leggero dei nuovi linguaggi new wave, e il vecchio brit pop, si stagliano eminenti le influenze ramonesiane, che mai possono mancare in un disco che si possa definire moderno, termine che esplicita effettivamente tutte le derivazioni dei decenni presenti (cioè anche dei settanta e degli ottanta, totalmente presenti anche in questo album).
La maturità palese e quasi mai celata del songwriting tradisce una certa percentuale d’imprecisione tecnica, che non sbilancia in nessun modo il verdetto finale: un disco pressoché ottimo, a passo coi tempi, fresco e puro. Per voi.

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ETICHETTA: C.P.S.R./Venus
GENERE: Hip hop italiano

TRACKLIST:
1. La Creazione
2. La Nascita (Lifetime)
3. Sequenze
4. L’Osservatore
5. Quello Che Sono feat. Lu Marra
6. Nobody Knows (lifetime)
7. Rap Tributo
8. Che Vita (feat. Dominique)
9. Non Ti Preoccupare
10. Come Fai (feat. Dominique)
11. Occhi (feat. Iyah Ranks)
12. Colpo Sicuro
13. Che Cavolo dici Willies
14. La Tempesta
15. Rouge (feat. Naty)
16. Anche Se (lifetime)
17. La Fine è Solo L’Inizio (lifetime)

Doppia Erre, ennesimo hip hop act italiano (anzi italo-svizzero), sbarca sulle scene con un album lungo e interessante, diciassette brani che tentennano tra il rap più classico e le più recenti inclinazioni dub e dancehall, vagheggiando tra testi intensi ed impegnati, e qualche accenno più generalista, riempitivi che in album del duemilaundici non possono mancare.
Si sente la necessità, in un genere come questo, di attivare il ricircolo dell’aria, estirpare i cliché del rapper americano gangster pieno di collane d’oro, sospensioni idrauliche, donne in bikini nei video e parolacce a profusione, insieme di elementi che l’Italia ha pensato bene di importare senza neanche chiedersi se ce ne fosse il bisogno. Ma c’è dell’altro, artisti come Doppia Erre (o guardando in altri angoli Frankie Hi Nrg, certe uscite di Babaman, il rap anti-rap di Caparezza, Uochi Toki, ecc.) che decidono che le rime sono il modo giusto per dire qualcosa, non necessariamente nel sociale, ma anche lì. Ed ecco quindi un disco completo, dove i testi non sono semplicemente un’accozzaglia di parole sparate a cento all’ora con l’ultima sillaba coincidente, ma anche un insieme di significati da scoprire ed approfondire.
Forse la pecca del disco risiede nelle basi, vagamente mosce, tipiche di un rap più blando come gli italiani tendono a fare quasi sempre (basta guardare Mondo Marcio); inoltre l’immancabile presenza di numerosi featuring, ormai cliché diventato necessario, rischia di togliere protagonismo al vero personaggio principale dell’Osservatore.

L’album scorre liscio in tutta la sua durata, con un paio di episodi particolarmente interessanti dal punto di vista lirico, metrico e musicale (“Quello Che Sono”, “La Fine è Solo L’Inizio”), decenti spunti fuori dall’hip hop (“Quello Che Sono”, orientaleggiante cataclisma dance) e ghiribizzi in rima che prendono spunto dal linguaggio più consono al genere (“Rap Tributo”). In generale, non si può gridare al miracolo, ma senz’altro un disco così si può apprezzare soprattutto in virtù della sua attitudine anticonformista nel perseguire un genere che il mercato ha voluto stravolgere e privare della sua natura: quella di raccontare storie. Dategli una chance.

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da ieri all’1 giugno, padovani, non perdetevi

http://www.facebook.com/event.php?eid=209888532377493

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[FOCUS ON] Tour estivi

THE WEBZINE vi consiglia i tour estivi di quattro band storiche che saranno in giro in questa calda estate iniziata prematuramente. Anche musicalmente.
I calendari sono tutti in via di definizione quindi ci saranno nuove date di cui, ovviamente, vi terremo informati.

CAPAREZZA
27.05.2011 COLLISIONI 2011, Novello (CN)
29.05.2011 MEETING DEL MARE, Salerno
01.07.2011 MTV DAY, Torino
02.07.2011 CATERRADUNO, Senigallia (AN)
06.07.2011 SHERWOOD FESTIVAL, Padova
08.07.2011 CARROPONTE, Sesto San Giovanni (MI)
10.07.2011 SONIKA FESTIVAL, Sant’Agata Bolognese (BO)
14.07.2011 ARENILE RELOAD, Napoli
16.07.2011 ROCK IN ROMA, Roma
29.07.2011 PARCO EX ERIDANIA, Parma
30.07.2011 NUVOLARI LIBERA TRIBU, Cuneo
07.08.2011 ARENILE, Jesolo (VE)
08.08.2011 PIAZZA ROMA, Riccione (RN)
10.08.2011 ARENA DEL MARGINE ROSSO, Quartu Sant’Elena (CA)
11.08.2011 ALGHERO (SS)
12.08.2011 LA CINTA DI SAN TEODORO, San Teodoro (OT)
16.08.2011 CUBE FESTIVAL, Gallipoli (LE)
09.09.2011 PISA ROCK FESTIVAL, Pisa 

AFTERHOURS
06.06.2011 MAGNET CLUB, Berlino (GERMANIA)
08.06.2011 PARADISO, Amsterdam (OLANDA)
09.06.2011 VK, Bruxelles (BELGIO)
10.06.2011 PANOPLIE ITALIAN NIGHTS, Lussemburgo (LUSSEMBURGO)
14.06.2011 GARAGE, Londra (GRAN BRETAGNA)
24.06.2011 IL ROCK E’ TRATTO, Savignano sul Rubicone (FC)
02.07.2011 ACCIAIERIA SONORA, Napoli
03.07.2011 FIERA DEL LEVANTE, Bari
06.07.2011 ROCK IN ROMA, Roma
09.07.2011 ARENA CIVICA, Milano
22.07.2011 SCHIOLIFE FESTIVAL, Schio (VI)
30.07.2011 CASENTINO LOVE AFFAIR, Poppi (AR)
12.08.2011 PARCO GONDAR, Gallipoli (LE)

VERDENA
04.06.2011 CIAO LUCA FESTIVAL, Gradisca d’Isonzo (GO)
06.06.2011 PIAZZA SANTA CROCE, Firenze
10.06.2011 HEINEKEN JAMMIN FESTIVAL, Venezia
11.06.2011 NUVOLARI, Cuneo
12.06.2011 MIAMI, Milano
24.06.2011 PINETA DI BADDI MANNA, Sassari
25.06.2011 CAMPO CONI, Cagliari
30.06.2011 ROCK ISLAND, Bottanuco (BG)
03.07.2011 UN GIORNO DEL TUTTO DIFFERENTE: FERRARA SOTTO LE STELLE, Ferrara
07.07.2011 EXIT FESTIVAL, Novi Sad (SERBIA)
12.07.2011 FLIPPAUT RELOADED, Rho (MI)
16.07.2011 ITALIA WAVE, Lecce
17.07.2011 VILLA ADA, Roma
20.07.2011 ROCKIN’ UMBRIA, Umbertide (PG)
22.07.2011 BMN, Potenza
29.07.2011 LAZIO WAVE, Arpinia (FR)
30.07.2011 SUONI MODESTI, Guardagrele (CH)
31.07.2011 VOCI DAL SUD, Sant’Arsenio (SA)
10.08.2011 AREA CONCERTI, Majano (UD)
12.08.2011 SZIGET FESTIVAL, Budapest (UNGHERIA)
18.08.2011 FESTA DI RADIO ONDA D’URTO, Brescia
20.08.2011 BALLA COI CINGHIALI, Bardineto (SV)

SUBSONICA
25.06.2011 ONDESONORE FESTIVAL, Chieti
30.06.2011 ROCK IN ROMA, Roma
05.07.2011 PARCO EX ERIDANIA, Parma
07.07.2011 FIERA, Bergamo
08.07.2011 SHERWOOD FESTIVAL, Padova
09.07.2011 ARENA DELLA REGINA, Cattolica (RN)
21.07.2011 FERRARA SOTTO LE STELLE, Ferrara
22.07.2011 ARENILE DI BAGNOLI, Napoli
23.07.2011 FOSSATO DEL CASTELLO, Barletta (BT)26.07.2011 ARENA CIVICA, Milano
05.08.2011 PIAZZA VIRGINIO, Cuneo
06.08.2011 MAJANO FESTIVAL, Majano (UD)
08.08.2011 STADIO, Grottammare (AP)
09.08.2011 CAMPO SPORTIVO, Follonica (GR)
12.08.2011 CITTADELLA DEL CARNEVALE, Viareggio (LU)
14.08.2011 PARCO GONDAR, Gallipoli (LE) 

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Nasce NEXT MUSIC CONTEST:

il palco del Gran Teatro Geox ospiterà tutte le band padovane.

E alla sera appuntamento con i big.
NEXT MUSIC CONTEST
11 – 12 – 13 giugno
Gran Teatro Geox, Corso Australia, Padova

Sabato 11 giugno – Festa di fine anno scolastico con TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI
Domenica 12 – MARLENE KUNTZ
Lunedì 13 – ROY PACI E ARETUSKA
Fuori dalle cantine, dai garage e dalle sale prove della parrocchia! Sembra un invito alla rivoluzione, è invece quello al Next Music Contest, che raccoglierà, finalmente in unico prestigioso contenitore, tutte le band padovane.
Dall’11 al 13 giugno il Gran Teatro Geox di Padova ne ospiterà la prima edizione. NMC rappresenta per i giovani una preziosa opportunità: da un lato di suonare su uno dei palchi live più rinomati d’Italia, dall’altro di esibirsi prima di grandi artisti italiani. Ogni sera, infatti, dopo una lunga giornata live, il main stage del Gran Teatro Geox ospiterà un artista che chiuderà la giornata: sabato 11 sarà l’originale rock dei Tre allegri ragazzi morti, domenica 12 il sound dei Marlene Kuntz e lunedì 13 le divertenti contaminazioni di Roy Paci & Aretuska. Un programma di alto profilo che vuole idealmente creare un legame tra l’entusiasmo di chi imbraccia uno strumento musicale sognando di vivere della propria musica e chi è riuscito negli anni a imporsi nel difficile mondo della musica.
In palio per le band più votate il giorno del contest ci sarà la possibilità di aprire un evento ZED! a supporto di una importante band italiana o straniera. Dello stesso tipo sarà il premio che verrà assegnato da una giuria composta da personalità del panorama musicale italiano.
Next Music Contest è un’associazione composta da ragazzi e ragazze tra i 16 e i 26 anni impegnati a promuovere la creatività giovanile. Il contest è energia allo stato puro, ossigeno per tutte le band under 29 di Padova e Provincia. La musica dal vivo è un prezioso patrimonio culturale del territorio, soprattutto per i più giovani. Per maggiori info sull’associazione è possibile visitare il sito www.nextmusiccontest.it. I giorni in cui si tiene il contest, ovvero 11 12 e 13 giugno non sono stati scelti casualmente. Coincidono con le date del referendum, tra i quali vi è quello del nucleare.  anche nella musica padovana da molto tempo si sta puntandop ad una energia vecchia che oramai è finita, vogliamo puntare su un’enegia nuova e alternativa.
Per partecipare a Next Music Contest è necessario rispettare alcuni requisiti: i componenti della band devono avere mediamente meno di 29 anni, almeno un componente deve essere residente o domiciliato a Padova e dovranno esibirsi suonando solo pezzi originali. E’ possibile iscriversi al contest entro il 27 maggio mediante la pagina www.zedlive.com/nmc, dove è disponibile il regolamento.
Sabato 11 sarà la giornata dedicata ai più giovani e sarà anche occasione per festeggiare la fine dell’anno scolastico: sul palco saliranno i Tre Allegri Ragazzi Morti, la band di Davide Toffolo, che tra suggestioni reggae e sonorità rock è una delle realtà indie più apprezzate in Italia, soprattutto dopo il successo dell’ultimo album “Primitivi del futuro”.
Domenica 12 sarà il turno delle chitarre graffianti dei Marlene Kuntz. La band piemontese spazia con leggerezza tra un noise rock alla Sonic youth e la tradizione cantautorale italiana.
Lunedì 13, giorno del patrono di Padova, Sant’Antonio, il pubblico del NMC potrà lasciarsi trascinare dai ritmi indiavolati di Roy Paci & Aretuska.
I biglietti per Next music contest, ad un prezzo di € 8 per il giorno 11 e di € 15 per il 12 ed il 13 (abbonamento 3 giorni € 29, domenica e lunedì € 25) sono in vendita presso: Coin Ticket Store e prevendite abituali; Sfizio Break Bar riviera Tito Livio, 35 (orario 7:00 am-2:00 am); Cantina del gufo via S.Lucia 91 (orario 18:00 – 1:00); Birrolandia via Nazareth 11 (orario 12:00-15:00/ 19.00-2.00) sarà possibile acquistare i biglietti presso i banchetti di NEXT che saranno situati in piazza dei signori, via Roma, Porta portello in giorni e orari che troverete sul sito. Inoltre dalle 9:00 fino alle 19:00 saranno disponibili presso sede Partito Democratico in via beato pellegrino 16 e sede Studenti Per (RESET) in via Loredan 26.
Per informazioni www.zedlive.com/nmc
Mail: nextmusiccontest@gmail.com
Infoline:
Roberto Andresani: 3480416396
Nicola Firla: 3335030203

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GENERE: Un po’ di tutto, di tutto un po’
ETICHETTA: Boogie Records

TRACKLIST:
1. 46
2. Zona Nostra
3. Ciao Patente
4. Feston
5. Fucking Party Band
6. Portame
7. Sottomarina
8. Drum’n’dije
9. Pioggia sul Tetto
10. Grassie
11. So Ham – Ham So
12. Elektrobura
13. Deliriovacca

“Fucking Party Band”. Il manifesto dei Chuma Chums racchiuso in un titolo. La tendenza tipica dei contesti regionali più movimentati, come il Veneto, di originare “band da festone”, termine ripreso non solo dalla quarta traccia ma anche dal titolo, si colora di tinte sempre diverse ma confezionate su standard che comunque non si possono distaccare da quel codice che è diventato tradizione: festeggiare da noi veneti significa bere, significa a volte mare a volte discoteche, a volte concerti rock, e questi elementi non possono mancare nel linguaggio dei Chuma Chums così come, con un lessico e un tono diversi, non mancano nei Rumatera e non mancavano nei Pitura Freska, differente modo di interpretare lo spirito venexian.

Dentro a Fest-On vagheggiano generi molto differenti tra loro, un’accozzaglia abbastanza complessa da digerire. Le molecole sono accostate l’una all’altra seguendo leggi chimiche disordinate e quindi malfuzionanti, metafora che denuncia essenzialmente l’aggregazione forse troppo impulsiva di componenti tra i più vari: drum’n’bass (“Drum’n’dije”), punk e ska-punk (“Portame”, “46”), musica d’atmosfera, che meglio definiremo ambient (“So Ham – Ham So”), rock più classico ed elettronica (“Elektrobura”). La capacità di mettere mano ad elementi abbastanza fragili nel songwriting e di collegare generi diversi come la drum’n’bass e il punk dà sicuramente una dimensione diversa alla formazione, che riesce quindi a fregiarsi di tratti distintivi interessanti, un sound coriaceo quando dev’essere duro e graffiante, dosando distorti ed overdrive al punto giusto, più pulito quando l’elettronica spadroneggia sull’impianto del pezzo stesso. Siamo a un buon punto nel songwriting, visto che ci troviamo al terzo disco, ma l’esagerata eterogeneità che descrivevamo sopra tende a rovinare il tutto.

Sommario: i brani sono belli, il sound è perfetto dal primo all’ultimo secondo, ma manca il collante. La presenza, invece, di una motivazione che sta alla base del prodotto stesso ne giustifica anche i problemi di mancanza di coesione, mettendo in vista la coerenza che, si, questa abbonda. Prodotto valido, a modo suo.

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RECENSIONE A CURA DI EMANUELE BRIZZANTE

Potremo riassumere questa recensione in poche parole: Max Pezzali, la storia della musica pop italiana, idolo delle folle, che si conferma tale in una calda serata di maggio in quel di Padova. Uno dei personaggi più amati di sempre della scena musicale nostrana giunge al Gran Teatro Geox, atteso da qualche migliaio di persone delle più svariate estrazioni (gente di ogni età, ma in particolare nella fetta 20-30, seppur non manchino adulti e bambini), con l’ultima tappa della prima tranche del Terraferma Tour 2011, finora abbastanza fortunato e che, di per sé, merita tutti i bagni di pubblico che ha avuto e che anche questa data ha portato ai suoi occhi.
Troviamo quindi nel palazzetto con il parcheggio più caro del Veneto, un Pezzali in grande spolvero, più intonato del solito, un po’ stanco forse di ripetere la stessa scaletta in ogni data (mica lo sceglie il pubblico però, o sbaglio?), con anche le stesse frasi nel presentare i brani, che riesce comunque ad infondere il suo ormai proverbiale buonumore che traspare da ogni suo brano dell’epoca migliore, gli anni novanta. Anni novanta che questa sera rivivono dalle note dei più celebri successi, “Hanno Ucciso L’Uomo Ragno”, “Come Mai” e “Nord Sud Ovest Est” tra le più amate, ma non disdegnando neppure le chicche come “Con Un Deca” e “Rotta x Casa di Dio”, che come il resto del concerto sono sommerse da un accompagnamento corale di un pubblico calorosissimo. Oltre a tutti i singoli, riarrangiati dalla band che Max si porta dietro in questo tour (composta, tra gli altri, da Megahertz, stravagante tastierista padovano, e Sergio dei Bluvertigo) in maniera piuttosto carica (oserei dire rock), anche il periodo post-883, che si ricorda principalmente per “Lo Strano Percorso” e “Il Mondo Insieme a Te”, forse i suoi due migliori pezzi del decennio 2000-2010. Per iniziare la decade successiva invece abbiamo Terraferma, album sempre molto scarico rispetto alla vecchia tradizione 883 ma che conferma comunque un talentuoso Pezzali nella stesura di testi che ormai vagheggiano abbastanza spesso tra l’amore e le classiche tematiche del tempo che passa o della gioventù (argomenti che solo “Gli Anni” e “La Regola dell’Amico” possono parlare con una coerenza storica e culturale contestualizzati nel periodo in cui uscirono).
Le migliori tra quelle inserite in scaletta, da questo nuovo lavoro post-sanremese, senz’altro “Ogni Estate C’è” e “Il Mio Secondo Tempo”. Una punta di critica si potrebbe azzardare per la scelta di unire in medley acustici alcuni dei migliori brani mai scritti dal pavese, ovvero “Nient’Altro Che Noi” e “Io Ci Sarò”, facendone solo una porzione, lasciando invece intera la decente ma noiosa title-track dell’ultimo lavoro Terraferma. Scelte condivisibili in un tour di presentazione di un album, che speriamo non si ripetano nella prevedibile (e sperata) tournée autunno/inverno.

Di Max Pezzali non stupisce più il riconoscibilissimo timbro della voce, né la timidezza che ne rende tanto impacciati quanto simpatici gli interventi. Non stupiscono i brani storici che tutti conoscono a memoria (ci fosse stata una sola persona a non cantarli quella sera a Padova), né gli ottimi musicisti che lo accompagnano. Stupisce, anzi sbalordisce, il segno che è riuscito a lasciare in uno stuolo di fans incredibilmente fedele che dopo vent’anni di carriera non accenna a smettere di seguirlo, unendo persone di diversa provenienza sociale e di diversa età, attraversando affezionati di ogni genere musicale, tutti ugualmente felici di poter gridare “sciallallà” o “sei un mito”, frase che questo concerto non può far altro che confermare riferita al vero mito degli anni ‘90, come molti cartelloni indicano tra il pubblico. Non serve ripeterne il nome, ne abbiamo parlato finora. Gran concerto, veramente.

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I diritti dei video sono di LY89FRA e MTQ91

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ARTICOLO A CURA DI ALESSIA RADOVIC, già pubblicato anche su GOOD TIMES BAD TIMES

Ore 21.15 circa. Mi guardo intorno e al Gran Teatro Geox vedo persone di ogni tipo: adolescenti, genitori con figli, coppie giunte al loro secondo tempo (cit.), ventenni, trentenni, quarantenni e anche qualche fan “del metallo”.
Quando le luci si spengono e lui entra il boato è fortissimo, pari a quello che si potrebbe sentire trovandosi davanti ad una rockstar. Volete sapere chi è lui? Ve lo dico subito: Max Pezzali. Alcuni di voi storceranno il muso, altri sorrideranno sornioni. Coloro che sorridono sanno che, volente o nolente, Max Pezzali,  in particolare nella figura di leader degli 883, fa parte della storia della musica italiana.
Tornando al concerto, si poteva pensare ad un inizio col botto e invece s’inizia col brano che dà il titolo all’ultima opera (che ci sembra più piacevole della precedente) di Max, “Terraferma”. Segue “Credi” e zio Max consiglia ai giovani di non credere a chi dice loro di non saper “correre, vivere, scegliere, combattere” perchè a lui, da ragazzo, dicevano lo stesso.
A seguire il pezzo sanremese “Il mio secondo tempo”; ma com’è potuto arrivare così in basso nella classifica? Ulteriore prova che tutto quello che non viene apprezzato dalla giuria sanremese verrà poi apprezzato dal pubblico. Altri due pezzi dell’ultimo album, il primo “Ogni estate c’è”, un pezzo ritmato alla “Bella vera” che ti proietta subito in spiaggia, mentre il secondo “Tu come il sole (risorgi ogni giorno)” è una ballad da “tempo delle mele” che però non ci dispiace. Si prosegue sulla stessa lunghezza d’onda con “il mondo insieme a te”, “Sei fantastica” e “Lo strano percorso”.
E finalmente si giunge al momento che tutti stavamo aspettando, quando partono le prime note di “Rotta per casa di Dio”: il palazzetto si anima inaspettatamente, la gente si guarda incredula e inizia a saltare e cantare insieme al loro idolo, probabilmente ricordando le esperienze di una vita fa.
A questo punto s’invertono i ruoli, Max ci chiede di cantare al suo posto le canzoni che sono entrate nella nostra vita, le chitarre intonano “Io ci sarò” e il pubblico in visibilio la interpreta all’unisono, stessa cosa per “Se tornerai”, “Come deve andare” e “Me la caverò”.
Si riparte con “Quello che capita” per arrivare poi al momento clou della serata.
Come dice Max quella di Padova è l’ultima data e può succedere di tutto e sulle prime note dell’Uomo Ragno, il tastierista Megahertz (vero nome Daniele Dupuis, qualcuno se lo ricorda in apertura dei Bluvertigo all’Idroscalo?) viene issato a delle funi e vestito da supereroe volteggia nel “cielo”.
Si torna alla realtà e proiettando sul megaschermo immagini della vittoria ai mondiali 2006 tutti insieme si canta “La dura legge del goal” (era proprio necessario concludere con il solito “Popopopo”? i White Stripes sono quasi 5 anni che hanno il singhiozzo).
Su “Come mai” decido di darmi un’altra occhiata in giro e ogni bocca si sta muovendo, chiunque lì dentro conosceva le parole di questo pezzo da novanta. Ci si diverte ancora e si torna a ballare con “Tieni il tempo”, “Nord Sud Ovest Est” e “La regola dell’amico”.
Altro medley acustico affidato al pubblico, stavolta seguito da tastiera “Nient’altro che noi”, “Ti sento vivere”, “Eccoti” e “Una canzone d’amore”, gli innamorati si baciano e Max sorride felice.
Siamo quasi giunti alla fine con “Nessun rimpianto” dove un deciso Pezzali dice che quella porta lui non la aprirà e infine “Gli anni”, a mio parere uno dei migliori brani di sempre.
E’ tempo di bis con “La regina del Celebrità”, il probabile nuovo singolo “Quello che comunemente noi chiamiamo amore” e “Sei un mito” come degno finale.
E’ tempo di tornare al 2011.  Ciao ciao anni ’90.

* Piccola curiosità: per leggere i testi Max usava un’iPad, lo stesso modello che sto usando io per scrivere questa recensione: che coincidenza!

SETLIST:
Terraferma
Credi
Il Mio Secondo Tempo
Il Tempo Vola
Ogni Estate C’è
Tu Come il Sole (Risorgi ogni Giorno)
Il Mondo Insieme a Te
Sei Fantastica
Lo Strano Percorso
Rotta x Casa di Dio
(medley)
Io Ci Sarò
Se Tornerai
Come Deve Andare
Me la Caverò
(fine medley)
Quello che Capita
Hanno Ucciso L’Uomo Ragno
La Dura Legge del Gol
Come Mai
Tieni il Tempo
Nord Sud Ovest Est
La Regola dell’Amico
(medley)
Nient’Altro che Noi
Ti Sento Vivere
Eccoti
Una Canzone d’Amore
(fine medley)
Nessun Rimpianto
Con un Deca
Gli Anni

-BIS-
La Regina del Celebrità
Quello che Comunemente Noi Chiamiamo Amore
Sei un Mito

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Math rock

TRACKLIST:
1. Kissing Like Piranas (Self Destruction Disguised as Love)
2. Night Skydiving (Desire to Men is Gravity to Earth)
3. The Last Bullfight (Ultimatum por el Matador)
4. Vulchaos (Chill Magma Before Use)

I Pulseve sono un duo torinese che pubblica in questo momento il primo disco, Magnet, cavalcando l’onda del prolificare congenito di post-rock che ancora non si è arrestato, anche in Italia. In realtà non potremo limitarci a definirli così, perché le confluenze che entrano a far parte dell’universo di questa band toccano anche altre formazioni, anche se non ci discostiamo molto da quelle atmosfere: Mogwai, Sonic Youth, Slint, My Bloody Valentine, forse improntandosi ancora più in profondità nel math e nello shoegaze.
E dopo questo fiume di parole cosa ci resta? Un ottimo disco, basso e batteria, inusuale quanto ben suonato, confezionato con la giusta taglia: poco meno di mezzora di graffiante math infettato con psichedelia e post-rock più classico, sversamenti melodici scostanti che tappezzano il disco di sentimentalismo space rock, e una possente vena chitarristica (strano a dirsi dove la chitarra non c’è, vero?) che straccia tutte le componenti più frivole dell’album per trasformarle in crudele e distorta acidità nineties. Manca la prova della maturità, ma con queste premesse sarà raggiunta presto, questo è certo. Bel disco di debutto.

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ETICHETTA: My Place, Venus Dischi
GENERE: Rock elettronico, rock italiano

TRACKLIST:
1. Livido
2. Da Dietro il Vetro
3. Semplicemente Attenta
4. Come Cera
5. La Canzone dell’Amore Perduto
6. Quindici Agosto
7. Electrowest
8. L’Impossibilità
9. Vestirti di Me
10. Tramonto Petrolchimico

Gli Alchera non sono gli ultimi arrivati. Il terzo disco, Discarica di Sogni, giunge con il pubblico preparato alle loro tematiche sempre molto “poetiche” nel modo di porsi, che ricordano le malinconiche empatie narrative di De André (di cui coverizzano “La Canzone dell’Amore Perduto”), e che in questo nuovo lavoro raggiungono, se vogliamo, l’apice dell’evoluzione stilistica dal punto di vista letterario. I sogni infranti, i desideri che non vengono mai tradotti in realtà, la nostra vita che è “una discarica di sogni”, come diceva Samuel dei Subsonica, che tra l’altro sono una delle più evidenti influenze di questi Alchera. C’è del rock con frangenti elettronici, soprattutto grazie ai sintetizzatori, ma in generale l’attitudine del disco è pop, quasi come fosse ripreso dalle eventualità cantautorali che gli si possono ancora riconoscere dentro (“Livido”). I momenti strumentali, pochi ma eccellenti, come “Electrowest”, sono delle vere e proprie deflagrazioni introspettive, affidate in toto alla capacità espressiva del loro solare songwriting, maturo e deciso, con un sound che non manca mai di sentirsi figlio dei già citati Subsonica, dei Bluvertigo o dei Depeche Mode (“L’Impossibilità”) . La pesantezza di alcuni arrangiamenti rischia di rendere l’album meno fruibile sul lungo periodo, minandone la sua caratteristica fondante: l’essere radiofonico. Non è facile uscire dai momenti in cui la voce ricorda Renga o Casale (entrambi nel loro periodo migliore, dal punto di vista tecnico e compositivo), perché in questo genere si apprezzano più facilmente le sferzate più velate à-la Morgan.

Gli Alchera sono ottimi musicisti e compositori, vicini ad un sentire pop che è tipico della tradizione italiana. Il loro punto forte è la parola, che utilizzano per descrivere sentimenti che evidentemente al nostro popolo piace sia ascoltare che esprimere in versi o in musica. La parte suonata ricorda troppo da vicino i già citati nomi del nostro panorama, e per questo si può parlare di assenza d’innovazione e originalità, però c’è anche da dire che in Italia l’imitazione sa anche trasformarsi in vera e propria sintesi, fotografando, come in questo caso, uno stato d’essere più personale che si può solo definire come Alchera. Discreto, ma particolare. Pertanto, consigliato.

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ascoltatevi quello di cui vi abbiamo parlato prima

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RECENSIONE SCRITTA PER INDIE FOR BUNNIES
GENERE: Folk pop
ETICHETTA: 42, Vaggimal

TRACKLIST:
1. Casual Things (wall, book, dawn)
2. Rather than Saint Valentine’s day Part 1
3. Rather than Saint Valentine’s day Part 2
4. Wejk Ap
5. Low-Sir
6. The Moka Efti Crazy Bar
7. Solanje

Come dire, la prima cosa interessante di questo disco è la sua immagine, ottenuta da una presentazione particolare che gli conferisce quest’aura di lavoro “pane e vino” nato tra i monti dove “il sindaco, il panettiere, il mugnaio e lo spazzacamino cantavano con loro a messa”. Allora uno cosa si dovrebbe aspettare? Suoni tirolesi o d’orchestra trentina d’altri tempi, al limite quelle bande da festa paesana a cui sono abituati i Comuni della Val di Fassa o della Carnia? Si, sembrerebbe, ma poi il disco si presenta semplicemente come l’ennesima sorpresa indie folk pop che noi italiani sappiamo fare molto bene.
I C+C Maxigross viaggiano veloce alla scoperta di quello che è l’interesse mediatico ancora troppo acceso nei confronti dell’universo folk americaneggiante d’importazione, genere che si salverà solo il giorno in cui lo faremo diversamente e riusciremo ad esportarlo più che fagocitarlo immeritatamente. Però suonano bene, i motivetti reggono e si ascoltano (e canticchiano) con piacere (“Rather Than Saint Valentine’s day Part 1”), con il suo strascico pop che comunque ha anche le sue retroscene beatlesiane (la part 2 del pezzo appena citato), quasi da paragonare per alcuni versi ai Babyshambles, finendo per rendere il disco la giusta accozzaglia di elementi folk pop moderni. Bon Iver, Suede, tradizione popolare, Fleet Foxes e Iron & Wine. Se manca ancora qualcosa, ascoltate “Low-Sir”: è la chiave di volta britannica, candidato a singolo, un brano veramente molto radio-friendly che si ricorderà nel tempo se a qualcuno fregherà pubblicizzarlo.

Supera che non serviva fare un disco così, e avrai comunque una perla italiana come poche, candidato tra i dischi dell’anno (nel genere, non in generale) per quella patina veramente “popolareggiante” ma ancora indie che ormai sporca ogni lavoro sedicente folk. E’ un bene quando, come nel caso dei C+C Maxigross, trovi gente che sa suonare.

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E poi uscirà GRAVITY THE SEDUCER. E noi ci saremo.
Beccatevi intanto White Elephant

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ETICHETTA: 42 Records
GENERE: Indie rock

TRACKLIST:
1. Silly Fool
2. Your Shoes
3. Goodbye Your Guitar
4. 90 Minutes
5. Junk Food
6. Shake! Shake! Shake!
7. Mr. Cloud
8. Shooting Star
9. Fool on the Bus
10. Downtown
11. Lovin’ Lovin’ Lovin’

Nel 2011 si sentiva il bisogno di staccare la spina, cambiare aria ed argomenti, fuggire in maniera subdola ma serena, cancellando il senso di stagnante che si sta pian piano portando via la musica europea. Svicolando attentamente dietro l’angolo, i Cat Claws si inseriscono invece in uno di quei filoni che sta lentamente morendo, forse riuscendo in qualche modo a non risultare fuori tempo massimo e a guadagnarsi una credibilità che pochi altri riescono ancora ad avere. Il grunge è morto molto prima di questo indie così banale da risultare sempre fresco e godibile anche dopo tanti ascolti (il problema è sempre col susseguirsi dei dischi). Dall’Italia gli indie acts hanno spesso deluso, e altre volte (Thoc!, Heike Has The Giggles, Trabant ecc.), cavalcando l’onda del post-punk ballerino dei nuovi club sedicenti new wave, si sono ritagliati uno spazietto neanche troppo minuto, con qualche sostenitore hipster sempre pronto a scavalcare la parola moda con il suo senso iperbolico di fashion che è un termine che vale di più quando si parla “indie-pendente”.
A cosa serve allora questo Cat Laws? Le undici canzoni che lo compongono non introducono novità, non rivoluzionano niente, ma semplicemente riassumono le più importanti direttive dell’indie storico, spiazzando per la diversità degli ingredienti messi in gioco che però sono sempre gli stessi: Joy Division, Pixies, Devo, New Order, derelitti moderni vari e malinconica dolcezza progredita à-la-Strokes, perlomeno per le chitarre. I brani tendono a declinare verso impostazioni già sentite, soprattutto i ritornelli e le entrate di batteria, ma gli incontri quasi iconoclasti tra psichedelia e noise più leggero, per non parlare dell’incespicare electro di alcuni elementi senz’altro più adatti al movimento fisico nei live, risollevano la maturità, l’originalità e l’efficacia del disco, perfetto anche per mandare giù il difficile boccone del secondo lavoro, difficile per molti, come ricordava il buon Caparezza. La voce femminile, ancora abbastanza infrequente nel genere, quindi poco noiosa per i più schizzinosi, rende il tutto, se possibile, più digeribile.

I Cat Claws possono sfruttare la garanzia di fare bene un genere facile ma contemporaneamente complesso da portare in seno nel suo periodo di massimo splendore commerciale, cioè di declino qualitativo. Il songwriting sempre molto pulito, coniugato con una produzione rozza tipica delle registrazioni in presa diretta, gli conferisce anche la ruvidità che denota raramente produzioni analoghe per quanto riguarda l’Europa: dovremo spostarci in Europa ma non lo faremo perché questo disco è nato qui, e lo apprezzeremo solo qui, con i suoi pregi e i suoi limiti, entrambi evidenti.

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Covers EP non è per niente male.
Assaggino

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GENERE: Folk mediterraneo
ETICHETTA: Priskonovénie

TRACKLIST:
1. A Hail of Bitter Almonds
2. Together Alone
3. Arpe di Vento
4. Paestum
5. La Madre che non C’è
6. Slide
7. Le Pietre di Napoli
8. Jigsaw Falling Into Place
9. Crypta Neapolitana
10. Gioia di Vivere
11. Red Little Wine
12. The Man of Wood
13. Le Piccole Cose
14. Pietra Bianca
15. Su un Dipinto di Giovanni Bellini

Quarta uscita discografica per il cantautore folk Riccardo Prencipe, cantastorie che da sempre trasforma in musica il suo grande amore per Napoli e la tradizione mediterranea, sia in senso culturale che artistico, congiungendo la natura tipicamente folk pop della sua chitarra classica e un songwriting complesso ma limpido, dalle sonorità tiepide (appunto, mediterranee) che si avvicinano alle esondazioni progressive rock dei frangenti meno psichedelici della carriera pinkfloydiana, per arrivare a quelle più leggere dei Dreamtheater o degli Anathema, citati anche nel retro copertina.
Nei quindici brani le trame sempre molto raffinate della chitarra classica del main musician si intrecciano con la band che da sempre accompagna il buon Prencipe, ovvero Notarloberti (violino), Sica (batteria), Lepore (basso e contrabbasso) e i cantanti (che, bisogna ammetterlo, danno un contributo fondamentale): Claudia Sorvillo, Floriana Cangiano, Caterina Pontrandolfo, Annalisa Madonna e Sergio Panarella. “Together Alone” è il momento più delicato, pregno di quell’anima acustica tipica della tradizione cantautorale italiana, mentre “The Man of Wood” sfocia un pianoforte protagonista che sobbalza di virtuosismi possenti e vigorosi, dando quell’anima rock al brano che percepiamo in ogni suo istante. Recalcitrante ma espressivamente molto valido il flauto di pan di “Slide”, episodio strumentale che si staglia su di una struttura palesemente progressive che non disdegna i seventies d’oro del nostro periodo. Le distese mediterranee di atmosfere più folk sono comunque contemplate in ogni singolo brano, e lo sentiamo sempre in maniera particolare negli inserimenti di voce e negli arrangiamenti delle chitarre e degli altri strumenti a corda, in prevalenza in “Gioia di Vivere” e “Arpe di Vento”. Da segnalare è senz’altro anche la rivisitazione, seriamente molto valida, di “Jigsaw Falling Into Place”, celeberrimo brano dei Radiohead che dagli stessi riprende l’aura art rock per essere riproposto con quegli stilemi folk che più di ogni altra cosa contraddistinguono il sound del progetto Corde Oblique.

Lo avete capito, vero, che questo è un gran disco?

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cosa vi consigliamo. la mattina caldo, la sera freddo, che mese di merda. ma non per la musica.

17.05.2011 THE CROOKES @ COVO CLUB, Bologna
18.05.2011 FAIZA e DOT VIBES @ PIAZZALE UNIVERSITA’ CENTRALE, Trieste
19.05.2011 MESSER CHUPS @ ARTERIA, Bologna
20.05.2011 SIX ORGANS OF ADMITTANCE @ COVO CLUB, Bologna
20.05.2011 FRATELLI CALAFURIA @ APARTAMENTO HOFFMAN, Conegliano Veneto (TV)
20.05.2011 AL CASTELLANA & SOUL COMBO LIVE @ STABILIMENTO AUSONIA, Trieste
20.05.2011 GIORGIO CANALI & I ROSSOFUOCO @ BOCABARRANCA, Marina di Romea (RA)
20.05.2011 GONJA SUFI @ LINK, Bologna
20.05.2011 CAPAREZZA @ FUORI ORARIO, Taneto di Gattatico (RE)
21.05.2011 MAX PEZZALI @ GRAN TEATRO GEOX, Padova
21.05.2011 BRINC@ SARDINIAN FESTIVAL: IOSONOUNCANE, SIKITIKIS, TREES OF MINT e molti altri @ ESTRAGON, Bologna
21.05.2011 CAPAREZZA @ CSO RIVOLTA, Marghera (VE)
21.05.2011 HEIKE HAS THE GIGGLES @ POP CORN CLUB, Marghera (VE)
22.05.2011 IS THERE ANYBODY OUT THERE? THE WALL live @ ESTRAGON, Bologna
23.05.2011 DISAPPEARS @ ETNOBLOG, Trieste
24.05.2011 SAXON @ NEW AGE CLUB, Roncade (TV)
24.05.2011 THE FRESH AND ONLYS @ COVO CLUB, Bologna
24.05.2011 JEFRE CANTU-LEDESMA e BARN OWL @ TETRIS, Trieste
24.05.2011 SUFJAN STEVENS @ TEATRO COMUNALE, Ferrara
25.05.2011 MESSER CHUPS e WET-TONES @ ETNOBLOG, Trieste
26.05.2011 CAPAREZZA @ 105 STADIUM, Genova
27.05.2011 AUTOKRATZ @ ETNOBLOG, Trieste
28.05.2011 ELIO E’ GIANBURRASCA @ TEATRO STABILE, Trieste
28.05.2011 CASINO ROYALE @ CSO RIVOLTA, Marghera (VE)
28.05.2011 BUNNA, DJ RAPHAEL e ZIBBA @ APARTAMENTO HOFFMAN, Conegliano Veneto (TV)
28.05.2011 TORO Y MOI e DEATH IN PLAINS @ COVO CLUB, Bologna
29.05.2011 TORO Y MOI e DEATH IN PLAINS @ HEY SUN! FESTIVAL, Padova
29.05.2011 EXPLOSIONS IN THE SKY @ ESTRAGON, Bologna
30.05.2011 DJ SHADOW @ VOX CLUB, Nonantola (MO)

CONCERTI 101 BOOKING – La migliore musica indipendente http://101booking.wordpress.com
15.05.2011 RIAFFIORA e THE FLOATING BRIDGES @ LA TAVERNETTA, Villa del Conte (PD)20.05.2011 MISACHENEVICA @ CSO PEDRO, Padova
21.05.2011 SOVIET STUDIO NIGHT: MULETA @ JOEL SOUND CAFE, Cittadella (PD)
21.05.2011 DOMENICO CATALDO @ OSTERIA LA COSTA, Fino Mornasco (CO)
22.05.2011 MISACHENEVICA @ LA TAVERNETTA, Villa del Conte (PD)
22.05.2011 KOINE’ @ JADORE SUSHI BAR, Cittadella (PD)
27.05.2011 MALAZETA @ LA GOGNA, Sagrado (GO)
28.05.2011 RIAFFIORA @ GIRADISCHI, Thiene (VI)
28.05.2011 MISACHENEVICA @ CIRCOLO DEI FERMENTI, Spoleto (PG) 

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RECENSIONE SCRITTA PER INDIE FOR BUNNIES
ETICHETTA: Pippola Music, Quasi Mono Records
GENERE: Indie-pop

TRACKLIST:
1. For You
2. Suitcase
3. Beautiful Mind
4. Meaningless
5. Place to Hide
6. Homestead
7. Shooting Star
8. Airstrip Zero
9. Merry-Go-Round
10. Grand Avenue

RECENSIONE:
La formazione bresciana degli Annie Hall torna a due anni di distanza dall’ottimo Carousel con un nuovo lavoro, “Annies”, pronto a bissare il successo di critica del predecessore. In un oceano di band analoghe, dove il revival del pop britannico in salsa lo-fi moderna à-la-Wilco è talmente di moda da aver fagocitato nell’ultimo biennio anche l’indie ballerino più propriamente derivato dai Joy Division, riescono a distinguersi, complice anche la produzione di Ferrario (della cui rosa di artisti prodotti il più vicino per sonorità è, per quanto dissimile per il genere proposto, Morgan), prima di tutto per una varietà incredibile nel sound dei brani, e in seconda battuta per un songwriting molto più maturo rispetto alle uscite precedenti, che ci toglie anche il necessario beneficio del dubbio.

In tutta onestà, non si poteva aspettarsi di più dai lombardi: questo genere ha dei limiti, che risiedono nel confine tra imitazione e personalizzazione, borderline che gli Annie Hall riescono ad abbattere per proporre una soluzione altamente caratteristica che sfida i campioni in carica nel settore (gli Eels) sul piano dell’internazionalità del prodotto. Sarà dura per loro e la nostra pessima pronuncia inglese sfondare all’estero, ma per il resto le carte in regola le hanno sempre avute. Si sentano papabili tormentoni di perfetto pop come “Suitcase” e il suo incedere palesemente blueseggianteì oppure la beatlesiana “Place to Hide” che ci ricorda da vicino il nuovo progetto Gallagher dei Beady Eye, ma solo perché li abbiamo ascoltati da poco. Vai più indietro e sarebbe la giusta fusione tra i Velvet Underground (vedi “Airstrip Zero, dove la voce ricorda ancora molto Liam anche per la timbrica), influenza primigenia per l’intero Annies, e, ovviamente, i Beatles del loro periodo più tardo.
Quando si cede alla psichedelia, ma sempre in salsa indie pop scarnificato e semplificato al massimo, in virtù di una logica di impatto facile basato su impianti privi di fronzoli ed arricchimenti non indispensabili, ci troviamo di fronte a brani molto interessanti ed originali come la leggera e leggiadra “Shooting Star”, uno di quei momenti in cui è più facile contraddistinguere l’essenza British ma non solamente brit-pop della band: perché, volete dirmi che le influenze pinkfloydiane non le sentite?

Il bilancio non può che essere positivo: se l’originalità cede in alcuni punti, non si può certo parlare di plagi o imitazioni, allorché risulta evidente quanto il progetto, per quanto inflazionato dall’hype creato dal disco precedente, si fonda sulle solide basi di una maturità artistica raggiunta abbastanza presto. Le abilità dei singoli strumentisti non sono in discussione, e sono evidenti in ogni secondo dei dieci pezzi proposti: se si scegliesse un musicista secondo il metro dell’incisività dovremo votare il cantante, per la voce penetrante, precisa e, per usare un aggettivo modaiolo, “stilosa” che riesce a suscitare interesse anche nei brani meno forti come la troppo country (ma pur sempre godibile) “Merry-Go-Round”; se invece ci affidiamo alla tecnica, risulta difficile decidere ma alla fine ci dovremo abbandonare alla semplicità trascinante delle rade chitarre.
Cosa manca ancora agli Annie Hall per produrre un vero gioiello di indie-pop come il mercato richiede in questo periodo? Pochissimo, una strada ancora più personale che comunque hanno già imboccato ma della quale non hanno trovato ancora la fine. In Italia questo pop lo fanno bene quasi solo gli …A Toys Orchestra e all’estero è altalenante tra l’eccessiva produttività degli Wilco e la delirante semplicità degli Snow Patrol, che in qualche brano si sentono pure qui. Cosa aspettiamo allora a prenderci il trono con gli Annie Hall? 

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Alternative Rock

TRACKLIST:
1. Amaro
2. L’Urlo
3. Psychoman
4. La Canzone di Natale (anche quando Natale non è)
5. Godot
6. Ormai Andato
7. Un Tipo Chiamato Destino
8. Sciarrabball
9. Avevo uno Snake
10. L’Eternauta

Uross. Un nome che a molti non dirà più di tanto, ma che imperversa da anni sulla scena barese con notevoli successi. Il curriculum è ricco, ma non è questo a rendere importante un album, giusto? Occupiamoci quindi del suo contenuto.
“29 Febbraio (lo Squilibrista)” è un lavoro molto intenso, dove la frontiera tra rock d’autore, alternative italiano di stampo prettamente neomelodico e sensazioni cantautorali alla vecchia maniera dei Gaetano e dei Graziani (con piccoli accenti anche del primo Carboni) è essenzialmente una specie di sensuale Italian rock proprio come oggi si suole far rappresentare agli Afterhours più grezzi e ruvidi. Quelli dei primi tempi. “Psychoman” lo ricorda sul serio, catchy, con un’apertura a ventaglio sui diversi mondi del tetro mondo musicale dello Stivale. Non mancano le ballad imbizzarrite più dense di malinconia nostalgica, ancora con uno sguardo al nostro cantautorato, ma il succo del disco sta nella sua violenza arguta, il nervosismo delle chitarre e della voce, sempre irruenta negli attacchi e nelle entrate più vigorose.
Sostanzialmente, l’incontro perfetto tra le anime punk e grunge che dominano la tradizione rock dei nostri giorni, una sintetica collezione di elementi che, dosati a dovere, proprio come qui succede, tendono a rendere grande un disco. Se non è grande, poco ci manca, forse per l’esagerata eterogeneità degli elementi messi in campo (che sono pure troppi). I brani sono tutti carini e l’ordine degli stessi li valorizza con una certa insistenza che contribuisce alla loro orecchiabilità. Ogni dettaglio è stato opportunamente considerato. Si sente, dal primo all’ultimo secondo.
Musica pugliese, avanti tutta.

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[stanno per tornare] October

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ETICHETTA: Red Birds Records
GENERE: Rock psichedelico

TRACKLIST:
1. Chapter 1: The Death at Twilight of 25 Shattering Pieces of Sharpring Thin Ice
2. Chapter 2: Luna (And The Great Parade of Creatures Tiptoeing Around the Scarecrow)
3. Chapter 3: Gentle Marionette Firflies Lullabying Weavy
4. Chapter 4: The Loony Crowes Hoohaywire In The Shadows Of The Gigantic Moon
5. Chapter 5: At Twilight, Giant Farflies

Unmade Bed. Proprio come può sembrare, al primo ascolto, unmade questo disco. Sfatto, raffazzonato alla bell’e meglio. Ma siete sicuri che non sia solo perché non è di facile ascolto? Già, proprio così. Mornaite Muntide è abbastanza interessante, fin dal nome, per il suo incedere sempre molto difficile da interpretare, un disco funerario, una continua ascesa di toni (e note) di cui si nota soprattutto l’eccessivo stillicidio di rumori e suoni sperimentali, che contribuiscono alla causa del genere proposto. Psichedelia pura, quindi, palese già dal primo “capitolo” (il disco è diviso in chapters, cinque episodi che, si presume, si propongono di raccontare storie), con pochissimo spazio alla voce e il continuo folleggiare di ritmiche soffuse e sincopate, piene di riverberi, che si accompagnano alla melodia di chitarre incentivate dalle scelte nei suoni, ancora una volta concentrate sul delay e l’eco. Effetti che spopolano da sempre nel rock sperimentale, e che senz’altro giocano un ruolo fondamentale nel concretizzarsi di un sound denso e ricco di pervasive delicatezze atmosferiche. Il termine più adatto per queste canzoni così eteree è “spettrali”, un desueto ed intenso modo di definire la capacità evocativa di certi dischi post-rock che Mornaite Muntide tende a ricordare (come avremo fatto nei primi Slint, ma con delle strutture molto più anticonformiste). Certo, si può anche far fatica a dipanare la matassa di questi brani, lunghi, fuorvianti, pieni di confusione, con delle scelte di suono discutibili, ma è altrettanto vero che ogni singolo secondo di questo disco non può far altro che attestare un songwriting maturo che questa band riesce a dimostrare già dal secondo full-length. E non è poco.

Come Unmade Bed è una traccia dei Sonic Youth, questa formazione non si astiene infatti dal tributarli, seppur indirettamente, con manciate di shoegaze e noise rock come quasi nessuno ha saputo fare dopo i newyorkesi. E se in Italia nessuno ha mai provato ad elevarsi a protagonista del nutrito stuolo di adepti del filone, beh, preparatevi alla possibile invasione degli Unmade Bed, che seppur destinati a rimanere sempre di nicchia avranno comunque una lode tendenzialmente post-mortem. Allora, si dia il via all’elogio funebre accompagnato dalla splendida “Luna”.

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ETICHETTA: Boogie Records
GENERE: Rock demenziale

TRACKLIST:
1. La Grande V (ft. Chuma Chums)
2. Tosi Come Mi 
3. Vergognosa (ft. Cattive Abitudini)
4. Mi Piace la Foca (ft. Gianni Drudi)
5. Sol Bareoto del Mas-Cio (ft. Trio Medusa & Max Troiani)

Non è facile recensire un disco di rock demenziale. Bisogna prenderlo con le pinze, dividere i vari aspetti da analizzare e capire se l’obiettivo prefissato è raggiunto.
Chi sono i Rumatera? I Rumatera, dopo l’estinzione dei Catarrhal Noise, si sono imposti nella scena veneta come IL rock demenziale (è facile sbaragliare la concorrenza dei Radio Sboro del resto), unici alfieri di una scena dialettale che è rimasta abbastanza spopolata dopo la rottura dei Pitura Freska (musicalmente di un’altra levatura, certo). La band, utilizzando i cliché sempre molto funzionali alla causa delle realtà di questo tipo, ovvero sesso, alcol, feste, e qualche battuta sulla “boarìa” (quello che rappresentano), ha saputo suscitare l’interesse di un’enorme scuderia di sostenitori che li segue più che altro per il rum & pera di Lady Poison ai concerti.
E’ difficile trovare valore artistico in un disco, volendo, suonato bene ma molto difficile da ascoltare al di fuori del pubblico ristretto della regione Veneto (e neanche tutto). La volgarità e il rock spesso vanno a braccetto, ma la finezza strumentale quasi d’avanguardia degli Elio e Le Storie Tese è inarrivabile in qualsiasi dialetto la si voglia declinare. Mancano i testi intelligenti, gli arrangiamenti fatti con un certo decoro e rimane, come unico filo scoperto, l’intento, cioè quello di vendere, portando alla luce la triste verità: queste sono le band che suonano per soldi, come le tribute band che rovinano, tra le altre, proprio la scena indipendente veneta. E a poco importa se si sentono “terroni del nord”, altra chiave di svolta critica nell’interpretazione del prodotto: è abbastanza evidente che in questo modo né il Veneto né il Meridione fanno una bella figura, ma forse l’intento dei Rumatera è proprio quello di far emergere la realtà più festaiola e “puttaniera” di questo pezzo d’Italia. Che se lo esamini da un lato è positivo, mentre dall’altro è quasi crudele. 

Gli ospiti presenti sollevano la qualità del disco (in primis le Cattive Abitudini), sottolineando la sovraesposizione mediatica a cui il progetto si sta sottoponendo, e questo non può che contribuire a rendere difficile la classificazione del disco. Ci limiteremo a dire che questo prodotto è fatto su misura per le persone molto alcohol party-oriented, dove i film trash degli anni ’80, la musica altrettanto trash e priva di contenuti di gente come Sabrina Salerno e Jo Squillo e l’elemento immancabile (la grande V=agina) sostituiscono tutto il necessario per vivere. Dimenticavo, anche i porno. 

Essenzialmente un disco confezionato per un pubblico molto ristretto, difficile da collocare fuori da quella fetta. Per quanto coccolati dalla critica giovane e dal pubblico boaro per definizione, un progetto di nicchia che sbaglia nella pretesa di voler uscire dal Veneto, dove è nato ed è destinato ad esaurirsi, si spera, lentamente.
Per il resto, qualcosa di divertente c’è.  

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RECENSIONE SCRITTA PER INDIE FOR BUNNIES
ETICHETTA: Il Verso del Cinghiale Records
GENERE: Rock psichedelico, alternative rock

TRACKLIST:
1. Fin Che La Barca Va
2. Merry Christmas & Happy New Fear
3. Charlie
4. La Piramide (Signoraggio)
5. Elastico
6. Gundamn
7. Urina
8. Castello di Poppi
9. In Guardia
10. Moscerini Fiacchi
11. Flessibile
12. A-Lot-Ano
13. Trittico

Produzione di Alberto Ferrari. Protezione di Alberto Ferrari. E’ servito anche ai Karnea per diventare famosi, anche se dopo sono scomparsi, però c’è anche da dire che sia questi che questi hanno grandi motivi per essere arrivati dove sono.
“C’è Tutto Il Tempo Per Dormire Sotto Terra” è praticamente l’incontro perfetto tra le impostazioni psichedelico-stoner di Requiem dei Verdena e la pazzia punk folk acustica (anche nella voce) dei Marta Sui Tubi: il manifesto del disco, e di queste sue caratteristiche, è “Merry Christmas & Happy New Fear”, pezzo lanciatissimo che galleggia tra batterie e chitarre tanto impulsive da sembrare nevrotiche e quei svolazzamenti vocali che non possono far altro che ricordare Giovanni Gulino. La pazzia parapsichedelica con inserimenti grunge che la rendono quasi espressione avanguardistica si sente ancora meglio in “Elastico” e “In Guardia”, due brani veramente fuori di testa. “Moscerini Fiacchi”, di nuovo MsT; “Urina”, bel brano con ascendente Canos dei Verdena.
La band sperimenta anche troppo, incrocia linee che mai avremo immaginato potessero cozzare con così tanta classe: la virulenza quasi folle che si sente in certi brani (“Flessibile”), può far storcere il naso, ma è così che sono nati i miti. Questo disco potrebbe consacrarli, ma la produzione artistica dovrebbe essere curata leggermente di più, per non lasciare che la palese pazzia degli arrangiamenti ne rovini la complessità e la genuinità, evidenti in ogni angolo di questo album. All’interno di questo lavoro assumono funzione di spartitraffico (ma di grande qualità) tutti i frequenti intermezzi strumentali, che essenzialmente risollevano anche la parte, abbastanza triste perché troppo confusionaria, del cantato.

Sono cresciuti molto da “Anche I Cinghiali Hanno La Testa”: con un’attenzione maggiore sui dettagli e una maggiore omogeneità all’interno del disco, sarebbe un pacchetto perfetto. Grandi potenzialità, ottima espressività, songwriting di grande fattura. Manca poco: pay attention to the next one.

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comunque c’han classe, eh…

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RECENSIONE ad opera di CLAUDIO MILANO
ETICHETTA: Black Widow Records
GENERE: Progressive

TRACKLIST:
1. Verso l’Alba
2. Insolita Parte di Me
3. Boccadasse
4. Le Due Metà della Notte
5. La Stanza Nascosta
6. Danza Esoterica di Datura
7. Faldistorium
8. L’Attesa
9. Il Centro Sottile
10. Antidoto Mentale

Mi piacerebbe riflettere sul significato della definizione rock progressivo, prima di avvicinarmi a questo disco. Tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta la musica ha subito un’improvvisa mutazione, cercando strade nuove nel suono, attraverso un’innovazione radicale di forma e sostanza.
Il risultato è stata la nascita di un’attitudine progressista al suono che ha invaso ogni genere, dal cantautorato (“Blonde on Blonde” di Dylan) al beat (i Beatles da “Revolver” al “White Album”); dai mod (gli Who di “Who’s next”, “Tommy” e “Quadrophenia”) al blues rock (le strutture ramificate ed espanse dell’Hendrix di “Vodoo Chile” e quelle di derivazione jazz dei Bluesbreakers); dalla psichedelia drammatizzata dei Doors di “The End” e quella fanciullesca dei Pink Folyd di Barrett; all’art rock dei Velvet Underground di “Heroin”; all’hard rock dei Led Zeppelin di “Dazed and Confused” e ai Deep Purple di “Child in time”; al folk di Pentangle, Incredible String Band, Jethro Tull, Roy Harper; il dada rock di Zappa e Captain Beefheart, solo per citare pochissimi esempi di un’autentico big bang che inseminava manifestazioni musicali alla ricerca di una musica “totale”. Una musica utopica, capace di funzionare da anello di congiunzione ideale tra suoni, modi armonici e melodici di ogni epoca. Ogni musicista creava inoltre il suo suono, che era distinguibilissimo e diverso da quello di chiunque altro e faceva ricorso ai ritrovati tecnologici più avanzati. Il progressive oltre ad un’attitudine divenne anche genere e visse una stagione d’oro che si concluse con le magnifiche propaggini del Rock In Opposition di fine settanta, per riciclarsi nei decenni a seguire, in sintesi, su quattro strade. La prima nostalgica e “di genere”, definibile di buon grado “regressive rock”, senza alcun valore artistico e socio culturale ma in qualche caso con buoni esiti artigianali, Marillion, Deus Ex Machina, Finisterre, IQ, Anglagard… La seconda, che del progressive manteneva solo l’attitudine alla commistione di formule, alla ricerca sonora, alla sperimentazione di forma e sostanza musicale. A questo genere è possibile ascrivere Tuxedomoon, The Residents, Tool, Godspeed You Black Emperor!, Radiohead, Sigur Ros, Tori Amos, Kate Bush, Scott Walker, Rachel’s, Tortoise, Battles, Sufjan Stevens, Antony, John Zorn, David Sylvian, solo per fare qualche esempio di band e artisti che dallo spirito originario del progressive molto hanno raccolto. La terza è la ben nota corrente del progressive metal. La quarta è quella di chi, pur essendo parte del genere, lo reinventa creando nuove formule in perfetta adiacenza allo spirito del proprio tempo, un esempio su tutti, gli Univers Zero e gli Art Zoyd.

Detto questo, che senso ha nel 2010 produrre un disco che trasuda ad ogni istante formule così derivative dagli anni Settanta da sembrare un’incisione mai pubblicata all’epoca? Un tripudio di tastiere analogiche registrate in analogico, organi Hammond e Mellotron, testi che cercano di fare finta letteratura sembrando il parto di uno studente all’ultimo anno di liceo classico con qualche problema di troppo con le metriche? Mostruosamente tronfio, ridondante, stucchevole, senza un barlume di personalità, questo disco prepara citazioni in ogni sua piega, Genesis, Banco Del Mutuo Soccorso, Il Balletto Di Bronzo e trova nella voce il suo punto di massima debolezza. Una sorta di miscuglio tra Adriano Celentano, Elio e Max Pezzali, senza avere la contestualizzazione di nessuna delle tre. Piatta e monocorde, si lancia persino in lunghi recitativi da teatrino di scuola media.
Inutile dirlo, stampa e pubblico, hanno accolto l’album in questione, all’unanimità come migliore album di progressive dello scorso anno. Perchè?
Facile, il disco è davvero ben suonato e ben prodotto, per chi ama il genere è godibilissimo e perpetua la sensazione che l’age d’or del genere non si sia mai conclusa. Presenta inoltre tutte le caratteristiche classiche del genere, sinfonismo di facile leva, strutture elaboratissime, forzata teatralità, grande tecnica strumentale, appannaggio in particolar modo di tastiere e batteria, dissociazione dalla realtà. Insomma autentico “regressive rock”!
Eppure come negarlo? Questo esordio del Tempio delle Clessidre, voce e testi a parte (non a caso la traccia migliore rimane a mio avviso la strumentale “Danza esoterica di Datura”, con il suo tenerissimo glockenspiel da teatrino degli orrori), è un ottimo disco, davvero ben fatto, pieno di idee magistralmente condotte, un bellissimo vaso in ceramica che nessuno si sognerebbe di paragonare ad un’opera di Damien Hirst o Maurizio Cattelan, ma che a casa ci sta meglio accanto al souvenir della nonna e al regalo di compleanno kitschissimo della zia.
Il voto conclusivo non può che essere una media tra il valore artistico (capacità di innescare linguaggi nuovi, anticipando ciò che sarà e mostrando i lati meno esplorati della realtà del proprio tempo) della proposta e quello artigianale (qualcosa di semplicemente, “bello”).
Fa riflettere che dischi di signori che la mezza età l’hanno superata da un pezzo, come il recente ultimo Van Der Graaf Generator e il lontano ultimo King Crimson, che il prog l’hanno fatto a loro tempo, suonino decenni avanti ai solchi di quest’album. Loro, pur consapevoli del loro passato, sono ancora progressive, Il Tempio delle Clessidre, come gli ultimi acclamati Phideaux e Pendragon, NO.

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Introduciamo il progetto.
Hanno fatto tanta strada i Creedence Clearwater Revival negli anni sessanta e settanta, diventando una specie di icona del rock blues americano. I fratelli Fogerty, John e Tom, imperversarono per lungo tempo prima che il primo di questi due intraprendesse una carriera folk di tutto rispetto: Tom continuò a suonare le canzoni della vecchia formazione come Creedence Clearwater Revived, così come ancora li troviamo oggi. L’unica differenza è che questa formazione è stata portata avanti dal chitarrista Johnny Guitar Williamson, nel gruppo nella “nuova” formazione di Tom Fogerty, batterista poi scomparso. 30 anni dopo Johnny Williamson riforma la band e lo troviamo oggi in giro per il mondo a riproporre i classici della rock blues band più famosa d’America.

L’atmosfera al Teatro Caruso è palpabile di interesse. Tra vecchi fans e curiosi, la pizzeria/live club si riempie, complice anche l’ingresso gratuito e il live può iniziare. I CCR sono oggi Leon Parr (batterista in Verve e Marillion), Simon Crumley (bassista negli Skeleton Crew), Christian Madden (tastierista e fondatore dei Wings) e Peter Burton (cantante, già negli Smokie). Questo ensemble rinuncia alla perfezione dell’esecuzione per regalare un po’ di calore in più, anche se bisogna specificare che il livello tecnico è notevole, visti i nomi di cui sopra. Ripercorrendo un’intensa scaletta che non risparmia nessuno dei vecchi successi (in primis “Green River”, “Suzie Q”, “Proud Mary” e “Have You Ever Seen The Rain”), il pubblico è subito scaldato e coinvolto, grazie all’atmosfera che il piccolo pub di Papozze (RO) riesce a produrre al suo interno. Country, blues e rock tra le influenze più note, ma senza parlare del tipo di musica proposta ci limiteremo a trascurare le più blande finezze strumentali per descrivere l’intensità del pathos che questo genere, molto “americaneggiante” non solo dal punto di vista geografico, che porta con sé tutte le atmosfere country che storicamente uniscono la spensieratezza della musica californiana a quella, più blasonata, più malinconica e tesa a raffazzonare inni di protesta che in realtà nei CCR non si concretizzano come elemento fondante.

Che dire, eventi come questi rappresentano l’apice della cultura negativa del revival, però è anche vero che sono l’unico modo di vedere artisti veri suonare delle canzoni che, vista la morte o l’eccessiva età dei componenti originali, potremo altrimenti ascoltare solo su disco. Supportiamo pertanto quelle realtà, spesso molto limitate dal punto di vista della capienza di pubblico o dell’estensione delle sale. L’importante però è l’acustica e il modo in cui trattano il pubblico: ad esempio pochi giorni fa a Padova costava 20 euro più diritti di prevendita, e qui era gratis.
A voi un video del progetto live qualche giorno fa.

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