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Archive for the ‘ARTISTA: Temple of Venus’ Category

ETICHETTA: Nessuna
GENERE: New wave, post-punk, electropop

TRACKLIST:
1. Across the Stars
2. Hide & Seek
3. Goodnight
4. Sugar Sandman
5. Anything Inside Me
6. Hey Stranger
7. Metropolitan
8. Love’s A Thing You Can’t Heal From
9. Tonight Can Be Done

Messiah Complex è un disco a suo modo stupefacente. Sorprende, quasi assorda, la sua capacità di essere sintetico e contemporaneamente dire molto sullo status della
new wave italiana, che nonostante il suo essere un continuo riproporsi di stilemi tipicamente British, di derivazione quindi neanche troppo celata, riesce a confermare di
anno in anno la nostra bravura nel personalizzarla e renderla “nostrana”.
E’ così che i Temple of Venus si presentano, forti di ritmiche non utili solo a riempire ma anche a strutturare meglio il brano, lineari quando devono svolgere un ruolo
secondario, più frastagliate e complesse quando si deve sostenere quel tappeto di synth che i New Order avevano portato in campo con sorprendente saggezza
compositiva. Oggi in Italia pochi li sanno riproporre in maniera opportunamente aggiornata, e nella breve lista in cima troviamo proprio i ToV. Sferzate di electro-pop
contemporaneo (“Hey Stranger”, in cui si evidenzia clamorosamente tutta la potenza del basso), intralciato da alcune pulsazioni indietronica nel background dei pezzi
più tranquilli (“Hide & Seek”), colorano di più un disco fortemente devoto prima a Curtis poi a Peter Hook, ma ancorato ad una concezione italica che si deve alle loro
origini bolognesi. Distorsioni e sintetizzatori più cauti e calmi si alternano in un lavoro completo e maturo, che presenta sia momenti da ballare, carichi di una densità
post-punk senza rivali in questo duemilaundici, che ballad più strappalacrime, dove malinconia e un pizzico di ira si uniscono in un crocevia di emozioni difficile da
ignorare.

Tra scelte di suoni veramente azzeccate e impianti compositivi degni dei migliori gruppi anni ’80 e ’90 (nel genere, si intende), la band ha tutte le carte in regola per
rimanere in voga qualche anno, anche all’interno dei Dj set di settore. Il cantato in inglese è funzionale alla causa, anche se qualche brano in italiano poteva rafforzare in
termini di fruibilità l’intero album. Ma del resto, in un disco che di radiofonico non ha niente, non dobbiamo farci queste paranoie…gran lavoro!

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