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Archive for the ‘GENERE: Pop’ Category

ETICHETTA: Ara Music
GENERE: Pop, cantautore

Raffaele-tedesco-che-mondo-sei

Raffaele Tedesco viene da Moliterno (Potenza), Che Mondo Sei è il suo quarto sforzo discografico e per individuare meglio il fulcro dell’opera occorre dare un’altra coordinata biografica: Raffaele è stato collaboratore di Mogol, e ha mutuato da questa esperienza moltissimi tratti in comune con la musica d’autore italiana di stampo classico, a cavallo tra anni ’60 e ’90. Bruno Lauzi, Gino Paoli, Bobby Solo, qualcosa di Buscaglione e di Battisti, a questi ammiccano i testi del lucano, mentre gli arrangiamenti, fortunatamente affidati ad una squadra di musicisti molto validi, sono più moderni, sporchi di rock e di jazz, blues e black music, ma sono solo venature superficiali che rigano una piattaforma fatta di riferimenti agli anni settanta e ottanta, con il piano (di Franco Frezza) al posto dei synth. I trascorsi musicali di Raffaele Tedesco, in verità, lo vedono congiungere il suo estro creativo, di cantante e chitarrista, ma anche compositore, con nomi del calibro di Arisa e Umberto Tozzi, anche questi in piena coerenza con il percorso intrapreso in Che Mondo Sei.

Tecnicamente, a livello vocale, non c’è veramente nulla da dire. Estroso, versatile, abile nel coniugare messaggio veicolato con il testo ed emozioni comunicate con la voce, Raffaele riesce a rendere un disco se vogliamo pesante, più che altro per la reiterazione di stilemi appartenenti a determinati momenti della storia della musica italiana, attuale con la sua voce, particolare, di classe. E’ la profondità con cui analizza le tematiche scelte per le liriche che riesce ad innalzare anche il contenuto testuale e letterario, rendendo giustizia al maestro Rapetti.
Di fatto, questo disco dimostra come senza innovare niente si possa pubblicare un lavoro onesto e di grande dignità artistica, una volta preso coscienza di quanto questo possa frazionare il pubblico e destinare l’opera a chi ha un’età media superiore a quella di chi compone. Ma magari è pure un bene.

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Recensione scritta per il circuito Music Opinion Network

ETICHETTA: Advice Music
GENERE: Pop

No Chains. Titolo in inglese per un album che si può tagliare nettamente in due tra brani cantati in italiano e altri nella lingua anglosassone. Assenza di catene, per la brillante voce di questa giovane cantante di Bordighera (Imperia), oppure stretti legacci che la imbrigliano ad un canone di vocalità e di songwriting che in molti in Italia da tempo speriamo di dimenticare? Obiettivamente, Idhea mette in campo una timbrica e una capacità tecnica di cui ben poche nuove leve del rock commerciale italiano dispongono, anche tra gli alti papaveri che della nostra scena tessono la trama da decenni. Indubbiamente, inoltre, gli arrangiamenti sono molto curati e celano dietro un velo di superficialità radiofonica anche una versatilità parcellizzata nei tanti pezzi che compongono questo lavoro. Soffermandoci sull’aspetto, appunto, orecchiabile del disco, la voce di Idhea ci ricorda molto da vicino la tradizione italiana partita tempo addietro con Massimo Ranieri e passata poi per Ron, Raf, il recente Renga, ma anche gli svolazzi di Sangiorgi dei Negramaro o la sempre più inascoltabile Laura Pausini degli ultimi anni. Non è un caso, ad esempio, se tra i collaboratori di questo prodotto spiccano nomi come Vinci e Vollaro. Lungi da noi voler tagliare le gambe ad una giovane artista solo per il facile ascolto che deriva dalle sue canzoni, ma su The Webzine non vengono molto spesso apprezzati gli emuli dei peggiori casi umani della musica nostrana (Emma Marrone, Deborah Iurato, Anna Tatangelo, ecc.). A salvare questo disco intervengono però dei discreti momenti rock, come Wanted Love In A While, divertissement piuttosto carico che ci ricorda anche la prima Gianna Nannini. Pure la title-track naviga a vista verso lidi rockeggianti ma avremo preferito forse delle virate più secche verso il blues, piuttosto che certi ammiccamenti a Vasco e Ligabue che si scorgono qui. I pezzi migliori, in ogni caso, NON sono quelli in italiano, dove la vicinanza con i tanti artisti citati è talmente evidente che si rischia di perdere anche il piacere dell’ascolto.

Per dare il giusto onore ad un disco del genere occorrerebbe criticarlo con il filtro di una radio di sola musica italiana, ed è qui che intervengono nomi come l’autrice Paola Capone e l’etichetta milanese Advice Music a dare lustro al tutto. Si perché se il nostro obiettivo invece che recensire un album fosse provare a venderlo, parleremo di un’operazione convincente, soprattutto con brani come Allora Stai Con Me. Il nostro ruolo però ci impone un po’ di sincerità ed occorre, a questo punto, andare a fondo: banalità e prevedibilità regnano in “No Chains” e, nonostante le ineccepibili capacità canore della giovane Idhea, non si può definire un disco che lascia il segno. Perlomeno qui a The Webzine.

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Recensione scritta per Music Opinion Network

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Pop

 

 

 

 

Aliceland è il progetto personale di Alice Castellan, realizzato in collaborazione con il bassista Andrea Terzo, direttore degli arrangiamenti. E’ uno scheletrico carnet di canzoni di stampo pop, semplici ma non semplicistiche, dove l’enfasi data alla voce conferisce venature commerciali ma mai troppo radiofoniche a tutto il prodotto. Di conseguenza, possiamo parlare di un disco di musica italiana di stampo classico, fuori dall’orbita sanremese per una certa raffinatezza ed eleganza degli arrangiamenti che si riferisce forse più ad una tradizione americana, ma con un gran plusvalore dato da un uso costantemente ponderato della voce, che non si produce in eccessi barocchi né svolazzi prog. Del resto, non sarebbero neppure così appropriati. Il fatto che gli arrangiamenti di Terzo non abbandonino mai il terreno acustico, inoltre, districa il nodo ovvio dei cliché rock a cui ormai la musica italiana è sottoposta, avvicinandosi più a quei pochi elementi tranquilli e intimi della carriera di cantautrici come Elisa piuttosto che al rock popolare di Gianna Nannini e Noemi. Può sembrare, talvolta, che un uso troppo consapevole della voce possa far risultare i ritornelli troppo impostati, ma nel pacchetto generale questo contribuisce ad impreziosire le canzoni, piuttosto basilari nella struttura, nelle metriche e nella progressione melodica. E’ quasi romantico, nel senso estetico e letterario del termine, il modo in cui vengono fusi blues, funky, gospel, soul, r’n’b, cantautorato italiano e d’oltreoceano, passando per Alanis Morissette e qualche tocco di Bob Dylan trasporto al femminile.

Pensieri Raccolti non farà gridare al miracolo nessuno, ma come raramente accade siamo di fronte ad un’opera quasi personale che riesce ad avere un valore nazionale, ricevibile da tutti gli italiani come un prodotto di qualità, senza utilizzare quei linguaggi campanilistici che spesso riguardano il folk e di cui gran parte dei cantautori abusano ormai da quindici anni. Un complimento sincero ad Alice per questo lavoro.

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Recensione a cura di CLAUDIO MILANO

ETICHETTA: Universal
GENERE: Alt pop

TRACKLIST:
01 L’Evoluzione Della Specie
02 1969
03 Ruggine
04 Qualcosa Resterà
05 Non Riesco A Muovermi
06 Ormai
07 Vanità
08 Pindaro
09 Colpa Mia
10 Newton
11 Eroe

Voto: 7

Chi lo ha ascoltato nei due dischi precedenti, sa che non c’è mai da aspettarsi la stessa cosa, chi lo ha visto a Sanremo avrà di che rafforzare le sue opinioni nel bene o nel male, chi non lo ha mai ascoltato, farebbe bene a farlo. Da palchi in giro per il mondo divisi con Deep Purple, Lou Barlow, Badly Drawn Boy, Amy Winehouse, Okkerville River, Isobel Campbell e molti altri, a quello dell’Ariston, il passo deve essere stato facile tenendo conto di quanta sicurezza e determinazione  possa covarsi gelosamente dentro, prima di esser mostrata agli altri con “vanità” e un graffio.

“1969”, riduce alcuni slanci, avvicina la lingua italiana, ma non fa l’errore di oltrepassare il senso della misura, riuscendo a suonare sempre interessante, mai banale, pur nella sua immediatezza.

Il disco si apre con le interferenze elettriche che attraversano “L’Evoluzione della Specie”, non particolarmente felice nel testo, ma ben più interessante nella confezione. Non si lavora sempre sulla forma pura, perché i brani mantengono una dimensione adeguatamente pop ma con delle “variazioni sul tema” davvero interessanti. Le armonizzazioni e gli arrangiamenti in particolari sono di gran pregio, non si ha paura della dissonanza, né di un suono apertamente internazionale, che apre a “dream pop” e “baroque pop”. “1969”, già ascoltata a Sanremo, in studio convince ancora di più, un vero gioiello di canzone italiano di lusso, ma dal respiro internazionale, quello che i Muse potrebbero fare se non scivolassero in eccessi formali. Qui anche un gran testo. “Ruggine” è altrettanto affascinante nell’alternanza di pieni e vuoti. In qualche angolo la leggerezza risulta sin troppo tale, come in “Qualcosa resterà”, che non è difficile immaginare tra i singoli del lavoro. Ritmiche composte, fratture improvvise a scomporre la struttura dei pezzi, un’ acustica in grande movimento ed iniezioni di elettricità pura nella nervosa “Non riesco a muovermi”. “Ormai” va nettamente oltre con trascolorazioni armoniche (chi ricorda “Le tre Verità” di Battisti-Mogol? Beh, portatela a casa dei primi Queen…) e una voce che sale in alto, assai in alto. Androgina quanto ficcante, può piacere o no e sicuramente a tanti non sarà di particolare gradimento, ma ha carattere e questa è una gran cosa. “Vanità”, torna ad una dimensione pop, piacevole e immediata, nulla di più, ma saprà diventare uno dei brani più amati del lotto. Questo album ha una caratteristica assai interessante, quella di molti dischi indie italiani anni ’90, quella di occhieggiare alla melodia senza ricadere nel banale, mostrando all’occorrenza di saper affrontare sfide di contenuto e forma, senza mai cadere nell’autoreferenziale e nel volutamente complesso, giacché, qui come più volte detto, di canzone d’autore si parla. “Pindaro”, rimanda alle armonie felicissime del primo album del Banco del Mutuo Soccorso e alla voce di Alan Sorrenti (quello di “Aria”), trasuda romanticissimo coloratissimo, una girandola psych folk che trasfigura una semplice canzone in polvere di stelle e una pioggia di petali. Davvero magica e probabilmente il pezzo più felice del lotto. “Colpa mia”, ha una strofa davvero affascinante, inciampa un po’ sulla frattura che anticipa il refrain, ma è poca cosa. “Newton” si muove appresso ad un arpeggio di chitarra delizioso per aprirsi ad un ritornello a la Air. Ecco, questo è un brano perfettamente “leggero”, che non cede a prevedibilità alcuna. Quando Davide Combusti, nome all’anagrafe del compositore e poli-strumentista, non affronta il tema della “chanson d’amour” e si ripiega su di sé nello scrutarsi in merito ad altri argomenti, coinvolge appieno ed è questo, tra gli altri il caso di “Eroe” che chiude e bene il disco, ancora con acustica in gran spolvero. Qua e là si avverte come se i brani  nella necessità di un’urgenza comunicativa si chiudessero “troppo in fretta”, senza lasciare adeguato respiro a queste romanze contemporanee che potrebbero rischiare un filo di più senza comunque arrecare danno. Ma questo, come più volte detto, è un album pop, o meglio, un signor album pop, di quelli che rimarranno. Dentro c’è tanta cultura musicale, potrei citare, oltre ai nomi fatti, i più ovvi Antony e Jeff Buckley, il primo Battiato “d’autore”, ma anche Ivan Cattaneo di “UOAEI”, Tito Schipa Jr., Jønsi, i Radiohead, ma quando le referenze diventano così tante e stratificate perdono alcun senso, diventan robe da scribaccini di musica come il sottoscritto, che “devono” dare qualche appiglio a chi legge e lasciano spazio ad un solo nome: The Niro. Qui non c’è da aver paura. Si perché siamo in presenza di un disco che ha tutte le carte in regola per figurare tra qualche anno nella lista dei piccoli-grandi classici della musica d’autore italiana, quella capace di unire leggerezza a creatività pura, slanci melodici ad asperità impreviste. Combusti non ha la profondità di scrittura dell’Alessandro Grazian di “Indossai” e (soprattutto) “L’Abito”, ma è un autentico maestro negli arrangiamenti, nella gestione della materia sonica fondendo ultra popolare ed ultra nobile, non è un caso se ho citato un tale Battisti, quel signore radiato dall’albo dei cantautori a lungo perché troppo “di destra”. Qui non c’è la cultura dei cantautori “di sinistra”, neanche un po’, eppure non mi sentirei di giudicare la morbidezza elegiaca di alcuni di questi solchi meno abrasiva di una musica apertamente “maledetta” nelle invettive di testi e carica di aggressività soniche dichiarate.

Non so se Davide  è consapevole di tutto questo, ma forse è meglio non lo sia e che continui a regalarci, soltanto buona musica e la sua voce d’angelo.

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Recensione a cura di Claudio Milano

ETICHETTA: Universal
Voto: 7

TRACKLIST:
“Cripple and the Starfish” – Antony

”For Today I am a Boy” – Antony
“You are my Sister” – Antony e Franco Battiato
“Il Re del Mondo” – Franco Battiato
“Tutto l’Universo obbedisce all’Amore” – Franco Battiato
“As Tears go by” – Antony e Franco Battiato
“Crazy in Love” – Antony
“Salt Silver Oxygen” – Antony
“Del suo veloce Volo” – Antony e Franco Battiato
“Hope there’s Someone” – Antony
“La Realtà non esiste” – Franco Battiato e Alice
“I treni di Tozeur” – Franco Battiato e Alice
“La Cura” – Franco Battiato
“E ti vengo a cercare” – Franco Battiato
“Bandiera Bianca/Up Patriots to Arms” – Franco Battiato
“Inneres Auge” – Franco Battiato

La vostra strenna di Natale? Perché no?

Dell’incontro tra i due giganti della canzone colta si era discusso a lungo e non pochi erano stati i commenti contrastanti seguiti alle due date di Firenze e Verona che li hanno visti alternarsi ed in incontrarsi sullo stesso palco, con il prezioso contributo di Alice. Come spesso accade, è l’ascolto a posteriori che riesce a dare un quadro completo di quanto accaduto e per celebrare il tutto su disco è stata scelta la data all’Arena di Verona con il contributo della Filarmonica Arturo Toscanini diretta da Rob Moose.

Ad aprire è Antony con la grandissima “Cripple and the Starfish”, resa sontuosa dal contributo orchestrale, nell’arrangiamento tra il Nyman romantico e Morricone. Distante dalle migliori rese del pezzo, ma piacevole, onestamente più nei vuoti che nei pieni. Encomiabile la resa dei fiati più che quella degli archi.

La distanza con la direzione e le orchestrazioni di Muhly in “The Crying Light” è comunque grande.

“For Today I am a Boy” vede Antony nei panni di jazz singer d’annata e con grandi risultati anche se con qualche eccesso di troppo.

Non ho mai amato “You Are My Sister”, ma devo dire che il ritornello cantato da Battiato con adeguata levità riesce a conferirle meno accenti “sopra le righe” rispetto al suo essere null’altro che una semplicissima pop song con una bella melodia, qualcosa che cerca di avvicinarsi alle migliori ballad dei Velvet Underground ma con un fare, appunto, populista. Qui risulta infatti sopra le righe l’Arturo Toscanini. Nonostante questo, la dimensione live e il carico emozionale che le vengono attribuite, dovuti all’idea di proporre “un evento”, la rendono apprezzabile.

E’ il turno di Battiato.

Va subito fatta una considerazione in merito alla sua resa, l’assoluta inappropriatezza del luogo ma anche qualche grossolano errore di valutazione negli arrangiamenti. Nessuna delle due cose riesce comunque a rendere meno che piacevole l’esito conclusivo. Sicuro, certa autocelebrazione che deriva dal “cesoiare” i brani al loro termine in maniera frettolosa, quasi non si vedesse l’ora di portare il brano a termine, infastidisce, tanto quanto l’incapacità di reggere il tuonare degli applausi, sapendo trovare l’adeguata dimensione interiore per rendere al meglio pezzi di grande lirismo come “La Cura” (avrei voluto sentirla dalla voce della signora Bissi), “E ti vengo a Cercare”, “Tutto L’Universo Obbedisce all’Amore”, che suonano un po’ spente, oltre che “poco presenti”, a tratti scolastiche, lontane da quel magico concerto a Baghdad del 1992 che rimane testamento massimo dal vivo per Battiato.

Si percepisce nel cantautore un senso di pensoso, misurato affanno, unito ad un ridurre i suoi brani ad “intrattenimento colto”, come se il suo interesse per certa materia musicale fosse ormai tramontato, come peraltro dichiarato nella conferenza stampa di presentazione del lavoro.

Meglio “Il Re del Mondo”, che sa emozionare lasciando dovuto spazio anche ai silenzi. Benissimo “Inneres Auge”, ultimo capolavoro dell’autore, che si fa forte di un testo schietto e tagliente, inutile dirlo, tanto attuale: “uno dice che male c’è a organizzare feste private con delle belle ragazze per allietare primari e servitori dello stato? Non ci siamo capiti e perché mai dovremmo pagare anche gli extra a dei rincoglioniti?”, quanto poetico: “mi basta una sonata di Corelli perché mi meravigli del creato”, ma anche di una linea melodica e di un arrangiamento (unico tra i pezzi del maestro in questo live), assolutamente perfetto, in particolare per le chitarre di Davide Ferrario e Simon Tong, l’ostinato di pianoforte del M°Angelo Privitera, il solo del primo violino in conclusione.

“As Tears Go By”, primo duetto tra i due e omaggio degli Stones a Marianne Faithfull è adorabile, nonostante l’inglese “bizzarro” del maestro di Catania.

L’Arturo Toscanini trova equilibrio perfetto poi con le partiture di Antony, anche nel rileggere Beyoncé, realizzando quanto, questa oggi sia la soluzione musicale più vicina nel suo intimismo e la sua vocazione drammatica (quasi mai stucchevole), la migliore idea possibile di recital contemporaneo. La distanza tra l’autore e l’interprete inglese con Robbie Basho diviene sempre più grande, così come quella con Nina Simone (eccezion fatta che con la prima citata “For Today I am a Boy”).

La misura che differisce Antony e Battiato, a netto vantaggio del primo, è ben espressa in “Salt Silver Oxygen”, dove davvero si ha l’idea di una perfetto connubio tra linguaggio pop e colto con assoluta partecipazione emotiva e capacità di reggere la tensione emotiva di un’Arena quale quella di Verona. Basterebbe questo brano a consacrare Mr Hegarthy (non fosse bastato il bellissimo live dello scorso anno “Cut the World”, ma soprattutto per quel magnifico documento che è “Live at St. Olave’s Church” con la partecipazione dei Current 93) come il più grande interprete vocale dell’ultimo decennio assieme a Jonsi e a Tom Yorke.

“Del suo veloce volo” (primo elemento di contatto tra i due artisti in “Fleurs 2”) vede Antony e Battiato in un duetto indimenticabile. E’ difficile trovare qualcuno capace di affiancare con buoni esiti una voce come quella di Franco (benissimo Alice, bene Giuni Russo e Milva, di certo non Carmen Consoli o Fiorella Mannoia, trascurabilissimi Madonia e tanti altri). E’ necessario avere gran carattere vocale, doti tecniche non comuni e credibile passionalità per creare adeguato margine con il carattere distaccato e mistico, impreciso nell’esecuzione ma assai ricercato nell’emissione e nella poetica, del cantautore, compositore e regista nostrano (ora impegnato nella realizzazione di un film che di morte appunto parla e in maniera adeguatamente spirituale).

Si è nel cuore della performance.

Ancora Antony da solo (con i Johnsons sempre più un’ombra a cospetto del suo canto e delle scelte orchestrali) per un’eccezionale versione di “Hope there’s Someone”, emozionante quanto mai, con un crescendo vocale centrale a cappella che lascia senza fiato, coadiuvato dall’Arturo Toscanini in maniera minimale quanto efficace. Davvero da incorniciare.

Ed impagabile davvero il tributo con Alice allo scomparso Claudio Rocchi in “La realtà non Esiste”, probabilmente migliore momento dell’intera raccolta, con la voce emozionata di Battiato, l’ispirato carattere della Bissi a manifestare davvero questa interpretazione come una delle migliori del loro antico sodalizio. Ottimo arrangiamento oltremodo, anche se discutibile il contributo ritmico finale (era proprio necessario?) di Giordano Colombo, lungo l’intera durata del disco nelle canzoni del solo Battiato. Si tratta oggettivamente di un suonare “vecchio” e a tratti persino fastidioso nel suo essere così ostinatamente “d’accompagnamento e ’80”, tanto nei suoni che nelle scansioni.

Grandissima anche “I Treni di Tozeur” con Alice che chiude il pezzo su registro da mezzosoprano, come nella bellissima sua versione di “Oceano di Silenzio” su “God is my Dj”, riscattando in buona misura l’impressione di un eccesso di nasalizzazione nel suo cantare oggi, ricevuta dal suo ultimo “Samsara”.

In conclusione, avrei sentito volentieri qualcosa di più con Alice, che si conferma nell’Empireo delle massime e più eclettiche interpreti italiane (più che autrice), dalla musica classica e liturgica, alla canzone colta, al cantautorato, alla musica leggera; ci sono momenti di grande emozione alternati ad altri spenti e a qualcuno che deborda senza però arrecare particolari danni. Da celebrare su tutti l’Arturo Toscanini, bene Antony, Battiato quasi esclusivamente nei duetti. Affidandosi ai momenti migliori però che potrei ridurre ad almeno 6, direi che si tratta di un documento più che riuscito e senza dubbio gradevole, che la nostra memoria premierà più per i suoi picchi che per le sue debolezze.

Ne trarrà vantaggio Battiato nel farsi conoscere in terra d’Albione, Antony nel raggiungere anche in Italia il ruolo di popstar dopo la performance sanremese non certo da urlo.

Peccato per il nostro contralto pop più nobile, qui coinvolto, la cui versione di “Il Vento caldo dell’Estate”, tra i momenti migliori della serata, per chissà quali scelte discografiche, non figura in scaletta. Mistero …

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Recensione a cura di Andrea Marigo
ETICHETTA: Nonesuch
GENERE: Pop, jazz, folk

TRACKLIST:
Caught in the Briars
The Desert Babbier
Joy
Low Light Buddy of Mine
Graces for Saints and Ramblers
Grass Windows
Singers and the Endless Song
Sundown (Back in the Briars)
Winter Prayers
New Mexico’s No Breeze
Lovers’ Revolution
Baby Center Stage

Voto: 3.5/5

Non so.
Samuel Beam era un grande, se nʼera uscito 11 anni fa con il suo folk lo-fi dove conquistò una notevole fama, più che meritatamente.
Poi dal 2004, il cambio verso un pop studiato bene, raffinato, dal tocco jazz, e la sua voce fina che non si presta più ad una singola chitarra sgangherata che sapeva di whisky e casolari dispersi nel South Carolina.
E qui è nuovamente tutto uguale, sonorità educate, raffinate, dal colore che sta tra il pop, il jazz e il cantautorato. Per carità tutto molto ben fatto, tutto molto ben calibrato e composto ma la fedeltà che riuscivano a trasmettere i primi lavori è andata perduta.
E forse sarà pure giusto così, chiaro che un artista in 11 anni deve evolvere i propri orizzonti, Bon Iver ad esempio in 2 album ha stravolto tutto e forse anche migliorandosi.
Ecco Beam non è riuscito in questo, arrivare in luoghi nuovi senza smarrire i passi che lʼhanno portato dove sta adesso, che tradotto significa non perdere gli ascoltatori di vecchia data.
In conclusione, dimenticandosi per un attimo delle radici del cantautore statunitense, Ghost On Ghost è un disco molto ben fatto, consigliato a chi ama la seconda vita artistica di Beam, che resta ancora un grande artista e di un certo calibro, i fan di vecchia invece se ne faranno una ragione.

Ma poi sta copertina a la Babyshambles cosa cʼentra?
Non so.

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ETICHETTA: Dischi Soviet Studio (distrib. Audioglobe)
GENERE: Pop italiano

TRACKLIST:
Aperitivo?
Assomigliavi a Marte
Lettera ad un Produttore
Proiettile di Lana
Chi Sono Io?
Luce d’Agosto
La Festa di San Menaio
Per Tre
Beatrice
Suo Figlio E’ Pazzo

L’attività dell’etichetta padovana Dischi Soviet Studio continua a stupire, anche stavolta. Limone, nome d’arte di Filippo Fantinato, è prima di tutto un personaggio che interpreta uno stato d’animo del suo creatore nel voler comunicare alcuni dei suoi punti di vista riguardo delle tematiche che non sono senz’altro rare nei discorsi dei giovani italiani di questo periodo. L’urgenza di dire qualcosa è sottolineata, non a caso, da una precisa puntualizzazione dentro il packaging del disco, che vuole chiarire a cosa si riferisce ogni singolo brano, come a non volersi lasciar sfuggire la possibilità di raggiungere direttamente ogni singolo ascoltatore.

Musicalmente, Spazio, Tempo e Circostanze, orbita in una sorta di sospensione tra il pop e la musica d’autore italiana, laddove i due linguaggi si fondono anche con una elettronica sintetica e minimale, quella che non punta né a far ballare con la cassa dritta né a rumoreggiare con istinti shoegaze e sperimentali. Le tinte sono fredde, semplici, i testi molto intimistici, l’atmosfera non è mai tetra ma la voce quasi sussurrata di alcuni cantati riporta sempre ad un contesto che ammicca sia a Bersani che a Silvestri e, d’altro canto, anche a certa musica d’oltremanica di quindici/venti anni fa. Il risultato delle basi è quello di un background originale e pienamente riuscito, che confeziona, insieme a testi semplici che prendono la forma di una favola avventurosa e bambinesca, pur riferendosi talvolta a tematiche più “cresciute” (Aperitivo?, La Festa di San Menaio, Suo Figlio E’ Pazzo), una nuova estetica in bilico tra fiaba, canzone italiana, ironia caricaturale e decadenza, sempre mantenendo centrale l’impianto basilare delle parole scelte. Questo poiché, così come appare il disco, la sua genialità sta tutta nel modo di narrare di questi argomenti, passando senza scatti repentini né sfumature iperboliche da un romanticismo affettato e lezioso (Assomigliavi a Marte) ad una satira non troppo mordace, ma che fa della sua scarsa audacia un punto di estrema forza. In sostanza, buona parte della qualità di questo album proviene dal songwriting inteso meramente come scrittura di parole in musica.

La prima uscita del cantautore bassanese è semplicemente una novità, uno slancio di ottimismo e una boccata d’aria fresca, in particolare per la stantia scena veneta. Questo dovrebbe bastare a renderlo fondamentale per l’attenzione di quei produttori cui la splendida e malinconica Lettera ad un Produttore si rivolge, ma in Italia la qualità è percepita diversamente. Lontano, comunque, dalla rassegnata mestizia di molti artisti italiani dell’ultimo quinquennio, riesce a risultare simpatico, a solleticare un certo entusiasmo per la musica nostrana di stampo immediato e personale, senza mai scadere nel banale. Complessivamente è un esordio senza nessuna sbavatura, perfetto anche nel suo modo di dire cose importanti senza gli arzigogoli barocchi di molti artisti sfavillanti la cui luce si è spenta da tempo (qualcuno ha detto Godano?). Piacevolissima sorpresa d’inizio anno da un’artista e un’etichetta che sono ormai un punto di riferimento nell’underground italiano.

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