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Archive for the ‘GENERE: Pop’ Category

ETICHETTA: Ara Music
GENERE: Pop, cantautore

Raffaele-tedesco-che-mondo-sei

Raffaele Tedesco viene da Moliterno (Potenza), Che Mondo Sei è il suo quarto sforzo discografico e per individuare meglio il fulcro dell’opera occorre dare un’altra coordinata biografica: Raffaele è stato collaboratore di Mogol, e ha mutuato da questa esperienza moltissimi tratti in comune con la musica d’autore italiana di stampo classico, a cavallo tra anni ’60 e ’90. Bruno Lauzi, Gino Paoli, Bobby Solo, qualcosa di Buscaglione e di Battisti, a questi ammiccano i testi del lucano, mentre gli arrangiamenti, fortunatamente affidati ad una squadra di musicisti molto validi, sono più moderni, sporchi di rock e di jazz, blues e black music, ma sono solo venature superficiali che rigano una piattaforma fatta di riferimenti agli anni settanta e ottanta, con il piano (di Franco Frezza) al posto dei synth. I trascorsi musicali di Raffaele Tedesco, in verità, lo vedono congiungere il suo estro creativo, di cantante e chitarrista, ma anche compositore, con nomi del calibro di Arisa e Umberto Tozzi, anche questi in piena coerenza con il percorso intrapreso in Che Mondo Sei.

Tecnicamente, a livello vocale, non c’è veramente nulla da dire. Estroso, versatile, abile nel coniugare messaggio veicolato con il testo ed emozioni comunicate con la voce, Raffaele riesce a rendere un disco se vogliamo pesante, più che altro per la reiterazione di stilemi appartenenti a determinati momenti della storia della musica italiana, attuale con la sua voce, particolare, di classe. E’ la profondità con cui analizza le tematiche scelte per le liriche che riesce ad innalzare anche il contenuto testuale e letterario, rendendo giustizia al maestro Rapetti.
Di fatto, questo disco dimostra come senza innovare niente si possa pubblicare un lavoro onesto e di grande dignità artistica, una volta preso coscienza di quanto questo possa frazionare il pubblico e destinare l’opera a chi ha un’età media superiore a quella di chi compone. Ma magari è pure un bene.

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Recensione scritta per il circuito Music Opinion Network

ETICHETTA: Advice Music
GENERE: Pop

No Chains. Titolo in inglese per un album che si può tagliare nettamente in due tra brani cantati in italiano e altri nella lingua anglosassone. Assenza di catene, per la brillante voce di questa giovane cantante di Bordighera (Imperia), oppure stretti legacci che la imbrigliano ad un canone di vocalità e di songwriting che in molti in Italia da tempo speriamo di dimenticare? Obiettivamente, Idhea mette in campo una timbrica e una capacità tecnica di cui ben poche nuove leve del rock commerciale italiano dispongono, anche tra gli alti papaveri che della nostra scena tessono la trama da decenni. Indubbiamente, inoltre, gli arrangiamenti sono molto curati e celano dietro un velo di superficialità radiofonica anche una versatilità parcellizzata nei tanti pezzi che compongono questo lavoro. Soffermandoci sull’aspetto, appunto, orecchiabile del disco, la voce di Idhea ci ricorda molto da vicino la tradizione italiana partita tempo addietro con Massimo Ranieri e passata poi per Ron, Raf, il recente Renga, ma anche gli svolazzi di Sangiorgi dei Negramaro o la sempre più inascoltabile Laura Pausini degli ultimi anni. Non è un caso, ad esempio, se tra i collaboratori di questo prodotto spiccano nomi come Vinci e Vollaro. Lungi da noi voler tagliare le gambe ad una giovane artista solo per il facile ascolto che deriva dalle sue canzoni, ma su The Webzine non vengono molto spesso apprezzati gli emuli dei peggiori casi umani della musica nostrana (Emma Marrone, Deborah Iurato, Anna Tatangelo, ecc.). A salvare questo disco intervengono però dei discreti momenti rock, come Wanted Love In A While, divertissement piuttosto carico che ci ricorda anche la prima Gianna Nannini. Pure la title-track naviga a vista verso lidi rockeggianti ma avremo preferito forse delle virate più secche verso il blues, piuttosto che certi ammiccamenti a Vasco e Ligabue che si scorgono qui. I pezzi migliori, in ogni caso, NON sono quelli in italiano, dove la vicinanza con i tanti artisti citati è talmente evidente che si rischia di perdere anche il piacere dell’ascolto.

Per dare il giusto onore ad un disco del genere occorrerebbe criticarlo con il filtro di una radio di sola musica italiana, ed è qui che intervengono nomi come l’autrice Paola Capone e l’etichetta milanese Advice Music a dare lustro al tutto. Si perché se il nostro obiettivo invece che recensire un album fosse provare a venderlo, parleremo di un’operazione convincente, soprattutto con brani come Allora Stai Con Me. Il nostro ruolo però ci impone un po’ di sincerità ed occorre, a questo punto, andare a fondo: banalità e prevedibilità regnano in “No Chains” e, nonostante le ineccepibili capacità canore della giovane Idhea, non si può definire un disco che lascia il segno. Perlomeno qui a The Webzine.

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Recensione scritta per Music Opinion Network

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Pop

 

 

 

 

Aliceland è il progetto personale di Alice Castellan, realizzato in collaborazione con il bassista Andrea Terzo, direttore degli arrangiamenti. E’ uno scheletrico carnet di canzoni di stampo pop, semplici ma non semplicistiche, dove l’enfasi data alla voce conferisce venature commerciali ma mai troppo radiofoniche a tutto il prodotto. Di conseguenza, possiamo parlare di un disco di musica italiana di stampo classico, fuori dall’orbita sanremese per una certa raffinatezza ed eleganza degli arrangiamenti che si riferisce forse più ad una tradizione americana, ma con un gran plusvalore dato da un uso costantemente ponderato della voce, che non si produce in eccessi barocchi né svolazzi prog. Del resto, non sarebbero neppure così appropriati. Il fatto che gli arrangiamenti di Terzo non abbandonino mai il terreno acustico, inoltre, districa il nodo ovvio dei cliché rock a cui ormai la musica italiana è sottoposta, avvicinandosi più a quei pochi elementi tranquilli e intimi della carriera di cantautrici come Elisa piuttosto che al rock popolare di Gianna Nannini e Noemi. Può sembrare, talvolta, che un uso troppo consapevole della voce possa far risultare i ritornelli troppo impostati, ma nel pacchetto generale questo contribuisce ad impreziosire le canzoni, piuttosto basilari nella struttura, nelle metriche e nella progressione melodica. E’ quasi romantico, nel senso estetico e letterario del termine, il modo in cui vengono fusi blues, funky, gospel, soul, r’n’b, cantautorato italiano e d’oltreoceano, passando per Alanis Morissette e qualche tocco di Bob Dylan trasporto al femminile.

Pensieri Raccolti non farà gridare al miracolo nessuno, ma come raramente accade siamo di fronte ad un’opera quasi personale che riesce ad avere un valore nazionale, ricevibile da tutti gli italiani come un prodotto di qualità, senza utilizzare quei linguaggi campanilistici che spesso riguardano il folk e di cui gran parte dei cantautori abusano ormai da quindici anni. Un complimento sincero ad Alice per questo lavoro.

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Recensione a cura di CLAUDIO MILANO

ETICHETTA: Universal
GENERE: Alt pop

TRACKLIST:
01 L’Evoluzione Della Specie
02 1969
03 Ruggine
04 Qualcosa Resterà
05 Non Riesco A Muovermi
06 Ormai
07 Vanità
08 Pindaro
09 Colpa Mia
10 Newton
11 Eroe

Voto: 7

Chi lo ha ascoltato nei due dischi precedenti, sa che non c’è mai da aspettarsi la stessa cosa, chi lo ha visto a Sanremo avrà di che rafforzare le sue opinioni nel bene o nel male, chi non lo ha mai ascoltato, farebbe bene a farlo. Da palchi in giro per il mondo divisi con Deep Purple, Lou Barlow, Badly Drawn Boy, Amy Winehouse, Okkerville River, Isobel Campbell e molti altri, a quello dell’Ariston, il passo deve essere stato facile tenendo conto di quanta sicurezza e determinazione  possa covarsi gelosamente dentro, prima di esser mostrata agli altri con “vanità” e un graffio.

“1969”, riduce alcuni slanci, avvicina la lingua italiana, ma non fa l’errore di oltrepassare il senso della misura, riuscendo a suonare sempre interessante, mai banale, pur nella sua immediatezza.

Il disco si apre con le interferenze elettriche che attraversano “L’Evoluzione della Specie”, non particolarmente felice nel testo, ma ben più interessante nella confezione. Non si lavora sempre sulla forma pura, perché i brani mantengono una dimensione adeguatamente pop ma con delle “variazioni sul tema” davvero interessanti. Le armonizzazioni e gli arrangiamenti in particolari sono di gran pregio, non si ha paura della dissonanza, né di un suono apertamente internazionale, che apre a “dream pop” e “baroque pop”. “1969”, già ascoltata a Sanremo, in studio convince ancora di più, un vero gioiello di canzone italiano di lusso, ma dal respiro internazionale, quello che i Muse potrebbero fare se non scivolassero in eccessi formali. Qui anche un gran testo. “Ruggine” è altrettanto affascinante nell’alternanza di pieni e vuoti. In qualche angolo la leggerezza risulta sin troppo tale, come in “Qualcosa resterà”, che non è difficile immaginare tra i singoli del lavoro. Ritmiche composte, fratture improvvise a scomporre la struttura dei pezzi, un’ acustica in grande movimento ed iniezioni di elettricità pura nella nervosa “Non riesco a muovermi”. “Ormai” va nettamente oltre con trascolorazioni armoniche (chi ricorda “Le tre Verità” di Battisti-Mogol? Beh, portatela a casa dei primi Queen…) e una voce che sale in alto, assai in alto. Androgina quanto ficcante, può piacere o no e sicuramente a tanti non sarà di particolare gradimento, ma ha carattere e questa è una gran cosa. “Vanità”, torna ad una dimensione pop, piacevole e immediata, nulla di più, ma saprà diventare uno dei brani più amati del lotto. Questo album ha una caratteristica assai interessante, quella di molti dischi indie italiani anni ’90, quella di occhieggiare alla melodia senza ricadere nel banale, mostrando all’occorrenza di saper affrontare sfide di contenuto e forma, senza mai cadere nell’autoreferenziale e nel volutamente complesso, giacché, qui come più volte detto, di canzone d’autore si parla. “Pindaro”, rimanda alle armonie felicissime del primo album del Banco del Mutuo Soccorso e alla voce di Alan Sorrenti (quello di “Aria”), trasuda romanticissimo coloratissimo, una girandola psych folk che trasfigura una semplice canzone in polvere di stelle e una pioggia di petali. Davvero magica e probabilmente il pezzo più felice del lotto. “Colpa mia”, ha una strofa davvero affascinante, inciampa un po’ sulla frattura che anticipa il refrain, ma è poca cosa. “Newton” si muove appresso ad un arpeggio di chitarra delizioso per aprirsi ad un ritornello a la Air. Ecco, questo è un brano perfettamente “leggero”, che non cede a prevedibilità alcuna. Quando Davide Combusti, nome all’anagrafe del compositore e poli-strumentista, non affronta il tema della “chanson d’amour” e si ripiega su di sé nello scrutarsi in merito ad altri argomenti, coinvolge appieno ed è questo, tra gli altri il caso di “Eroe” che chiude e bene il disco, ancora con acustica in gran spolvero. Qua e là si avverte come se i brani  nella necessità di un’urgenza comunicativa si chiudessero “troppo in fretta”, senza lasciare adeguato respiro a queste romanze contemporanee che potrebbero rischiare un filo di più senza comunque arrecare danno. Ma questo, come più volte detto, è un album pop, o meglio, un signor album pop, di quelli che rimarranno. Dentro c’è tanta cultura musicale, potrei citare, oltre ai nomi fatti, i più ovvi Antony e Jeff Buckley, il primo Battiato “d’autore”, ma anche Ivan Cattaneo di “UOAEI”, Tito Schipa Jr., Jønsi, i Radiohead, ma quando le referenze diventano così tante e stratificate perdono alcun senso, diventan robe da scribaccini di musica come il sottoscritto, che “devono” dare qualche appiglio a chi legge e lasciano spazio ad un solo nome: The Niro. Qui non c’è da aver paura. Si perché siamo in presenza di un disco che ha tutte le carte in regola per figurare tra qualche anno nella lista dei piccoli-grandi classici della musica d’autore italiana, quella capace di unire leggerezza a creatività pura, slanci melodici ad asperità impreviste. Combusti non ha la profondità di scrittura dell’Alessandro Grazian di “Indossai” e (soprattutto) “L’Abito”, ma è un autentico maestro negli arrangiamenti, nella gestione della materia sonica fondendo ultra popolare ed ultra nobile, non è un caso se ho citato un tale Battisti, quel signore radiato dall’albo dei cantautori a lungo perché troppo “di destra”. Qui non c’è la cultura dei cantautori “di sinistra”, neanche un po’, eppure non mi sentirei di giudicare la morbidezza elegiaca di alcuni di questi solchi meno abrasiva di una musica apertamente “maledetta” nelle invettive di testi e carica di aggressività soniche dichiarate.

Non so se Davide  è consapevole di tutto questo, ma forse è meglio non lo sia e che continui a regalarci, soltanto buona musica e la sua voce d’angelo.

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Recensione a cura di Claudio Milano

ETICHETTA: Universal
Voto: 7

TRACKLIST:
“Cripple and the Starfish” – Antony

”For Today I am a Boy” – Antony
“You are my Sister” – Antony e Franco Battiato
“Il Re del Mondo” – Franco Battiato
“Tutto l’Universo obbedisce all’Amore” – Franco Battiato
“As Tears go by” – Antony e Franco Battiato
“Crazy in Love” – Antony
“Salt Silver Oxygen” – Antony
“Del suo veloce Volo” – Antony e Franco Battiato
“Hope there’s Someone” – Antony
“La Realtà non esiste” – Franco Battiato e Alice
“I treni di Tozeur” – Franco Battiato e Alice
“La Cura” – Franco Battiato
“E ti vengo a cercare” – Franco Battiato
“Bandiera Bianca/Up Patriots to Arms” – Franco Battiato
“Inneres Auge” – Franco Battiato

La vostra strenna di Natale? Perché no?

Dell’incontro tra i due giganti della canzone colta si era discusso a lungo e non pochi erano stati i commenti contrastanti seguiti alle due date di Firenze e Verona che li hanno visti alternarsi ed in incontrarsi sullo stesso palco, con il prezioso contributo di Alice. Come spesso accade, è l’ascolto a posteriori che riesce a dare un quadro completo di quanto accaduto e per celebrare il tutto su disco è stata scelta la data all’Arena di Verona con il contributo della Filarmonica Arturo Toscanini diretta da Rob Moose.

Ad aprire è Antony con la grandissima “Cripple and the Starfish”, resa sontuosa dal contributo orchestrale, nell’arrangiamento tra il Nyman romantico e Morricone. Distante dalle migliori rese del pezzo, ma piacevole, onestamente più nei vuoti che nei pieni. Encomiabile la resa dei fiati più che quella degli archi.

La distanza con la direzione e le orchestrazioni di Muhly in “The Crying Light” è comunque grande.

“For Today I am a Boy” vede Antony nei panni di jazz singer d’annata e con grandi risultati anche se con qualche eccesso di troppo.

Non ho mai amato “You Are My Sister”, ma devo dire che il ritornello cantato da Battiato con adeguata levità riesce a conferirle meno accenti “sopra le righe” rispetto al suo essere null’altro che una semplicissima pop song con una bella melodia, qualcosa che cerca di avvicinarsi alle migliori ballad dei Velvet Underground ma con un fare, appunto, populista. Qui risulta infatti sopra le righe l’Arturo Toscanini. Nonostante questo, la dimensione live e il carico emozionale che le vengono attribuite, dovuti all’idea di proporre “un evento”, la rendono apprezzabile.

E’ il turno di Battiato.

Va subito fatta una considerazione in merito alla sua resa, l’assoluta inappropriatezza del luogo ma anche qualche grossolano errore di valutazione negli arrangiamenti. Nessuna delle due cose riesce comunque a rendere meno che piacevole l’esito conclusivo. Sicuro, certa autocelebrazione che deriva dal “cesoiare” i brani al loro termine in maniera frettolosa, quasi non si vedesse l’ora di portare il brano a termine, infastidisce, tanto quanto l’incapacità di reggere il tuonare degli applausi, sapendo trovare l’adeguata dimensione interiore per rendere al meglio pezzi di grande lirismo come “La Cura” (avrei voluto sentirla dalla voce della signora Bissi), “E ti vengo a Cercare”, “Tutto L’Universo Obbedisce all’Amore”, che suonano un po’ spente, oltre che “poco presenti”, a tratti scolastiche, lontane da quel magico concerto a Baghdad del 1992 che rimane testamento massimo dal vivo per Battiato.

Si percepisce nel cantautore un senso di pensoso, misurato affanno, unito ad un ridurre i suoi brani ad “intrattenimento colto”, come se il suo interesse per certa materia musicale fosse ormai tramontato, come peraltro dichiarato nella conferenza stampa di presentazione del lavoro.

Meglio “Il Re del Mondo”, che sa emozionare lasciando dovuto spazio anche ai silenzi. Benissimo “Inneres Auge”, ultimo capolavoro dell’autore, che si fa forte di un testo schietto e tagliente, inutile dirlo, tanto attuale: “uno dice che male c’è a organizzare feste private con delle belle ragazze per allietare primari e servitori dello stato? Non ci siamo capiti e perché mai dovremmo pagare anche gli extra a dei rincoglioniti?”, quanto poetico: “mi basta una sonata di Corelli perché mi meravigli del creato”, ma anche di una linea melodica e di un arrangiamento (unico tra i pezzi del maestro in questo live), assolutamente perfetto, in particolare per le chitarre di Davide Ferrario e Simon Tong, l’ostinato di pianoforte del M°Angelo Privitera, il solo del primo violino in conclusione.

“As Tears Go By”, primo duetto tra i due e omaggio degli Stones a Marianne Faithfull è adorabile, nonostante l’inglese “bizzarro” del maestro di Catania.

L’Arturo Toscanini trova equilibrio perfetto poi con le partiture di Antony, anche nel rileggere Beyoncé, realizzando quanto, questa oggi sia la soluzione musicale più vicina nel suo intimismo e la sua vocazione drammatica (quasi mai stucchevole), la migliore idea possibile di recital contemporaneo. La distanza tra l’autore e l’interprete inglese con Robbie Basho diviene sempre più grande, così come quella con Nina Simone (eccezion fatta che con la prima citata “For Today I am a Boy”).

La misura che differisce Antony e Battiato, a netto vantaggio del primo, è ben espressa in “Salt Silver Oxygen”, dove davvero si ha l’idea di una perfetto connubio tra linguaggio pop e colto con assoluta partecipazione emotiva e capacità di reggere la tensione emotiva di un’Arena quale quella di Verona. Basterebbe questo brano a consacrare Mr Hegarthy (non fosse bastato il bellissimo live dello scorso anno “Cut the World”, ma soprattutto per quel magnifico documento che è “Live at St. Olave’s Church” con la partecipazione dei Current 93) come il più grande interprete vocale dell’ultimo decennio assieme a Jonsi e a Tom Yorke.

“Del suo veloce volo” (primo elemento di contatto tra i due artisti in “Fleurs 2”) vede Antony e Battiato in un duetto indimenticabile. E’ difficile trovare qualcuno capace di affiancare con buoni esiti una voce come quella di Franco (benissimo Alice, bene Giuni Russo e Milva, di certo non Carmen Consoli o Fiorella Mannoia, trascurabilissimi Madonia e tanti altri). E’ necessario avere gran carattere vocale, doti tecniche non comuni e credibile passionalità per creare adeguato margine con il carattere distaccato e mistico, impreciso nell’esecuzione ma assai ricercato nell’emissione e nella poetica, del cantautore, compositore e regista nostrano (ora impegnato nella realizzazione di un film che di morte appunto parla e in maniera adeguatamente spirituale).

Si è nel cuore della performance.

Ancora Antony da solo (con i Johnsons sempre più un’ombra a cospetto del suo canto e delle scelte orchestrali) per un’eccezionale versione di “Hope there’s Someone”, emozionante quanto mai, con un crescendo vocale centrale a cappella che lascia senza fiato, coadiuvato dall’Arturo Toscanini in maniera minimale quanto efficace. Davvero da incorniciare.

Ed impagabile davvero il tributo con Alice allo scomparso Claudio Rocchi in “La realtà non Esiste”, probabilmente migliore momento dell’intera raccolta, con la voce emozionata di Battiato, l’ispirato carattere della Bissi a manifestare davvero questa interpretazione come una delle migliori del loro antico sodalizio. Ottimo arrangiamento oltremodo, anche se discutibile il contributo ritmico finale (era proprio necessario?) di Giordano Colombo, lungo l’intera durata del disco nelle canzoni del solo Battiato. Si tratta oggettivamente di un suonare “vecchio” e a tratti persino fastidioso nel suo essere così ostinatamente “d’accompagnamento e ’80”, tanto nei suoni che nelle scansioni.

Grandissima anche “I Treni di Tozeur” con Alice che chiude il pezzo su registro da mezzosoprano, come nella bellissima sua versione di “Oceano di Silenzio” su “God is my Dj”, riscattando in buona misura l’impressione di un eccesso di nasalizzazione nel suo cantare oggi, ricevuta dal suo ultimo “Samsara”.

In conclusione, avrei sentito volentieri qualcosa di più con Alice, che si conferma nell’Empireo delle massime e più eclettiche interpreti italiane (più che autrice), dalla musica classica e liturgica, alla canzone colta, al cantautorato, alla musica leggera; ci sono momenti di grande emozione alternati ad altri spenti e a qualcuno che deborda senza però arrecare particolari danni. Da celebrare su tutti l’Arturo Toscanini, bene Antony, Battiato quasi esclusivamente nei duetti. Affidandosi ai momenti migliori però che potrei ridurre ad almeno 6, direi che si tratta di un documento più che riuscito e senza dubbio gradevole, che la nostra memoria premierà più per i suoi picchi che per le sue debolezze.

Ne trarrà vantaggio Battiato nel farsi conoscere in terra d’Albione, Antony nel raggiungere anche in Italia il ruolo di popstar dopo la performance sanremese non certo da urlo.

Peccato per il nostro contralto pop più nobile, qui coinvolto, la cui versione di “Il Vento caldo dell’Estate”, tra i momenti migliori della serata, per chissà quali scelte discografiche, non figura in scaletta. Mistero …

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Recensione a cura di Andrea Marigo
ETICHETTA: Nonesuch
GENERE: Pop, jazz, folk

TRACKLIST:
Caught in the Briars
The Desert Babbier
Joy
Low Light Buddy of Mine
Graces for Saints and Ramblers
Grass Windows
Singers and the Endless Song
Sundown (Back in the Briars)
Winter Prayers
New Mexico’s No Breeze
Lovers’ Revolution
Baby Center Stage

Voto: 3.5/5

Non so.
Samuel Beam era un grande, se nʼera uscito 11 anni fa con il suo folk lo-fi dove conquistò una notevole fama, più che meritatamente.
Poi dal 2004, il cambio verso un pop studiato bene, raffinato, dal tocco jazz, e la sua voce fina che non si presta più ad una singola chitarra sgangherata che sapeva di whisky e casolari dispersi nel South Carolina.
E qui è nuovamente tutto uguale, sonorità educate, raffinate, dal colore che sta tra il pop, il jazz e il cantautorato. Per carità tutto molto ben fatto, tutto molto ben calibrato e composto ma la fedeltà che riuscivano a trasmettere i primi lavori è andata perduta.
E forse sarà pure giusto così, chiaro che un artista in 11 anni deve evolvere i propri orizzonti, Bon Iver ad esempio in 2 album ha stravolto tutto e forse anche migliorandosi.
Ecco Beam non è riuscito in questo, arrivare in luoghi nuovi senza smarrire i passi che lʼhanno portato dove sta adesso, che tradotto significa non perdere gli ascoltatori di vecchia data.
In conclusione, dimenticandosi per un attimo delle radici del cantautore statunitense, Ghost On Ghost è un disco molto ben fatto, consigliato a chi ama la seconda vita artistica di Beam, che resta ancora un grande artista e di un certo calibro, i fan di vecchia invece se ne faranno una ragione.

Ma poi sta copertina a la Babyshambles cosa cʼentra?
Non so.

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ETICHETTA: Dischi Soviet Studio (distrib. Audioglobe)
GENERE: Pop italiano

TRACKLIST:
Aperitivo?
Assomigliavi a Marte
Lettera ad un Produttore
Proiettile di Lana
Chi Sono Io?
Luce d’Agosto
La Festa di San Menaio
Per Tre
Beatrice
Suo Figlio E’ Pazzo

L’attività dell’etichetta padovana Dischi Soviet Studio continua a stupire, anche stavolta. Limone, nome d’arte di Filippo Fantinato, è prima di tutto un personaggio che interpreta uno stato d’animo del suo creatore nel voler comunicare alcuni dei suoi punti di vista riguardo delle tematiche che non sono senz’altro rare nei discorsi dei giovani italiani di questo periodo. L’urgenza di dire qualcosa è sottolineata, non a caso, da una precisa puntualizzazione dentro il packaging del disco, che vuole chiarire a cosa si riferisce ogni singolo brano, come a non volersi lasciar sfuggire la possibilità di raggiungere direttamente ogni singolo ascoltatore.

Musicalmente, Spazio, Tempo e Circostanze, orbita in una sorta di sospensione tra il pop e la musica d’autore italiana, laddove i due linguaggi si fondono anche con una elettronica sintetica e minimale, quella che non punta né a far ballare con la cassa dritta né a rumoreggiare con istinti shoegaze e sperimentali. Le tinte sono fredde, semplici, i testi molto intimistici, l’atmosfera non è mai tetra ma la voce quasi sussurrata di alcuni cantati riporta sempre ad un contesto che ammicca sia a Bersani che a Silvestri e, d’altro canto, anche a certa musica d’oltremanica di quindici/venti anni fa. Il risultato delle basi è quello di un background originale e pienamente riuscito, che confeziona, insieme a testi semplici che prendono la forma di una favola avventurosa e bambinesca, pur riferendosi talvolta a tematiche più “cresciute” (Aperitivo?, La Festa di San Menaio, Suo Figlio E’ Pazzo), una nuova estetica in bilico tra fiaba, canzone italiana, ironia caricaturale e decadenza, sempre mantenendo centrale l’impianto basilare delle parole scelte. Questo poiché, così come appare il disco, la sua genialità sta tutta nel modo di narrare di questi argomenti, passando senza scatti repentini né sfumature iperboliche da un romanticismo affettato e lezioso (Assomigliavi a Marte) ad una satira non troppo mordace, ma che fa della sua scarsa audacia un punto di estrema forza. In sostanza, buona parte della qualità di questo album proviene dal songwriting inteso meramente come scrittura di parole in musica.

La prima uscita del cantautore bassanese è semplicemente una novità, uno slancio di ottimismo e una boccata d’aria fresca, in particolare per la stantia scena veneta. Questo dovrebbe bastare a renderlo fondamentale per l’attenzione di quei produttori cui la splendida e malinconica Lettera ad un Produttore si rivolge, ma in Italia la qualità è percepita diversamente. Lontano, comunque, dalla rassegnata mestizia di molti artisti italiani dell’ultimo quinquennio, riesce a risultare simpatico, a solleticare un certo entusiasmo per la musica nostrana di stampo immediato e personale, senza mai scadere nel banale. Complessivamente è un esordio senza nessuna sbavatura, perfetto anche nel suo modo di dire cose importanti senza gli arzigogoli barocchi di molti artisti sfavillanti la cui luce si è spenta da tempo (qualcuno ha detto Godano?). Piacevolissima sorpresa d’inizio anno da un’artista e un’etichetta che sono ormai un punto di riferimento nell’underground italiano.

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ETICHETTA: Atlantic Records
GENERE: Rock, pop, shoegaze

TRACKLIST:
1. This Ladder Is Ours
2. Cholla
3. Tendons
4. Little Blimp
5. Bats
6. Silent Treatment
7. Maw Maw Song
8. Forest Serenade
9. The Leopard & The Lung
10.The Hurdle
11.The Turnaround

Voto 3/5

Io mi impegno a non partire prevenuto quando mi accorgo che una band passa da unʼ indipendente ad una major. Mi impegno anche stavolta, con sti Joy Formidable che avevano fatto un bel dischetto, e mi riferisco al primo, non al secondo che è uguale al primo con lʼ aggiunta di qualche brano ed in generale una ri-registrazione dei brani con una qualità migliore.
Mi impegno; e allora se questo The Walfʼs Law parte bene con This Ladder Is Ours e Cholla, brani che comunque ricalcano la formula già consolidata dei vecchi lavori, come succederà in Forest Serenade, The Leopard & The Lungs e in The Hurdle, subisce un calo arrivati a Tendons e Little Blimp dove appaiono dei suoni di chitarra tipo synth che non dicono nulla. In Bats si ritorna fedeli al vecchio corso, Maw Maw Song invece tenta di variare percorso, convincendomi del proverbio “mai lasciare la strada vecchia per la nuova”. Unico “esperimento” positivo lo si trova nellʼ acustica Silent Treatment. Chiude lʼopera lʼ agrodolce The Turnaround con tratti quasi epici nel ritornello, anche se la vera chiusura dellʼ opera è la crescente title track nascosta, singolo uscito lo scorso agosto per annunciare la futura uscita.
Il nuovo disco dei Joy Formidable quindi, non offre nulla di nuovo rispetto al passato e dove ci prova, non si ottiene il risultato sperato, con degli alti e bassi che si muovono per tutto lʼ album senza mostrare una direzione decisa. Questo dispiace perchè la band aveva fatto presagire che i presupposti per poter fare passi avanti cʼerano. In ogni caso ci si ritrova nelle mani un disco orecchiabile, dal linguaggio rock ma dal suono pop, che arriva ad un livello standard che andrà benissimo per le radio nei prossimi sei mesi e poi un saluto. E un vaffanculo anche alle major.

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ETICHETTA: Moscow Lab
GENERE: Pop, funky

Canzoni per la Colazione, forse, vuol dire che nell’intento della band udinese fondata nel 2008, questo disco dev’essere semplice e di facile digestione. Se è così, ci sono riusciti. Forse, con uno sforzo interpretativo maggiore, potrebbero anche aver voluto produrre qualcosa di energetico e in grado di dare la carica, e pure in questo caso le sfumature funky intervengono a supportare le tesi. I FilmDaFuga, effettivamente, hanno prodotto una bella opera di pop, ballerino, semplice, ponderato e conciso. Niente complicazioni smisurate né fronzoli, solo strutture quanto più spoglie possibile che investono i pezzi di una funzione d’intrattenimento molto ben individuabile fin dall’inizio del disco, con la bella “Le Parole della Gente”. Solitamente i brani sono dritti, melodici e semplici, ma non particolarmente radiofonici (“Niente da Capire”), altri più commerciali (“E Poi Parlerò di Te”) ed è, in verità, udibile un certo tentativo di spostarsi verso territori che potrebbero apprezzare le giovani fans di band come Lost e Finley, band fortunatamente cadute nell’oblio mediatico. I FilmDaFuga, a differenza di formazioni di quel tipo, hanno una cultura musicale e una maturità compositiva di tutt’altro calibro, e si sente nella scrittura di brani leggermente più complessi della media del disco, ovvero “Sono Qui” e “Se Ci Penserai”, che pescano da linguaggi latini un diverso approccio percussionistico ai brani.
Tendenzialmente, ciò che manca a questo disco è la profondità dei testi, che rimangono sempre molto inespressivi, soprattutto a livello rimico e semantico, mentre ritmicamente le cadenze della voce battono bene formando più di qualche melodia memorabile. Il songwriting è senz’altro di buon livello e anche quando si tenta di fare pop si rimane ad un’alta capacità di arrangiamento e di scrittura. Fondendo pregi e difetti di questo disco emerge comunque un prodotto più che buono, distante dalla mediocrità di molti prodotti pop dell’ultimo periodo, costituendo inevitabilmente e piacevolmente un gradevole palliativo all’assenza di felicità di molta musica italiana.

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Recensione a cura di CLAUDIO MILANO
ETICHETTA: Arecibo
GENERE: Pop

TRACKLIST:
Morire d’Amore
Nata Ieri
Orientamento
Eri con Me
Un Mondo a Parte
Come il Mare
Cambio Casa
Il Cielo
Sui Giardini del Mondo
Autunno Già
‘A Ccchiù Bella
Al Mattino

Voto: 5

14 anni di pausa con un disco di inediti sono molti, soprattutto se a seguire è un disco che non riesce a ripagare le attese. Fa bene ricordarlo, ma Alice, apparentemente scomparsa agli occhi del grande pubblico, a partire almeno dal 1986, oltre che con Franco Battiato, il cui sodalizio artistico è noto a tutti, ha avuto l’onore e il merito di collaborare negli anni successivi con alcuni dei più influenti musicisti d’avanguardia del mondo: Jerry Marotta eKudsi Erguner (Peter Gabriel), Phil Manzanera (Roxy Music), Tony Levin e Trey Gunn (King Crimson), Paolo Fresu, Steve Jansen, Richard Barbieri e Mick Karn (Japan), Dave Gregory degli XTC, John Hassell, Peter Hammill (Van Der Graaf Generator), Jakko Jakszyk (Level 42), Gavin Harrison (Porcupine Tree), Danny Thompson (Pentangle, Tim Buckley), Skye (Morcheeba), Tim Bowness (No-Man), Ben Coleman, la straordinaria arpa di Vincenzo Zitello e il violino di Stuart Gordon; il talento di autori quali Juri Camisasca; le riletture in musica di Pier Paolo Pasolini. Il tutto mostrandosi aperta alla collaborazione con chi ha valutato come talento di rilievo, nel caso delle fortunate interazioni con Bluvertigo e Soerba.

Annunciato in grande stile, Samsara è un album che raccoglie in sintesi le caratteristiche della carriera di Carla Bissi, in arte Alice, in un’ottica ambiziosa ma davvero troppo dispersiva e incoerente. Un album delicatamente pop che sfiora l’avanguardia cantautoriale nostrana più nobile ma anche più abusata. Un disco che non trova e forse non vuole trovare, una sua collocazione. Il tentativo è di quelli “importanti” si diceva, provare a proporre una canzone colta quanto fruibile, senza risultare elitari, oggi. La cosa riuscita in passato con un capolavoro assoluto, Il sole nella pioggia e in buona misura anche con episodi quali Capo NordAlicePark HotelMezzogiorno sulle AlpiCharade e le affascinanti incursioni nella musica colta dell’ampiamente sottovalutato Mélodie passagère, di God is my Dj e del progetto, tristemente mai pubblicato, Art & Decorationoltre che nelle riletture di Alice canta Battiato, Gioielli Rubati e Viaggio in Italia, qui non riesce se non occasionalmente. 12 Brani più una bonus track, ma è difficile, escludendo le splendide Un mondo a parte eAutunno Già a firma Di Martino, la notevole ‘a Cchiu bella di Totò e Giuni Russo, (in una versione ben più interessante nel live Lungo la Strada) e la sorprendente rilettura di Al Mattino dei Califfi, trovare episodi che in cui questa direzione siano conseguiti appieno. Non aiuta la produzione di Steve Jansen, esasperatamente levigata, quando non leziosa e con sonorità ormai davvero superate. Episodi come Morire d’amore, ispirato alla figura di Giovanna D’Arco e ancora a firma Di Martino, unico vero vincitore della scommessa di questo disco; Sui giardini del mondo della stessa Alice e Marco Pancaldi, ex Bluvertigo; l’inquieta Eri con me di Battiato e Sgalambro, sono di discreta levatura ma non convincono del tutto a causa di una scrittura dei testi a tratti appesantita o per una ricercata immediatezza melodica, in particolare negli incisi. Il Cielo, celebre brano di Lucio Dalla, se nelle versioni dal vivo è risultato brano emozionante, qui su disco non convince affatto. Se l’estensione e il fascino della voce appaiono immutati, non lo è invece il timbro dell’interprete che risulta nasalizzato e fastidioso quando ricerca potenza. Alice si muove con grazia tra i brani ma solo nelle versioni più scarne riesce a trovare perfetta aderenza, levità e grazia interpretativa che la maturità le ha donato, non caso i pezzi citati come i più riusciti sono quelli che trovano nell’essenzialità degli arrangiamenti la formula vincente. In tal senso è davvero imbarazzante il remix di Cambio casa, che tenta la carta dance su di un testo null’affatto immediato con un esito disastroso. La tanto rimarcata collaborazione con Tiziano Ferro in realtà non produce nulla di interessante se non l’incontro delle due voci in Nata Ieri, primo singolo dell’album, davvero rimarchevole solo per congruenze timbriche e che ci si aspetta possa avere un seguito con quel tipo di melodie di gran respiro a cui Ferro ci ha abituato e che qui latitano a favore di un ricercato fare intellettuale che spiace dirlo, proprio non gli compete.

Un’occasione sprecata e un grande dispiacere, soprattutto a considerazione del fatto che il precedente Exit, era stato un altro episodio altrettanto discutibile di una carriera che non vorremmo relegata solo ad un pur straordinario passato. Sarebbe davvero un peccato mortale.

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ETICHETTA: Eclectic Circus, Universal
GENERE: Pop

TRACKLIST:
1. Dorian (Postmodern Parte 1)
2. I Giorni di Urano Contro
3. Tutti Usciamo di Casa
4. Da Uomo a Uomo
5. La Stanza
6. Di Gioia e Rivolta
7. Dorian (Postmodern Parte 2)
8. Un Figlio Lo Sa
9. Tempo Prendimi per Mano
10. …
11. L’Ultimo Viaggio di Argo

Dopo un grandissimo EP di debutto, il full-length dei lombardi Mascara arriva come un fulmine a ciel sereno a sbigottire di nuovo la scena italiana con un prodotto di gran pregio. Undici brani, pubblicati per Eclectic Circus e Universal, confezionati in una veste teatrale dal sapore lirico, impreziositi da una fluidissima narrazione che nonostante le radici pesantemente affossate nella mitologia e nella letteratura riesce a non essere mai né noiosa né ridondante. Dalla nascita alla morte, questo il concept cui l’album fa riferimento, e la crescita collettiva di tutti noi sembra essere pienamente compresa dalle raggelanti parole che sferzano tutti i brani (“Tutti Usciamo di Casa”, “La Stanza”), in un ensemble ricchissimo di undici papabili hit radiofoniche che sicuramente spiazzerà i fan del primo EP, più nichilista, complesso e filosofeggiante. “Tempo Prendimi Per Mano” e “I Giorni di Urano Contro” risollevano la questione morale della new wave, linguaggio dietro il quale tantissima musica italiana si barrica traendone una linfa vitale che sa di muffa e di stantìo, ma che nel caso dei Mascara è invece fagocitato, digerito e rivomitato con una grandissima capacità compositiva che ne allontana tutto il senso di ripetitività che anche in grandi nomi internazionali s’avverte (vedi l’ultimo Editors). Anche i primi Litfiba, i La Crus meno spinti e i Cure sono tra le band che andrebbero citate come influenze fondamentali dei Mascara, ma è quasi offensivo pensare che Tutti Usciamo di Casa sia materiale derivativo: l’originalità di questa band sta proprio nel saper riciclare elementi triti e ritriti in un frullato totalmente nuovo, dove la monumentalità delle liriche e degli arrangiamenti riesce a torcere le membra dell’ascoltatore e a restituire in un semplice pop dressing i mille rivoli dietro cui si disperde tutta la loro sorprendente e disorientante furia. Perché l’enorme impatto che ha questo lavoro esprime una sincera voglia comunicativa che non disperde nessuna energia, ma anzi la convoglia in un mezzo unico, che arriva come un macigno all’ascoltatore. Pop per tutti ma che capiranno in pochi. Piccolo capolavoro.

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Recensione a cura di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: Polyvinyl Records
GENERE: Pop, psichedelico, sperimentale

1. Gelid Ascent
2. Spiteful Intervention
3. Dour Percentage
4. We Will Commit Wolf Murder
5. Malefic Dowery
6. Ye, Renew the Plaintiff
7. Wintered Debts
8. Exorcism Breeding Knife
9. Authentic Pyrrhic Remission

Voto 4.5/5

Parlare di un disco non è mai cosa facile, chi scrive predilige comunque dei generi rispetto ad altri, ma cerca di essere il più obiettivo possibile.
Capita poi che ti ritrovi a recensire dischi di artisti che non avresti mai ascoltato, perchè dopo il primo ascolto li avresti relegati (o regalati) in un angolo, in un cassetto che non apri mai.
Sei cosciente del fatto però che certe opere devono essere menzionate, quindi metti da parte le tue fisse musicali, e ti fai guidare dallʼoggettività.
Sai che se parli di Kevin Barnes hai due opzioni: amare la sua opera oppure non essere toccato da ciò che egli compone.
Queste due possibilità vengono unite dal fatto che in ogni caso sei costretto per forza ad apprezzare quello che unʼ artista con la a maiuscola è in grado di fare, indipendentemente dal fatto che a te possa piacere oppure no.
In Paralytic Stalks questo bivio è più presente che mai, ed escludendo i fan, chi è per la seconda delle opzioni, deve cambiare registro stavolta, come ho fatto io.
Non dovete assolutamente far divenire questo disco un soprammobile ma dovete ascoltarlo, non sentirlo.
Ascoltarlo.
Lentamente se necessario, perchè i continui cambi di tempo che allʼ inizio vi sembreranno inconcludenti, i più diversi generi che codesto americano riesce a mischiare così abilmente (pop-indie-hip hop-funky-rock-boh) che sembrano essere unʼ esausta ricerca di un fine che sembra non arrivare mai, la troppa ricchezza sonora (chitarre, pianoforti, tastiere, archi, voci, cori, percussioni, flauti, effetti sonori) che allʼ inizio vi farà ubriacare fino a vomitare, poi vi porterà a vedere il lavoro vorticoso di un artista, di un genio che adopera la musica per descrivere in suoni il proprio tempo.
Ci troviamo di fronte ad un musicista che fa arte, perchè la sua musica è arte, e lʼ arte è per tutti, anche se non tutti vogliono capirla o darle attenzione.
Un genio capace di leggere 50 anni di musica, la storia della musica, farla sua e saperla adattare al nostro tempo in modo magistrale, scomodando nientemeno che Beatles e il Brian Wilson di Smile.
Roba da geni si.
Canzoni allucinate, corte e lunghe, che in qualche episodio spingono volentieri oltre i 5 minuti, se non i 10.
Viaggi, che si dividono in percorsi diversi, per essere uniti in un qualche modo che solo un folle può riuscirci.

Questo è un disco pazzesco.

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Recensione a cura di ANDREA MARIGO
ETICHETTA:  Tomobiki Music
GENERE: Pop rock

TRACKLIST:
1. Latito
2. Cartolina
3. Fieno
4. Chetamina
5. Apotheke

Voto: 2/5

Tra le varie sfaccettature che le band possono prendere in considerazione per la propria carriera, vi è quella che porta a dire che il musicista è un lavoro e non si può più fare se non ci si conforma agli standard musicali imposti da major e tv.
Oggigiorno, in Italia, pare proprio sia così.
Le ragazzine si fanno le foto allo specchio da mettere nei social network e le All Star vanno di moda.
Il Fieno è una band milanese, di fresca nascita (2010) e i testi di questo EP rappresentano bene la visuale della nuova generazione del nostro tempo: avere a che fare con la noia, mancanza di emozioni, senso di vuoto, menefreghismo.
Propongono questo lavoro di cinque brani dove si sente la volontà di entrare nel mainstream musicale, usando la formula del puro pop radiofonico italiano mascherato di rock, che si nota di più nell’attitudine fotografica che nel sound. In tutti i pezzi aleggia  lo spettro del già sentito, ma pare proprio che l’intento della band sia questo, il non distinguersi dalle altre mille band che cercano di fare la medesima cosa. Ricordano dei Modà meno lagnosi (per fortuna) e soprattutto i Caponord (ex Karnea).
Come tradizione italiana vuole, la voce è messa in primo piano, comunque ben supportata dalle doti canore del cantante. Non c’è molto da dire sui brani in sé, è pop italiano del giorno d’oggi per un pubblico da TRL.
Il peccato è che i quattro milanesi parrebbero anche capaci d’altro, come nella traccia di chiusura “Apotheke”, dove si percepisce la voglia di cercare di andare per una strada leggermente più personale, che se inseguita con più coraggio potrebbe portarli al grande salto con un giusto compromesso.

Consigliati se vi piacciono i Modà meno lagnosi e i Caponord.

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Rccensione a cura di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: LaFameDischi
GENERE: Pop, sperimentale, indie

TRACKLIST:
1. Lʼ Alba, Dentro
2. Di Roccia
3. Cara Vana
4. Correnti del Nord VS Correnti del Sud
5. Ciuri
6. Delfini
7. Delfino io, Delfino Tu
8. Le Nuvole

Voto 3.5/5

Davide Iacono, è il cuore pulsante di VeiveCura, le sue dita sono quelle che toccano i tasti del pianoforte, strumento che è la colonna portante dellʼ intero album.
Oltre al pianoforte, firma anche le percussioni e la voce, sempre posta leggera, sussurrata ma incisiva tra le melodie.
Quello che si ritrova in questo disco, oltre agli strumenti citati, è unʼimpressionante carrellata di altri strumenti, suonati da altrettanti musicisti: archi, trombe, flauti, bassi, chitarre, suoni atmosferici, tastiere, che tracciano melodie poetiche, che vanno a ricordare quelle dei Sigur Ros, i Sigur Ros meno intimi e più orchestrali, portando il tutto in direzioni trasognanti, quasi magiche, ma dal gusto pop.Unʼ influenza che si sente quella della band islandese ma che è resa propria dallʼuso di strumenti popolari che richiamano i nativi dellʼautore: la Sicilia.
Le prime due tracce sono due perle: “L’Alba Dentro” è una nascita, “Di Roccia” una marcia gioiosa. “Cara Vana” cambia rotta e diventa più introspettiva, “Correnti del Nord vs Correnti del Sud” riprende gli stilemi di una marcia: un continuo crescendo che mostra sempre di più i contorni dellʼ immaginario tracciato da Iacono, facendo emergere la maestria dellʼartista nel contrapporre le due correnti musicali (nord e sud), dando come risultato un gradevole racconto in note.
In “Ciuri” il pianoforte è un vortice dipinto da altri mille strumenti, un sali e scendi che porta ad un deciso finale di coda.
Quello che emerge dallʼ ascolto del disco, è un amore verso i più vari colori che la musica può offrire, colori che creano visioni, emozioni, sensazioni che si spingono allʼ orizzonte. Il limite da scavalcare (se si vuole cercare un limite) è forse la ripetitività che le tracce in qualche frangente presentano.
“Le Nuvole”, brano di chiusura, è un omaggio al pianoforte, una composizione con il reverse in eco della stessa, che forse lasciato solo nella seconda versione, avrebbe detto di più.

“Tutto è vanità” è un vortice pazzesco di colori che si riflettono ovunque, memorie scordate che tornano in mente, sensazioni che fanno pulsare le vene, un lavoro sorprendente, che lascia ben sperare per lʼartista siculo e per il pubblico italiano.
Un album che può e deve essere apprezzato, soprattutto nel 2012, soprattutto in Italia

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Recensione di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: Moss Stories
GENERE: Pop, indie, sperimentale

TRACKLIST:
1. Your Stories
2. Tree Roots Turn to Forts
3. Where Were You?

Voto: 3/5 su 5 

Ci sono due indizi: il primo è l’Islanda, il secondo è Reykjavik.
Chi vi è venuto in mente? Le risposte sono due: “niente” oppure i Sigur Ròs. Quella giusta è Sigur Ròs.
Bene, i Parachutes sono identici ai Sigur Ròs, ma veramente identici. Il problema è che essendo identici è impossibile disprezzarli, succede l’esatto contrario: se ti piacciono i primi, ti piacciono anche i secondi.
La band prende il nome dai semi di un fiore di tarassaco e hanno iniziato nel 2003 registrandosi i dischi da sé, in camera.
Alex Somers (Alex & Jonsy) e Scott Alario sono in due. Nella band comunque ci sono un’infinità di personaggi che suonano di tutto: chitarre acustiche, una carrellata di tastiere, giocattoli, percussioni, batterie, bassi, fiati, archi.
La voce è sommersa, dietro si apre un’esplosione di archi e cori.
Quello che traspare da questo EP è un impressionante stratificarsi di suoni nordici, è un trionfo, un risveglio della natura, percussioni di marcia, vecchie e dolci.
Sappiate che i Parachutes si sono anche sciolti, lasciando due album dove la sperimentazione faceva da padrona. Nel 2008 questo EP che sta per “chiusura della carriera”, ed è un peccato perché a differenza dei due dischi precedenti, troppo “di nicchia”, questo lasciava intravedere una strada che poteva aprirsi verso orizzonti più ampi.
Credo non troverete mai questi album in vendita, ma nella pagina MySpace della band li potrete scaricare gratuitamente.
Se vi mancano i Sigur Ròs perché è un po’che non fanno un album, potete consolarvi con i Parachutes che tra poco è primavera, la neve si sta sciogliendo, i tarassachi fioriranno. Avete la colonna sonora dell’opera.

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Recensione di RENATO RANCAN
ETICHETTA: Seahorse Recording, New Model Label
GENERE: Pop, new wave, indie rock

TRACKLIST:
1. Sleeping Pills
2. You’ll Like It
3. Something Left
4. Down in here
5. Sugare Cane
6. Little Girl
7. After the day
8. We’re swimming
9. No Title
10. Astronauts

Astronauti acquatici che esplorano sereni un lago sotterraneo, illuminati e confortati dalle calde luci di Tom Verlaine, Michael Stipe e soprattutto Morrissey, vero faro della band.

I Formanta sono un quartetto romano che, dopo un demo e un gustoso EP, il prossimo 21 febbraio pubblicherà il suo primo lavoro sulla lunga durata.
Mantengono la sana abitudine di distribuire copie fisiche: custodia cartacea dall’apertura originale che fa anche da copertina, opera del fotografo americano Matthew South; una misteriosa ragazza di nome Amelia persa in malinconici pensieri tinti d’arancio che, come dice il titolo dell’album, visti da lontano son nitidi ma da vicino sfuocati. Pure il cd vuole farsi notare, imita un 45 giri, ci son pure i solchi, che funzioni?

Ma è di musica che si vuole parlare, inseriamo il cd nell’impianto e vediamo cosa ci si presenta.
La grancassa bussa, “prego, accomodatevi”, entra un piacevolissimo intreccio di chitarre acustiche e la calda voce di Sabrina Gabrielli, subito colpisce la produzione per l’alta qualità, equilibrata e coinvolgente, si inseriscono le chitarre piene di chorus degli Smiths e un basso pulsante, il vero perno portante dell’opera, e infine pure qualche dissonanza che ricorda più i conterranei Marlene Kuntz che i Sonic Youth, questa “Sleeping Pills” è un bellissimo biglietto da visita.
Segue “You’ll Like It” che si inoltra in territori Dinosaur Jr., quelli più dolci e rassicuranti, si dice che una buona canzone pop debba saper reggersi anche solo chitarra acustica e voce, i Formanta confermano in pieno questo detto ma la grazia e la cura degli arrangiamenti danno un grande valore aggiuntivo, tutto è a suo posto, fin troppo, nulla stona e tutto scivola sinuoso nelle profondità nostro lago sotterraneo. Con “Something Left” ecco gli A Toys Orchestra, pianoforte e voce filtrata, un carillon solare per una felice giornata in campagna con gli amici, in cui qualche accenno di malinconia viene facilmente lavato via.

Il brano che piace di più è “After The Day”, accompagnato da un azzeccatissimo video, una ragazza con un velo danza nelle profondità marine, alla ricetta si aggiungono spruzzate di shoegaze e di new wave contemporanea, Interpol, Editors e Chapel Club su tutti, eppure la voce resiste su territori anni ’90.

Non fatevi ingannare da tutti questi riferimenti, solo in alcuni momenti si calca troppo la mano, come in “Sugar Cane”, omaggio fin troppo sentito agli Smiths di “This Charming Man”; la pasta sonora è personale e non sta certo nella sua parziale derivatività il difetto, che forse va cercato nelle orecchie di chi ascolta, che alla fine pongono un fastidioso interrogativo: dove stanno i Formanta?
Date le buone capacità melodiche sarebbe stato facile per loro sfornare delle hit radiofoniche ma questo lavoro non cede mai a ritornelli e strutture eccessivamente easy, sarà forse per l’anima troppo elegante; tuttavia non si percorre nemmeno la via opposta, non c’è nessuna ruggine o tensione, non si rischia mai qualcosa in più, tutto è controllato e misurato anche nella poesia rischiando di impantanarsi nel lago della monotonia. I Formanta sono così privi sia dello spirito underground che di quello commerciale, ma che sia davvero un difetto? Forse è davvero solo un problema delle nostre orecchie, provate a calarvi nei loro vortici subacquei, non vi porteranno al nirvana dei My Bloody Valentine ma di certo vi faranno sorridere il cuore.

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ETICHETTA: Novunque/Self
GENERE: Cantautorato italiano

TRACKLIST:
1. Come Ieri
2. Caos
3. Non Capiranno
4. Retrocattiva
5. L’Ultimo Giorno Che Ho
6. Stanze Vuote
7. Io Qui Ci Sono Già Stato
8. Cercando Un Senso
9. Via di Qui
10. Senza Una Ragione
11. Non Ci Sono Altre Domande

Passare dai tour con la Nannini agli album solisti non dev’essere proprio automatico. Sarà che spesso fare il “turnista”, insomma quello che interpreta canzoni altrui senza metterci mano, induce un certo sopore creativo che ha anestetizzato molti grandi; sarà che uno non riesce a farsi l’idea veramente di cosa girare con Pelù ti possa suscitare nel cervello; per questi e altri motivi, noi il debutto di Davide Ferrario ce lo immaginavamo diverso.
Pensavamo fosse un disco fragile, commerciale e banale; pensavamo fosse un disco insipido e up-to-date, avvezzo all’orecchiabilità di coretti da stadio e liriche melodrammatiche e scontate. Davamo anche per certo che non ci sarebbe piaciuto. E invece no.
F, l’iniziale del suo cognome, è una piacevole sorpresa, un bunker esplosivo di pop italiano come pochi ancora fanno, abile nel mescolare la pesantezza lirica di Bianconi con le schizofrenie del suo ex compagno di palco Franco Battiato, senza disdegnare Zampaglione, Tenco, Morgan, e non passando neppure tanto al largo dell’influenza impalpabile dei nuovi cantautori, soprattutto Brunori SAS. Si raccontano storie che per intensità assumono una compostezza più folk-indie (“Non Capiranno”, “Io Qui Ci Sono Già Stato”), ma anche ballad un pochino più downgraded, maggiormente radio-friendly, come l’introversa “Senza Una Ragione”.
Musica italiana vera e propria, che attinge dal suo universo e dallo stesso vuole fuggire. Che si compone di aria ogni giorno respirata pur volendola rigettare e distruggere. F è un esordio più che discreto, che se non altro, nella gradevolezza che il suo ascolto produce, induce anche il cauto ottimismo di chi pensa ancora che in Italia si possa fare musica senza farsi fagocitare dai meccanismi ben oliati dei talent e dei gradi network radiotelevisivi. Il pollice? Verso l’alto, naturalmente.

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ETICHETTA: Fosbury Records, Audioglobe
GENERE: Pop, cantautorale

TRACKLIST:
1. Un Significato
2. Carta
3. Siamo Sempre Stati Solidi
4. In Favore del Vento
5. I Giorni della Lepre
6. Rompere il Limite
7. Chi Sei?
8. Un Inverno per Noi
9. In Un Pozzo di Idee
10. Non Dimentico
11. Bonjour Tristèsse
12. Nell’Acqua

Pop d’autore. Una definizione scomoda nell’epoca delle etichette svuotate di significato, ma che rappresenta senza sofisticazioni l’anima autentica e genuina della band, pretendendo con dodici pezzi di squarciare il velo dell’assenza triennale dalle scene e penetrare nuovamente nel cuore dei fans precedentemente accaparrati con grande attenzione. Lo fanno in grande stile, e con un capolavoro come Spigoli alle spalle le aspettative erano facili da tradire. Ma non l’hanno fatto.
Il disco è sostanzialmente la semplificazione più intelligente di quel linguaggio rock leggero e friabile che si respirava nel passato recente della band, rivolgendo nuovamente lo sguardo, come già fecero tempo fa, ad atmosfere acustiche pervase di pop melodico che però ammicca all’indie rarefatto e ipnotico d’oltreoceano. Barcelona, Blue October e Paper Route sono le più rock delle influenze percepibili, ma il panorama di riferimento è soprattutto quello italiano. “I Giorni della Lepre” e “Siamo Sempre Stati Solidi” sono i brani più tesi, lasciando intravedere una certa irrequietezza che si appoggia e fonda anche sull’acredine e il livore di alcuni testi particolarmente amari. L’asprezza però collima con la dolcezza e la benignità di certo lessico delicato e raffinato che ricorda il cantautorato classico quanto l’attenzione per i dettagli nel descrivere emozioni e sensazioni di Cristiano Godano e Cesare Basile. L’indice di gradevolezza schizza in alto, appunto, soprattutto quando ci si sofferma a valutare i testi, vera anima del disco, grazie a perle come “Un Inverno per Noi”, “Nell’Acqua” in conclusione e “Un Significato”, le gemme più propriamente “poetiche” della dozzina che compone Ne’ Uomini Ne’ Ragazzi. Riempitivi non ne esistono, anche se per i suoi toni un po’ dimessi ai meno avveduti risulterà un disco incapace di decollare, stravolto da una piattezza glaciale; è invece palese come nello scorrere e quindi nell’evolvere delle canzoni si riesca a scorgere un pacchetto unico di tensione e inquietudine, un blocco compatto di grande autocompiacimento pop che malcela la grandissima vena compositiva di una band matura, professionale e sicuramente avanzata rispetto alla deriva neocantautorale art-pop che in Italia scade spesso in risultati vergognosi. Di lavoro dietro questo disco ce ne dev’essere stato parecchio, e i risultati sono ovviamente chiaramente udibili.

Da Genova, un disco che non si dimenticherà tanto facilmente.

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Recensione a cura di Andrea Marigo

ETICHETTA: Brown, Fat Possum, Columbia
GENERE: Pop, rock

TRACKLIST:
1. Factory
2. Compliments
3. Laredo
4. Blue Beard
5. On My Way Back Home
6. Infinite Arms
7. Dilly
8. Evening Kitchen
9. Older
10. For Annabelle
11. NW Apartment
12. Neighbour

VOTO: 4/5

Per la gioia mia (ma forse non dei vecchi fans) i Band Of Horses non sono più indie-rock come nei due album precedenti.
Quando ho dovuto etichettare con un genere questo disco, sono andato in paranoia.
Ero sicuro di recensire un disco indie-rock targato Band Of Horses, ma non era corretto in questo caso.
Guardai la copertina dellʼ album: un cielo blu, e le stelle.
Un cielo che profuma di America, quella con la polvere e gli stivali di pelle.
Lo ascoltai e pensai al country, ma non bastava perchè sbucava anche del rock, tutto orchestrato in chiave pop.
Ascoltai bene la voce, quella voce bellissima di Ben Bridwell supportata da cori continui, calibrati ma incisivi in modo magistrale dai suoi compari Tyler Ramsey e Ryan Monroe.
Allora forse capii che era la voce che trainava il tutto ed avevo ragione.
Si ma non bastava.
Le chitarre? La batteria riverberatissima? Si ci sono, poste appena più sotto, ma contano.
Ero sicuro, è pop. Poi rock.
O forse rock e poi pop.
Allora indossai una camicia a quadri e misi il disco in auto, guidai per le valli e capii sempre di più che tutti i generi citati erano lì.
E che è un album che dura un giorno. E va in base al meteo.
Alla mattina, partii con il sole, mi prendeva bene, cʼ era poco da fare, sorridevo, “Compliments”, “Dilly”, “NW Apartment” e “Laredo” (questʼ ultima gasa davvero!) volume alto e buon umore.
Continuai a guidare, io, il sole e i colli, pensando a cosa avrei dovuto fare e non facevo “Infinite Arms”, “Older” sorretto da atmosfere trasognanti sporcate di country.
Il tempo scorreva e il cielo cambiava.
Guardando lʼ orologio accanto al bracciale, che mi aveva regalato la mia donna quando era ancora mia, iniziò a piovere, le gocce cadevano tristi sul vetro e allora mi fermai a fumare una sigaretta pensando che lei era bella davvero “For Annabelle”, “Neighbour”, e
forse mi mancava “Evening Kitchen”.
I pensieri andavano e guardavo il panorama.
Decisi di tornare a casa, ora che era quasi sera e non pioveva più.
Con la pioggia se nʼ erano andati anche i pensieri più malinconici e il tramonto finiva il suo lavoro e mi guidava verso casa “Factory”, “On My Way Back Home”.
Mi stesi a letto, non mi preoccupavo più del genere, aspettavo di addormentarmi con le cuffie nelle orecchie.
Guardai fuori dalla finestra, “Blue Beard” e c era il cielo blu, e le stelle

SITO UFFICIALE

VIDEO DI “Is There A Ghost” DAL DISCO “Cease to Begin”

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ETICHETTA: Grace Orange
GENERE: Pop, musica lirica

TRACKLIST:
1. Inverno
2. Il Mondo E’
3. Di Sole d’Azzurro
4. Il Sole
5. Summertime
6. Qualcosa Che Non C’è
7. Ave Maria

Malena è il nome d’arte di Francesca Vassallo, grandissima interprete vocale di canto lirico di Milano ha già espresso in varie forme e in molteplici eventi le sue abilità sopraffine. Da un artista di tutto rispetto ci si aspetta tantissimo, nella conversione “su disco” delle proprie ambizioni personali, e questo potrebbe mettere soggezione a chi vuole realizzare una vera e propria opera lirica pop, ma Inverno resiste tenacemente alle pressioni, mettendo in campo tutta la bravura della Vassallo anche per quel che riguarda il reparto compositivo.
Tra echi orientaleggianti (“Il Sole”), melodie pop più edulcorate e radio-friendly (“Di Sole e D’Azzurro”, “Qualcosa Che Non C’è”) e un paio di intelligenti riscritture (“Ave Maria” e “Summertime), è la voce a trasformarsi, ovviamente, nella protagonista di questo bellissimo disco che dalla prima alla settima e ultima traccia stupisce per la sua suddivisione ineccepibile tra momenti cristallini e sdolcinati e tensioni più classicheggianti e barocche (“Inverno”) che vibrano di un’intensità veramente melodrammatica. Come ascoltare una versione davvero popolare di una di quelle pesanti opere liriche che pochi sanno digerire; per questo, straordinariamente meritevole.

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ETICHETTA: New Model Label/Innabilis
GENERE: Pop

TRACKLIST:
1. Quello Che
2. Mai
3. Umano
4. A Milano
5. Sto Bene
6. Non Ne Ho
7. Palazzi
8. Responsabilità
9. Qui
10. A Casa Mia

Iosonouncane, I Cani, Vittorio Cane. Quanti cani nel nostro panorama nazionale ma l’unico a veleggiare per i capienti sentieri del pop è quest’ultimo. Giunto al terzo lavoro, con un pizzico di ambizione ricerca la dimostrazione della maturità, con un risultato più che buono. I brani sono tutti adeguati a circoscrivere l’ambito di azione della sua musica, lontana dalla polvere cantautorale da soffitta che in molti si divertono a riesumare ultimamente. I testi non sono così distanti da certi artisti da chart che circolano negli ultimi tempi, ma il contesto è molto diverso: ecco perché il miele di “Sto Bene”, la più giocosa “Quello Che” e l’apparato più retrò-malinconia di “Non Ne Ho” rifuggono le cifre stilistiche e le bassezze adolescenziali di Brondi & co.
Tra satira, divertissement e lacrime in forma di canzonetta solo poco più evoluta di quelle di Bennato o del Tenco meno depresso, Palazzi è un anfratto ricolmo di sentimentalismi e stralci di debole critica, mai troppo piccante né ficcante. Così sinuosamente si riesce a combinare con la giusta densità uno spaccato completo di vita (come in “A Milano”), senza le banalità semantiche delle ultime gesta discografiche di moltissimi artisti italiani.

Efficace, penetrante, incisivo. Un disco pop che difficilmente vi uscirà dalla testa.

PROSSIMI CONCERTI:
25.11.11 HIROSHIMA MON AMOUR, Torino (con Brunori SAS)
02.12.11 PANENKA, Bologna

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ETICHETTA: Ed Banger Records
GENERE: Pop elettronico, electronic prog

TRACKLIST:
1. Horsepower
2. Civilization
3. Ohio
4. Canon (Primo)
5. Canon
6. On’n’On
7. Brianvision
8. Parade
9. New Lands
10. Helix
11. Audio, Video, Disco

Techno schizofrenica? Touch? Chart electronic pop? Come la volete chiamare la follia di Cross, disco d’esordio di Xavier de Rosnay e Gaspard Aurgè? Beh, dimenticatela, perché l’evoluzione di questo Audio, Video, Disco li porta verso altri lidi. Le anthem melodies fuzzettose (e fumettose) di singoli come “D.A.N.C.E.” e “Genesis” rimangono solo in qualche intro e qualche momento di passaggio, mentre l’impianto delle canzoni punta ad un’atmosfera seventies che attinge dai nomi “grossi” (Eagles, Scorpions, the Who, Queen, forse anche qualcosa di più smarcato verso gli ottanta), rovinando quindi la radiofonicità in favore di un elettronica quasi prog rock. E’ la grande novità e anche il grande merito di Audio, Video, Disco dove gli unici brani potenzialmente radio-friendly rimangono la title-track e il combo iniziale “Horsepower” e “Civilization”, pure queste indicatrici di una virata enormemente visibile in ogni singolo secondo dell’album. “Helix” ricorda molto alcune multinazionali dell’electro-pop come Chemical Brothers e Daft Punk, mentre “Ohio” ha proprio quel feeling eighties che ricopre di sentimentalismi retrò quasi tutto il lavoro. Vintage è la parola giusta (che ne dite di “Canon” in questo senso?). E che dire di “New Lands” e quel suo sguardo all’indietro che ci farà danzare a ritmo di una sorta di Kiss dentro una discoteca?
Sommariamente, la produzione restituisce a questo lavoro un sound abbastanza ruvido, pieno di filtri e filtrini, giusto per ballare o fingere di farlo (perché non sempre è possibile, per alcuni ritmi dispari o cambi strani). Ci si aspettava di più, o qualcosa di diverso, ma le attese non sono tradite. Forse un eccesso di pretenziosità nel tentare l’avanguardia del pop si poteva evitare, ma dopotutto stiamo parlando dei Justice e gli si perdona facilmente anche questo!

Il tutto condito da una manica di ospiti da far paura: Phalen dei Diamond Nights, Ali Love e Vincent Vendetta. Ho detto tutto.
Cross era molto meglio, certo. Ma non ve lo potete lasciar scappare. Nel genere, tra i migliori dell’anno.

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Recensione già pubblicata anche qui

ETICHETTA: Parlophone
GENERE: Pop

TRACKLIST:
1. Mylo Xyloto
2. Hurts Like Heaven
3. Paradise
4. Charlie Brown
5. Us Against The World
6. M.M.I.X.
7. Every Teardrop is A Waterfall
8. Major Minus
9. U.F.O.
10. Princess of China (ft. Rihanna)
11. Up In Flames
12. A Hopeful Transmission
13. Don’t Let It Break Your Heart
14. Up With The Birds

Non si è voluto fare nessun antefatto per questa recensione, giacché l’esagerata campagna di marketing che Chris Martin in prima persona ha condotto prima dell’uscita di Mylo Xyloto ha già contestualizzato abbastanza i suoi obiettivi e il suo habitat naturale.
Trascinandoci a forza nel vivo dell’ascolto, ci troviamo di fronte ad un’amara considerazione, più che altro una constatazione: i Coldplay vanno analizzati con la conoscenza pregressa della loro carriera. Questo significa sapere che sono stati una band “alternative rock” per pochissimo tempo, forse solamente per metà del running time dei primi due dischi, mentre dal capolavoro X&Y ad oggi sono stati sostanzialmente una macchietta pop sempre alla ricerca di successo e denaro. Detto questo, la parabola discendente della qualità dei dischi non impedisce a Mylo Xyloto di avere degli ottimi momenti e di risultare, tutto sommato, un interessante episodio nella loro storia. “Charlie Brown” e “Up With The Birds”, i due brani migliori del disco, forti di una fluidità pop/rock che li connette immediatamente con i bei tempi di Parachutes, circoscrivono l’ambientazione di un album molto ben caratterizzato in ambito melodico, soprattutto in virtù di quella finalità ormai significativamente appiccicata al nome dei Coldplay: riempire gli stadi. Ecco allora i singoli “Paradise”, “Every Teardrop Is A Waterfall” (con una melodia che, come sottolineano anche altri fonti in rete, sembra un plagio di “Ritmo de la Noche” di MYSTIC, pezzo osceno peraltro) e il probabile futuro estratto “Don’t Let It Break Your Heart” che ci precisano la loro vocazione di band che può, e sa, perfettamente come far ballare, ondeggiare ed urlare degni del miglior Bono Vox. E di accostamenti agli U2, viste molte vicinanze nell’approccio chitarristico, dovremo farne molti altri (ma si evitano volentieri altri ingombranti paragoni).
Per allontanarsi dai Coldplay di Viva la Vida è necessario rivolgersi all’odioso featuring con Rihanna, già detestato da critici e fans (ed effettivamente “Princess of China”, seppur ascoltabile, è una canzone molto debole se paragonata al resto del disco) e soprattutto a “Major Minus”, con un piglio, soprattutto al basso, molto più indie rock. Qui ha ricordato molto i Kasabian, ma il pezzo è tutto sommato molto carino e non ristagna in nessun momento, soprattutto se lo vediamo come una parentesi di distacco dal resto. Abbiamo poi un momento vagamente soft punk, in particolar modo nel drumming, con la iniziale “Hurts Like Heaven”, interessante probabilmente più nei live mentre in studio perde verve per una produzione un po’ troppo rumorosa che toglie interesse alla voce.

Il resto del disco non ha mordente e troviamo alcuni elementi-riempitivo, come “U.F.O.” e “Up In Flames” che si ascoltano senza annoiarsi troppo ma si eviterebbero volentieri. La produzione di Brian Eno svolge il consueto ottimo lavoro, anche se risulta un po’ fuori fuoco rispetto al disco precedente. Il sound è leggermente più confuso, a parte le chitarre, la voce quasi tendente a sparire in alcuni momenti, mentre piccole fiammate epiche sottostanno a ottimi inserimenti degli archi di Eno in persona. Poco in risalto invece il basso, che meriterebbe qualche attenzione di più.
Mylo Xyloto è solo e soltanto quello che i Coldplay possono essere nel 2011. Una band pop da stadio senza nessuna pretesa in più: forse sbaglia più chi li ritiene ancora all’altezza di album come Parachutes e A Rush of Blood To The Head, non accorgendosi che il mondo che gli appartiene è solo e soltanto quello di MTV. Se la vediamo in quest’altro modo, apprezzeremo tutti senz’altro questo album, mediocre ma con una grande anima radiofonica che risulterà, per questo, ai più “scontata”.

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ETICHETTA: Fosbury Records
GENERE: Pop, elettronica

TRACKLIST:
1. Y (feat. Pacifico)
2. Il Buio (feat. Sara Mazo)
3. Cuoricino
4. Cohen
5. Lo Squalozecca (ft. Federico Fiumani)
6. Io Accuso
7. Brainstormo (ft. Sara Mazo)
8. E.M.I.
9. Il Nuovo Me (feat. Max Collini)
10. Close
11. 54G
12. La Città

Siamo arrivati alla svolta, dopo Mondo/Madre per N.A.N.O., ovvero Emanuele Lapiana, già noto per i C|O|D, che esce nel duemilaundici con un disco incendiario, con un titolo devoto alla nuova leva cantautorale: I Racconti dell’Amore Malvagio. Un lavoro personalissimo, e per questo maturo e assolutamente incandescente, pieno di quegli accenni autoreferenziali molto cupi che sempre abbiamo riconosciuti nei progetti in cui N.A.N.O. (prima e dopo questo nome) è comparso.
Imprescindibile la maniera in cui su dodici tracce di lunghezza piuttosto omogenea vengono fusi un lirismo assolutamente dark, l’elettronica dalle tonalità pop che si alimenta soprattutto degli intensissimi testi e una virulenza emotiva che suscita tremori quasi post-punk. Il contesto di base rimane quella new wave molto cara anche al più illuminato degli ospiti (il disco ne fa una vera infornata, tra Pacifico, Sara Mazo e Max Collini), ovvero Federico Fiumani, che con le sue urla straziate grida tutta la sua rabbia (e quella di Lapiana) in “Lo Squalozecca”, uno dei brani più interessanti ed intriganti del disco. In realtà la quiete iniziale, con l’esplosione centrale e un intorpidimento progressivo verso il finale sembrano quasi indicare una gradualità nei toni e nei modi, con una tracklist quindi particolarmente studiata per avere certi effetti. L’elettronica soffusa, però curatissima, di Franco Battiato e gli Offlaga Disco Pax sembra albergare in molti dei brani meno aggressivi, i quali invece si cimentano in dure filippiche noise. Mancano contenuti politici, i quali sono addirittura scansati (vedasi la critica al ’68), per dimostrare come il “fare musica per una generazione”, nell’epoca dei social network, significhi scomparire poco dopo sotto il peso dei cinguettii o dei “mi piace”, mentre l’arte, quella vera, rimane anche dopo l’autore. E sembra che N.A.N.O. miri a questo.

Tra malinconia e rabbia, uno sfogo che non passerà inosservato in questo scarno duemilaundici musicale. Straconsigliato.

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Recensione a cura di ALESSIA RADOVIC
ETICHETTA: XL Recordings
GENERE: Pop, soul

TRACKLIST:
1. Rolling in the Deep
2. Rumour Has It
3. Turning Tables
4. Don’t You Remember
5. Set Fire to the Rain
6. He Won’t Go
7. Take It All
8. I’ll Be Waiting
9. One and Only
10. Lovesong
11. Someone Like You

L’ultimo album di Adele si chiama semplicemente 21. Nulla di misterioso dietro questo titolo, è semplicemente l’età della cantante nel momento della pubblicazione del disco.
Ho deciso di parlarne perché, secondo me, merita un ascolto. Musicalmente sono di bocca buona, sono la classica persona che ascolta un po’ di tutto e lo fa davvero. Passo da Lady Gaga al Teatro degli Orrori per poi tornare verso Avril Lavigne, ecc… ma molti artisti mi lasciano indifferenti e, dopo aver ascoltato per qualche tempo il singolo che gira su Mtv, finiscono nel mio dimenticatoio musicale. Dopo aver ascoltato diverse volte in singolo “Rolling in the deep” ho deciso di…comprare il CD più che altro per ascoltarmi quella e invece ho scoperto un piccolo tesoro. Adele è un’artista, con la A maiuscola, ha una voce che non si discute e non è una di quelle che per arrivare alla meta deve mostrare il culo o farsi fotografare con le poppe al vento. Anzi, si copre, forse anche un po’ troppo, Adele non sarai una taglia 38 ma sei una signora (cioè, signora, è del 1988) di gran talento, non hai nulla da invidiare alle altre che alla fine, si sa, combattono con l’ago della bilancia a furia di addominali e digiuni.
Non so se sia un album che può piacere facilmente, io v’invito ad ascoltarlo e se pensate di non aver abbastanza tempo da dedicarci vi consiglio “Turning Tables” e “Don’t You Remember”, probabilmente i miei pezzi preferiti ma è difficile sceglierne uno soltanto.
La prova del nove sarebbe andare ad un suo concerto (è passata a Milano lo scorso marzo, ora se ne va in America e dimenticatevi di vederla in Europa perché tutte le date son già sold out), giusto per capire se la voce è davvero un dono della natura o del computer.

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Pop, indie pop

TRACKLIST:
1. Patrizia
2. Una Vita col Riporto
3. Costa Rica
4. Marco Corre
5. Figli degli Hamburger
6. Ricomincio da Tre
7. Dentro la Foresta
8. Holiday
9. Bar del Corso
10. Gli Ex-Otago e la Jaguar Gialla
11. Dance A.M.
12. The Rhythm of the Night
13. Una Donna

Beh, eccoci di fronte a Mezze Stagioni, nuova fatica di una delle formazioni liguri più celebri degli ultimi tempi. Il loro (indie)pop di seconda mano, solo perché lo volevano tale, ha conquistato molti, grazie anche a coinvolgentissimi live set che non fanno altro che aumentare questa loro fama di scanzonatori dell’ultim’ora. La ricerca del suono, basilare cioè fondamentale, c’è sempre stata molto poco, limitata al rinvenimento della formula perduta del puro pop: un po’ gli Indiana Jones del genere, se vogliamo, ma con i synth al posto del piccone. Un disco fresco come questo non poteva che arrivare ora che la stagione sta cambiando, pronti ad un tour estivo che ha proprio quel tipo di sound che ci vuole per festeggiare insieme l’arsura di agosto ed i tuoni annullafestival. L’ironia, che nonostante oggi vada molto di moda non si occupa di politica, sbeffeggia questo e quello (“Figli degli Hamburger”) e si spiaggia sempre contro l’impavido muro del lessico nerd che se non parla dell’epic fail poco ci manca. Ma lo fa, comunque, proprio come ci piace. “Una vita col riporto” la migliore del lotto. Sintetizzatori in cima alla lista degli strumenti più importanti a livello di melodia, armonia, arrangiamento, atmosferici quanto basta per non sembrare pad che svegliano solo l’aficionado della strumentale. I riff sono sempre solo e soltanto pop tunes di manica larga, facili da ricordare, così come i testi e le linee vocali. La virata verso i testi in italiano è un rigoroso, vigoroso e terminale gesto di disperata autoconferma di quello che si vuole ricercare: di nuovo, la formula popolare. Se vi siete già stufati di sentire parlare di queste cose, probabilmente il disco non vi piacerà. Catchy, catchy, catchy.

Chi l’avrebbe mai detto che anche così ci sarebbero piaciuti? Forse perché non sono cambiati di una virgola, forse perché solo così una band può affermarsi per qualcosa, strapparsi di dosso la camicia di forza delle etichette e andare avanti solo col proprio nome. Allora, Mezze Stagioni, è davvero il disco-conferma degli Ex-Otago, con tutti i loro limiti ed i loro perché.

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ETICHETTA: Emi
GENERE: Pop italiano

TRACKLIST:
1. Eden
2. Serpente
3. Il Diluvio
4. Prodotto Interno Lurido
5. Benzina Ogoshi
6. Sul Sole
7. Quando
8. Istrice
9. Tra Gli Dei
10. La Funzione
11. L’Angelo
12. Subvolley (Inno dei Mondiali di Pallavolo)

Loro e il loro fottutissimo modo di attirare sempre l’attenzione.
Loro e il loro fottutissimo pop che ti prende in maniera irreparabile.
Loro e la loro mania di commercializzarsi sempre più senza perdere mai la loro personalità.

Sarebbe così il modo migliore di recensire Eden ma forse una delle uscite più attese del duemilaundici merita qualche parola di più. Uno spreco che mi posso permettere.
Samuel Romano e soci sfornano, in verità, un disco CRIMINALE. Criminale perché distrugge il concetto di pop che abbiamo creato negli ultimi anni, dove il rock si è affievolito fino a diventare un miscuglio inverosimile di melodia e ipocrisia discografica; criminale perché non inverte nessuna rotta, né cambia niente all’interno di un percorso che i Subsonica non hanno mai smesso di seguire; criminale anche perché, di nuovo, come L’Eclissi e Terrestre, dividerà la critica e il pubblico.
Eden è, sotto sotto, un bel disco. Il problema è che bisogna capirlo e superare la delusione che risiede soprattutto nelle linee vocali di Samuel, spompe e molto meno melodiche del solito, devastate da uno stile che gli appartiene talmente tanto da essere diventato parte di una cultura difficile da mantenere nel tempo. Un po’ come se fosse diventato ovvio quello che canterà nel prossimo disco e, diciamoci la verità, è proprio così. Altro problema è stata la scelta dei primi due singoli: la title-track, uno dei migliori brani dal punto di vista musicale, arrangiata benissimo seguendo la traccia del loro tragitto dance-pop che a noi piace molto, non attacca come estratto radiofonico, così come Istrice, incredibilmente scarica e priva di carica emotiva/emozionale. Belle, però, le liriche.
Nel disco anche ritmi indiavolati che infervoreranno i tanti fans ai concerti che li attendono al varco: vedasi “Il Diluvio”, che ricorda molti episodi già sentiti, “La Funzione”, che però sembra quasi un versione velocizzata dei Baustelle e, per fare un gioco di parole, funziona molto poco. Nel testo parla di “esitazioni” e infatti è proprio un brano-esitazione all’interno della loro carriera, sembrando quasi paradigma di un’insicurezza che si portano dietro da tempo.
Il resto è bello: la sboccata malinconia di alcuni testi, le scelte lessicali che sono sempre state efficaci (“L’Angelo” e “Benzina Ogoshi” tra le più “tipiche”, anche se quest’ultima si fregia di un’autoreferenzialità che mette in gioco troppe vanterie, criticando a sua volta chi ha sempre voluto giudicare una band che comunque non può pretendere di non ricevere giudizi negativi viste le scelte azzardate che ha intrapreso molto spesso), una produzione OTTIMA e pulitissima, che renderà benissimo soprattutto nei live set. Delude sotto certi punti di vista la svolta parapolitica che li contraddistinguerà ancora di più come band comunista che, oggi, è diventata quasi un’offesa da parte delle destre che ci ritroviamo. Non che me ne freghi qualcosa, giacché il sottoscritto ama le band schierate, ma a volte sembra che la freddezza tipica della timbrica di Romano sia repellente alle frasi di stampo politico.

Se diamo una controllatina a quanto abbiamo detto il verdetto è presto fatto. I Subsonica hanno rischiato di deluderci e non l’hanno fatto, per l’ennesima volta. “Non sei riuscito a darci un taglio”, Samuel, e infatti la tua parlantina nei testi delle canzoni ti ha salvato di nuovo il culo, grazie comunque al contributo musicale degli altri che è senz’altro determinante a questo punto della loro carriera.
Chissà dove arriveranno? Forse è questo il punto fermo prima della discesa?

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